"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 8 settembre 2026

DalMondo. 09 Michele Serra: «La pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società».


(…). Ho passato due dei miei primi anni tra ss, fascisti e partigiani, che si sparavano l'un l'altro, e ho imparato come scansare le pallottole. Non è stato male come esercizio. Nell'aprile del 1945 i partigiani presero Milano. Due giorni dopo arrivarono nella piccola città dove vivevo. Fu un momento di gioia. La piazza principale era affollata di gente che cantava e sventolava bandiere, invocando a gran voce Mimo, il capo partigiano della zona. Mimo, ex maresciallo dei carabinieri, si era messo coi badogliani e aveva perso una gamba in uno dei primi scontri. Si fece vedere al balcone del municipio, appoggiato alle sue stampelle, pallido; cercò con una mano di calmare la folla. Io ero lì che aspettavo il suo discorso, visto che tutta la mia infanzia era stata segnata dai grandi discorsi storici di Mussolini, di cui a scuola imparavamo a memoria i passi più significativi. Silenzio. Mimo parlò con voce rauca, quasi non si sentiva. Disse: "Cittadini, amici. Dopo tanti dolorosi sacrifici... eccoci qui. Gloria ai caduti per la libertà." Fu tutto. E tornò dentro. La folla gridava, i partigiani alzarono le loro armi e spararono in aria festosamente. Noi ragazzi ci precipitammo a raccogliere i bossoli, preziosi oggetti da collezione, ma avevo anche imparato che la libertà di parola significa libertà dalla retorica. Alcuni giorni dopo vidi i primi soldati americani. Erano afroamericani. Il primo yankee che incontrai era un nero, Joseph, che mi fece conoscere le meraviglie di Dick Tracy e di Li'l Abner. I suoi fumetti erano a colori e avevano un buon odore. Uno degli ufficiali (il maggiore o capitano Muddy) era ospite nella villa della famiglia di due mie compagne di scuola. (…). (Tratto da “”Il fascismo eterno” di Umberto Eco, 2018, pagg. 12/13).

La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr). Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile? Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani. Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società. La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta. (Tratto da “Democrazia non pervenuta” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”).

“Il venditore Ulrich e il filosofo Hans: i vincitori dell’AfD” di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano”: Sono il filosofo e il venditore. Uno porta la barba da profeta e tiene sulla scrivania una tazza dell’Armata Rossa. L’altro ha il sorriso del ragazzo per bene, i pantaloni a sigaretta, un passato coerente da venditore di profumi. Il filosofo si chiama Hans-Thomas Tillschneider, 48 anni, esperto di Islam e filosofie orientali. L’altro è Ulrich Siegmund, 35 anni, diploma professionale, imprenditore, influencer con 800 mila follower, leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Il primo scrive le parole. Il secondo le vende. Insieme costituiscono forse il più interessante, inquietante e ben riuscito, esperimento politico che la Germania abbia prodotto alla sua estrema destra dalla fine della guerra: trasformare un programma radicalmente reazionario in un’offerta elettorale niente affatto minacciosa, addirittura allegra. Tillschneider nasce nel 1978 a Timisoara, Romania, da una famiglia appartenente alla minoranza tedesca del Banato. La sua formazione sembra fatta apposta per smentire la biografia che verrà: studi islamici, arabo, filosofia, storia della letteratura tedesca tra Friburgo, Lipsia e Damasco; dottorato dedicato a un giurista musulmano del Settecento; ricerca e insegnamento universitario. Un cosmopolita di formazione, diventato teorico della nazione chiusa. Un conoscitore dell’Islam, diventato ideologo di un partito che ha costruito parte della propria fortuna politica sulla paura dell’Islam e il pericolo mortale del multiculturalismo. Siegmund viene da tutt’altra strada. Nasce nel 1990, l’anno della riunificazione delle due Germanie, cresce a Tangermünde, nell’est tedesco. A diciotto anni entra nella Cdu. Lascia il ginnasio, prende un diploma professionale, si occupa di profumi per ambienti e nel 2014, appena un anno dopo la fondazione dell’AfD, entra nel partito. Nel 2016 viene eletto al Parlamento regionale senza lasciare grandi tracce. Poi arriva il Covid. È il suo acceleratore politico. Il video “Pandemie-panikmache”, contro i “montatori di panico da pandemia”, lo trasforma quasi istantaneamente in una celebrità delle bolle no-vax e della destra radicale. Da lì Tiktok, Instagram, selfie. E poi la leadership. Sa maneggiare sorrisi e ottimismo. “Andrà tutto bene” dice. “Torniamo orgogliosi”. “Salviamo il Paese”. “Tutto è possibile”. Ma dice anche che “remigrazione è una parola del tutto normale. Anzi, positiva”. E quando il settimanale “Spiegel” lo definisce “l’uomo più pericoloso di Germania”, lui trasforma quella pagina, in un gadget da autografare ai comizi. Siegmund tranquillizza. Tillschneider radicalizza. È lui l’autore della 156 pagine del programma elettorale che vuole “riplasmare la società”. Anzi “rifare i tedeschi”. Cominciando da famiglia, bambini, scuola, cultura. Classi separate per i figli degli immigrati perché sappiano che “la loro permanenza è provvisoria”. E per i disabili “che paralizzano il progresso dell’istruzione”. Le famiglie tedesche vanno messe al riparo dai “fanatici pervertiti di sinistra” e dalle “deviazioni sessuali con stili di vita non riproduttivi”. Per lui “pensare tedesco” è un progetto di restaurazione antropologica, via gli immigrati che inquinano lo spirito tedesco, diritti garantiti solo dallo jus sanguinis. Basta con l’inclusione. Basta con i finanziamenti “all’arte antitedesca”, torna necessario proibire “l’arte degenerata”, come la chiamava Hitler, che includeva tutte le avanguardie, Bauhaus compreso, colpevole di troppo modernismo, anche se ha superato il secolo di vita.

Tillschneider vuole una “cultura politica patriottica” che pesca proprio in quel passato dal quale estrae l’antico slogan “Räder müssen rollen!”, “le ruote devono girare!”, che è formula della propaganda bellica nazista. Tutto in nome della assoluta sovranità tedesca che l’ideologo AfD riesce a coniugare con la rivendicata vicinanza a Mosca, alla Russia di Putin. E dunque: nazione, famiglia tradizionale, autorità, ostilità al liberalismo, guerra alle élite cosmopolite, “quelli lassù, indifferenti al popolo”, diffidenza verso l’america, insofferenza per Bruxelles. L’Europa, dopo la società multiculturale, e dopo l’immigrazione, è il terzo nemico da combattere. Per recuperare sovranità, scrive Tillschneider, sarà necessario abbandonare Schengen, rimettere in discussione l’euro, interrompere gli aiuti all’ucraina, ricostruire il rapporto economico e politico con Mosca. Troppo radicale? È qui che entra in gioco Siegmund che seduce invece di spaventare. Dice le stesse cose, ma posta video su Tik Tok sempre sorridenti “Contro la sinistra dell’odio”. Arriva in piazza sul motorino Simons della vecchia Ddr. Abbraccia, saluta. E allegramente dice: “Espelleremo tutti gli immigrati dal primo minuto del primo giorno!”. Per la Germania la vittoria del filosofo e del seduttore è un terremoto perché incrina il più solido dei suoi tabù democratici, l’invalicabile confine tracciato nel 1945 dalla dissoluzione tedesca e dall’abisso dell’olocausto. Per la prima volta è l’ombra del 1933 che si allunga, evocando parole che sembravano morte. Velenose idee che sono diventate programmi. E programmi che da ieri sono stati sottoscritti da milioni di voti. Anche se la Sassonia – la più povera e la più anziana delle regioni tedesche – non è propriamente la Germania. Per l’Europa il pericolo è ancora più evidente. AFD indebolisce l’asse che la tiene insieme: dal rapporto transatlantico, alla moneta unica. Non per niente è considerata da tutti gli osservatori la “più estrema” delle principali destre populiste europee proprio per l’ostilità a Bruxelles, all’immigrazione, oltre che per le pulsioni revisioniste sul nazismo. Vedremo se la futura strada di AfD sarà quella già percorsa da Giorgia Meloni. Anche lei arrivò al governo dopo anni di parole radicali, confini da chiudere, sovranità da riconquistare, Europa da sfidare. Per poi spostare il baricentro, rendersi compatibile con Bruxelles, Washington, i mercati, il potere reale. Sarà il filosofo a rinnegare il venditore, accusandolo di tradimento? O il venditore a mettere in soffitta il filosofo e le sue idee oscure?

N.d.r. I testi sopra riportati di Michele Serra e di Pino Corrias sono stati pubblicati oggi, martedì 8 di settembre 2026.

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