Alla cara memoria di Enzo Bianchi che ci ha lasciati.
È noto che il termine latino virus significa "veleno", ossia un organismo che origina molte malattie negli esseri viventi e mostra la sua forza attraverso il contagio che si diffonde e minaccia la vita. L'esperienza che stiamo facendo della pandemia dovuta al Covid 19, esperienza dolorosa e faticosa che tocca tutta la nostra convivenza, ci rivela come l'aria può essere ammorbata e diventare sempre più mortifera. Per questo possiamo fare del virus anche una parabola, applicata soprattutto all'indifferenza, malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie. L'indifferenza è restare insensibili a ciò che accade fuori di noi, non riuscire più ad ascoltare le grida di chi ci invoca e ci chiama accanto, la durezza del cuore che non ci fa più conoscere viscere di compassione. L'indifferenza diventa un habitus del disinteresse per gli altri e impedisce ogni coinvolgimento. Non l'odio, ma l'indifferenza è l'opposto dell'amore fraterno. Si faccia attenzione: non si tratta di spegnimento di desideri e interessi, ma piuttosto di una riduzione di desiderio e interesse al proprio io, in una dinamica di philautía, di egoismo in cui ognuno pensa a sé stesso e non è più capace di pensare anche per gli altri e con gli altri, non è più capace di dire "noi". L'indifferenza regna così nel nostro quotidiano. A un certo punto ci abituiamo a vedere e rivedere ciò che inizialmente ci ha turbato, non reagiamo più, perché non siamo più scandalizzati del male che incontriamo. L'abitudine provoca l'insensibilità e l'insensibilità l'indifferenza. La pandemia che torna a travolgerci cattura l'attenzione, rinnova le paure, rende più faticose le giornate e anche per questo non abbiamo più spazio di attenzione per quello che avviene ancora nel nostro Mediterraneo: un mare la cui vocazione è quella di essere un ponte tra terre diverse e invece si mostra una fossa comune per naufraghi in fuga da guerre, fame, situazioni di oppressione. Certo, se tra le vittime di questi naufragi - più di mille persone quest'anno - ci sono bambini piccoli, allora si assiste a uno scoppio transitorio di sentimenti di indignazione e si levano voci affinché i governanti intervengano. Il bimbo siriano riverso sulla spiaggia di Lesbo di qualche anno fa, il piccolo guineano di sei mesi annegato sul seno della madre nei giorni scorsi, diventano un'icona che turba i cuori e una fonte di elegia retorica. Ma è questione di qualche giorno, poi tutto è dimenticato, e nulla accade affinché ciò non si ripeta. In tal modo l'indifferenza crea gli "invisibili", quelli che con la loro sofferenza ci disturbano, che dunque preferiamo non vedere. In molti diciamo che è intollerabile, vergognoso, ma nel dirlo misuriamo la nostra impotenza e siamo solo più tristi nel constatare che nel mare dell'indifferenza si affoga molto di più che nel mar Mediterraneo. (Tratto da “Il virus dell’indifferenza” di Enzo Bianchi, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di novembre dell’anno 2020).
“La miglior lezione sul clima è il soffio bruciante di Roma intollerabile per noi anziani”, testo di Corrado Augias pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, lunedì 31 di agosto 2026: Giorni fa un mio nipote che si occupa di energie alternative mi confidava il suo scetticismo sul fatto che un governo o una qualche agenzia sovranazionale prenda davvero un’iniziativa efficace per contrastare il cambiamento climatico. Gli ho chiesto da dove venisse questa sua opinione. La sua risposta è stata netta: gli interessi che si oppongono a misure realmente efficaci sono così forti che al momento una soluzione drastica è fuori dalla portata politica di qualunque governo. La tua risposta non mi basta, ho incalzato, c’è un disastro sotto i nostri occhi. Ci sono fenomeni che dimostrano come il pianeta si stia ribellando alla nostra azione devastante. Ti dirò di più, ha replicato, faccio un paragone con quanto avvenne nell’ultimo dopoguerra. L’idea di un’Europa unita, di un’autorità mondiale che in qualche modo regolasse i conflitti, riuscì ad essere concepita e in qualche modo attuata solo perché veniva dopo un’immane carneficina, i milioni di morti che la Seconda guerra mondiale era costata. Oggi potrebbe ripetersi la stessa situazione: i terremoti, le bombe d’acqua che sfondano i tetti, le alluvioni che travolgono tutto, l’agonia dei ghiacciai, non bastano per un vero allarme. Sarebbe necessaria, provo orrore per ciò che dico, una catastrofe con milioni di morti perché forse si cominciassero a prendere seriamente in considerazione una serie di contromisure che salvino il pianeta e noi che ci abitiamo. Ho riflettuto a lungo prima di riportare questo colloquio. Poi ho pensato che valesse la pena riferirne perché quel giovane mi ha anche detto che il suo punto di vista ha ampia circolazione tra i suoi coetanei. È come se un’ipotesi che sa di fine del mondo si sia fatta largo tra i trentenni un po’ rimpiazzando quei “Fridays for future” lanciati a suo tempo da un’adolescente molto determinata, Greta Thunberg. Visti oggi, avevano tutto sommato un che di innocente, di inoffensivo.

Nessun commento:
Posta un commento