"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 15 dicembre 2017

Sfogliature. 87 “Liberi di succhiare mentine”.



“(…). I poveri tirarono avanti, ma poi vendettero anche il loro pudore, la loro vergogna, il loro dolore. (…). Dopo qualche generazione i poveri s’erano venduti tutto. I poveri diventarono così poveri che presero la loro povertà, la misero in bottiglia e andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi che volevano essere così tanto ricchi da possedere anche la miseria dei miseri. Quando i poveri restarono senza niente si armarono. E non di coltello e forchetta, ma di pistole e fucili perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza. Marciarono verso il palazzo. Però quando arrivarono sotto il balcone del podestà, si fermarono e rimasero zitti. Perché senza la rabbia e la fame, senza l’orgoglio e il disgusto, senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione. Così il podestà scese in cantina, tornò con una bottiglia e la riconsegnò al popolo. C’era imbottigliata la libertà che avevano conquistato i loro nonni, ma che i padri s’erano già venduta da un pezzo. Potevano farci un inno o un partito, un circolo o una bandiera. La stapparono ma non riuscirono a farci niente. Perché la libertà da sola non serve. Allora il podestà si cercò in tasca e trovò una scatola di caramelle alla menta. La consegnò al popolo. E da quel momento i poveri furono liberi. Liberi di succhiare mentine”. Lo ricordate quello straordinario monologo di Ascanio Celestini, che ho trascritto in parte, che il grande attore ha recitato nel corso della trasmissione televisiva “Parla con me”? Pensate che il suo senso non potrebbe avere attinenza con l’oggi tempestoso che stiamo collettivamente vivendo? Nell’attesa inutile di un qualcosa che faccia invertire il corso della storia? Una storia intrisa di ineguaglianze e di soprusi grandi? Ma quel corso non può essere giammai invertito se non vengono a sostegno, a determinarne la fine, “la rabbia e la fame, senza l’orgoglio e il disgusto”, poiché “senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione”. È la lezione semplice, sociologicamente parlando, che ci ha impartito quello straordinario giullare. Con la pancia piena non si fanno le rivoluzioni. Ce lo insegnano i fatti straordinari di questi ultimi mesi: il fuoco divampato nel nord dell’Africa, ove la fame è fame vera e “niura” – nera - o come le finte rivoluzioni dei bamboccioni della perfida Albione che fanno la rivoluzione a modo loro per la tv al plasma, per l’ultimo telefonino e per altre corbellerie del genere. Da quale parte stanno i bamboccioni “de’ noantri”? Nella calura ultima agostana, quando la “parlacìa” – ovvero quel parlottare a volte concitato, con le voci che si accavallano per divenire più convincenti –, quella “parlacìa”, dicevo, da spiaggia, tra rivoli di sudore che imperlano la fronte ed il viso tutto, e tra nugoli di zanzare che distraggono dalle cose dette o non dette, mi portò a fare un’affermazione di quelle solenni, che avrebbe meritato, in altro contesto, ben altra accoglienza, grande fu la mia sorpresa a seguito di quella “parlacìa” nel riscontrare una scarsa, scarsissima attenzione alla “cosa” appena detta; ovvero, che le prime barricate da rivoluzione le avremmo dovute erigere noi, nel bel paese, allorquando il peggior governo di tutti i tempi della repubblica aveva sanzionato, senza appello alcuno ed a chiare lettere, che la povertà nel bel paese veniva riconosciuta come stato sociale ufficiale, da affrontare e lenire con la famigerata “social card”. Quello è stato il punto più alto e politicamente più significativo di non ritorno al passato; si sanciva, alla luce del sole, che le disuguaglianze sociali, le povertà vecchie e nuove, avevano ottenuto il loro riconoscimento e la loro istituzionalizzazione dalle più alte cariche dello stato e dal parlamento del bel paese. Nell’indifferenza generale.
Avveniva a quel punto che la Carta Costituzionale nostra era resa, se ancora ne sussistessero dei dubbi, “carta” straccia ove essa prescrive – all’articolo 3 - che sia “…compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. È di questi giorni una corrispondenza-riflessione del grande scrittore ebreo David  Grossman che parla di un “popolo nuovo” e di una “rivoluzione” inevitabile; un sognare ad occhi aperti nelle altre realtà sociali e politiche che si confrontano nel vecchio continente. Si chiede ad un certo punto della Sua analisi: “Come abbiamo potuto, per anni, condannare i bisognosi e gli affamati a una vita di umiliazione e delegare la loro assistenza alle mense dei poveri, agli enti di carità? Come abbiamo potuto abbandonare i lavoratori stranieri alle angherie di oppressori e persecutori, di mercanti di schiavi e di donne? Come abbiamo potuto rassegnarci a una prepotente politica di privatizzazione che ha sgretolato tutto ciò che avevamo caro: la solidarietà, la responsabilità e l´assistenza reciproca, la sensazione di appartenere a un solo popolo?”.  Da queste Sue domande ne devono discendere risposte concrete, una presa di coscienza del carattere di “classe” della lotta oramai ineludibile. Il titolo della riflessione, pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” –, che di seguito trascrivo in parte è: “C´è un popolo che scuote le nostre coscienze”. Ma la pancia ancora è troppo piena; bisognerà attendere che la fame divenga brutta e “niura” assai. (…). A tratti avevo l´impressione che ci guardassimo stupiti, perplessi e un po´ increduli di ciò che ci usciva di bocca: eravamo davvero una folla rabbiosa che agita i pugni come nelle manifestazioni in Tunisia, in Egitto, in Siria, in Grecia? Volevamo essere una folla come quella? Avevamo intenzioni serie quando gridavamo a ritmo cadenzato ri-vo-lu-zio-ne!? E che accadrà se avremo troppo successo? (…). Se le contestazioni e l´impeto si trasformeranno in anarchia? Ma dopo qualche passo è successo qualcosa, qualcosa che è entrato nel sangue. Il ritmo, lo slancio, l´essere insieme. Non un insieme minaccioso e senza volto ma un insieme multiforme, sfaccettato, confuso, famigliare, pervaso da un forte senso di ecco, stiamo facendo la cosa giusta, finalmente stiamo facendo la cosa giusta. E a quel punto è affiorato lo stupore: dove siamo stati finora? Come abbiamo potuto lasciare che tutto questo accadesse? Accettare che i governi da noi eletti trasformassero la nostra salute e l´istruzione dei nostri figli in un lusso? (…). Come abbiamo potuto, per anni, condannare i bisognosi e gli affamati a una vita di umiliazione e delegare la loro assistenza alle mense dei poveri, agli enti di carità? Come abbiamo potuto abbandonare i lavoratori stranieri alle angherie di oppressori e persecutori, di mercanti di schiavi e di donne? Come abbiamo potuto rassegnarci a una prepotente politica di privatizzazione che ha sgretolato tutto ciò che avevamo caro: la solidarietà, la responsabilità e l´assistenza reciproca, la sensazione di appartenere a un solo popolo? (…). A volte guardavamo in faccia la realtà. A qualcuno piaceva molto, altri ne erano inorriditi e disgustati. Ma anche questi dicevano sospirando: le cose stanno così. Quasi questa fosse una situazione ineluttabile, un castigo divino. E oltretutto abbiamo permesso alle televisioni commerciali di riempire il vuoto della coscienza collettiva descrivendoci in termini di predatori in lotta per la sopravvivenza che si accaniscono gli uni contro gli altri disprezzando i deboli, i diversi, i brutti, gli stupidi, i poveri. Da tanti anni ormai abbiamo smesso di dialogare, e sicuramente di ascoltare. Come sarebbe infatti possibile in questo clima di arraffa più che puoi non aggredirci a vicenda, razziare? In fin dei conti è quello che ci dicono di fare in tutti i modi possibili: ognuno per sé. E più queste incessanti schermaglie ci indebolivano più era facile controllarci, manipolarci, stordirci, vittime di un occulto ed efficace divide et impera. E così, per i detentori del capitale, del potere e degli organi di stampa, l´occuparsi di questioni cruciali si trasformava in uno scontro tra chi ama il Paese e chi lo odia, chi gli è fedele e chi lo tradisce, (…). Ogni dibattito razionale finiva immerso in uno sciroppo di sentimentalismo, di patriottismo e di nazionalismo kitsch, di ipocrita virtuosità e di vittimismo. Un poco alla volta ci è stata preclusa la possibilità di criticare lucidamente ciò che stava accadendo. (…). Ma ecco che, improvvisamente e contrariamente a ogni previsione, è accaduto qualcosa. La gente si è svegliata, si è aperta a un´iniziativa che ancora non si sa dove ci porterà, che non è ancora del tutto comprensibile o descrivibile a parole ma che si chiarisce e prende forma leggendo gli slogan che, usciti d´un tratto dal guscio dei cliché, si trasformano in sentimenti vivi: - Il popolo vuole giustizia sociale, non carità! -, e altre frasi e formule di epoche passate. A tratti, nell´aria, si avvertono i segnali di una possibile guarigione, di una rettifica, e torna qualcosa di dimenticato: il rispetto per noi stessi. (…). Avete appena finito di leggere la “sfogliatura” postata una domenica – il giorno 21 – del mese di agosto dell’anno 2011. A quale punto ci si ritrova in attesa di quella, ovvero di una “rivoluzione”? In verità la “rivoluzione” l’han fatta quelli del “capitale finanziarizzato”, i pochi ricchi di questo millennio, i vincitori insomma, quell’1% della umanità che determina indisturbato al restante 99% il destino.   

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