"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 11 agosto 2026

MaldItalia. 04 Pino Corrias: «Berlusconi lo aveva capito trent’anni fa: la politica non doveva più rappresentare la realtà, doveva produrla. Meloni governa dentro quella rivoluzione. Ha sostituito il sorriso aziendale con la nazione assediata. Il venditore con la combattente».


Avvio una nuova rubrichetta senza tante pretese. Annuncio di già di utilizzare per essa una sola fonte bibliografica, ovvero la recentissima pubblicazione “Il paese del pressappoco” di Raffaele Simone. Per quale motivo una scelta così limitata? La risposta è molto semplice. Da tantissime recensioni il lavoro di Raffaele Simone è stato presentato come un lavoro quasi “minore”, un “pamphlet” per l’appunto, così come lo stesso Simone lo definisce a conclusione della sua fatica nelle rituali pagine “Fonti e ringraziamenti”. Un lavoro quindi non accademico, non paludato, come tanta saggistica corrente che ha la pretesa di affrontare i “massimi sistemi” senza trasmettere il resto di niente; ed invece si è rivelato un libro intanto di facile e scorrevole lettura, ma soprattutto un libro nel quale ci si può ritrovare e che è capace di trasmettere sensazioni e percezioni del vivere all’italiana ben difficilmente rintracciabili in altri lavori similari. Scopo della rubrichetta non tanto nascosto? Provare a condividere o socializzare, come un tempo andato si soleva dire,  del libro di Raffaele Simone, i passi che più mi hanno colpito, quelli indubbiamente subito accettati e condivisi, e la cui scelta e responsabilità della stessa è da fare risalire esclusivamente alle “fisime” del redattore, alle sue idiosincrasie, alle sue personali esigenze ed inclinazioni ché, indubbiamente, anche altri passi, altri brani o altre intiere pagine avrebbero meritato la stessa massima considerazione e la loro subitanea trascrizione. Ma il vantaggio di chi legge, per il piacere sempre smodato della lettura, risiede proprio nella libertà che ci si può concedere poi di riproporre le pagine o paginette che al momento della lettura, e senza una ulteriore fase di ripensamento, sono state come un fulmine a ciel sereno ed in altri taluni casi come un “pugno nello stomaco”; ed è il caso delle parti del lavoro di Raffaele Simone che verranno riproposte in questa rubrichetta. Susciteranno le stesse sensazioni e percezioni che sono state capaci di suscitare all’intrepido lettore divenuto, in seguito improvvido redattore delle stesse? Probabilmente dalla natura e dalla quantità dei commenti che i lettori si spera lasceranno, traccia sarà possibile per scoprire, o per riscoprire, il tumulto di sentimenti che lo scrivere di Raffaele Simone è stato capace di sollecitare ed indurre nel corso della primaria lettura. Dimenticavo il sottotitolo del volume: “Illazioni sull’Italia che non va”. Solamente illazioni, o qualcosa d’altro? Anche il titolo della rubrichetta è stato mutuato, e “liftato” per la bisogna, sempre dal volume di Raffaele Simone, all’interno del quale titola il capitolo ventiduesimo “Il male d’Italia”, per l’appunto. “(…). …Shelley diceva così: «Ci sono due Italie: una costituita dalla terra verde, dal mare trasparente, dalle possenti rovine dei templi antichi, dalle montagne aeree e dall’atmosfera calma e radiosa che è diffusa in tutte le cose. L’altra consiste negli italiani di oggi, nelle loro opere e nei loro costumi. L’una è la più sublime e leggiadra visione che possa essere concepita dall’immaginazione umana; l’altra la più degradata, disgustosa e odiosa. (…)».

N.d.r. Da una nota a piè di pagina contenuta nel volume alla pagina 21: “P.B. Shelley, lettera a L. Hunt, 20 dicembre 1818”.

(Postato al tempo, il 4 di novembre dell’anno 2005, su di “un altrove” che non c’è più).

“Le infinite bugie della Repubblica” di Pino Corrias, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, martedì 11 di agosto 2026: Al tempo remoto di Andreotti, il politico mentiva e sperava, protetto dal buio dell’inchiostro, di non essere scoperto. In quello istantaneo di Giorgia Meloni, la menzogna lampeggia in video, strilla sui social e punta a essere condivisa: “Ceuta è in Europa e la Spagna confina con l’Italia, per questo sospendiamo Schengen”. “A Marcinelle, Landini ha dato le spalle a La Russa e ha offeso la nazione”. “Le accise sui carburanti sono colpa della sinistra”. “Delmastro non ha nulla da nascondere”. “Abbiamo abbassato le tasse”. “Mai così tanti soldi alla Sanità”. “Se i magistrati vincono il Referendum, avremo gli stupratori e i pedofili per strada e tante altre Garlasco”. La bugia non è più l’incidente della politica. È diventata la sua tecnica. Un materiale da costruzione per l’identità e la vendetta. Silvio Berlusconi l’ha scoperto e usato per primo in forma industriale sia per dire cose pesantissime, “da noi la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”, sia per rendere vera la suprema idiozia di Ruby nipote di Mubarak, giurando “sulla testa dei miei cinque figli”, con la destra bambocciona che applaude in Parlamento. Per interesse privato e sciagura pubblica, Berlusconi in trent’anni ha costruito un’Italia immaginaria: il Paese del benessere. Dei ristoranti pieni. Della rivoluzione liberale. Delle tasse diminuite. Del milione di posti di lavoro. Dei giudici comunisti che complottano per attribuirgli mafia, tangenti, minorenni. Con la tv ha spostato il confine tra il fatto e il racconto. Ha imposto la somma centralità del leader, il controllo dell’agenda, il vittimismo giudiziario, la costruzione di una verità emotiva capace sempre di prevalere sulla verifica. Meloni aggiorna la fabbrica delle menzogne. Con i social e lo smartphone le rende portatili. Il comizio diventa permanente: video, tweet, Instagram. Nessuna domanda. Nessuna replica. Nessun giornalista che interrompa, ma solo i Porro, i Sallusti, i Del Debbio che si bevono tutto. Si sceglie un fatto, si ritaglia la parte utile, lo si incornicia per il proprio pubblico. Ogni sbarco diventa un’invasione. Ogni rissa di strada, un’emergenza. Ogni sentenza sfavorevole, un attacco al governo. Ogni protesta, l’anticamera del terrorismo. Una stella a cinque punte disegnata col pennarello sul muro di una scuola, il ritorno delle Brigate rosse. Se Donald Trump ordina di spendere il 5 per cento del Pil in armamenti, Giorgia e l’intero governo, allestiscono la bufala dell’aumento dall’1,5 al 2,1 per cento, riclassificando spese ordinarie – come le pensioni del personale militare, la cyber sicurezza, le missioni estere dei carabinieri – con astuta truffa contabile, come se dal nulla fossero comparsi 12 miliardi di euro in carri armati, munizioni e soldati. Non falsificano del tutto i numeri, ma solo quello che i numeri lasciano immaginare. Stessa dinamica con Ceuta. Gli immigrati invadono, in un giorno solo, le spiagge dell’enclave e le tv del mondo. Meloni ne approfitta per attaccare Sánchez e il suo governo socialista. Lo strillo di copertina dice: “Ecco le porte aperte della sinistra!” La crisi reale diventa immediatamente una nera favola politica.

I dati sugli sbarchi nei primi sei mesi del 2026 dicono che ci sono stati 16mila ingressi in Grecia, 15mila in Italia e solo 12mila in Spagna. Ma la matematica non conta e stavolta neanche la geografia, visto che Ceuta è in Africa, non in Europa. La paura funziona meglio. E tutti i particolari che complicano il racconto vengono espulsi dalla scena. È quello che il linguista George Lakoff chiama “frame”. In questo caso la cornice è “invasione” con risonanza così forte che finisce per autoavverarsi: i confini sono violati, l’Europa è assediata, la sinistra è complice. Il verdetto arriva all’istante. Ulteriori spiegazioni sono noiose, ingombranti, ipocrite. Il meccanismo aggiorna quello della propaganda. La ripetizione dell’allarme e della denuncia conferma il messaggio inventato e cancella quello vero. A Marcinelle tre sindacalisti voltano le spalle al palco dove La Russa, presidente del Senato, sta commemorando la strage di minatori, anno 1956. Parte l’assalto dei comunicati di Fratelli d’Italia contro la Cgil: “Vergogna! Vergogna!”. La notizia è falsa. I tre sindacalisti che si voltano sono belgi e rivendicano il gesto. La Cgil non c’entra niente. Ma la denuncia è un frame ghiotto. Gli strilli sono un buono pasto per la propaganda. Meloni lo afferra, arrotando il tono e lo sguardo per la grande indignazione: “Voltare le spalle è un gesto grave e vergognoso!”. Nemmeno le immagini che mostrano la falsità dell’accusa servono a cambiare il verdetto: “È inutile che Landini smentisca. Chieda scusa”. Berlusconi lo aveva capito trent’anni fa: la politica non doveva più rappresentare la realtà, doveva produrla. Meloni governa dentro quella rivoluzione. Ha sostituito il sorriso aziendale con la nazione assediata. Il venditore con la combattente. Il Re Mida che si è fatto da solo, con l’Underdog che da sola cavalca. Con lei la menzogna non è più una vergogna da nascondere, ma un metodo di governo da esibire. La propaganda non serve più a mostrare ciò che ha fatto. Serve a nascondere ciò che non ha fatto. A ingrandire quello che conviene. A cancellare ciò che disturba. A inventare il nemico necessario. A fabbricare una realtà sufficientemente semplice da stare dentro uno slogan. E sufficientemente falsa perché il potere possa starci comodo. Il danno finale non è che i cittadini credano a una bugia. È peggio. È che smettano di pretendere la verità.

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