"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 9 agosto 2026

Cosedettecosì. 48 “Cronachette dell’Estate”.


Il 9, verso sera, si formò in Val di Savena un turbine ciclonico, come scrissero i giornali in cronaca, che scatenò sul borgo di San Ruffillo grande violenza di fulmini, acqua, grandine e vento. Fece del danno assai, intorbidò molto e gonfiò la scarsa vena del Savena, fece uno sterminio di tegoli, mostrò, al dire del prete della Pieve del Pino, che la divinità cominciava a averne abbastanza della nequizia umana; e rinfrescò l'aria quando veramente pareva che l'afa non fosse più sopportabile. [...]. I torbidi avevano richiamato Re Vittorio, che era a caccia sulle sue Alpi, alla Capitale e al caldo. Il 9 d'agosto verso sera, inquieto, si era portata una seggiola nel vano di una finestra del Quirinale, e fumando un sigaro guardava col melanconico furore di un cacciatore costretto a perdere la caccia, la piazza di Monte Cavallo e i due eroici nudi delle statue, ferme nell'armoniosa tristezza della perfezione greca; ascoltava il singulto della fontana nella vasca, che pareva la voce crepuscolare di Roma estiva sontuosa. (Tratto da “Il diavolo al Pontelungo” – 1927 – di Riccardo Bacchelli).

CronachettedellEstate”.1 “Ho visto cose che voi umani” di Massimo Giannini: (…). Non voglio cedere al pessimismo cosmico di un immenso viaggiatore come Tiziano Terzani, che diceva "brutta invenzione il turismo, una delle industrie più malefiche, ha ridotto il mondo a una Disneyland senza confini...". E non voglio scivolare nemmeno nei cliché della copiosa cinematografia di genere, i radical chic di Capalbio contro i barbari di Coccia di Morto, raccontati da Roberto Milani in Come un gatto in tangenziale, o i sofisticati Molino contro i burini Mazzalupi, immortalati da Paolo Virzì in Ferie d'agosto. Ognuno ha diritto di fare le vacanze dove gli pare, e ci mancherebbe altro. È il turismo di massa, bellezza, e fa guadagnare un sacco di gente. Detto questo, però, io temo il peggio. Tutto mi pare sempre più a rischio: la bellezza dei luoghi, la tutela dei paesaggi, la conservazione dei beni culturali, la tenuta delle relazioni sociali. Parlo per fatto personale. Per ragioni di promozione di un mio libro, sono reduce da un weekend lungo a Ponza. Solo chi non c'è mai stato può dubitare che sia una delle isolette più belle del Mediterraneo. Ma forse la gente - sia chi ci vive, sia chi ci va in ferie - non si rende conto di cosa stiamo distruggendo. Già all'imbarco, ad Anzio, ho visto una bolgia infernale di automobili e taxi, di minivan e pulmini, ammassati sul molo e paralizzati tra la polvere e i fumi di scarico in quello che il mitico Bellavista di De Crescenzo chiamava "l'ingorgo a spina di pesce". Sbarcati su Pòntos, che fu meravigliosa colonia greca, ho visto cose che voi umani. Frotte viventi all'assalto delle centinaia di barcaioli che affittano flotte galleggianti di gommoni e motoscafi, comitive di giovani scossi da tempeste ormonali che assediano i dehors del lungomare per l'apericena, famiglie di vario lignaggio e di diverso conto bancario che si intruppano davanti ai B&B, ai mini-hotel e ai residence. Al mattino, al Frontone, mi sono accalcato sui ciottoli in mezzo a sciami di vacanzieri in arrivo da Roma, da Latina, da Napoli. Ho guardato in rada e ho contato quarantotto tra yacht, catamarani, barche a vela, ferri da stiro a motore, canotti e caicchi, tutti ancorati, mentre sullo sfondo sbuffavano traghetti e aliscafi in entrata e in uscita. Ho nuotato un'ora al mattino e un'altra il pomeriggio, con gli occhialini, in un'acqua fantastica azzurra e trasparente come il cristallo, e giuro in due ore ho visto in tutto quattro pesciolini. La sera, dopo cena, ho provato a passeggiare per i deliziosi vicoletti colorati del paese: ho marciato col branco, un passettino alla volta, come nella metropolitana di Tokyo. Quando sono ripartito, dalla nave, ho guardato le casette gialle e celesti di Santa Maria, poi le bianche scogliere di Cala Schiavone. E ho pensato che la Grande Bellezza non sopravvivrà all'overtourism.

CronachettedellEstate”. 2 “Come un incubo ricorrente” di Malcom Pagani: In un pomeriggio estivo di granite e cicale il vecchio si era commosso. Mi aveva visto chino sui conti, con un foglio a quadretti davanti agli occhi, e senza sapere che giocare con i numeri era soltanto un modo per baloccarmi e sognarmi miliardario aveva deciso che sarei diventato un grande matematico. Senza laurea, con un diploma da ragioniere in tasca, mio nonno insegnava abusivamente, ma con talento la materia alle medie. Trascorremmo un paio di giorni di grande impegno con carta, penna e calamaio finché a un certo punto, capita l'antifona, rinunciò all'ambizione e mi abbandonò alle fantasie preferendo andare a rischiare lo stipendio con gli amici al tavolo da poker. Da allora e per sempre, io e la matematica avremmo intrattenuto lo stesso rapporto che lega la vittima al carnefice. La mia vera professoressa, la prima ad affibbiarmi dei virili 3 in tenera età, si chiamava Mirella Pecorone. Era di Formia e in quel luogo di confine affacciato sul mare tra il Lazio e la Campania, aveva capito in fretta che senza una rotta definita la barca può solo perdersi alla deriva. Lo teorizzava, desolata, durante lezioni che nella mia memoria duravano molto più della canonica ora e che ancora oggi, superata la boa dei cinquant'anni, mi accompagnano come un monito invano suggerito: «Se non la afferri subito», diceva Mirella, «la matematica ti sfugge e diventa magica». Aveva ragione. Ciò nonostante - un esempio alla ciurma bisognava pur darlo - non mancava di umiliarmi in coincidenza con la ricreazione.

Con consumato gesto teatrale e con geometrica regolarità, a due minuti dal liberi tutti, scorreva con le dita il registro, si fermava nel mezzo, puntava il faro sull'ultimo banco e pronunciava il mio cognome: «Vediamo se oggi hai fatto i compiti». Nonc'era mai il lieto fine, ma anche se avessi avuto un quaderno inattaccabile, alla prova empirica della spiegazione alla lavagna, non avrei mai retto. Così lordavo la mia pagella di valutazioni prossime allo zero e mi auguravo un futuro diverso: libero dai numeri, dai conti che non tornano, dalle equazioni impossibili. Venni bocciato in seconda media con qualche solida ragione e con la sola bussola orientata su una terra promessa libera dalla matematica mi diressi al liceo classico. In quarta ginnasio, Emilio, il professore di matematica, un uomo buonissimo, era precipitato nella nostra classe per fare un anno di supplenza. Viveva un amore epistolare e tormentato con una ragazza di Kiev, si confidava con quelli che credeva i più sensibili tra noi e schiacciato dalla propria gentilezza, faticava a mettere voti più bassi del 5. Per puro opportunismo divenni il suo confessore e il depositario dei suoi languori sentimentali. Mentre con la coda dell'occhio vedevo fuggire lontani i compagni con lo zaino mi fermavo con lui a fine corvée consolandolo untuosamente e mostrandomi solidale e colpito. Minuti ben spesi. Per l'unica volta nella mia vita evitai di essere rimandato in matematica, ma poi Emilio tornò alla precarietà, arrivò un docente più severo e tornai a studiare il triangolo isoscele durante l'estate, ogni estate, fino al termine della notte. Sono stato eternamente rimandato in matematica e i professori a gettone che in pieno agosto, tentando di farmi superare l'esame di riparazione, osservavano sgomenti la mia ignoranza, me li ricordo tutti. Le tende tirate sul caldo, le spiegazioni inutili, l'ansia che saliva a poche ore dalla prova. Quando pensi che sia finita, finita non è mai. Ancora oggi con i numeri intrattengo un rapporto di pura cortesia. Li temo e me ne sto in disparte perché affrontarli in campo aperto mi esporrebbe a una disfatta. Ogni tanto ancora sogno di essere chiamato al banco, come in un'epoca infausta. È un incubo ricorrente perché le cose che non risolvi non ti inseguono per ricordarti chi sei, ma soprattutto chi non sei e non sarai mai.

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del primo di agosto 2026.

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