"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 1 settembre 2026

MadreTerra. 85 Enzo Bianchi: «L'indifferenza crea gli "invisibili", quelli che con la loro sofferenza ci disturbano, che dunque preferiamo non vedere».

                    Alla cara memoria di Enzo Bianchi che ci ha lasciati.

È noto che il termine latino virus significa "veleno", ossia un organismo che origina molte malattie negli esseri viventi e mostra la sua forza attraverso il contagio che si diffonde e minaccia la vita. L'esperienza che stiamo facendo della pandemia dovuta al Covid 19, esperienza dolorosa e faticosa che tocca tutta la nostra convivenza, ci rivela come l'aria può essere ammorbata e diventare sempre più mortifera. Per questo possiamo fare del virus anche una parabola, applicata soprattutto all'indifferenza, malattia che si è dilatata nella nostra società occidentale e che giorno dopo giorno minaccia la possibilità della buona convivenza, facendoci precipitare nella barbarie. L'indifferenza è restare insensibili a ciò che accade fuori di noi, non riuscire più ad ascoltare le grida di chi ci invoca e ci chiama accanto, la durezza del cuore che non ci fa più conoscere viscere di compassione. L'indifferenza diventa un habitus del disinteresse per gli altri e impedisce ogni coinvolgimento. Non l'odio, ma l'indifferenza è l'opposto dell'amore fraterno. Si faccia attenzione: non si tratta di spegnimento di desideri e interessi, ma piuttosto di una riduzione di desiderio e interesse al proprio io, in una dinamica di philautía, di egoismo in cui ognuno pensa a sé stesso e non è più capace di pensare anche per gli altri e con gli altri, non è più capace di dire "noi". L'indifferenza regna così nel nostro quotidiano. A un certo punto ci abituiamo a vedere e rivedere ciò che inizialmente ci ha turbato, non reagiamo più, perché non siamo più scandalizzati del male che incontriamo. L'abitudine provoca l'insensibilità e l'insensibilità l'indifferenza. La pandemia che torna a travolgerci cattura l'attenzione, rinnova le paure, rende più faticose le giornate e anche per questo non abbiamo più spazio di attenzione per quello che avviene ancora nel nostro Mediterraneo: un mare la cui vocazione è quella di essere un ponte tra terre diverse e invece si mostra una fossa comune per naufraghi in fuga da guerre, fame, situazioni di oppressione. Certo, se tra le vittime di questi naufragi - più di mille persone quest'anno - ci sono bambini piccoli, allora si assiste a uno scoppio transitorio di sentimenti di indignazione e si levano voci affinché i governanti intervengano. Il bimbo siriano riverso sulla spiaggia di Lesbo di qualche anno fa, il piccolo guineano di sei mesi annegato sul seno della madre nei giorni scorsi, diventano un'icona che turba i cuori e una fonte di elegia retorica. Ma è questione di qualche giorno, poi tutto è dimenticato, e nulla accade affinché ciò non si ripeta. In tal modo l'indifferenza crea gli "invisibili", quelli che con la loro sofferenza ci disturbano, che dunque preferiamo non vedere. In molti diciamo che è intollerabile, vergognoso, ma nel dirlo misuriamo la nostra impotenza e siamo solo più tristi nel constatare che nel mare dell'indifferenza si affoga molto di più che nel mar Mediterraneo. (Tratto da “Il virus dell’indifferenza” di Enzo Bianchi, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di novembre dell’anno 2020).

“La miglior lezione sul clima è il soffio bruciante di Roma intollerabile per noi anziani”, testo di Corrado Augias pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, lunedì 31 di agosto 2026: Giorni fa un mio nipote che si occupa di energie alternative mi confidava il suo scetticismo sul fatto che un governo o una qualche agenzia sovranazionale prenda davvero un’iniziativa efficace per contrastare il cambiamento climatico. Gli ho chiesto da dove venisse questa sua opinione. La sua risposta è stata netta: gli interessi che si oppongono a misure realmente efficaci sono così forti che al momento una soluzione drastica è fuori dalla portata politica di qualunque governo. La tua risposta non mi basta, ho incalzato, c’è un disastro sotto i nostri occhi. Ci sono fenomeni che dimostrano come il pianeta si stia ribellando alla nostra azione devastante. Ti dirò di più, ha replicato, faccio un paragone con quanto avvenne nell’ultimo dopoguerra. L’idea di un’Europa unita, di un’autorità mondiale che in qualche modo regolasse i conflitti, riuscì ad essere concepita e in qualche modo attuata solo perché veniva dopo un’immane carneficina, i milioni di morti che la Seconda guerra mondiale era costata. Oggi potrebbe ripetersi la stessa situazione: i terremoti, le bombe d’acqua che sfondano i tetti, le alluvioni che travolgono tutto, l’agonia dei ghiacciai, non bastano per un vero allarme. Sarebbe necessaria, provo orrore per ciò che dico, una catastrofe con milioni di morti perché forse si cominciassero a prendere seriamente in considerazione una serie di contromisure che salvino il pianeta e noi che ci abitiamo. Ho riflettuto a lungo prima di riportare questo colloquio. Poi ho pensato che valesse la pena riferirne perché quel giovane mi ha anche detto che il suo punto di vista ha ampia circolazione tra i suoi coetanei. È come se un’ipotesi che sa di fine del mondo si sia fatta largo tra i trentenni un po’ rimpiazzando quei “Fridays for future” lanciati a suo tempo da un’adolescente molto determinata, Greta Thunberg. Visti oggi, avevano tutto sommato un che di innocente, di inoffensivo.

Infatti, non sono serviti a granché. Quando dico grandi e forti interessi devo anche precisare che accanto agli interessi delle grandi multinazionali, di quelle aziende divoratrici di energia che lavorano sull’intelligenza artificiale, dei magnati del petrolio, ci sono anche interessi di diverso genere, per esempio quelli dei paesi definiti in via di sviluppo. Lì, molti impianti e molti combustibili sono spaventosi produttori di anidride carbonica, l’impalpabile gabbia che sta trasformando il nostro pianeta in una serra dentro la quale stiamo bollendo. I dirigenti di quei paesi sanno benissimo che i loro impianti e i loro combustibili sono obsoleti. Sono però gli unici di cui dispongono in grado di avviare un possibile sviluppo. Fateci raggiungere una capacità industriale e finanziaria vicina alla vostra, dicono, e poi potremmo pensare a limitare le emissioni nocive. Un ragionamento analogo si può trasferire a livello sociale. I ceti a reddito più basso, quelli che devono combattere con l’aumento dell’affitto, le spese mediche, i pericoli di una periferia degradata, hanno poca voglia di occuparsi di un’emergenza planetaria. L’orizzonte delle loro preoccupazioni è quotidiano e concreto. Forse è proprio qui il punto di saldatura tra un problema epocale e il bisogno di sicurezza che anche le forze di sinistra sembrano aver dimenticato. Noi italiani ci lamentiamo spesso, a giusto titolo, dell’apatia del nostro governo incapace di affrontare anche solo a parole, non si dice di risolvere, un cambiamento di dimensioni apocalittiche. Per amore di giustizia bisogna però aggiungere che in questo il governo di destra si comporta né più né meno come tutti gli altri governi che assistono impotenti a questo cataclisma incapaci di affrontarlo per la dimensione delle risorse che bisognerebbe impiegare, per l’entità degli interessi che pochi hanno la forza di contrastare. Ma forse in questo sommario elenco di possibili ragioni ce n’è una che supera le altre. Affrontare oggi il problema in maniera efficace significa distrarre risorse pubbliche da altri impieghi di più immediata visibilità per investirle in azioni di lunga portata i cui benefici diventerebbero visibili di qui a qualche anno. Dove sono, ammesso che ci siano mai stati, politici dotati di una tale disinteressata lungimiranza? L’altro ostacolo anch’esso di dimensioni gigantesche è che un’azione di questo tipo va affrontata tutti insieme. Non avrebbe senso che l’Italia o la Francia o anche gli Stati Uniti si impegnassero da soli in una battaglia del genere. Questa è una lotta che impegna nel suo insieme il genere umano. Basta scrivere queste parole per capire che forse nemmeno la catastrofe evocata con orrore dal giovane studioso delle energie alternative servirebbe davvero per un’efficace cambiamento di rotta. È possibile che gli eventuali lettori scorgano in questa nota un eccesso di pessimismo. Per quanto mi riguarda spero vivamente di essermi sbagliato. Se pessimismo c’è lo si deve anche ad una penosa esperienza personale di pochi giorni fa. Ho passato parte dell’estate sull’altopiano di Asiago godendo un’aria raffrescata dall’altitudine intorno ai mille metri, dalle sue vaste foreste, dalle sterminate praterie. Poi è arrivato il momento di tornare a Roma; scendendo alla stazione Termini dopo quattro ore di aria condizionata, sono stato di colpo investito dall’aria soffocante della capitale. Per la prima volta ho apprezzato il consiglio che suona così banale: le persone anziane non devono andare in giro nelle ore più calde. L’improvviso soffio bruciante mi ha investito con violenza costringendomi, appesantito come ero dalla valigia, a cercare un appoggio. Piccola e insignificante esperienza più efficace però della lettura di tante statistiche. Quando ero bambino mi dicevano di non stare troppo vicino alla fiamma perché fa male è pericoloso. Ora quella fiamma l’ho toccata.

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