Ma in quale epoca della vita di Pompei era stato trasportato? Una iscrizione edile scolpita su un muro gli
fece capire dal nome dei personaggi pubblici, che si era all’inizio del regno
di Tito, cioè nell'anno 79 della nostra era. Un pensiero improvviso attraversò
la mente di Octavien: la donna di cui aveva ammirato l'impronta al museo di
Napoli doveva essere viva perché l'eruzione del Vesuvio nella quale era morta
era avvenuta il 24 agosto di quell'anno. Poteva dunque ritrovarla, vederla, parlarle...
Il desiderio folle che aveva provato vedendo quella cenere modellata su forme
divine poteva essere soddisfatto, perché nulla doveva essere impossibile a un
amore che aveva avuto la forza di far tornare indietro il tempo e di far
passare due volte la stessa ora nella clessidra dell'eternità. (Tratto
da “Arria Marcella” – 1852 – di Théophile Gautier).
“Io, Guccini e le canzoni imparate da mio padre”, testo di
Francesco Bianconi – cantante del gruppo dei “Baustelle” – pubblicato sul
settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” di ieri, domenica 22 di
agosto 2026: Mi è molto difficile commentare la morte di Francesco Guccini. Pur avendolo conosciuto poco di persona, è un
fatto che mi tocca nel profondo. Adesso che
sono passati un po' di giorni, provo a metter giù dei pensieri alla rinfusa,
nella speranza che possano essere utili a qualche lettore. Sento di dover
scrivere. Guccini era il cantautore preferito di mio padre. È stato lui a
portarmi a tanti suoi concerti, quando ero piccolo. Me ne ricordo uno,
leggendario, alla Festa dell'Unità di Campi Bisenzio. Eravamo io, mio padre, e
il mio amico Marco Neri, compagno di liceo. Non avevo mai visto così tanta
gente tutta insieme, su un prato, il pomeriggio, ad aspettare un cantante. Mi
ricordo che c'era uno coi panini e le birre accanto a noi che gridava a
squarciagola: «Balestri!». Chissà se l'avrà poi mai trovato. Mio padre, si
diceva: fu lui a comprare il disco doppio Fra la via Emilia e il West, il disco
dal vivo che raccoglie tante canzoni importanti di Guccini. Sulla copertina
vedevo la fotografia di una Piazza Maggiore gremita di persone. Anche lì, di
nuovo, tornava il mio stupore di ragazzino di campagna di fronte alla moltitudine
di ascoltatori che aveva uno di cui non avevo sentito mai parlare. Uno che non
andava in televisione e non passava in radio. Lo stesso numero di gente di una
piazza del Festivalbar con ospiti i Duran Duran, per dire. Lo ripeto qui, per
chi non lo sapesse: io vengo da una frazione di Montepulciano, provincia di
Siena, quello è stato il mio campo di gioco per tanti anni; in quella frazione,
ma neanche poi a Montepulciano, cristo santo, non esisteva un negozio di dischi
(il più vicino era a Siena, a cinquanta chilometri), non c'era internet (quello
per tutti, era l'inizio degli anni Ottanta), e l'edicola di paese non aveva le
riviste musicali. Insomma, Guccini lo conoscevano soltanto certi adulti. Certi
adulti bene instradati, non si capisce da chi, che conoscevano i cantautori
degli anni Sessanta e Settanta, e ne possedevano dischi e cassette; magari addirittura
ne strimpellavano alcuni pezzi alla chitarra in dopocena con gli amici. Con un
piacere clandestino, carbonaro. Il piacere di custodire beni preziosi, segreti;
preziosi perché diversi dalla solita musica (quella che in televisione ci
passava, ad esempio Sanremo, Discoring, Domenica In); il piacere di conoscere e
apprezzare la musica vietata, "maledetta", per forma e contenuto;
quasi una sorta di diffusione per canali occulti, e per vie tangenziali e a
volte orali. Un gusto arcano, da setta (mi ricordo Remo, l'amico di mio padre,
che cantava accompagnato alla chitarra da Mario, un altro amico ancora, le
ballate brassensiane del primo De André, in una tavernetta piccolo-borghese, in
serate goliardiche e un po' giacobine). E io ragazzino per l'appunto mi stupivo
di come questi seguaci di Guccini, questi adepti misteriosi, potessero essere
così numerosi. Come si diffondeva il Verbo? Come faceva a penetrare dentro le
case di paesini di un isolamento inimmaginabile e cosmico? Bisogna ammetterlo,
io son stato fortunato: al di là degli arrangiamenti, che possono piacere o non
piacere, Fra la via Emilia e il West è un buon modo per essere introdotti alla
conoscenza di Guccini. Ci sono dentro tante delle sue canzoni più
significative. Me ne innamorai. In ogni compilation su cassetta fatta ad amici
o potenziali ragazze da conquistare, mettevo dentro dei pezzi da quel disco
(per far colpo quasi sempre Canzone quasi d'amore, che è una canzone perfetta).
Quel disco mi innescò una sorta di spinta all'approfondimento di tutta la
restante discografia di Guccini. In fondo, l'ho già detto tante volte, quando
facevo le medie io, la musica a me coeva pareva tutta bruttissima; la associavo
a beceri programmi in tv, a volgari toni da radio commerciale. La musica mi
pareva un incubo: non riuscivo a credere che il nuovo, il contemporaneo,
potesse risultare allo stesso tempo anche così osceno: brutti suoni di tastiere
digitali, batterie elettroniche, musica che mi faceva venire la depressione, la
voglia di uccidermi; musica da ballo per paninari, roba da fiera di paese, da
tagadà. Dunque non mi rimaneva che rifugiarmi nei cantautori e nel passato. E
giù gruppi beat, caschetti e chitarre, vecchi cantautori. Gli anni Sessanta e
Settanta mi sembravano l'unico rifugio possibile, l'unico unguento per i miei
tormenti. L'unico baluardo del Vero. L'immagine di Guccini fu per me mitica da
subito. Si sostituiva/confondeva innanzitutto con quella di mio padre e con
quella di Dio Padre. Per me Guccini è sempre stato, per fisicità, per tono di
voce, ancor prima di ciò che componeva e scriveva, un padreterno. E non credo
di essere l'unico a sostenere questa teoria. In Guccini si riponeva con
facilità un valore morale prima che estetico. O meglio, l'analisi di una serie
di segni, quelli estetici delle canzoni, quelli fisiognomici della sua
immagine, portava con naturalezza alla creazione di un plusvalore. Etico, per
l'appunto. Tu ti costruivi ascoltando e guardando Guccini l'idea che Guccini
fosse uno dei pochi Giusti del mondo. Guardavo le rare immagini di Guccini (principalmente
quelle sui dischi, perché come si diceva non c'era altro modo di vederlo) e
deliravo. L'immagine di Guccini, che in un certo senso si negava, produceva
vertigini narrative nella mia testolina. Più non si vedeva, la faccia di
Guccini, più io immaginavo mondi possibili e meravigliosi. Mischiavo queste mie
immaginazioni con le parole delle canzoni, le mischiavo coi racconti di qualche
adulto del paese appassionato di musica, et voilà: usciva questa mappa
fantastica, un bestiario fantastico, una storia di storie. C'era la storia di
Guccini senza barba, ventenne, appassionato di folk americano, che abita le
strade di Modena all'inizio degli anni Sessanta. E scrive le prime canzoni, fa
Dylan in italiano, gira per le strade di notte, alto e allampanato, frequenta
Bonvi e i ragazzi che poi formeranno dei complessi. La storia del ragazzo più
bravo e colto di Modena che scrive parole come nessun altro, e che compie un
piccolo miracolo, una certa, inconfutabile piccola rivoluzione, creando una
forma canzone prima non esistente in Italia. Intendo la forma canzone di
Auschwitz, Per fare un uomo, Dio è morto. Ballate folk di derivazione americana
con parole (e argomenti) che prima nelle canzoni non si potevano affrontare. I
cantautori precedenti (i genovesi, per semplificare) avevano fatto un altro
tipo di innovazione. Qui c'è una forza nuova che entra in gioco: si capisce che
il codice del folk americano può essere veicolo di una rivoluzione tematica e
lessicale, e scoppia una bomba. Guardate l'esordio in tv del giovane Franceco
che suona Auschwitz davanti a Caterina Caselli, l'avrete visto sicuramente e
capirete che cosa intendo. Leggete il testo di Auschwiz, di Dio è morto, di Per
fare un uomo, maledizione. Stavano nascendo i giovani in Italia. Prima non
c'erano. E nascono grazie anche a Guccini, nascono grazie alla storia di
Guccini, i1 ragazzone scontroso che incontra Vandelli e Carletti e Daolio, e la
Caselli per l'appunto. L’autostop, il blues, il talking, Dodo Veroli. Nella mia
testa si formava la storia di questi ragazzi formidabili che si incontravano al
Bar Grande Italia di Modena per ricostruire da zero, mettendosi in opposizione
al sistema, e al Mondo. Nella stanza dello stereo di casa dei miei a
Montepulciano, quante volte mi sono perso a guardare le immagini (poche!) dei
dischi di Guccini, come rapito da una passione da esploratore, come inebriato
da una febbre da decrittatore di geroglifici. Le foto di Guccini con la barba.
Guccini nel ritratto familiare del retrocopertina di Radici, Guccini nel primo
piano di Via Paolo Fabbri. La barba, i capelli lunghi. Suggestioni che si autoalimentavano,
amplificandosi. Tutto si faceva più arcano e segreto, e la storia era quella di
un artista che è un po' un eremita, uno che non fa neanche concerti, no, piuttosto
fa serate nelle osterie di Bologna, gioca a carte, beve vino e fuma. Uno che
potrebbe essere un tombarolo, un cospiratore, un terrorista. Mi si formava in
testa la storia incredibile di uno che in un certo senso è come te (gli puoi
andare a suonare a casa, lo puoi sfidare a scopone), ma che al contrario di te
ha il coraggio di essere controcorrente, in contrapposizione al Mondo. A un
livello tale che poi - in un Paese di semplificazioni ideologiche come il
nostro, in cui la differenza fra l'essere antisistema (o anarchici libertari) e
l'essere comunisti non era concepibile - ahimè si è sempre associato Guccini al
Pci., Ma vabbè, lasciamo perdere. C'era poi la voce. Quella voce tenorile antica
e forte, che cantava quelle parole. All'inizio, come si diceva, su strutture
musicali inedite per l'Italia ma più codificate, ovverosia il folk americano;
poi via via attingendo a forme musicali altre, contaminando i codici americani
con altri elementi: la Francia, l'Argentina, il Sudamerica tutto. Quella voce
formava nella mia testa la storia di un uomo capace di creare grandi narrazioni
di respiro letterario, la storia dell'unico cantautore in Italia che si può
ascoltare con lo stesso piacere con cui si legge un romanzo di Emile Zola. La
storia di Guccini Dio delle Storie, storie raccontate con una maestria di
tecniche retoriche e una ricchezza lessicale che non ha eguali nel nostro Paese
e forse nel mondo del cantautorato. Alto e basso, sacro e profano, melodramma e
opera buffa, pastiche, ricerca, zibaldone, poesia e barzelletta schioccante. Con la voce di Guccini entravo in un caos di corridoi narrativi,
inebriandomici, e non ne uscivo più. Non volevo uscirne più. Quanto tempo,
quanti pomeriggi e quante notti. E quanti concerti, anche dopo quelli visti da
ragazzino. All'università, all'inizio degli anni Novanta, tutti noi ascoltavamo
altro, ovviamente, io già suonavo in una band che aveva altre mire estetiche,
ma se c'era Guccini al Palasport a Firenze lo si andava a vedere. Metteva tutti
d'accordo. Tutti a piangere e a cantare in platea o sulle gradinate, io, Laura,
la Cicci, Ines, Andrea detto ir bestia, Francesco N., Federico, Andrea G.,
Gabriele N., Barbara, Malcolm, Gaetano, Maria Teresa. Quanti ricordi. Quanti
sogni. Passando dal frate al pensionato, da Stefania di Venezia a Samantha di
Milano, per tornare a mio padre che ci tiene a spiegarmi in macchina Il vecchio
e il bambino, riconoscendosi evidentemente in quelle parole; rivedeva la sua
piatta Valdichiana ancora non contaminata, la pianura di quando era giovane
lui, la vedeva senza lo scempio fatto dall'agricoltura intensiva. Mio padre che
quasi si commuove mentre Culodritto fa «che sapore ha il sapore dell'uva rubata
a un filare». E anch'io mi commuovevo. Non uscivo più dal labirinto
enciclopedico costruito da queste canzoni micidiali. Amerigo «che tornò come
fan molti due soldi e giovinezza ormai finita», la ragazza di Eskimo che gira
«adesso con le tette al vento e io ci giravo già vent'anni fa». Gli ubriachi di
Per quando è tardi, la festicciola fallita e triste del compleanno, Ian Hus, Bologna,
Baudelaire, i due innamorati da nouvelle vague di Lui e lei, «Venerdì santo
muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia». Gli echi montaliani
ovunque, ma soprattutto nella perfezione di certi dischi tardi, come i capolavori
Signora Bovary e Quello che non. E le storie di Cencio, e di Keaton. Le piccole
storie ignobili, quelle di chi non ce la fa, quelle di chi si lancia a bomba
contro un treno di signori. La storia grande e solita del passare del tempo,
dell'amore e della morte. Dentro questa biblioteca di Babele, ascoltavo e
piangevo, immedesimandomi in tutto, e provando il piacere dell'interprete
davanti alle opere d'arte complesse. Le canzoni di Guccini hanno il dono
rarissimo di rendere piacevole la fatica interpretativa. Fan volentieri questo
lavoro sia il boscaiolo che l'Umberto Eco. Potrei andare avanti per pagine,
raccontarvi di quanto è stato emozionante quando l'ho conosciuto, di una sua
canzone che ho inciso, e delle almeno dieci canzoni che vorrei incidere; ma ciò
che mi preme adesso è alzarmi dalla sedia, far due passi e smettere di piangere
la sua morte. Muore il corpo, ma la storia e le storie rimangono. Questa è la
forza delle canzoni, se le scrivi bene. Ai funerali di Guccini avran pure
sepolto il suo corpo, ma c'è qualcosa che non si può coprire con qualche metro
di terra. Mi piace pensare che ai funerali di Guccini abbiano sepolto per
sempre l'idea che non si possa fare musica popolare seguendo la strada più
tortuosa e difficile. Spero abbiano sepolto l'idea che si può fare musica anche
senza andare in televisione per forza. Spero abbiano sepolto la stronzata che
si fa musica solo per fatturare. Spero abbiano sepolto tutto questo:
l'approssimazione, la semplificazione semantica, il qualunquismo del mondo
iperconnesso in cui viviamo. Guccini, lo sappiamo, è come il padreterno. Se Dio
muore è per tre giorni, e poi risorge.

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