"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 13 settembre 2025

Lastoriasiamonoi. 97 “Diconsi Reggitori del Mondo”.


Nella storia moderna non si ricorda potenza così aliena alla politica. Tanto che il coma da cui non sembra riprendersi il Congresso, già cuore del sistema, non suscita speciali emozioni. A eccitare il pubblico sono le spaccature che incrinano la nazione. Molti americani non si riconoscono reciprocamente tali. Clima che facilita la rivoluzione dall’alto condotta da Trump applicando ricette elaborate nei dettagli dai suoi think tank di riferimento, Heritage Foundation in testa. Cucinate e servite all’istante via ordini esecutivi modellati sugli ukaz del Cremlino. Il pennarello nero agitato con gusto dal presidente è l’icona mediatica del Trump bis, che non esclude il ter. Sul quale l’ultima parola dirà eventualmente la Corte Suprema, unico contropotere capace di complicare i piani dello scatenato tycoon. Se, come pare, la sua componente destrorsa si dimostrerà meno corriva del previsto verso la Casa Bianca, la prospettiva di un duello all’ultimo sangue fra i due veri centri del potere americano si farà concreta. Assistiamo a una rivoluzione a tutti gli effetti salvo nel nome. Non ascrivibile all’uomo solo al comando. Concentrarsi sulla psicologia di Trump, indubbiamente eccentrica, con tratti patologici, è il miglior modo per non capire il cambio di regime in corso. L’accentramento delle decisioni sul presidente e sulla sua squadra, tutt’altro che omogenea, deriva dalla crisi di legittimazione del sistema più di quanto la produca. Se ci concentriamo troppo sulla superficie istituzionale perdiamo di vista l’ambizione antropologica della galassia trumpiana: creare il nuovo homo americanus, ossia reinventare quello dei ruggenti anni Cinquanta, riferimento biografico di Trump e socioculturale delle teste d’uovo che lo cavalcano — o tentano di farlo. Il presidente attinge alla grammatica razzista che vede nei bianchi una maggioranza oppressa, che rischia di scadere a minoranza entro il 2050 se il vantato scudo anti-migranti non si mostrerà effettivo. Il nuovo/vecchio americano dei sogni trumpisti è inteso libero dai liberal. Nemici assoluti. Traditori della patria, colpevoli di aver dimenticato i “deplorevoli” lavoratori bianchi per favorire migranti e minoranze colorate. Per di più tendenti a esprimersi con arroganza, saccenteria fuori posto visto lo stato di crisi in cui versa il Paese conquistato dai “deplorevoli” di ceto basso e modesta cultura. Lo scollamento domestico è visibile nello sfilacciamento delle legature sociali e delle regole istituzionali, nella crisi di famiglie e comunità che sfocia nella devastante diffusione di droghe pesanti. Sullo sfondo, il fallimento della globalizzazione cantata e suonata da Clinton e successori, sia sul fronte economico interno sia coltivando l’utopia di americanizzare il mondo a colpi di mercatismo. Missione fondata sull’esorbitante privilegio del dollaro e sul ruolo di compratore di ultima istanza del surplus universale esibito dall’America liberal-imperiale. Nell’impossibilità di gestire un impero senza limiti, la repubblica denuncia una forse irreversibile crisi d’identità. A noi provinciali dell’impero in regressione, la rivoluzione trumpiana impone costi cui non siamo preparati. Non solo materiali, come quelli prodotti dai dazi o dal rifinanziamento delle spese militari acquistando di preferenza armi americane, a scapito di quel che residua dello Stato sociale. Soprattutto psicologici e culturali, perché il capocordata ha ormai altre priorità, esterne al perimetro atlantico. Se poi, come temiamo probabile, la svolta trumpiana non guarirà l’America dai suoi mali ma li accentuerà, saremo chiamati a prendere con la nostra testa decisioni fino a ieri impensabili. Anche a rischio di irritare il distratto principale e di affrontare mischie fra europei più svelti di noi nell’adattarsi al ciascuno per sé nessuno per tutti. Non il nostro forte. (Tratto da “L’addio americano alla democrazia” di Lucio Caracciolo pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del primo di settembre 2025).

DiconsiReggitoriDelMondo”. “Kim Jong-un, Celeste dittatore con il debole per le uccisioni show”, testo di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, venerdì 12 di settembre 2025: (…). Kim ama le armi, le fuoriserie, le riunioni notturne e le fucilazioni. Ha ereditato il potere assoluto dal nonno divino, “generato dal sacro Monte Paektu”, e dal padre “il Caro Leader”. Lo ha mantenuto costellandolo di esecuzioni spettacolari dei suoi oppositori liquidati con il veleno, i plotoni con mitragliatrici antiaeree, il lanciafiamme. A cominciare dallo zio che fa arrestare in pieno Comitato centrale e poi giustiziare per “avere battuto le mani senza entusiasmo”. L’abbiamo appena rivisto avanzare in total black tra i giganti dell’altro mondo Xi Jinping, Narendra Modi, Vladimir Putin, sotto il cielo armato di Pechino, dopo avere parcheggiato il suo treno personale, detto “Il Sole”, con cui si sposta, un giocattolo di sei vagoni, talmente blindato da non superare mai i 60 chilometri all’ora, tre giorni di viaggio da Pyongyang. Vagoni e vettovaglie extralusso. Con generali vivi al seguito, aragoste e fois gras, le sue tre passioni, oltre all’astro nascente della figlia Ju-ae, al suo primo viaggio internazionale che gli esperti dei riti nordcoreani segnalano come investitura per la successione, anche se nessuno sa molto di lei, forse ha 12 anni, forse 13, e il babbo l’ha presentata al mondo nel 2022, facendola fotografare in piumino bianco tra lui e il missile balistico intercontinentale ICBM alto 35 metri che svettava alle loro spalle, con il suo messaggio di imminente minaccia. Il potere, al momento, gli sorride. Ha spedito qualche migliaio di soldatini a farsi macellare sul fronte del Donbass, in omaggio “al caro fratello” Vladimir in cambio di visibilità internazionale e di petrolio. Incassa gli aiuti dalla Cina, cibo, armi, tecnologia. Oltre a una rete segreta di 90 paesi che secondo la Commissione Onu gli garantisce approvvigionamenti di beni sottoposti a sanzioni come automobili, iPhone, vestiti, vini, liquori, destinati alle alte gerarchie militari, solo le briciole per i 23 milioni di nordcoreani per lo più contadini, inchiodati a una povertà atavica e a ricorrenti carestie. Nel frattempo perfeziona il suo arsenale nucleare inaugurato dal padre nel 2006 e a intervalli bipolari spedisce missili nel Mar del Giappone, tanto per tenere i vicini con i nervi tesi. Mentre con i nemici di sempre, la Corea del Sud dell’odiata e ricca Seul, bypassa il confine più militarizzato del mondo che dal 1953 corre lungo il 38esimo parallelo, affidandosi a incursioni hacker di una unità speciale di maghi del computer impegnati 24 ore su 24 nella cyberguerra più segreta di sempre. Ma neanche disdegna visibilissimi dispetti, come nel maggio dell’anno scorso, quando per un mese bombardò i cieli della Sud Corea con palloni aerostatici pieni di escrementi umani e animali, cicche di sigarette, spazzatura, volantini di insulti, in risposta ai palloni che Seul spediva nel Nord, pieni di usb con serie televisive e musica K-pop proibite dal regime. In quanto alla nuova America di Trump e al netto di qualche reciproco insulto preventivo, Kim e Donald se la intendono. Dopo averlo chiamato Chubby Brat, il “marmocchio paffuto” e The Nut Job, “lo svitato”, Trump lo ha incontrato tre volte durante la sua prima presidenza, con diplomazie al lavoro per “migliorare i reciproci rapporti”. E lo scorso agosto ha annunciato un nuovo incontro “entro l’anno”. Con Kim che gli ha addirittura proposto di costruire una Trump Tower a Pyongyang, offerta gradita quanto l’hamburger che si sono ripromessi di mangiare insieme. A parte il taglio di capelli all’ascia, i giubbotti di pelle su misura e le insonni paranoie, non si sa molto di lui, neppure la sua data di nascita, forse il 1983. Allevato nel lusso dei palazzi segreti, il piccolo Kim ha trascorso l’adolescenza nei collegi svizzeri e tedeschi sotto le mentite spoglie di figlio di un impiegato dell’ambasciata coreana. Salvo che nella casa di Berna aveva un cuoco, un tutor, una pattuglia di guardie del corpo. I compagni di scuola lo hanno descritto come diligente, introverso, appassionato di basket e Playstation, non un ragazzino memorabile, salvo la ricchezza e l’appetito. Per la laurea in Informatica ha prudentemente scelto l’università militare di casa, intitolata al nonno e governata dal padre, dunque promosso a pieni voti. L’ascesa al potere è stata rapida e spietata. Secondo i dossier dei servizi segreti occidentali, cinque dei sette dignitari che trasportavano la bara del padre, spariranno o moriranno nei mesi in cui perfeziona la sua nuova squadra di fedelissimi. Gli analisti americani che lo studiano con la pazienza degli entomologi lo descrivono “capriccioso, lunatico, cattivo”. Gli viene persino attribuita l’esecuzione di un nemico gettato nudo dentro una gabbia di cani affamati. Favola nera che non gli dispiace e che non si sogna di smentire. Mentre è avvenuta davanti alle telecamere dell’aeroporto di Kuala Lumpur e poi del mondo, 23 febbraio 2017, l’omicidio del fratellastro liquidato da due agenti, con una dose di gas nervino. Tutto quello che lo riguarda è mortale segreto di Stato. Nessuna critica è consentita. A cominciare da quando il padre, per i suoi 8 anni, gli regala la divisa da generale e tutte le autorità militari ricevono l’ordine di inchinarsi davanti a lui. Da allora vive nel perfetto isolamento della sua corte, circondato da deferenza e terrore. I media lo chiamano “Maresciallo della Nazione, “Presidente supremo”, “Sole splendente”, “Genio tra i geni”. Ossessionato dalla sicurezza vive circondato da un reparto speciale di guardie del corpo, che comprende assaggiatori e sosia. Ma sa come farsi male da solo: fuma due pacchetti di sigarette Yves Saint Laurent al giorno. Beve troppo Johnny Walker, è goloso di dolci, pesa 130 chili e da quando ha 36 anni è ammalato di diabete. Oltre alla figlia, il solo legame speciale esibito è con la sorella Kim Yo-jong, 38 anni, che pare sappia fronteggiare i suoi eccessi d’ira. Furori che di quando in quando corrobora con la minaccia nucleare verso il nemico Occidente. È tutto lì il suo peso geopolitico. Il resto è un buco nero di arbitrio e oscurità, che fino a ieri sembrava un residuo d’altro secolo, ma ora risulta sempre più in sintonia con quello nuovo.

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