“Donne&Amori”. “Cara vampira per favore mordimi sul collo”, racconto – ancora inedito in Italia – dello scrittore francese dell’Ottocento Etienne-Léon de Lamothe-Landon - 1786/1864 - riportato sul settimanale “Robinson”, del quotidiano “la Repubblica”, del 23 di agosto 2026: Le armate francesi, in un'epoca ancora recente, avevano piantato le loro bandiere sulle torri della città di Vienna. Quella dimora dei Cesari, difesa con coraggio contro i Turchi, non seppe opporci in diverse occasioni alcuna resistenza, e il sangue umano non scorse punto sotto le sue mura. Il Condottiero che comandava una moltitudine di impavidi proseguì, nel 1805, il corso della sua gloriosa impresa, e penetrò in Ungheria. Diversi squadroni s'impadronirono successivamente di vari villaggi, dopo aver sostenuto alcuni scontri contro una popolazione bellicosa. Tra gli ufficiali impiegati in codesta parte della spedizione, il capitano Edouard Delmont non era né il meno impavido né il meno temerario. Il suo impetuoso ardire lo trascinava sovente in imprese perigliose: ma le considerava poca cosa, purché offrissero fama da conquistare. La fortuna, che ama coronare l'audacia, lo favoriva quasi sempre. Ma infine l'Incostante, senza abbandonarlo del tutto, cessò d'assisterlo come d'abitudine; e il capitano Delmont cadde, il corpo trafitto da una pallottola, sul campo di battaglia, nel momento in cui i nemici si ritiravano. Accanto a lui in quell'ora vegliava il soldato Raoul, valoroso combattente, legatogli da vincoli di riconoscenza. Vide il suo condottiero riverso tra la folla, ma, lungi dall'abbandonarlo, corse da lui, e, aiutato dai compagni, lo trasportò in una casa vicina, abitata da una famiglia di fattori che godeva d'una certa agiatezza. L'arrivo di un ufficiale ferito fu per gli Ungheresi che lo accolsero una salvaguardia, di cui compresero il valore, contro gli eccessi della soldataglia. Il capo della casa, un venerabile veglio, si affrettò a offrire la stanza migliore e a fornire ogni soccorso possibile. Fu chiamato un chirurgo.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 28 agosto 2026
Cosedettecosì. 53 “Donne&Amori”.
Arrivò quindi a una barba di dieci giorni, caso del resto non
infrequente nella sua biografia, specchio di una vita tutta dedita al bene, o
per dir meglio del prossimo. Al decimo giorno, il 28 d'agosto, verso le undici
della mattina, di ritorno appena dal suo primo giro di visite in bicicletta,
toltisi i fermacalzoni e scossa un poco la polvere, il buon dottore stava
proprio per non trovar motivo a rimandare ulteriormente una buona saponata,
sviluppabile in vittorioso crescendo tra il mento e le orecchie, cui avrebbero
fatto seguito a opera finita alcune ragionevoli striature color sangue disposte
un po' in tutti i sensi in tutta la regione virile delle gote; e anche sotto il
mento: e queste però tali da far pensare alla battaglia del Metauro. (Tratto
da “La cognizione del dolore” – 1963 – di Carlo Emilio Gadda).
Dopo il primo intervento, dichiarò che la ferita non
era mortale, ma che sarebbe guarita lentamente. Delmont trascorse quasi
quindici giorni in uno stato d'insensibilità quasi completa; udiva appena il
rumore attorno al suo letto e i suoi occhi, costantemente chiusi, non gli
permettevano affatto di riconoscere le cure affettuose che gli venivano
prodigate. Tra le persone che vegliavano per preservare la sua esistenza
avrebbe facilmente notato, se le sue facoltà fossero state pienamente intatte,
una giovane donna, figlia del fattore, distinta tanto per la sua straordinaria
beltà quanto per un'aria d'innocenza. Mossa da una pietà di cui ancora non
comprendeva la cagione, passava intere giornate a vagare attorno al malato che,
nonostante un pallore estremo, recava nei suoi tratti tutto ciò che incanta e
cattura, sia per la loro estrema perfezione sia per una vivacità che la
sofferenza mitigava, ma non poteva spegnere del tutto. Alinska trovava a ogni
momento un pretesto per rientrare nella stanza, da cui talvolta veniva bandita;
vi trascorreva lunghe ore, dedicate quasi costantemente a una contemplazione
che poteva diventare pericolosa. Ma non appena gli ufficiali amici di Delmonto
i soldati della sua compagnia venivano a chiedere sue notizie, allora la
giovane ingenua, vergognandosi d'essere sorpresa in quel luogo, fuggiva leggera
come una cerva dei monti Carpazi, e attendeva, per tornare, la partenza di quei
visitatori importuni. I primi sguardi di Delmont si posarono su codesto angelo
terrestre. E come si poteva contemplarla a lungo, senza ammirarla? Egli non
conosceva il modo per farlo. Così trovò più semplice abbandonarsi al sentimento
che lo travolgeva. Ben presto ebbe bisogno d'un confidente, per poter parlare a
piacere di colei che occupava la sua anima. Scelse Raoul; e questi, fiero di
tale distinzione, si affrettò a meritarla, cercando occasioni per discorrere
con Alinska delle brillanti qualità del suo capo, senza però rivelarle
chiaramente ciò che quel bel militare pensava di lei. I racconti di Raoul
rendevano la giovane singolar-mente attenta. Ella ascoltava la storia di quelle
grandiose battaglie, in cui il valore francese si era distinto con così tanta
superiorità; seguiva Delmont tra pericoli sempre rinascenti; rabbrividiva ogni
volta che sembravano minacciarlo. Allora la sua attenzione raddoppiava,
impallidiva o arrossiva a turno, il suo respiro si faceva più affannoso, e
quando il racconto si concludeva con un successo non pagato che da qualche
ferita, alzava al cielo i suoi occhi espressivi, ringraziando mille volte la
Provvidenza. Nel silenzio delle notti, in mezzo ai lavori del giorno, era
occupata da un'unica idea: il bello, il valoroso capitano non usciva né dalla
sua immaginazione né dal suo cuore. Più il tempo passava, più la freccia si
conficcava profondamente. Già provava tutti i deliri dell'amore, eppure
l'oggetto della sua tenerezza non le aveva ancora fatto udire il linguaggio
della passione. Delmont non restò a lungo in tale riservatezza, che non si
addiceva né alla sua professione né al suo carattere. Si dichiarò infine, e fu
ascoltato senza difficoltà: Alinska era in quell'età che la diffidenza non
turba punto; amava con fervore, le sembrava naturale essere ricambiata alla
stessa maniera. Non conosceva né la differenza di rango né di fortuna: il suo
amante era giovane e bello, ella era giovane e bella, tutto le sembrava dunque
pari; e per lei, l'avvenire non poteva essere che una felice prosecuzione del
presente. Ma in mezzo ai trasporti più ardenti, si conservava pura come la
virtù stessa; nessun pensiero colpevole macchiava il suo candore, e Delmont,
stupito di trovare tanta passione unita a una così completa innocenza, non
cercò mai di profanarla. Più vedeva Alinska, più la sua tenerezza per lei
cresceva. La portò al culmine; e una sera, dopo una giornata trascorsa
interamente nei più deliziosi piaceri, si punse il braccio con un ferro
acuminato, e col sangue tratto da quella lieve ferita, scrisse una promessa di
matrimonio che affidò alla lealtà della sua amata. Trascinata da quell'azione,
ella s'affrettò a imitarlo. Il doppio patto, secondo l'antico uso della
regione, fu deposto per cinque notti sotto la pietra d'un sepolcro; e da
allora, il vincolo fu sancito in cielo. Non si dubita punto, in Ungheria, che
con un'azione simile due amanti siano irrevocabilmente legati l'uno all'altra:
ogni unione che non fosse contratta tra loro non potrebbe essere felice. In
ultimo, la vergine, fidanzata in tal modo, può sollevare la lapide che la ricopre
dopo la morte, per tormentare, come una Vampira, il perfido che l'ha
abbandonata. Delmont, straniero in quel Paese, ignorava tali particolarità
superstiziose. Non temeva nulla dall'avvenire, poiché gli sembrava impossibile poter
mai dimenticare Alinska. Le settimane, persino i mesi, scorrevano. La pace era
stata firmata. Già s'udivano sordi rumori annunciare una nuova guerra, e il
reggimento di cui faceva parte il capitano Delmont avanzava verso la Germania
settentrionale. La ferita di quest'ultimo era guarita, eppure egli prolungava
ancora la sua convalescenza; l'amore lo spingeva a non ascoltare del tutto la
voce del dovere. Ma un ordine perentorio del colonnello dissipò l'incanto del
novello Rinaldo; bisognava o disonorarsi, oppure allontanarsi da Alinska. La
lotta fu terribile; la gloria tuttavia prevalse. Delmont, dopo aver vinto la sua
debolezza, dovette ancora combattere quella della sua amata. La rassicurò con
le promesse più solenni; s'impegnò a tornare per ratificare a pie' degli altari
il patto sacro su cui avevano giurato insieme, e come unico termine, chiese
solo quello necessario per la nuova guerra; vale a dire, un anno al massimo.
Infine, Alinska divenuta paziente ma non consolata, acconsentì al funesto
distacco. «Edouard» gridava in quel momento straziante, «io sono tua per la vita,
come tu m'appartieni per sempre; non posso essere sciolta dal mio giuramento se
non dal nostro matrimonio, e tu devi unirti a me prima che il sudario funebre
ci ricopra per sempre». Delmont, lieto di trovare un modo per rassicurarla, ripeté
le sue energiche parole. Partì, e da allora non rivide più Alinska. A lungo le
restò fedele; ma la fatale assenza produsse il suo effetto consueto. La
Ungherese, a poco a poco, gli divenne indifferente; non ricordava più le
promesse con cui s'era impegnato e il suo matrimonio con Hélène completò la
distruzione nella sua anima del ricordo della precedente inclinazione. Non ce
gli fosse possibile rompere del tutto con lei: Alinska gli scriveva
regolarmente; soffriva con impazienza un ritardo che non aveva affatto termine:
eppure sperava ancora. Vedeva che i capricci dell'imperatore dei Francesi
facevano percorrere alle sue legioni le diverse parti d'Europa; concepiva,
benché con molta fatica, che Delmont non fosse libero di portare a compimento
allora il suo matrimonio, mentre il destino delle armi lo tratteneva nel cuore
della Spagna, come le faceva credere. Ma alla fine la Provvidenza spezzò lo
strumento di cui si era servita contro le nazioni, e la pace, turbata per un
istante dopo la sua nascita, fu presto restituita alla terra. Quel momento,
incantatore per Alinska, le promise una felicità che desiderava ancora ardentemente.
Le sue lettere divennero più pressanti: non ebbe timore d'annunciare a Delmont
che, se non fosse venuto a cercarla in Ungheria, non avrebbe esitato a correre
da lui a Parigi. Edouard, divenuto colonnello e marito di Hélène, rabbrividì alla
lettura di quella lettera, che poteva prepararlo a una lunga serie di sventure. Prese una decisione disperata, e non temette di
confessare alla sua sventurata amante la verità, l'orrenda verità, e con
un'ansia indicibile, attese una risposta, di cui aveva tutto da temere. Non lo
fece languire. La ricevette; e poco dopo, si recò dalla moglie, e fingendo una
perdita nella loro fortuna, le annunciò che dovevano lasciare Parigi e cercare
un remoto asilo. Da allora non osò più posare lo sguardo su quella lettera
fatale; e in un momento di novello terrore, decise di distruggerla: così che
mai si seppe cosa l'avesse spinto a una risoluzione tanto disperata.
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