"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 2 agosto 2026

DalMondo. 06 Arlacchi: «L’Europa peggiore risponde nell’unico modo che conosce: strillando contro l’invasione dei barbari africani. Capofila, ancora una volta, l’Italia. Politica dello spettacolo allo stato puro».

                                        Sopra. Il "dramma" di Ceuta.

È il 2 agosto 196… Eccomi da poche ore a New York, in questa città molto intima e geometrica, costruita in stile babilonese e abitata da americani. Ho appena lasciato a Roma il traffico dell’estate nelle vie verso il mare, le piccole auto con le barche di gomma sul tetto o carrozzine per bambini e altri fagotti coperti da veli che salutavano la mia partenza. E la luce sfocata dello scirocco che lega così bene con l'odore acre della nafta, nel piazzale dell'aeroporto, verso i lunghi itinerari. Ho trovato qui il caldo pieno del pomeriggio, ma un cielo terso e ampio; e il silenzio dell'ingresso a Manhattan, nelle vie quasi sgombre, tra i vecchi brown-stones con la scala a ponte levatoio, i recenti palazzoni, i vasti empori, i bar, i negozi in vacanza col cartello Closed nella vetrina spettrale. (Tratto da “Melampus” – 1970 – di Ennio Flaiano).

Una legge non scritta quindi cogente stabilisce che di tutto in Italia si discute fuorché di ciò che conta. Un codicillo ancora più stringente implica che la discussione non avvenga nel merito, su dati di realtà, ma a partire da verità precostituite. Ideologie che ci spingono a non occuparci del nostro paese e del mondo perché non c’è niente da capire. Niente da fare. Restiamo in attesa dell’apocalissi prossima ventura. Inerti spettatori del già scritto. Il caso Ceuta ci pare esemplare. Non entriamo nelle sue origini geopolitiche, legate alle tensioni fra Spagna e Marocco e all’offensiva trumpiana contro il governo Sánchez, unico fra gli europei a schierarsi senza se e senza ma contro la guerra israelo-americana all’Iran. Ci interessa qui la reazione italiana. Meloni considera il dramma di Ceuta minaccia diretta alla nostra sicurezza. Quindi decreta la sospensione degli accordi Schengen con la Spagna, quasi quei migranti stiano per puntare lo Stivale. E trascura il dettaglio “tecnico” per cui Schengen non si applica a Ceuta e Melilla, le due exclave spagnole in terra d’Africa che Rabat rivendica proprie. Buon esempio di come nella stenografia della comunicazione “politica” (qui d’obbligo le virgolette) si butta tutto in caciara. Nel frattempo, osserviamo che i potenziali invasori rimangono in Africa: un’esigua minoranza a Ceuta, la stragrande maggioranza, respinta, è di nuovo in Marocco. Quanto alle vittime, restano ai margini della caciara perché è normale ve ne siano. L’evento è classificato dal governo e dalla maggioranza dell’opinione “comunicata” quale sintomo d’invasione aliena del nostro territorio. Se non ci barrichiamo finiremo provincia del futuro impero afro-islamico. Il tutto in nome di presunti valori euro-cattolici (se il Papa ne ha idea diversa vorrà dire che è eretico). Retorica destinata a diffondere la paura dell’identità minacciata. Eppure la storia insegna che la “difesa della razza” prelude al collasso della nazione. Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato. Gli italiani sono 58,9 milioni, in declino da oltre un decennio. Secondo la previsione Eurostat, nel 2.100 saranno 44,7 milioni (-24,7%). Se ci arroccassimo nello Stivale per impedire l’afflusso di stranieri - ma come, sparando? - a fine secolo gli italiani sarebbero 26,8 milioni (-54,5%). Incrociamo queste cifre con un altro fattore decisivo, l’età mediana. Attualmente la metà degli italiani ha più di 49 anni. Fra poco la maggioranza di noi avrà varcato la soglia del mezzo secolo. Su questa base demografica e biologica l’Italia si spegne. E anche in fretta. Al meglio, finiamo in emergenza permanente. In un paese normale questa realtà e i suoi sviluppi sarebbero l’alfa e l’omega del dibattito pubblico. Il fatto che non lo siano certifica la morte cerebrale della nostra politica. Per resuscitarla servirà una rivoluzione culturale. Da dove ricominciare? Dalla realtà, che non è destino ma orizzonte condizionato e condizionante, sul quale possiamo agire. Dobbiamo farlo, se la democrazia ha ancora senso. Il politico che si crede scaltro obietta: sappiamo quel che bisognerebbe fare, ma se lo facessimo non saremmo rieletti. Su questa linea c’è quasi unanimità, da destra a sinistra. Chiamiamola malattia professionale. Altrimenti non si spiegherebbe perché questa sinistra che denuncia la xenofobia della destra quando al governo non abbia proposto una nuova legge sui flussi migratori. Tale da consentire di entrare in Italia senza rischiare la vita, per vie regolari e secondo quote determinate, a chi voglia e possa. Nel rispetto della Costituzione e del nostro stile di vita (finché è rispettabile). Possibile che un paese consapevole di sé possa basare la sua politica migratoria sulla Bossi-Fini, risalente al 2002? L’Italia ha bisogno di chiudere le porte o di aprirle in modo civile e regolato? In metafora: se in casa ci manca l’aria ne sigilliamo ogni spiffero col silicone? E lo chiamano patriottismo. Chiusa la triste manipolazione su Ceuta, forse potremmo utilmente aprire una discussione senza preconcetti su come evitare il collasso demo-biologico annunciato. Non c’è Italia senza italiani. Nati o integrati. (Tratto da “Le bugie su Ceuta e il collassa demografico” di Lucio Caracciolo).

“Ceuta, vecchi vizi europei e colonialismo affarista”, testo di Pino Arlacchi: Il Mediterraneo custodisce tre relitti dell’epoca coloniale che nessuno vuole chiamare col loro nome: Gibilterra, Ceuta e Melilla. Tre anomalie che la retorica europea sui “valori” e sul “diritto internazionale” preferisce non vedere, ma che la crisi migratoria esplosa in questi giorni a Ceuta ha riportato brutalmente sotto i riflettori. Gibilterra è territorio spagnolo ceduto alla Gran Bretagna col Trattato di Utrecht del 1713, bottino della Guerra di successione spagnola. Londra si rifiuta da tre secoli di restituirla, benché l’Onu l’abbia iscritta fin dal 1946 nella lista dei territori non autonomi da decolonizzare. Ceuta e Melilla sono enclave spagnole in territorio marocchino: Melilla fu occupata dalla Corona di Castiglia nel 1497, cinque anni dopo la caduta di Granada; Ceuta, conquistata dai portoghesi nel 1415, passò alla Spagna con l’unione iberica e fu riconosciuta come preda spagnola dal Trattato di Lisbona del 1668. Madrid si rifiuta di cederle entrambe a Rabat con un argomento curioso: quando quei territori furono presi, lo Stato marocchino moderno non esisteva. Argomento fragile – un sultanato marocchino esisteva eccome, e resisteva pure – ma soprattutto argomento a doppio taglio: è esattamente il principio negato dalla Spagna e rivendicato contro Londra quando Madrid reclama Gibilterra. Madrid invoca la decolonizzazione sul lato europeo dello Stretto e la respinge dall’altro lato, sul Rif marocchino, a poche miglia di distanza. Londra fa l’inverso. L’ipocrisia è perfettamente simmetrica. Il Marocco avrebbe dunque ragione da vendere, se non fosse stato contagiato a sua volta dal virus coloniale europeo. Rabat rivendica Ceuta e Melilla in nome dell’integrità territoriale, ma ha invaso e occupato dal novembre 1975 il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola che l’Onu considera dal 1963 territorio da decolonizzare: l’ultima colonia d’Africa. Il Marocco la difende ferocemente contro la lotta indipendentista del Fronte Polisario, in spregio al diritto all’autodeterminazione sancito dalle Nazioni Unite e alle sentenze della Corte di giustizia europea, che nell’ottobre 2024 ha annullato gli accordi Ue-Marocco estesi alle risorse saharawi. E l’Occidente, che pretende di dare lezioni di legalità internazionale al mondo intero, ha finito col premiare l’occupante: il riconoscimento americano del 2020, barattato con la normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele, ha aperto la strada a Spagna, Francia e Gran Bretagna, fino alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ottobre 2025 che ha di fatto archiviato il referendum promesso ai saharawi da trent’anni. Il diritto dei popoli, ancora una volta, sacrificato sull’altare degli affari e della geopolitica. Se esistesse ancora una vera Onu e non l’ectoplasma attuale, ostaggio dei veti e delle potenze, questa sarebbe la materia di una conferenza internazionale capace di risolvere in modo relativamente agevole tutti i casi citati in nome ai principi dell’autodeterminazione e dell’integrità territoriale: restituzione negoziata delle enclave, garanzie per le popolazioni, referendum veri sotto controllo internazionale, dal Rif al Sahara allo Stretto di Gibilterra. L’ho visto da vicino negli anni al Palazzo di Vetro: la macchina delle Nazioni Unite sa produrre risultati quando le grandi potenze gliene lasciano lo spazio. Nessuno è senza peccato e nessuno può scagliare la prima pietra. Ma proprio per questo qualcuno deve pur cominciare. E la Spagna governata dai socialisti, che della memoria storica ha fatto una bandiera in casa propria, avrebbe l’occasione per fare il primo passo verso la liquidazione delle scorie coloniali nel Mediterraneo, aprendo su Ceuta e Melilla il negoziato che pretende da Londra su Gibilterra. E invece l’Europa peggiore risponde nell’unico modo che conosce: strillando contro l’invasione dei barbari africani. Capofila, ancora una volta, l’Italia, che davanti alle decine di migliaia di disperati entrati a nuoto a Ceuta (e subito tornati indietro) ha sospeso il Trattato di Schengen con la Spagna, chiudendo frontiere marittime e aeree verso un Paese amico e alleato. Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano. Il Viminale ha ammesso che i controlli saranno “a campione”, cioè inesistenti. Politica dello spettacolo allo stato puro. Nessun effetto pratico, massimo effetto propagandistico. Si accusa la Spagna di debolezza verso il nemico alle porte, come se un ragazzo marocchino che nuota verso l’Europa fosse un esercito, e si tace sulla causa prima di tutto: un ordine post-coloniale mai davvero liquidato, che produce frontiere assurde; e frontiere assurde che producono tragedie (quattromila morti in vent’anni solo lungo quei reticolati). Le colonie del Mediterraneo non sono un residuo pittoresco della storia. Sono la prova vivente che l’Occidente non ha mai fatto i conti con il proprio passato, e che preferisce militarizzare le conseguenze piuttosto che rimuovere le cause. Finché sarà così, Ceuta continuerà a riempirsi di corpi e l’Europa di muri.

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati, rispettivamente, sul quotidiano “la Repubblica” e su “il Fatto Quotidiano” di oggi, domenica 2 di agosto 2026).

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