La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr). Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile? Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani. Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società. La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta. (Tratto da “Democrazia non pervenuta” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”).
“Il venditore Ulrich e il filosofo Hans: i vincitori dell’AfD” di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano”: Sono il filosofo e il venditore. Uno porta la barba da profeta e tiene sulla scrivania una tazza dell’Armata Rossa. L’altro ha il sorriso del ragazzo per bene, i pantaloni a sigaretta, un passato coerente da venditore di profumi. Il filosofo si chiama Hans-Thomas Tillschneider, 48 anni, esperto di Islam e filosofie orientali. L’altro è Ulrich Siegmund, 35 anni, diploma professionale, imprenditore, influencer con 800 mila follower, leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Il primo scrive le parole. Il secondo le vende. Insieme costituiscono forse il più interessante, inquietante e ben riuscito, esperimento politico che la Germania abbia prodotto alla sua estrema destra dalla fine della guerra: trasformare un programma radicalmente reazionario in un’offerta elettorale niente affatto minacciosa, addirittura allegra. Tillschneider nasce nel 1978 a Timisoara, Romania, da una famiglia appartenente alla minoranza tedesca del Banato. La sua formazione sembra fatta apposta per smentire la biografia che verrà: studi islamici, arabo, filosofia, storia della letteratura tedesca tra Friburgo, Lipsia e Damasco; dottorato dedicato a un giurista musulmano del Settecento; ricerca e insegnamento universitario. Un cosmopolita di formazione, diventato teorico della nazione chiusa. Un conoscitore dell’Islam, diventato ideologo di un partito che ha costruito parte della propria fortuna politica sulla paura dell’Islam e il pericolo mortale del multiculturalismo. Siegmund viene da tutt’altra strada. Nasce nel 1990, l’anno della riunificazione delle due Germanie, cresce a Tangermünde, nell’est tedesco. A diciotto anni entra nella Cdu. Lascia il ginnasio, prende un diploma professionale, si occupa di profumi per ambienti e nel 2014, appena un anno dopo la fondazione dell’AfD, entra nel partito. Nel 2016 viene eletto al Parlamento regionale senza lasciare grandi tracce. Poi arriva il Covid. È il suo acceleratore politico. Il video “Pandemie-panikmache”, contro i “montatori di panico da pandemia”, lo trasforma quasi istantaneamente in una celebrità delle bolle no-vax e della destra radicale. Da lì Tiktok, Instagram, selfie. E poi la leadership. Sa maneggiare sorrisi e ottimismo. “Andrà tutto bene” dice. “Torniamo orgogliosi”. “Salviamo il Paese”. “Tutto è possibile”. Ma dice anche che “remigrazione è una parola del tutto normale. Anzi, positiva”. E quando il settimanale “Spiegel” lo definisce “l’uomo più pericoloso di Germania”, lui trasforma quella pagina, in un gadget da autografare ai comizi. Siegmund tranquillizza. Tillschneider radicalizza. È lui l’autore della 156 pagine del programma elettorale che vuole “riplasmare la società”. Anzi “rifare i tedeschi”. Cominciando da famiglia, bambini, scuola, cultura. Classi separate per i figli degli immigrati perché sappiano che “la loro permanenza è provvisoria”. E per i disabili “che paralizzano il progresso dell’istruzione”. Le famiglie tedesche vanno messe al riparo dai “fanatici pervertiti di sinistra” e dalle “deviazioni sessuali con stili di vita non riproduttivi”. Per lui “pensare tedesco” è un progetto di restaurazione antropologica, via gli immigrati che inquinano lo spirito tedesco, diritti garantiti solo dallo jus sanguinis. Basta con l’inclusione. Basta con i finanziamenti “all’arte antitedesca”, torna necessario proibire “l’arte degenerata”, come la chiamava Hitler, che includeva tutte le avanguardie, Bauhaus compreso, colpevole di troppo modernismo, anche se ha superato il secolo di vita.
N.d.r. I testi sopra riportati di Michele Serra e di Pino Corrias sono stati pubblicati oggi, martedì 8 di settembre 2026.

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