"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 31 agosto 2026

Quellichelasinistra. 48 «“Woke” o non “Woke”. Cosa ne pensi?».


(…). In Italia il woke non è mai esistito, se non nelle invettive strumentali del populismo di destra e nelle couche intellettuali del radicalismo di sinistra. Cito due esperienze personali. La prima: ho discusso più volte in tv con qualche Fratello d’Italia che attaccava le follie del politicamente corretto dei partiti di sinistra, ma quando ho chiesto qualche esempio ho ottenuto solo supercazzole. La seconda: da direttore della Stampa, ho pubblicato con orgoglio il primo editoriale di Michela Murgia con lo schwa, mi pareva un eccesso ma ci stava tutto nelle visioni di quella scomodissima queer pasolinana, che non a caso le nomenklature dei due poli non amavano e che io invece non finirò mai di rimpiangere. E se dalle nostre parti il politically correct è solo un po’ di “civiltà del linguaggio”, capisco Maggiani che preferisce un insulto umano a un acronimo, ma a me sta benissimo. Anche qui, un’esperienza personale: tre mesi fa a DiMartedì ho usato una metafora sbagliata, cinque anni fa non se ne sarebbe accorto nessuno, stavolta ha suscitato reazioni tra i disabili: ne ho preso atto, ho chiesto pubblicamente scusa. È giusto così. Ora, che l’autocritica la faccia Alexandria Ocasio-Cortez è legittimo, nella nazione dove in certe università un docente, solo perché nero omosessuale, otteneva la cattedra scavalcando un prof bianco etero con più titoli accademici. Ma cosa dobbiamo abiurare qui, nel Belpaese dove si invocano la “remigrazione” e l’abolizione del reato di femminicidio, la revisione della legge 194 e il “patriarcato mediterraneo”? La difesa a oltranza di tutte le minoranze, la rinuncia all’identità storica italiana per rispettare quella altrui («ci vogliono togliere il Natale!», per dirla alla Salvini), la cancel culture declinata non più come inclusione dei “diversi” ma come esclusione dei “normali”: niente di tutto questo è mai stato il cuore della proposta politica della classe dirigente progressista. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche sui diritti civili: i migranti sono il demonio, i gay li picchiano per strada, le donne e i giovani sono penalizzati nel lavoro e nel salario, le coppie di fatto hanno zero tutele, la legge sull’aborto è disapplicata in molte regioni e quella sul fine vita non vedrà mai la luce. Questa è la realtà italiana, dove il woke non ha mai toccato palla. A meno che – come scrive Luigi Manconi – non si vogliano ascrivere a suo merito le poche leggi che hanno riconosciuto (tardi e male) il testamento biologico, le unioni civili, il codice rosso contro la violenza di genere. Ma sono stati sussulti isolati. Nulla di paragonabile alle grandi conquiste degli anni ’70, dal divorzio al Servizio sanitario nazionale, dallo Statuto dei lavoratori al nuovo diritto di famiglia. Io la grande lezione di quell’epoca l’avevo capita così: i diritti si sommano, non si elidono e avanzano insieme. Avevo capito che fosse proprio questa la forza inesausta della nostra Costituzione, che insieme alla libertà individuale protegge la solidarietà sociale. Avevo capito che quel magnifico articolo 3 fosse già il pilastro sul quale cementare insieme tutti i diritti, civili e sociali, dando a ognuno di noi pari dignità, senza distinzioni di razza lingua sesso religione, ma impegnando lo Stato a «rimuovere gli ostacoli» che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla Res Publica. Questo è il vero problema italiano: non i diritti woke che ci soffocano, ma i diritti fondamentali che ci sfuggono. Lo disse Calamandrei nel 1955: la Costituzione «è promessa e polemica contro il presente», perché quegli «ostacoli di ordine economico e sociale» non li abbiamo mai rimossi. Ecco l’ultima cosa che avevo capito: questa è la missione della sinistra. Non litigare se il bagno dei genderfluid a scuola deve venire prima dell’asilo nido per i neonati. (…). Tratto da “I diritti di tutti e la vita reale” di Massimo Giannini, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 29 di agosto 2026).

«Il “Woke” dei radical chic uccide la classe operaia» di Elena Basile, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di agosto 2026: Woke? Sebbene la parola imperversi, soprattutto negli ultimi giorni sulla stampa, sono sicura che per molti resta misteriosa. Molto più popolare è wok, una padella usata nella cucina asiatica. Di fatto, agli inizi del XX secolo, woke significava allerta contro le discriminazioni razziali e sociali incorporate nel linguaggio. La cosiddetta sinistra radical chic, la sinistra caviale, in particolare dopo il crollo dell’Unione Sovietica e in seguito alla fine dei partiti comunisti europei, ha voluto fare della cultura woke la propria bandiera, sostituendo le rivendicazioni della classe operaia, frammentata e monopolizzata dai colletti bianchi, con quelle di un ceto medio progressista, pronto a identificarsi con le battaglie delle minoranze, donne, neri, omosessuali, eccetera. Il problema costituito dalla cultura woke è stato, (…), il nostro amato dottor Jekyll della domenica, che ha creato un neo-galateo conformista, traducendo in un codice standard le parole private quindi di ogni autenticità. Una trasformazione ipocrita del linguaggio che ha aiutato il sorgere di una società orwelliana nella quale la nostra buona coscienza si nutre di camuffamenti cosmetici e non di vere trasformazioni sociali e culturali. Nel romanzo visionario 1984 di George Orwell la guerra è preparata dal Ministero della Pace. Le odierne élite europee ci informano che la mediazione con la Russia sarà ottenuta investendo miliardi in armi. Nessuno vorrà dire pubblicamente “sporco negro o sporco musulmano” ma questo non impedisce le terribili discriminazioni razziali ancora esistenti oppure la disumanizzazione e il genocidio dei palestinesi. Siamo in una società femminista nella quale se un uomo fa un’avance a una donna rischia di essere arrestato, ma la mercificazione del corpo femminile non ha fine e le donne povere investono nella loro ostentata femminilità per poter sedurre uomini facoltosi. La schiavitù è stata abolita (almeno quella classica, non certo lo sfruttamento di poveri, precari, immigrati e popoli soggetti al neocolonialismo) negli Usa nel 1865. Il divieto è un precetto morale interiorizzato dalla società americana. La parola schiavo si utilizza liberamente senza che nessuno se ne abbia a male. Con un paradosso, direi che la cosiddetta cultura woke impone cliché atroci a un film di successo: un soldato americano buono nero, una donna picchiata dal marito fascista e macho (ma soprattutto psicopatico) che trova nel diritto di voto la sua liberazione (script del film C’è ancora domani del 2023). Insomma, siamo di fronte a una trasformazione del linguaggio con luoghi comuni insopportabili che nutrono soprattutto la sottocultura del centrosinistra. Abbiamo tuttavia lasciato immutate le realtà profonde influenzate da fattori economico-sociali e storico-culturali. Il woke, mutuato dai Dem Usa, è stato il modo di “vincere al centro”, di cancellare il patrimonio marxista della cultura di sinistra trasformando le ideologie socialdemocratiche nel neo-liberismo che abita i Dem Usa, i socialisti europei e il Pd. Magari ne uscissimo e tornassimo alla politica, quella vera. A una visione di cui anche la sinistra dei Sanders e dei Mamdani è priva. Mi riferisco a un’analisi che colleghi le trasformazioni recenti del capitalismo finanziario all’esigenza dell’imperialismo occidentale di scatenare le guerre per il dominio del dollaro, contro la Russia, la Palestina, l’Iran, la Cina. Magari si uscisse dall’indecente slogan aggressore-aggredito per comprendere le cause profonde delle guerre in Europa e in M.O., riflettendo su quale futuro l’Europa possa mai avere se si allinea alle politiche neocon statunitensi. Purtroppo la nuova sinistra, una destra tecnocratica, serve a manipolare l’opinione pubblica, a fingere di difendere il diritto contro la forza, Biden contro Trump, Israele contro Netanyahu, l’Ucraina contro la Russia, le minoranze contro il 90% dei sudditi dell’impero a cui ormai rimane come unica libertà quella sessuale. Foucault direbbe che è moltissimo.Ho iniziato a 16 anni la militanza nel Partito radicale. Al tempo la società italiana, chiusa e oppressa dal Vaticano, dal cosiddetto catto-comunismo, cercava ossigeno nei diritti civili e a favore delle minoranze, donne e omosessuali. Battaglie sacre della modernità occidentale. La cultura woke è invece mistificazione. (…). L’Iran è solo uno dei tanti casi di manipolazione dell’opinione pubblica nella società orwelliana e woke. La Germania dichiara di volere investire 12 miliardi in missili ipersonici e Tomahawk per attaccare la Russia in profondità, il Giappone si riarma: è la cultura woke che ci impedisce di menzionare la terza guerra mondiale?

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