È vero, "The Atlantic" ci manda a dire che sta finendo l'epoca dei letterati e della lettura: ma in uno sforzo di ottimismo qui si vorrebbe un Joseph Conrad in grado di raccontare lo spirito del tempo, visto che Conrad medesimo lo ha già fatto nel 1902, quando, in "Tifone," descrisse quel «torpore dello spirito» dovuto «all'interminabile aspettativa di una catastrofe definitiva». Per scuotersi dal torpore basterebbe mettere insieme con pazienza i pezzi delle catastrofi attuali: intanto, basterebbe sottolineare il superlavoro degli ispettori del ministero spediti da Valditara a controllare quel che accade nelle scuole dove si parla di Gaza, o si partecipa a un webinar con Francesca Albanese, o si nomina l'Islam, o insomma si va nel senso opposto a quello striscione - non ispezionato, anzi assolto - di due studenti del liceo Monti di Cesena, "L'Italia agli italiani" (mancava solo l'invito alla tenacia, al coraggio e al valore ed eravamo in pieno discorso del balcone). A proposito di superlavoro: un pensiero va anche allo studio legale di quel signore che sale nei sondaggi e diffonde video dove si rappresenta come imperatore romano: perché i suoi avvocati stanno inondando i commentatori dei social di lettere dove invitano a rimuovere i commenti ostili (in alcuni casi, la semplice emoticon del pagliaccio) e di scrivere una letterina di scuse al princeps, che invece non si scusa affatto per quello che posta. Perfettamente coerente con un governo che manda in galera i ragazzini mentre, come ha ricordato Ascanio Celestini, un uomo di 72 anni può ammazzare due persone e chiedere la grazia dopo aver tranquillamente dichiarato in televisione che lo rifarebbe, e pure subito. Non sarà un caso, ma ai pezzi della catastrofe si aggiunge un filmaccio diffuso con entusiasmo da Elon Musk su X e recensito entusiasticamente da utenti di estrema destra che lo hanno spedito nelle parti alte della classifica delle piattaforme. Lo ha diretto uno specializzato in filmacci, Uwe Boll, si intitola "Citizen Vigilante" e non ha niente a che fare con il vecchio filone dei giustizieri fai da te: è propaganda pura. È infatti la storia di Michael Sanders, palazzinaro di animo squisitamente nazista, che elimina migranti a suo parere degni di morte, così come lo sono gli uomini di legge non in linea con la sua idea di giustizia. Nella scorsa primavera Citizen Vigilante non ha avuto il permesso di essere distribuito nelle sale tedesche, ed è scoppiata appunto la rivolta. Anche da noi. A organizzare la proiezione gratuita è stata Welcome to Favelas, la pagina Instagram di nobilissime ispirazioni, quella che titola "Italiano reagisce'' l'orribile pestaggio filmato da parte di Giuseppe Barboni a San Benedetto del Tronto, e che vagheggia l'introduzione di Gotham, la piattaforma di Palantir che somiglia moltissimo a quanto immaginato da Philip Dick in "Minority Report" (in pratica, suggerisce chi potrebbe delinquere). «La sicurezza è la base della vera libertà», asseriscono gli eroici titolari dell'account. Anche qui, il balcone sembra vicinissimo. (…). (Tratto da “Il balcone è sempre più vicino” di Loredana Lipperini pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 31 di luglio 2026).
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 7 agosto 2026
MaldItalia. 03 Loredana Lipperini: «Come ha ricordato Ascanio Celestini, un uomo di 72 anni può ammazzare due persone e chiedere la grazia dopo aver tranquillamente dichiarato in televisione che lo rifarebbe, e pure subito».
Se qualche dubbio era rimasto a zia Eloisa riguardo al fatto che
l'uomo fosse una specie destinata a sparire dalla Terra, esso fu cancellato
definitivamente quel 7 agosto 1945 quando, ancora a letto, mezza addormentata
tra i suoi gatti birmani, bevendo il suo primo tamarindo della giornata, lesse
sul giornale locale che una bomba atomica era stata sganciata sopra Hiroshima.
Non pensò che la demenza umana fosse giunta al parossismo - era già successo
infinite volte nella storia - bensì che fosse ormai impossibile fermare il
processo che conduceva la specie al suicidio, ovvero non c'era il tempo
necessario per cambiare radicalmente la struttura di una società che, elevando
la violenza a modalità d'azione, preparava nell'ignoranza la propria rovina.
Richiuse il giornale e credette di sentire i rintocchi delle campane che
annunciavano la fine di ogni speranza poiché le nefande forze dalle quali era
sorto il patriarcato avevano coronato la loro opera di distruzione e lo stesso
demone che aveva spinto l'uomo a lottare per il potere gli aveva dato, per
ironia del destino, il potere di autodistruggersi. (Tratto da “In
dicembre tornavano le brezze” – 1987 – di Marvel Moreno).
“Migranti, sciacalli e l’esempio Sanchez” di Francesca Albanese,
pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 5 di agosto 2026: (…). Il momento
attuale è marcato da un servilismo imbarazzante verso un turbocapitalismo a
guida statunitense che nei nostri spazi europei ha grandi succursali locali, ed
è bene osservare con attenzione cosa accadrà ai nostri stessi equilibri
politici. Guardiamo allora da vicino l’essenza di questi fenomeni, che in sé
sono il tradimento autoctono delle promesse fatte all’indomani di quella che
appariva, in superficie, la sconfitta del nazifascismo che aveva appena
seminato decine di milioni di morti in tutto il continente. Più che di Vannacci
come fenomeno personale, dovremmo parlare allora di vannaccismo: un
autoritarismo sovreccitato che dilaga in un paese confuso, sofferente e sempre
più malconcio. Basta ascoltare cosa si apprende dai suoi comizi e dalle sue
interviste, ripresi ovunque e dunque impossibili da ignorare. È curioso che chi
si professa uomo d’ordine costruisca un intero progetto politico sulla
sistematica insofferenza verso le regole che un ordine costituzionale
presuppone. Questo mi porta a dire che il vannaccismo sta al diritto
costituzionale come la caserma sta al Parlamento: un luogo dove si obbedisce,
non dove si delibera. Sovversivo, anzitutto, perché non crede ai limiti. Forse
chi ha portato la vita militare a modello di società ha imparato a considerare
il dissenso un problema di disciplina, non una funzione fisiologica della
democrazia. La libertà di parola invocata per sé si accompagna,
sistematicamente, all’insofferenza verso chi la esercita in senso opposto. Non
è un dettaglio: è un disprezzo di fondo per il pluralismo che la Costituzione,
negli articoli 21, 3 e 6, protegge proprio perché scomodo, non perché sia ovvio
o spontaneo. Autoritario, poi, perché la retorica della “remigrazione forzata”
e della gerarchia tra “italiani veri” e altri, capovolge il principio di
uguaglianza formale e sostanziale sancito dall’articolo 3. Una mentalità
ispirata alla Costituzione non giudica le persone per appartenenza ma per
condotta: è la differenza fra Stato di diritto e Stato etnico, ed è una differenza
non negoziabile. Un partito-milizia? Non si sa bene cosa intendere per “sporca
dozzina”, ma il linguaggio militare applicato alla politica civile tradisce
un’idea di comando verticale incompatibile con l’articolo 49, che affida ai
partiti (non ai reggimenti!) il compito di concorrere democraticamente a
determinare la politica nazionale. Il fascino del comandante unico sta
catturando un’Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo col suo
fascismo passato. Trasformare il consenso elettorale personale in un partito
costruito attorno a un solo nome è infatti una tentazione antica: la
personalizzazione del potere è il primo sintomo dell’erosione della
rappresentanza. Che il modello dichiarato di riferimento sia quello trumpiano
non rassicura chi ha visto, negli Stati Uniti, cosa accade quando l’esecutivo
tratta la magistratura e la stampa come nemici anziché come contropoteri. Il
“Difendere posizioni controcorrente senza censure ideologiche” parrebbe formula
seducente, se si ignora che etichettare ogni critica giornalistica o
giudiziaria come censura è l’ennesimo affronto plurimo alla Costituzione.
Questa all’articolo 21 tutela la libertà di espressione di tutti, compresi i
critici, mentre l’articolo 101 sottrae i giudici a ogni condizionamento
politico. Chi confonde il controllo di legittimità con la persecuzione
personale non difende la libertà: la usa come scudo per sottrarsi al controllo.
Da Berlusconi a Trump i precedenti sono significativi. Sul rimpatrio forzato di
“presenze indesiderate”, al netto della fattibilità amministrativa enorme, e
mai seriamente affrontata, resta la questione critica, ancora una volta
ispirata dalla nostra carta costituzionale: il diritto d’asilo (art. 10) e il
divieto di trattamenti disumani (art. 27, e la Convenzione di Ginevra del 1951)
non sono opzioni politiche revocabili per via di sondaggio, ma limiti che
neppure una maggioranza parlamentare può cancellare senza intaccare
l’architettura sovranazionale a cui l’Italia ha aderito. Governare e riformare
sono compiti lunghi, complessi e gravi. Richiedono rispetto per la legge,
rispetto per i contropoteri, rispetto per chi non la pensa come noi. Su questo
anche la sedicente sinistra – come la fallimentare parentesi renziana ci
ricorda – è caduta senza sapersi rialzare. Questi anni ci hanno insegnato una
lezione tanto dura quanto preziosa: che le libertà non sono un dato acquisito,
ma un equilibrio fragile, smontabile in pochi mesi quando il turbocapitalismo
trova nell’ideologia suprematista il suo braccio politico e nella guerra il suo
mercato più redditizio. Abbiamo visto la legge internazionale piegarsi
all’interesse privato, i tribunali invocati e disattesi nello stesso respiro,
la parola “mai più” svuotata fino a diventare formula vuota mentre altrove si
consumava, sotto i nostri occhi, ciò che quella formula avrebbe dovuto
impedire. Non c’è scorciatoia populista che possa ricostruire ciò che questa
complicità ha eroso. C’è solo, come sempre, la via più difficile: il rispetto
della legge che sta fuori di noi, la Costituzione, il diritto internazionale,
le convenzioni che abbiamo scritto proprio perché la memoria delle atrocità non
bastava a prevenirle, e insieme il rispetto della legge che sta dentro di noi,
quella che Kant chiamava morale, e che qui possiamo chiamare più semplicemente
integrità: la capacità di non vendersi, di non voltarsi altrove, di restare
incorruttibili quando l’incorruttibilità costa. Le istituzioni tengono se
qualcuno, dentro di esse, si rifiuta di cedere. È lì, non altrove, che si gioca
la differenza tra una democrazia che sopravvive e una che si consegna. Quindi
su, Italia: riprenditi, riconciliati con te stessa, con le tue parti umanissime
e solidali, e trova la tua dignità in questo nuovo millennio, che ha bisogno di
cura e non di ricette vecchie come il cucco, con avanzi che sanno di ricino,
già trite e ritrite, destinate a portare ancora più dolore e distruzione senza
curare nessuna delle troppe ferite del nostro Paese.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento