"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 21 agosto 2026

MaldItalia. 06 “L’automobile insomma non è…”.


A sentire lui, l’egoarca di Arcore , sono le vere ricchezze del bel paese, e si parla naturalmente delle automobili, dei telefonini, delle seconde e terze case e di tutto l’immateriale che ammalia gli abitatori del bel paese; nella scala dei valori invertiti nel “Paese del pressappoco” soppiantano la sicurezza sociale, la cultura vera diffusa, i servizi pubblici più che efficienti, la laboriosità che sempre si rinnova e compete in campo internazionale, la credibilità internazionale in fatto di garanzie e libertà individuali, la credibilità internazionale in fatto di  garanzie del mercato economico-finanziario interno, per le quali cose invece il bel paese si è da tempo inceppato e risulta essere non più competitivo e quindi alla mercé dei nuovi “artigiani”, quali per l’appunto i cinesi e tutti gli altri. Ed in questo quadro angosciante quei “feticci” di progresso, benessere e modernità si trasformano in “inutilità da beoti”, dilaganti nel bel paese su scala enorme ed impensabile sino a qualche tempo addietro; diventano quei “feticci” strumento di atti insensati se non irresponsabili, addirittura delittuosi come nel caso delle automobili, delle quali la cronaca ci rende quotidiana testimonianza ed alla quale ci si è fatto anche il cosiddetto “callo”, per cui su quelle sventure urbane ed extraurbane non si è indotti più a riflettere per una presa di coscienza di una “cittadinanza” purtroppo mancata. Scrive Raffaele Simone nel suo lavoro che è fonte di questa rubrichetta al capitolo sesto – “Il sé civico” – sulla idolatria propria degli abitatori del bel paese per le automobili:(…). L’automobile insomma non è solo un veicolo, come generalmente si crede, ma un supremo stratagemma politico-simbolico per procurarsi un riconoscimento, è una sorte di enorme pugno battuto sul tavolo della discussione, una specie di usbergo, protettivo o minaccioso secondo i casi, con celata e giaco e di grande energia aggressiva, con cui ciascuno si impone sugli altri in ragione dell’ingombro della propria vettura, della sua capacità di far danno e del suo prezzo e  che ci permette di schivare un consorzio umano che non amiamo.Il cittadino si abbarbica a quel che può, quando non ha appigli di cittadinanza veri e propri. (…).

Postato al tempo, l’8 di novembre dell’anno 2005, su di “un altrove” che non c’è più.

In un’intervista di qualche tempo fa, lo scrittore americano Jonathan Safran Foer mi aveva spiegato esattamente cosa stiamo facendo quando si tratta di cambiamento climatico. Stiamo tentando di “adattarci”, come se fosse possibile. Mi aveva raccontato di quando un uragano minacciava la sua casa a Brooklyn e lui si era ingegnato a trovare un modo per proteggere la sua famiglia senza fermarsi a riflettere – (…) – sul fatto che non c’è adattamento individuale che possa bastare, se non si capisce che siamo davanti a una questione collettiva. Quest’anno ho visto una Londra irriconoscibile, colpita dalla siccità, con i suoi parchi talmente secchi da sembrare campi di grano. Non mi era mai accaduto. Tutti noi stiamo vivendo un’estate invivibile, soprattutto nelle città. Chi non ha case protette e climatizzate e vive in condizioni di fragilità non ha nessuno scampo e nessun aiuto. E mi pare incredibile che una questione così enorme, che ci tocca tutti, sia completamente elusa dal governo di questo Paese. Abbiamo passato anni a vedere andar dietro Lega e Fratelli d’Italia alle tesi negazioniste di Donald Trump, che come primo atto del suo mandato ha tolto gli studi sul cambiamento climatico dal sito della Casa Bianca. E ha aumentato le trivellazioni ovunque fosse possibile al grido di “Drill baby drill”. E ora, nonostante con Trump l’idillio si sia a dir poco spento, abbiamo un governo che semplicemente fischietta. Fa finta di niente. Anzi, cerca di ostacolare il Green Deal europeo e contribuisce a far sì che nemmeno la dormiente Unione riesca a pensare qualcosa di efficace. Talmente preoccupata di fermare i migranti a Ceuta, da non vedere che i prossimi profughi del clima potremmo essere noi. E non tra un secolo, ma molto prima. Quando Stephen Markley pubblicò Diluvio, ormai nel 2022, si rifiutò di definirlo un romanzo catastrofico o distopico. Perché quel che raccontava era profondamente realista. Era quello che sta succedendo, messo in forma di racconto. Un modo per cercare di abbattere la gigantesca rimozione collettiva di cui siamo tutti preda. Il cambiamento climatico è la questione più grande che abbiamo davanti e non c’è adattamento individuale che possa salvarci. Quando a capirlo erano stati i ragazzi che scendevano in piazza, li abbiamo derisi e chiamati “gretini”. Ci stavano mostrando la realtà come il bambino nella fiaba sul vestito nuovo dell’imperatore, e noi li abbiamo bollati come affetti da “ansia climatica”. Abbiamo pensato a come fermare le loro proteste plateali. Abbiamo scritto leggi che permettessero di mettere in prigione chi fa blocchi stradali o imbratta monumenti. Forse dovremmo cominciare a chiederci se ci siamo preoccupati del dito, o della luna. E forse dovremmo pretendere che il governo, qualsiasi governo, agisca in base alla realtà, e non ai fantasmi che sventola solo per ottenere consenso. (Tratto da “C’è un brutto clima”, testo di Annalisa Cuzzocrea pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di oggi, venerdì 21 di agosto 2026).

“Qual è davvero la posta in gioco in Val di Susa”, testo di Giuseppe De Marzo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 7 di agosto 2026: Com'è possibile che in più di 30 anni la politica non sia stata capace di cambiare idee su un progetto palesemente sbagliato, insostenibile e antieconomico come quello dell'alta velocità in Val Susa? Mentre siamo colpiti dalla quarta ondata di caldo, più impoveriti e diseguali, con un governo che butta decine di miliardi per armi e sussidi ai fossili invece di investire nella riconversione ecologica, la classe dirigente politica italiana criminalizza i movimenti che difendono la Terra. Lo fanno per coprire la violenza strutturale del modello economico estrattivista, insostenibile per sua natura, spostando le responsabilità su comunità e territori. Lo sviluppo non è per tutti, anzi è per pochissimi. È questo il vero problema con cui dovremmo misurarci, invece di continuare a spostare ipocritamente l'attenzione sugli scontri degli scorsi giorni avvenuti nel cantiere di Chiomonte, come se la vicenda della Tav iniziasse ieri e non 35 anni fa. Durante i quali gli abitanti della Val Susa hanno visto le loro vite sconvolte dalla violenza della militarizzazione dei territori, dall'inquinamento dovuto a decenni di scavi, dalla distruzione di ecosistemi, economie locali e memorie condivise. Ignorati per anni dalle autorità che in maniera bipartisan sono rimaste sorde a tutte le istanze. Basta entrare nel merito delle questioni per accorgersi della costante manipolazione dell'opinione pubblica e del fallimento di un'intera classe dirigente che continua a riproporre all'opinione pubblica la favola della crescita economica. Così non se ne esce, anzi le cose peggiorano. Meglio coprire gli errori e puntare il dito sulla "legalità" (senza verità e giustizia) per difendere le proprie rendite di posizione. Che importa se dei 118,8 km di tunnel previsti più di 35 anni fa ne sono stati scavati appena 21; che i lavori preliminari di 25 anni fa sono ancora da completare; che le macchine per scavare dovevano essere 7 ma ce n'è solo una; che secondo la Corte dei conti i costi previsti sono aumentati del 127%, passando da 7 a 16 miliardi, di cui più di un terzo a carico nostro. Evidente che a questo ritmo di scavo l'inizio previsto del funzionamento per il 2033 è impossibile. Quello che doveva essere un progetto per trasportare passeggeri si è trasformato in una linea merci che gli stessi promotori di allora ritengono non più necessaria. A meno che l'obiettivo non sia trasformare il progetto in opera militare trasferendo soldi europei: siamo in guerra e non ce lo avete detto? Lo stato delle cose conferma il fallimento di un progetto figlio del pensiero unico sviluppista. Un errore ancora più evidente nell'era del capitalocene che minaccia con il suo eccessivo utilizzo di risorse la sopravvivenza della nostra specie. Pericoloso e miope per il campo largo assecondare il richiamo ipocrita alla legalità di un governo che sta quotidianamente abbattendo i principi della costituzione antifascista. Non capire il contesto, la sproporzione e non riconoscere la necessità di cambiare le politiche industriali ed energetiche da parte di chi si dice alternativo alle destre e all'internazionale nera è un errore gigantesco. Lontano dalle telecamere dell'autonarrazione le nuove generazioni, a cui non frega niente dei giudizi perbenisti e dei salotti buoni di confindustria, lottano legittimamente per un'alternativa rispetto a chi propone crescita e riarmo. Facciamo Eco!

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