“LeggerePaoloNori”. “La guerra e le sue bestie seguendo Tolstoj e Bulgakov”, testo di Paolo Nori pubblicato sempre su “il Fatto Quotidiano” di oggi”: Uno dei primi posti dove siamo andati, in questo giro a Mosca, è l'Istituto Gor'kij di Mosca, un palazzo dove, dal 1933, c'è una scuola di scrittura fondata da Maksim Gor'kij che è anche il posto dove, nel Maestro e Margherita, c'è la sede del sindacato degli scrittori nella quale, il giorno in cui comincia il romanzo, ci dovrebbe essere una riunione presieduta da Michail Aleksandrovic Berlioz. Il quale però non la può presiedere perché un tram gli taglia la testa. Ed è sempre qui che, più avanti nel romanzo, Begemot, un gatto enorme che prende il tram e che gira con un fornello a gas in mano, con un suo collega che si chiamava Korov'ev, si presenta per entrare e una signora li ferma e gli chiede se sono scrittori, e loro dicon di sì, e lei chiede la tessera, e Korov'ev dice che, secondo lui, Dostoevskij di tessere non ne aveva ma di sicuro era uno scrittore. E la signora dice "Lei non è Dostoevskij", e Korov'ev le chiede "E come fa a saperlo?", e la signora dice "Dostoevskij è morto", e Begemot risponde "Protesto! Dostoevskij è immortale". E noi, io e Claudio, che è il mio amico fotografo che mi accompagna, siamo stati lì e abbiamo pensato "Ma pensa". Dopo siamo andati al numero 10 della Bol'saia Sadovaia, dove c'è l'appartamento dove abitava Bulgakov, in una corte interna, e a Claudio è piaciuto molto il fatto che, entrando in cortile, alla sinistra c'è scritto "Casa di Bulgakov" e ci sono delle statue, e dei cartelloni e delle foto di Bulgakov e dei turisti che entrano ma quella lì non è la casa di Bulgakov, è un teatro, credo (non ci sono mai stato) la casa di Bulgakov è la scala dopo, il cui ingresso è in fondo al cortile e c'è scritto Nechoroèaja kvartira, che significa "Appartamento malefico", più o meno, e lì invece siamo entrati e abbiamo fatto delle foto per un monologo che io farò quest'autunno e che si intitola Paolo Nori racconta Il maestro e Margherita e si sottotitola Sympathy for the Devil, che effettivamente, in quel romanzo lì, Woland, il diavolo, è il personaggio più simpatico, secondo me. Dopo siamo entrati in metropolitana in un vagone vecchissimo come quelli che c'erano la prima volta che son venuto in Russia, nel 1991, e mi è tornata in mente una volta, ero nella metropolitana di Mosca, abitavo vicino alla stazione Babuskìnskaja, lontano dal centro, e tutti i giorni andavo avanti e indietro per andare a studiare alla biblioteca Lenin, dietro il Cremlino, passavo un'ora e mezza in metropolitana tutti i giorni e leggevo, come la maggior parte dei russi che mi circondavano. La prima volta che sono salito in metropolitana, a Mosca, nel 1991, leggevano tutti dei libri, era incredibile, questo è il mio posto, avevo pensato, non leggevano i giornali, non ci credevano, ai giornali, i russi, nel marzo del 1991, e non guardavano i cellulari, non c'erano ancora, i cellulari, allora, leggevano tutti dei libri e anch'io avevo il mio libro ed era un volume che ho ancora, uno dei primi libri in cirillico che ho posseduto, c'erano dentro tre romanzi di Bulgakov, allora io volevo fare la tesi su Bulgakov, e in quel libro c'erano La guardia bianca, Il maestro e Margherita e Romanzo teatrale, e io, La guardia bianca e Il maestro e Margherita li avevo già letti, Romanzo teatrale no, in quei viaggi leggevo Romanzo teatrale ed era bellissimo perché era la prima volta che, leggendo un romanzo in cirillico, mi sembrava di capire tutto, ero preso dalla lettura, volevo vedere come andava a finire e, mi ricordo un momento, in quel marzo del 1991, sulla metropolitana di Mosca, che mi sono accorto che Romanzo teatrale era un romanzo incompiuto, e ho alzato la testa, nel vagone della metropolitana, ho visto quelli che erano lì con me nel vagone e ho pensato "Ma guarda. Loro non lo sanno, con chi stanno condividendo il vagone della metropolitana di Mosca". Non avevo ancora cominciato a scrivere, ma ero già colpito dalla profondità della mia coglionaggine', ho pensato. Dopo siamo andati a Tula e io ho postato sui social una cosa che ho pubblicato più di 20 anni fa in Si chiama Francesca, questo romanzo, un pezzo che copio qua sotto: "Uno dice Tula, cosa fanno a Tula? Fanno le pentole. Questo lo so perché ho studiato russo. Lingua e letteratura russa, ho studiato, sei anni. Questo non è privo di conseguenze, ma lasciamo perdere. Uno dice Tula, cosa fanno a Tula? fanno le pentole. Tula era la città russa famosa per la produzione di pentole. Un po' come Parma con i prosciutti. O Vigevano con le scarpe. Vigevano non sono sicuro. È una informazione di seconda mano. Non ci sono mai stato, a Vigevano. Ho letto un libro, Il calzolaio di Vigevano, facevan tutti le scarpe, in quel libro lì. Uno legge Il calzolaio di Vigevano, ha l'impressione che a Vigevano non fanno altro che far delle scarpe. Dopo se è vero e non è vero uno non lo sa. Comunque a Parma i prosciutti li fanno davvero. E a Tula, le pentole. Ecco, io mi son ricordato, era il '97, ero in Armenia. Ero in Armenia, mi ero preso un mese di ferie. Il mio mestiere mi aveva ridotto malissimo, sentivo che avevo un urgente bisogno far delle ferie, ero andato in Armenia. Allora in Armenia lì si parlava, una sera, Allora adesso tra poco torni in Italia, mi dicevano. Sì, gli dicevo, ma prima passo dalla Francia, gli dicevo che in Francia a Parigi mi aspetta la mia ragazza dopo torniamo insieme, in Italia. Allora, mi son ricordato, uno di questi armeni sentire così ha abbassato la testa, mi ha guardato un po' di traverso, mi sembrava che volesse dire qualcosa. Cosa c'è? gli ho detto. Non va mica bene che vado a Parigi? gli ho chiesto. Diceva Cechov, mi ha detto lui, che andare a Parigi con una donna è come andare a Tula con una pentola. Ecco. Io ho l'impressione che da quel momento lì, io ho sbagliato tutto, nella mia vita". E ho messo in Rete questo pezzo e un signore russo mi ha scritto che non fanno le pentole, a Tula, fanno i samovar, che io lo sapevo, che facevano i samovar, ma quando ho scritto quel pezzo di Si chiama Francesca, questo romanzo, ho pensato che i lettori italiani non lo sapevano, cosa sono i samovar, e allora ho trasformato i samovar in pentole non avrei mai pensato, più di vent'anni dopo, di dovermi giustificare di questa traduzione forzata invece è così, mi devo giustificare, chiedo perdono. A Tula ci siamo venuti non per i samovar ma per Tolstoj, che a 14 chilometri da Tuia c'è la tenuta di Tolstoj, Jaznaja Poljana e io la volevo vedere per via di un libro che voglio scrivere. C'è uno scrittore russo, Turgenev, che ha fatto dire a un suo personaggio che la cosa migliore, dei russi, è la pessima opinione che hanno di sé stessi. Lev Nikolaevic Tolstoj, nei diari, dice di esser vanitoso, orgoglioso, pigro, apatico, affettato, bugiardo, instabile, indeciso, imitativo, codardo, vittima dello spirito di contraddizione, troppo sicuro di sé, voluttuoso e di avere la passione per il gioco. È forse il più russo di tutti e io, su di lui, voglio scrivere un libro, che voglio intitolare "Quello che siamo capaci di fare”, e sottolineare “L’incredibile vita di Lev Nikolaevic Tolstoj". Dopo ci siamo andati, a Jasnaja Poljana, e la cosa che volevo vedere più di tutte era il divano col quale comincia la biografia di Tolstoj scritta da Sklovskij, un divano di pelle verde dove, dice Sklovskij, Lev Nikolaevic era stato concepito ed era nato nel 1828. L'ho visto, non è più verde, è nero, l'hanno rifoderato, si vede, ma non è stata la cosa che mi ha colpito di più, di più mi han colpito due cose che non ci sono. La prima è la casa dove è nato Tolstoj, che, a Jasnaja Poljana, non c'è più dal 1856. Sono rimaste le due dépendance, quella dove poi ha abitato Tolstoj con la moglie e i figli e quella dove Tolstoj ha fon-dato la scuola per i suoi contadini. In mezzo, niente. La casa, mi ha raccontato Galina Vasilena Alekseeva, la direttrice del museo di Jasnaja Poljana, Tolstoj l'ha persa alle carte e l'ha comprata un signore che abitava a 300 chilometri di distanza e l'ha fatta smontare, spostare di 300 chilometri e ricostruire nel suo villaggio. Si chiamava Gorochov. Nello spazio dove prima c'era la sua casa, Tolstoj ha fatto piantare degli alberi e quando i suoi figli sono diventati grandi e gli chiedevano "Babbo, ma dove siete nato voi?", lui rispondeva "Vedi quella pianta lì? Ecco lì, in cima alla pianta, c'era la stanza della mia mamma, io sono nato lì, in cima a quella pianta". L'altra cosa che non ho visto a Jasnaja Poljana è un bastoncino verde, che il fratello maggiore di Tolstoj, Nikolaj, diceva di avere sepolto in una radura che c'è sul sentiero che, nella tenuta, porta al ruscello dove i fratelli Tolstoj andavano a fare il bagno. Nikolaj aveva detto al suo fratellino Lev che, su quel bastoncino c'era scritto il segreto della felicità universale e che chi l'avesse trovato avrebbe avuto accesso alla felicità non solo per sé, per tutti. Quando Tolstoj è morto, nel 1910, ha chiesto di essere sepolto in quella radura senza né scritte, né marmo, né croci, né niente. E lì a me è venuto in mente il discorso di Dostoevskij su Puskìn, quella parte in cui Dostoevskij dice che Onegin, e Pecorin, e Aleko, i protagonisti delle opere di Puskin e Lermontov, cercano la pace lontano dalla vita confusa e assurda della nostra società intellettuale, e credono che, con la loro attività, raggiungeranno i loro obiettivi e la felicità non solo per sé, per tutto il mondo. "Perché il vagabondo russo - scrive Dostoevskij - ha bisogno proprio della felicità universale per stare bene: di meno non si accontenta". E quando grande vagabondo russo, Lev Tolstoj, aveva forse anche lui un carattere che, per stare bene, aveva bisogno della felicità universale, e di meno non si è accontentato. Dopo, eravamo a Tula, stavamo per tornare a Mosca, abbiamo saputo dell'esplosione che c'è stata in piazza Kudrinsakaja, in un ristorante italiano, e ho guardato sulla mappa, piazza Kudrisnkaja, è sul Sadovoe Kol'co, vicinissimo alla casa museo di Anton Cechov, dove son stato qualche settimana fa con Gogol' Maps. E io, lì, non sapevo bene cosa scrivere, mi è venuta in mente quella cosa che dicono in Russia, che un ottimista è un pessimista male informato, che lui crede, di essere ottimista perché non sa molto, se e quando si informerà si accorgerà anche lui che c'è poco da essere ottimisti. E quel che una volta Iosif Brodskij ha detto a Sergej Dovlatov. "La vita è breve, e triste - gli ha detto - Avete fatto caso a come va a finire, di solito?". E ho postato questa cosa in Rete e un po' di gente tra quelli che hanno commentato erano contenti che a Mosca erano morte delle persone. E a me è tornata in mente la fine di Vi avverto che vivo per l'ultima volta, un romanzo che ho scritto su Anna Achmatova, e mi vien da finire con quella fine lì. "Pochi giorni prima che finissi di scrivere questo romanzo, Dar'ja Dugina, una russa di 29 anni, figlia di Aleksandr Dugin, il filosofo eurasista, è stata fatta saltare in aria con la propria auto. Mentre ci si chiedeva chi fosse stato a organizzare il delitto, molti, in Occidente, esultavano. E a me è tornato in mente quello che ha scritto Kurt Vonnegut in Mattatoio numero 5. "Ho detto ai miei figli – ha scritto Vonnegut - che non devono, in nessuna circostanza, partecipare a un massacro, e che le notizie di massacri compiuti tra i nemici non devono riempirli di soddisfazione o di gioia. Ho anche detto loro di non lavorare per società che fabbricano congegni in grado di provocare massacri, e di esprimere il loro disprezzo per chi pensa che congegni del genere siano necessari", ha scritto Vonnegut. "Chi gioisce dell'esplosione di una donna di 29 anni - ho scritto io - per quanto aberranti possano essere le idee di quella donna, secondo me è una bestia. Questa è la mia paura. Che ci facciamo invadere dalla bestialità. Che non ci rendiamo conto di quello che stiamo diventando e che, forse, siamo già diventati". State bene.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 8 agosto 2026
DalMondo. 08 Kurt Vonnegut: «Ho detto ai miei figli che non devono, in nessuna circostanza, partecipare a un massacro, e che le notizie di massacri compiuti tra i nemici non devono riempirli di soddisfazione o di gioia. Ho anche detto loro di non lavorare per società che fabbricano congegni in grado di provocare massacri, e di esprimere il loro disprezzo per chi pensa che congegni del genere siano necessari».
Ma c’è qualcuno in grado di dirci quanta merda avvelenata stanno
buttando nei cieli coinvolti dalle 56 guerre in corso? E quanta nei mari e
negli oceani? Quanti incendi stanno bruciando, ogni giorno, sulle macerie delle
raffinerie bombardate, sulle petroliere intrappolate, sui depositi di
carburante? E quanto a lungo dureranno i danni che gli esperti chiamano
“Perturbazioni dall’effetto prolungato?”. Da mesi, da anni, le cronache dei
telegiornali inquadrano le colonne di fumo nero che salgono in verticale – da
Kiev a Gaza, allo Yemen – non solo a riempire di morti il bottino dei generali
e dei politici (che se ne vantano) ma anche a saturare il nostro cielo, il
cielo di tutti, mangiarsi l’ossigeno, moltiplicare l’effetto serra che sta
surriscaldando il pianeta, dove noi, moltitudine di uomini e donne in ostaggio
di tutti i banditi al potere, siamo condannati a friggere? Chi lo misura quel
veleno? Chi riesce a superare l’omertà degli Stati maggiori? Chi lo
contabilizza nei grafici con cui ogni mattina ci spiegano che dobbiamo
abbassare il termostato, usare con cautela l’aria condizionata, spegnere le
luci, cambiare automobile, consumare meno carne, fare la raccolta differenziata
e respirare con moderazione? Uno studio internazionale di climatologi ha
calcolato che la distruzione di 600 pozzi in Iraq, durante la prima guerra del
Golfo, anni 1990-91, ha aumentato del 4 per cento le emissioni globali di CO2,
sono stati sversati nel Golfo Persico 700 milioni di litri di greggio e almeno
300 chilometri di costa del Kuwait sono stati anneriti dal petrolio. Le ultime
stime disponibili, anno 2022, ci dicono che le attività militari sono
responsabili tra i 5 e il 7 per cento del gas serra che ci sta soffocando. I
primi 4 anni di guerra in Ucraina hanno generato 311 milioni di tonnellate di
CO2, mentre a Gaza, al netto dei 75mila morti, sono finite nell’atmosfera 33
milioni di tonnellate di gas serra. In quanto alle foreste, solo negli ultimi
anni nel mondo, sono bruciati 280 mila ettari a causa dei droni e dei
bombardamenti. Ogni missile lascia una infezione chimica nell’aria. Ogni
deposito di carburante che esplode libera nell’atmosfera tonnellate di fumi
tossici. Ogni città incendiata continua a bruciare anche quando i morti sono
già stati sepolti. Ci sono territori in Francia, verso il confine con il
Belgio, inquinati di piombo e mercurio dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Per non parlare delle giungle in Vietnam, ancora avvelenate dal Napalm. Gli
stati maggiori se ne fregano. In nome della guerra, della repressione,
dell’aggressione e della rappresaglia, incendiano petroliere, fanno esplodere
raffinerie, radono al suolo foreste, porti, fabbriche, oleodotti, aeroporti,
centrali elettriche e minacciano quelle nucleari. Il tutto mentre noi
discutiamo – giustamente, ma anche risibilmente – se una caldaia emette qualche
grammo in più di CO2, se conviene abolire le cannucce di plastica e piantare
giovani alberi davanti alle scuole. Le guerre moderne non badano troppo alle
trincee, quelle segnano il fronte e hanno bisogno di tempi lunghi per essere
espugnate. I generali si occupano molto di più di terrorizzare (e sterminare) i
civili. Bombardano il clima. Bombardano l’aria. Bombardano l’acqua. Bombardano
il futuro di enormi territori. Prima nel Golfo, poi nei Balcani, sono state
usate migliaia di bombe e proiettili all’uranio impoverito che hanno avvelenato
la terra, ucciso soldati e civili anche a distanza di anni. L’intero Donbass è
teatro di un ecocidio per la distruzione e la contaminazione sistematica di
tutto: territori, villaggi, città, campi agricoli, fiumi. Da quattro anni, ogni
giorno, russi e ucraini si lanciano centinaia di droni e missili. A Gaza,
Israele continua a radere al suolo quel che resta di un popolo. Nel Mar Nero
affondano navi. Nel Mar Rosso esplodono petroliere. Lo Stretto di Hormuz è un
ingorgo di navi intrappolate. Ogni incendio è una catastrofe fuori controllo.
Ogni bombardamento una apocalisse di veleni. Il segreto militare copre tutto.
Prima per consuetudine, oggi per accordi internazionali. Il primo è stato il
protocollo sul clima di Kyoto, anno 1997, che ha reso possibile eludere il
conteggio e la comunicazione dei danni causati da armi e guerre. Gli accordi di
Parigi, anno 2015, lo hanno confermato. Motivo? Il solito: la sicurezza
nazionale. Che per gli eserciti è la chiave universale per sigillare tutto, non
solo il bilancio dei morti, dei feriti, degli investimenti, ma anche quello dei
veleni e dei danni che generano. Il tutto ribadito nelle successive 28
conferenze sul clima, nelle quali non mancano mai i generali, seduti in prima
fila a esibire medaglie per ogni distruzione. (Tratto da “Avvelenati
e assuefatti da 56 guerre nel mondo” di Pino Corrias, pubblicato su “il
Fatto quotidiano” di oggi, sabato 8 di agosto 2026).
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