"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 4 agosto 2026

DalMondo. 07 Ibrahim Badra: «Ho imparato che spesso la più grande ingiustizia non è soltanto ciò che il mondo vede. È ciò che il mondo sceglie di non vedere più».


“A Gaza la guerra ha cambiato nome”, testo di Ruwaida Amer – insegnante – pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 31 di luglio 2026: Da quando è scoppiata la guerra c’è una sola cosa che la gente di Gaza vuole: che finisca. Me lo dicevano di persona quelli che incontravo quando ero ancora lì, me lo raccontano ora tutti quelli con cui tutti i giorni parlo al telefono qui dal Cairo, per primi i miei familiari. Quando è arrivato l’accordo per il cessate il fuoco – il 10 ottobre del 2025 – la gente ha festeggiato, convinta che avrebbe posto fine alle sofferenze, agli sfollamenti, alla ricerca di cibo e acqua, agli anni di istruzione persi dagli studenti. Da quel momento, l’interesse per le notizie su Gaza è diminuito e la questione è diventata secondaria sui canali televisivi e sui giornali: forse il mondo ha pensato che la vita fosse migliorata e le sofferenze fossero finite. Ma non è così: a Gaza la guerra prosegue e la situazione è peggiorata sotto le spoglie di un cessate il fuoco. Spostarsi ancora. Prima di tutto c’è la “linea gialla”, la zona sotto controllo di Israele: chiunque si avvicini viene ucciso, bambini compresi. Chi viveva in quelle aree non può tornare a casa: è il caso della mia famiglia. Abitavamo nella zona di Al-Fakhari, vicino all’Ospedale europeo, ma la nostra casa è stata demolita e lì ora ci sono gli israeliani. La mia famiglia è ancora sfollata a Ovest di Khan Younis, dove si trova in condizioni difficili. Ma neanche lì è sicuro: i continui ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano costringono i miei fratelli, mio padre e tutti gli altri a spostarsi ancora. E poi c’è la questione della linea gialla: i soldati mettono blocchi di cemento di quel colore in aree vicine ai quartieri residenziali che non rientravano nella zona loro assegnata con il cessate il fuoco, espandendo in questo modo l’area che controllano. Salem Awad, 35 anni, di Deir al-Balah, mi racconta: «Ci siamo svegliati al suono di persone che gridavano a proposito di un cubo giallo che l’esercito israeliano aveva posizionato: questa è un’area verde che non rientra nella zona da loro controllata, ma parlare con gli israeliani è impossibile. Ora qui è giallo. E io sono stata costretta a fuggire con i miei tre figli». Uno dopo l’altro. Dal 2008 abbiamo vissuto guerre una dopo l’altra e ci siamo abituati a pensare che un cessate il fuoco significhi la fine dei bombardamenti e delle esplosioni. Ma questa volta è diverso: da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, i bombardamenti non si sono fermati. Quasi ogni giorno vengono presi di mira luoghi diversi e nessuno sa dove si trovino le zone sicure: tende, auto, appartamenti e assembramenti di civili sono nel mirino, al punto che il terrore accompagna tutti. Anche chi, come me, ha lasciato Gaza. Seguire le notizie ogni giorno, momento per momento, capire i luoghi colpiti dai bombardamenti e dai vari attacchi, mi ha causato un grande stress mentale: cerco di tenere traccia della mia famiglia durante tutta la giornata. Raccomando loro di non spostarsi troppo, di mantenere un contatto costante per sapere dove si trova ciascuno, e di non andare in zone lontane. Li chiamo decine di volte al giorno e mi preoccupo quando non hanno connessione a Internet o copertura telefonica. Parlo con mia sorella Sahar, che ha due figli, per sapere cosa fa durante il giorno e dove si trovano mio padre e mio fratello. Si lamenta del rumore dei bombardamenti e delle continue esplosioni: ha sempre molta paura per i bambini. Emergenza topi. Durante la guerra, tutti i medici chiedevano un cessate il fuoco e l’apertura dei valichi per consentire l’ingresso delle attrezzature mediche e dei medicinali necessari a salvare la vita di migliaia di pazienti. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco tutti erano convinti che le sofferenze sarebbero finite, che ci sarebbe stata la libertà di viaggiare per curarsi, che le attrezzature mediche e i medicinali sarebbero entrati e che sarebbe iniziata la ricostruzione degli ospedali distrutti. Nulla di tutto ciò è avvenuto. Gaza da tre anni è inquinatissima: non ci sono fogne, non c’è nulla che funzioni. Il risultato è la moltiplicazione di roditori e insetti nelle tende e la mancanza di medicinali e insetticidi per controllarli. I topi attaccano in particolare i bambini. Quando la sera chiamo la mia famiglia, vedo mio padre con una bomboletta che spruzza il contenuto sul pavimento, sulla biancheria da letto, sul suo corpo, su quello di mio fratello e su quello dei miei nipoti. Gli chiedo cosa sia, e lui risponde: «Non lo so. Mi hanno detto che questo uccide zanzare e pulci. Non riusciamo a stare fermi un attimo senza essere tutti irritati dalle punture». Li osservo attraverso la telecamera, con le lacrime che mi salgono agli occhi. Poi appare mio nipote Adam, di cinque anni: «Guarda il mio corpo, zia. Ho protuberanze e bozzi di un colore strano dappertutto», mi dice. Mi mostra rigonfiamenti e piaghe causati dalle punture di insetti. Anche mia sorella ha lo stesso problema. Le dico di andare da un medico o in ospedale, ma lei risponde che non ci sono cure adeguate. Ne ha provate due per Adam, ma le sue condizioni non sono migliorate. Un’amica di mia madre ha il cancro: prima della guerra era nella fase finale della chemioterapia. Durante la guerra, la malattia si è diffusa in tutto il corpo: per lei non è disponibile alcuna cura. «È da oltre un mese che aspetto una chiamata dal medico per iniziare il trattamento, ma ormai rischio la morte». Si chiama Rawya Sharafi: in condizioni simili alle sue ci sono migliaia di persone. Non va meglio ai bambini: non ci sono né scuole né centri educativi. Mancano attrezzature didattiche, materiali e cancelleria, che sono inoltre molto costosi. Sono riuscita ad aprire un centro educativo nel campo di Khan Younis: sto cercando di salvare i bambini – i miei alunni di tre anni fa e altri – dall’ignoranza in cui sono stati costretti, ma ho enormi difficoltà nell’ottenere il materiale per studi e lezioni. Non basta: mancano spazi dedicati ai bambini e penne e quaderni hanno prezzi esorbitanti. Ciononostante, stiamo cercando di sostenerli e di aiutarli a superare questa fase estremamente pericolosa. Per un’insegnante come me tutto questo è desolante: le scuole sono distrutte o piene di sfollati, non esistono parchi giochi, né giardini. Di ricostruzione non si parla: e, anche quando un giorno ci sarà, forse, chi ricostruirà questi bambini? Chi pagherà il danno di una generazione che avrebbe potuto aiutare Gaza, farla crescere, e che invece è stata distrutta dalla guerra insieme alle sue scuole? E poi...Non so cosa altro devo raccontarvi della mia Gaza oggi. Posso dirvi che nel mezzo di questo cessate il fuoco che non c’è, persone di tutte le età percorrono centinaia di metri per procurarsi acqua sufficiente per poche ore soltanto. Che poi era quello che succedeva durante la guerra, quando per risparmiare acqua passavo un’intera settimana senza farmi la doccia e lavare i piatti e fare il bucato era una sfida. Forse invece dovrei dirvi che gli aiuti alimentari sono stati notevolmente ridotti a causa delle restrizioni all’ingresso attraverso i valichi: e che c’è il timore di una nuova carestia perché quello che c’è costa tantissimo e le famiglie più povere già iniziano a non farcela. Del resto, anche durante la guerra la fame era cominciata da loro: succederà di nuovo? Nessuno lo sa. Magari dovreste invece sapere che manca l’elettricità da quasi tre anni: la fornitura è stata interrotta sin dal primo mese di guerra a causa del blocco del carburante necessario per il funzionamento dei generatori e dell’unica centrale elettrica nella Striscia. Anche qui, non è cambiato molto: sebbene esistano punti di ricarica a energia solare, sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno dei due milioni di residenti. Gaza è al buio: come lo era nove mesi fa e come è sempre stata dal novembre del 2023. Ma ci ho pensato: invece quello che voglio che teniate a mente alla fine di questo articolo è che dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza sono state uccise più di 1.300 persone e quasi 3.500 sono rimaste ferite. Uomini, donne e bambini. Questo non era mai accaduto durante i precedenti conflitti: allora, il cessate il fuoco voleva dire che la guerra era finita. Oggi ha solo cambiato nome.

«Trump parla di “accordo storico” ma a Gaza il massacro continua», testo dello scrittore Ibrahim Badra pubblicato sul giornale on-line europeo “Mediapart” e riportato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, lunedì 3 di agosto 2026: Anche se da mesi non occupa più le prime pagine dei giornali, anche se i responsabili politici parlano di cessate il fuoco (e in questi giorni Donald Trump parla addirittura di un "accordo storico", ndt), in realtà la guerra a Gaza non è finita. Ogni notte famiglie intere si addormentano sotto una tenda e ogni mattina si svegliano ponendosi la stessa terribile domanda: siamo ancora tutti vivi? A Gaza, la catastrofe umanitaria continua. Secondo l'OCHA, l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, per centinaia di migliaia di palestinesi sfollati resta drammaticamente difficile accedere al cibo, all'acqua potabile e alle cure mediche, così come trovare un luogo sicuro in cui vivere. L'Unicef continua a lanciare l'allarme sulla condizione dei bambini, esposti a fame, traumi e malattie. Da dati del ministero della Salute palestinese di Gaza, nel solo giorno del 16 luglio scorso quattro palestinesi sono stati uccisi e altri 28 sono rimasti feriti. Dal cessate il fuoco annunciato l'11 ottobre 2025, almeno 1.202 palestinesi sono stati uccisi, 3.888 sono rimasti feriti e circa 800 corpi sono stati recuperati dalle macerie. Dall'inizio del genocidio, il 7 ottobre 2023, il ministero inoltre riferisce di un bilancio complessivo di 73.329 palestinesi uccisi e altri 173.997feriti. Eppure, neanche questi numeri sono in grado di restituire la realtà della vita quotidiana a Gaza. Alcuni giorni fa, un drone israeliano ha colpito un gruppo di giovani nel campo profughi di Nuseirat: otto sono morti, mentre gli altri sono rimasti gravemente feriti. Si erano ritrovati poco prima per andare al funerale dell'amico Taher. Di loro resta una fotografia, scattata poco prima che si incamminassero tutti insieme verso il cimitero per dare l'ultimo saluto all'amico. Il funerale, che doveva essere un momento di raccoglimento, si è trasformato in un momento di morte. A Gaza, la tragedia si ripete con crudeltà insostenibile. Un martire fotografa un altro martire. Un martire porta la bara di un altro martire. Un martire seppellisce un altro martire. Un'altra storia me l'ha raccontata mio fratello, dal campo per sfollati dove vive la mia famiglia: per alcuni giorni, ha avuto l'impressione di sentire arrivare dalla tenda la voce della moglie di un nostro vicino, Abu Issa, uccisa quasi un anno fa mentre accompagnava il marito a cercare aiuti umanitari. All'inizio ha pensato che fosse la sua mente a giocargli un brutto scherzo, ma poi è successo di nuovo: ha sentito ancora la risata della donna. Un giorno, mentre era seduto con Abu Issa a bere un caffè, mio fratello ha allora deciso di parlargliene: "Scusami Abu Issa, ma da qualche tempo, quando tutti dormono, sento Umm Issa ridere e chiamare i bambini. Non capisco cosa mi stia succedendo". Si aspettava che il vicino fosse turbato dalle sue parole. Invece, Abu Issa gli ha sorriso: "Oh, amico mio - ha risposto -, è mia figlia Soso che, tutte le sere, fa partire un video in cui si sente la voce della madre e lo ascolta in continuazione, finché non si addormenta". Mio fratello, con la tazzina in mano, senza più parole, aveva allora guardato Soso che, poco distante da loro, giocava a campana con le sue amiche. Di giorno la bambina ride e gioca, mentre di notte cerca il conforto della voce registrata della madre. Poco tempo dopo mi è stata raccontata un'altra storia: quella di due fratelli che avevano lasciato la tenda della famiglia con diversi recipienti vuoti, diretti verso il più vicino impianto di desalinizzazione dell'acqua, nella speranza di tornare a casa con acqua potabile sufficiente per tutta la famiglia. Non erano armati e non rappresentavano alcuna minaccia. Erano soltanto due giovani che volevano trovare dell'acqua da portare ai loro cari. Ma un drone di sorveglianza sorvolava la zona e ha individuato i due fratelli prima che riuscissero a raggiungere l'impianto di de-salinizzazione. In pochi istanti è stato lanciato un missile ed i due fratelli sono morti sul colpo: il loro unico crimine era voler sopravvivere e aiutare la propria famiglia. Questa è la vita quotidiana a Gaza. Non si muore soltanto combattendo. Si muore cercando di sopravvivere. Si muore cercando della farina. Si muore aspettando gli aiuti umanitari. Si muore andando a prendere l'acqua. Si muore dormendo sotto una tenda. Si muore seppellendo le persone che si amano. Forse oggi il rischio più grande non è soltanto il protrarsi della violenza. È l'illusione che la violenza sia finita. Quando l'attenzione dei media si affievolisce, molti pensano che anche la sofferenza sia svanita con essa. Quando i governi parlano di stabilità, molti la confondono con la sicurezza. Quando i politici annunciano il cessate il fuoco, si immagina che i bambini tornino a scuola e che le famiglie ricostruiscano le proprie case. Ma la pace non si misura sulla base delle conferenze stampa. Si misura dal fatto che i bambini dormano senza paura, che gli ospedali funzionino, che le famiglie possano tornare a casa, che i genitori possano mandare i propri figli a prendere l'acqua senza chiedersi se torneranno vivi. Da giornalista e scrittore, ho imparato che spesso la più grande ingiustizia non è soltanto ciò che il mondo vede. È ciò che il mondo sceglie di non vedere più. Ricordo un'altra Gaza. Ricordo i mercati affollati prima della festa dell'Eid. L'odore del pane appena sfornato prima dell'alba. Le risate dei bambini che riempievano le strade di Al-Sabra. Le serate in riva al mare, prima che le tende occupassero la spiaggia. Questi ricordi contano, perché ci ricordano che Gaza non era destinata a diventare una catastrofe umanitaria permanente. Che non è soltanto un luogo di macerie. È la casa di milioni di persone i cui sogni non avevano nulla di straordinario. Persone che volevano studiare, lavorare, innamorarsi, crescere dei figli, invecchiare, vivere. Perciò, quando sentite dire che la guerra è finita, ponetevi questa domanda: a Gaza lo sanno? Perché lì, nella Striscia, nessuno ha mai sentito mai parlare di cessate il fuoco. Le bombe continuano a cadere. I bambini dormono ancora sotto le tende. La guerra non è finita. È solo diventato più facile, per il mondo, distogliere lo sguardo da Gaza e guardare altrove.

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