“Bianchi e la vita come dogma”, testo di Massimo Recalcati pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, mercoledì 2 di settembre 2026: La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza, la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza (dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti per la sua tavola, amare l’arte. Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme. È l’insegnamento fondamentale di Gesù che egli ha voluto ereditare e trasmettere: «Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvarlo». Che cosa significa essere cristiani? È stata questa la domanda alla quale Enzo Bianchi non ha mai smesso di rispondere. «Come si può avere ancora fede nell’uomo se l’uomo ha generato Auschwitz?», disse una volta a voce alta nel corso di un nostro viaggio a Gerusalemme insieme ad altri amici e amiche. Domanda che faceva volontariamente eco a quella che a suo tempo Adorno aveva formulato di fronte all’orrore della Shoah: «Si può ancora scrivere poesie dopo Auschwitz?».
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
mercoledì 2 settembre 2026
Uominiedio. 70 Enzo Bianchi: «Come si può avere ancora fede nell’uomo se l’uomo ha generato Auschwitz?».
A un anno dall'inizio della devastante pandemia, prendiamo sempre
più coscienza che il Covid è molto più di un'epidemia, perché i suoi effetti
sulla vita personale e sociale si accrescono man mano che passa il tempo, un
tempo che pare illimitato. La domanda costante in noi e tra di noi è: fino a
quando? Siamo avvertiti sui mutamenti del nostro comportamento, sui nuovi
assetti che si stanno delineando, segnati da fine e distruzione di legami,
storie, equilibri che davano senso al nostro quotidiano. Dai dati forniti da
diversi e qualificati osservatori la famiglia risulta essere la realtà più
ferita: le separazioni sono infatti aumentate del 60%, con stima per difetto.
La vita comune in condizioni di "clausura" e di numerose limitazioni
diviene faticosa, conflittuale, in particolare tra coniugi, uomini e donne
impegnati in storie di amore. Si giunge alla non comprensione reciproca, a una
tensione non parlata, quando non esplicitamente ad atteggiamenti verbali e
fisici di violenza. Ecco allora la separazione come via inevitabile per non
permettere che una vita all'insegna dell'amore si trasformi in vita infernale.
A partire da questi dati mi sento di rilevare quanto segue: nella nostra
società, che da qualche decennio è sempre più individualista e segnata da tratti
di narcisismo, non c'è più "pazienza", l'alta virtù che consente di
vivere accettando la diversità, l'alterità, la complessità. Pazienza come
makrothymìa, capacità di sentire in grande e di sopportare le debolezze altrui.
Il conflitto non pare neanche più gestibile e viene inteso solo come via che
conduce alla separazione e alla rottura, esiti accompagnati da sofferenza,
confusione e disordine sociale. Ma oltre alle famiglie soffrono per la
"clausura" anche i single, trascinati in una noia, in un'accidia
spesso riempita con il conforto dell'alcol. Il non poter uscire di casa e il
non poter incontrarsi di persona induce al consumo di alcol nella desolante
solitudine dei propri appartamenti. Contatti ed empatia sono decisivi nella
lotta contro questa deriva, e invece, purtroppo, quanti tentano di uscirne
vedono crescere le loro difficoltà a incontrarsi e a essere supportati in un
cammino già difficile. Ma si pensi anche a quanti, per mancanza di spazio nelle
loro case, restano ore e ore davanti allo schermo di un computer, non solo per
il lavoro da remoto ma anche per la fruizione di altri contenuti, spesso stesi
su un letto o su un divano. Il movimento diventa più difficile, il corpo si
impigrisce e i social assorbono quel tempo che potrebbe essere dedicato a
pensare, stare in silenzio o tentare, per quanto possibile, una relazione con
la natura. E potremmo continuare riflettendo sul malessere degli adolescenti...
In breve, quasi tutti, pur con modalità diverse, in questo tempo soffrono,
senza intravedere orizzonti di speranza, e tutti sono messi alla prova nella
loro qualità umana. Lo testimonia la crescita della cattiveria e della
violenza, che si esprime anche nella piaga dei femminicidi. Di fronte a ciò
sorge spontanea una domanda: perché nei media vi è così tanto spazio per la
pandemia, ma così poca riflessione sui suoi effetti sociali? (Tratto da
“La cura antica della pazienza” di Enzo Bianchi, pubblicato sul
quotidiano “la Repubblica” del primo di febbraio dell’anno 2021).
Il ragionamento di Bianchi, che attraversa
una quantità sterminata di scritti, porta diritto alla questione che più lo
premeva: cosa resta del cristianesimo quando gli togliamo la rassicurazione di
un Dio collocato al di là della vita, separato dalla storia e dalle
innumerevoli contraddizioni dell’esistenza? Mentre la critica atea della
religione - quella di Freud in primis - la descrive come una fuga paurosa di
fronte alle asperità della realtà, il monaco Enzo entra dalla porta della fede
proprio nel cuore della storia. Egli si colloca sulla scia del luterano
Dietrich Bonhoeffer: Gesù non è venuto a chiederci di aderire a una nuova
religione, ma di aderire alla vita. Il cristianesimo di Enzo Bianchi è stato un
cristianesimo immanentista che però non escludeva affatto la dimensione
insondabile del mistero. Ma questo mistero coinvolgeva ai suoi occhi più la
figura di Gesù che quella di Dio. Quando a Pasolini posero la domanda se
credesse che Gesù fosse il figlio di Dio egli rispose che non poteva credere al
fatto che un uomo potesse essere il figlio di Dio. Eppure, credeva fermamente
che in Gesù, in quanto uomo, ci fosse qualcosa di divino. Enzo Bianchi
apprezzava questa risposta. Se il Verbo entra nella carne, allora è proprio la
carne il luogo nel quale la questione di Dio diventa inevitabilmente la
questione dell’uomo. È questo il punto nel quale la teologia di Bianchi
trapassa in una antropologia radicale. L’alterità di Dio non è nei cieli ma
appare sulla terra, non è lassù ma quaggiù. Interviene qui un altro grande
riferimento teologico di Enzo Bianchi, ovvero Michel De Certeau e la sua idea
del Dio cristiano come incontro che ci obbliga a decentrare il nostro Ego,
poiché Egli si sottrae a qualunque nostra illusione di possesso. Per questa
ragione, Bianchi conosceva bene la distanza che separa la dimensione dogmatica
della religione dall’esperienza cristiana della fede. Se le religioni possono
diventare dei dispositivi superstiziosi di rassicurazione, la fede ci costringe
invece a un affidamento totale. Quando con le proprie mani il giovane Enzo pose
la prima pietra del Monastero di Bose - nel lontano inverno del 1965 - era
solo. Nessuno attorno a sé, nessuna garanzia, nessuna istituzione, nessuna
protezione, nessuna raccomandazione, nessun mandato. Restaura una cascina
abbandonata nella zona della Serra di Ivrea vivendo da solo e poi con i primi
compagni per tredici anni senza luce elettrica. Si fa fatica oggi a ricordare
il tempo della fondazione di uno dei luoghi più alti della spiritualità
cristiana del nostro tempo, che ha radunato attorno a sé un popolo di fedeli e
di laici, di persone semplici e di intellettuali, che ha reso possibile un
dialogo interreligioso e intercristiano di straordinaria importanza, che ha
seminato e custodito la cultura cristiana nel nostro paese e non solo. Ma
all’inizio di tutto c’erano solo il cuore di Enzo Bianchi e le sue mani. Non
c’era altro se non la nuda forza della sua fede, lo sforzo ostinato di
testimoniare in prima persona che vivere nella gioia e nella letizia è una
possibilità di questo mondo. Aveva paura di morire? Credo di sì. E anche molta,
come del resto accade solitamente a tutti coloro che hanno amato profondamente
la vita. Del resto, ne aveva anche Gesù Cristo, che nel Getsemani supplica il
padre di lasciarlo vivere ancora, di allontanare dalle sue labbra il calice
amaro della morte. Quel mistero - il mistero della morte -, Enzo lo sapeva
bene, non può essere addomesticato nemmeno dalla fede. Mi ha detto una volta,
quand’era già molto anziano, che di mattina amava abbracciare gli alberi e le
grandi pietre. Immagino fosse anche quello un suo modo di pregare. Non alzando
gli occhi al cielo ma trovando il cielo in terra.
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