Sopra. Il "Castello di Santa Severina", Crotone.
Abito, (…), nella casa in cui sono nato, dormo nella stanza in cui mia madre mi mise alla luce. Posso dire che, pur con tutti i miei viaggi, con tutte le mie vite altrove - reali e immaginate -, con tutto il mio errare, sono rimasto. Il paese che ho visto pieno adesso è vuoto. I compagni che partivano pensando a un ritorno poi non sono più tornati. Le case e le strade sono vuote. Il luogo che volevo cambiare mi ha, forse, cambiato. L'esilio non l'ho scelto io, mi è arrivato a casa. Dalla finestra, nella strada ormai deserta, ancora fino a pochi mesi fa, la mattina vedevo due donne anziane che parlavano davanti alla loro porta o sui gradini all'inizio di un vicolo. Assisto alla morte del paese. È struggente. Da bambino aspettavo il ritorno di mio padre, adesso assisto alla partenza dei miei figli. Eppure, è qui che devo dare un senso a quel che resta del mio giorno. È qui che devo riguadagnare le ragioni, le emozioni, i sentimenti di una scelta. Siamo responsabili del tempo che viviamo, siamo responsabili dei luoghi che abitiamo. Là dove si vive bisogna abitare, «dove si hanno i piedi, bisogna avere anche la testa», dice il mio amico Michele; là dove si è rimasti bisogna cercare di costruire e di immaginare una nuova vita. Non possiamo limitarci solo a contare i morti, non possiamo farci inghiottire dalle ombre e dai fantasmi del passato, con i quali tuttavia continuiamo ad avere un turbolento e sofferto dialogo. Il nostro compito è anche accogliere la vita che arriva, ricevere quelli che tornano, provare a sostenere quanti non vorrebbero partire. Il nostro compito è camminare, cercare, scrivere, sperando che anche questo possa servire a costruire nuova comunità. Mi oriento ovunque vada, ma mi sento a mio agio nei paesi dell’interno", che vedono il mare, il cielo e le nuvole, tra la gente che, pur senza istruzioni per l'uso, afferma una restanza come stile di vita, come la propria forma dell'abitare, come atto politico, come resistenza ai fenomeni di devastazione dei luoghi, come possibilità per rigenerarli. Mi sento a casa (a volte in maniera perturbante e dolente) tra quanti hanno esercitato e conoscono il diritto di migrare e oggi affermano anche il diritto di restare come principio di libertà, non per isolarsi, ma per inscrivere la propria piccola patria nel cuore del mondo. (Tratto da “La restanza” di Vito Teti - Giulio Einaudi Editore, 2022, - alle pagine 138-139).
"TerraMia". “Pietre vive, antichi codici il piccolo cuore nascosto della Calabria bizantina” di Francesco Manacorda pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, sabato 29 di agosto 2026: Poi ci saranno i lapislazzuli, la biacca, l’oro e il minio, fissati nell’incanto eterno del Codex Rossanensis. Ma per ora bisogna partire da qui, dalla Cattolica di Stilo, le cinque cupole di mattoncini rossi - come Cristo e i quattro Evangelisti - e sotto la vallata dello Stilaro, per un viaggio fuori dalle rotte più battute alla scoperta della Calabria bizantina. La costa, troppo spesso con il suo orlo di cemento, è lontana; le Serre con i loro boschi, pure. È tutto un percorso a mezzacosta, quello che segue l’arrivo e l’insediamento dei monaci venuti da Oriente a più riprese, soprattutto tra il VII e il IX secolo, e una lunghissima influenza culturale: quasi un secondo approdo oltre un millennio dopo quello della Magna Grecia. Una presenza che si distende, con alterne fortune, dalla metà del VI secolo alla metà dell’XI. La Cattolica, allora, dal greco katholikon, la chiesa principale di una comunità religiosa, edificata tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo. «Qui si riunivano i monaci locali, che si erano ritirati nelle tante grotte naturali, o in rifugi scavati nella roccia, per dire messa assieme», spiega Francesco Sorgiovanni, giornalista e storico di Stilo, che ha appena pubblicato un libro sull’immortale concittadino Tommaso Campanella. E del resto, in questa Calabria interna, ogni chiesa uno storico locale; ogni storico un libro scritto o da scrivere; ogni libro una tesi sostenuta con passione. La storia, qui, diventa viva e presente, le pietre non solo parlano, ma non poche volte litigano, tra fonti contrastanti e divergenze d’interpretazione. Via dalle spiagge più note e in viaggio - anche nel tempo - tra chiesette e rupi: il rischio della deriva radical chic è frenato da una cucina che non si concede diciamo, troppe sofisticherie. Lungo le propaggini della Sila, tornanti e bosco fino a Santa Severina, a metà strada tra lo Ionio e le montagne, e al suo castello. «Era la sede del ginnasio e anni dopo abbiamo scoperto che nell’aula dove studiavamo eravamo seduti sopra alcune tombe bizantine», raccontano Bruno Cortese, medico ed ex sindaco di questo paese oggi tra i Borghi più belli d’Italia, e il suo compagno di scuola Pino Barone, professore alle medie ed entusiasta divulgatore della storia locale. Il castello oggi si legge come un libro: sotto l’edificio normanno dell’XI secolo le tracce del kastron bizantino, con strutture militari, una chiesa e una necropoli; poi, a salire nei secoli, i rimaneggiamenti svevi, angioini, aragonesi. Poi il Battistero, che battistero forse non nacque affatto. È uno dei monumenti bizantini più importanti della Calabria, probabilmente del IX secolo, ma sulla funzione originaria gli studiosi discutono: ancora una volta le pietre parlano e non sempre vanno d’accordo. Pochi turisti, anche pochi abitanti, rari gli stranieri che si trasferiscono. «In dodici anni siamo passati da 2.200 a 1800 residenti nel giro di dodici anni. E adesso ha chiuso anche il negozio di alimentari qui in paese», racconta Cortese. I giovani se ne vanno, chi resta coltiva la memoria. Ma anche la memoria ha bisogno di visitatori per restare viva. Si riparte verso nord, destinazione Rossano, uno dei grandi centri della Calabria bizantina. Ma prima c’è il monastero del Patire - dal greco patèr, padre - fondato attorno al 1095 da Bartolomeo di Simeri. Politicamente siamo già nell’età normanna, culturalmente il filo con l’Oriente non si è spezzato. Qui funzionò uno dei grandi centri della cultura monastica greca: codici miniati, scritti, letti e conservati, tra lo scriptorium e la biblioteca. Tutto disperso. Resta il pavimento a mosaico del XII secolo, un bestiario di pietra che ancora stupisce. Un codice, anzi il Codex Purpureus Rossanensis, sta solo a pochi chilometri più in là, in una sala del Museo diocesano di Rossano. «È uno dei soli sette evangelari miniati di questo tipo che esistono al mondo», spiega Franco Filareto, ex sindaco, per quarant’anni insegnante di filosofia al liceo classico locale, quattro figli «che sono andati tutti via, hanno fatto l’exodus». Anche lui - naturalmente - un libro appena pubblicato sul Codex e altrettanto naturalmente una tesi: «Si pensa che venga dall’Oriente. Io cerco di dimostrare che la sua provenienza non sia tanto Antiochia quanto Cesarea di Palestina». Da quelle terre il Codice è arrivato qui, fino a noi, dimezzato nello sfoglio ma mantenendo intatto il suo fascino, portato forse da monaci di cui non sappiamo il nome. Quel «forse» conta: che sia giunto a Rossano durante le persecuzioni iconoclaste dell’VIII secolo è l’ipotesi tradizionale, non una certezza. Di certo c’è che il manoscritto risale al V-VI secolo, contiene per intero il Vangelo di Matteo e quasi tutto quello di Marco ed è scritto in greco, in oro e argento, sopra pergamena purpurea. Dal 2015 è nel registro Unesco. In zone magari più raggiungibili avrebbero montato sopra un ben più grandioso apparato turistico-culturale attorno a questi 188 fogli di pergamena con quattordici miniature che lasciano a bocca aperta. Qui il Codex riposa tranquillo nella sua teca, che talvolta viene aperta per la cerimonia dello “sfoglio”, quando si volta una pagina. Le altre, fortunatamente, si possono esplorare in digitale: ecco l’Ultima Cena con Gesù non al centro della tavola, ma umilmente di lato; ecco l’ingresso a Gerusalemme, il Getsemani, il processo davanti a Pilato. Volti, riccioli, sguardi, pieghe delle tuniche, una graphic novel bizantina a tema evangelico. Le analisi fatte durante il restauro hanno ricostruito una tavolozza che racconta il Mediterraneo e anche terre più lontane: lapislazzuli per il blu, biacca, minio e terre ferruginose, nero di carbone, una lacca organica ricavata dal sambuco; oro e argento per scrivere e illuminare. A pochi passi, in cattedrale, c’è la Madonna Achiropita: dal greco acheiropoietos, «non fatta da mano umana», l’immagine attorno alla quale Rossano ha costruito una parte della propria identità religiosa. Alla messa grande delle 18 c’è una chiesa piena e molte suore che arrivano dall’Asia. Certe strade che dall’Oriente portano fino a qui, a quanto pare, non si sono mai interrotte.

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