"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 20 agosto 2026

Quellichelasinistra. 47 Simone Gasperin: «La democrazia non si esaurisce col formale esercizio di voto, ma si compie quando le decisioni più rilevanti per la collettività non vengono soggiogate dall'interesse di pochi».

                                            Sopra. Tina Merlin.

Il dì 20 di agosto del 1849 all'una e mezza del pomeriggio l'Austria doveva essere distrutta: così era stato deciso nel “Circolo della pistola". Non so più neanche di che cosa si fosse resa colpevole l'Austria allora, ma posso affermare senza il minimo dubbio che la decisione era stata presa dopo matura riflessione. Non c'era ormai niente da fare, la cosa era stata deliberata e giurata e l'esecuzione era stata affidata alle mani esperte di Jan Zizka da Trocnov, di Prokop Holy di Prokupek e di Mikulas da Husi, ossia a me, a Peppino Rumpal, il figlio del salumaio, a Cecchino Mastny, il figlio del calzolaio, e a Tonino Hochmann, quello che veniva dai dintorni di Rakovnik e studiava a spese del fratello, contadino benestante. [...].  Racconto con perfetta sincerità: mi sentivo proprio male. Veramente un certo malessere mi serpeggiava in corpo già da parecchi giorni e cresceva in proporzione di quanto si avvicinava il 20 di agosto. (Tratto da “Come fu…”  - 1878 - di Jan Neruda).

C’è un barbatrucco che non delude mai, che uccide più gente della malaria e che si chiama “capitalismo”, avvolge il pianeta senza apparente possibilità di cambiamento e consiste in una cosa piuttosto semplice: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Tipo una scommessa, per intenderci, che se vinci incassi tu, e se perdi perdono tutti: nel Paese della Fiat non è il caso di fare un disegnino esplicativo, ci siamo capiti. Esistono migliaia di casi di scuola, naturalmente, alcuni nascosti e alcuni conosciuti e studiati in tutto il mondo. Uno per tutti, la triste faccenda della Coca-Cola in Chiapas (Messico), dove l’acqua potabile è un grosso problema e le guide turistiche sconsigliano persino di lavarsi i denti con quella del rubinetto, ma la famosa multinazionale delle bollicine ne usa milioni e milioni di litri pagati una sciocchezza, sottraendola di fatto alla popolazione locale, che infatti beve Coca-Cola (consumo più alto del mondo, due litri pro capite al giorno) perché costa meno dell’acqua potabile. Risultato: immensi guadagni per pochi, record di morti per diabete per molti. Il capitalismo (e le complicità della politica), spiegato bene. Se non vi piace questa storia e il Chiapas vi sembra lontano lontano, potete dilettarvi con qualcosa che succede qui e ora: i data-center, cioè quei capannoni che contengono enormi server (semplifico) che assicurano una mostruosa potenza di calcolo al web, e soprattutto all’intelligenza artificiale. Sono “aziende” che danno lavoro a poche persone, al massimo un centinaio di tecnici, hanno rendimenti spaventosi, quasi tutti destinati alle cinque o sei enormi aziende del settore (quella decina di miliardari americani che fanno il bello e il cattivo tempo), inquinano spaventosamente e consumano una quantità inimmaginabile di acqua. Secondo il Financial Times, che non è esattamente una fanzine ecologista, i sessanta data-center in costruzione attualmente negli Stati Uniti inquineranno come 27 centrali a carbone, oppure come 24 milioni di auto a benzina: niente male. Per quanto riguarda il consumo di acqua, invece, si stima che nel 2030, praticamente domani mattina, i data-center del mondo basati sull’intelligenza artificiale, consumeranno 9.300 miliardi di litri d’acqua ogni anno, il che significa il fabbisogno idrico di un miliardo e trecento milioni di esseri umani. Calcolando che già oggi almeno quattro miliardi di persone soffrono di disagio idrico, non è male nemmeno questo, ed esistono sul pianeta decine e decine di comunità “assetate” perché bisogna raffreddare i server. E poi ci sarebbe la questioncella dell’energia, non un dettaglio. In Irlanda, per dirne una, i data-center utilizzano il 23 per cento di tutta l’energia del paese. Qui da noi, invece, dove il settore è in pieno sviluppo e giacciono in attesa più di 500 pratiche di costruzione e installazione, la domanda di energia dedicata solo a queste “fabbriche di dati” raggiungerebbe i 95 GigaWatt. Per avere un’idea delle grandezze, il picco di consumo nazionale è del luglio 2025, quando tutta l’Italia consumò 60,5 GigaWatt: ne serviranno il 150 per cento in più. Quando andrà adeguata la rete (una cosuccia che costa), naturalmente, non la pagheranno i grandi attori dell’intelligenza artificiale, che già godono di agevolazioni fiscali, favori e incentivi in tutto il mondo, ma noi, con le nostre bollette. Ed ecco privatizzati i profitti e socializzate le perdite, proprio come sta scritto nelle prime pagine del manuale mondiale del capitalismo. (Tratto da “Capitalismo vorace. Acqua, energia e Co2: profitti per pochi, costi per tutti”, testo di Alessandro Robecchi).

“A Tina, che ancora ci ricorda a cosa serve l’informazione”, testo di Simone Gasperin - economista e consulente presso l'Institute for Public Policy Research di Londra -: “Sono nata il 19 agosto 1926 a Trichiana (Belluno) da madre contadina e Padre muratore". Tina Merlin (…) avrebbe compiuto 100 anni e così apriva una sua nota autobiografica. Sebbene ignota a larga parte del pubblico nazionale, al di là di qualche generico rimando a "quella del Vajont", Clementina "Tina" Merlin è stata una protagonista del Novecento italiano. E la sua importanza non si esaurisce nell'aver testimoniato e preannunciato una strage programmata, nel silenzio mediatico e contro ogni ostilità: la storia di Tina Merlin, per dirla ancora con le sue stesse parole, "assomiglia molto a quelle di oggi. È contrassegnata dallo stesso marchio: il potere". O meglio, le forme di potere con cui si confrontò per tutta la vita: privata, politica e professionale. Il potere dei centri urbani contro le periferie provinciali, il potere dei signorotti sui proletari contadini e sulle donne di servizio, il potere del regime fascista e degli occupanti nazisti, il potere politico dei partiti di governo, il potere economico del monopolio elettrico privato, il potere mediatico della grande stampa, il potere patriarcale-maschilista del suo stesso partito... Ultimogenita di genitori anziani, all'età di 13 anni finì a lavorare come bambinaia presso una ricca famiglia di Milano. Neanche maggiorenne, diventò staffetta partigiana, nome di battaglia "Joe". Fu durante la Resistenza che decise che non avrebbe "più fatto la serva" e si legò al ricostituito Partito Comunista Italiano, grazie al quale ottenne la formazione scolastica, che aveva dovuto interrompere alle elementari. Nel 1950 vinse un concorso letterario dell'Unità, l'anno successivo fu assunta come corrispondente da Belluno: lavorò al quotidiano del partito, arrivando a dirigere l'edizione regionale da Venezia, fino alla pensione. Eppure i motivi per ricordare, (…), la vita e l'opera di Tina Merlin trascendono il mero resoconto biografico. Toccano questioni attualissime come la crisi della mobilità sociale, i divari territoriali, il dominio dei potentati economici e il presidio democratico dell'informazione. Tina emerse e sbocciò da una condizione subalterna, per indubbi meriti personali, ma grazie soprattutto alla sua appartenenza al Pci, un'organizzazione che praticava l'emancipazione di classe al suo interno, mentre la rivendicava sul piano politico. L'eredità di quel mondo, contrassegnato da conflitti e speranze di riscatto, è oggi pressoché dissipata: cresce il numero di famiglie rassegnate al peggioramento delle condizioni sociali dei propri figli, mentre i cosiddetti "nepo baby'' dilagano in ogni ambito - lavorativo, artistico, politico e imprenditoriale - rafforzando il senso di impotenza in chi è privo di rendite e reti relazionali. L'attività giornalistica e pubblicistica di Tina Merlin si concentrò su casi di forte impronta territoriale: la montagna, l'emigrazione, le vertenze contadine (come fu in origine quella del Vajont) e operaie (nell'alto vicentino). La "questione territoriale" è tornata a mordere l'Italia di oggi: oltre 100 mila italiani ogni anno emigrano permanentemente all'estero, mentre il Sud e le aree interne subiscono un progressivo spopolamento. Il procedere della de-industrializzazione, in favore di un modello economico iperturistico, si traduce in chiusura di fabbriche e conseguenti ferite impresse nel tessuto locale. Il tutto spesso nella concreta indifferenza, talvolta impregnata di presunta superiorità culturale, delle classi dirigenti nazionali, prevalentemente urbane. La vicenda del Vajont fu certamente la più paradigmatica fra quelle che interessarono la figura di Tina Merlin. A partire dal maggio 1959, quando fu portata in tribunale dalla Sade di Vittorio Cini, già ministro fascista nel 1943. Il capo d'imputazione (da cui fu interamente assolta)? La pubblicazione di un articolo per l'Unità che avrebbe diffuso "notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico". Da tempo Tina documentava i soprusi che la Sade, la società elettrica monopolista nel triveneto (prima della nazionalizzazione del 1962), stava imponendo alle popolazioni montane interessate dalla costruzione del bacino idroelettrico del Vajont: in molti articoli aveva denunciato la smania di profitto della Sade e gli intrighi col sistema politico che portarono alla costruzione della diga, anche grazie a ricchi finanziamenti statali, nonostante gli accertati rischi geologici che preconizzavano la catastrofe. Quando, era il 9 ottobre 1963, una massa di oltre 260 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e precipitò nel lago artificiale, l'onda d'acqua che ne scaturì provocò la mortale devastazione degli abitati di Erto e Casso (sull'altro versante montano) e di Longarone (sulla valle del Piave). In pochi minuti persero la vita quasi duemila persone. Nei giorni successivi, mentre i quotidiani nazionali tacevano o si concentravano sulla pietà per le vittime e le operazioni di soccorso, sull'Unità Tina ammoniva "è tempo di imparare qualcosa". Mesi dopo tornerà sul punto, concludendo sconsolata un'intervista tv: "La gente piange i suoi morti, ma più di tutto odia chi li ha uccisi". Il suo libro di inchiesta sulle ragioni e sui responsabili della tragedia del Vajont (Sulla pelle viva) impiegherà vent'anni a trovare un editore disposto a pubblicarlo. Molto è cambiato da allora, ma non la centralità del sistema di informazione nel disvelare gli interessi e l'operato delle concentrazioni di potere economico-finanziario: vale ancora oggi per vicende fondamentali come il crollo del Ponte Morandi, i danni ambientali dell’Ilva privatizzata, le responsabilità delle società energetiche per la crisi climatica e il costo della vita, o le ripercussioni della fusione fra banche (largamente derubricata a innocuo "risiko bancario").

Tina Merlin scomparve nel dicembre del 1991, mentre il mondo in cui si era fatta largo fra mille difficoltà cambiava per sempre. Nella sua costante ricerca della verità, e nel dare voce a chi non ne aveva, si cela una lezione di validità universale: la democrazia, per la quale aveva combattuto a colpi di fucile durante la Resistenza, non si esaurisce col formale esercizio di voto, ma si compie quando le decisioni più rilevanti per la collettività non vengono soggiogate dall'interesse di pochi. Con "la rabbia e la speranza" (titolo di una sua raccolta di scritti), ma anche con la forza del suo esempio e delle sue idee, è possibile, forse necessario, trovare ispirazione per un futuro migliore.

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati su “il Fatto Quotidiano” di ieri, mercoledì 19 di agosto 2026.

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