"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 3 settembre 2026

Uominiedio. 71 Enzo Bianchi: «"Ascolta! Ti chiedo solo di ascoltarmi!": quante volte queste parole risuonano nel nostro quotidiano come un grido, una richiesta sofferta...».


"Ascolta! Ti chiedo solo di ascoltarmi!": quante volte queste parole risuonano nel nostro quotidiano come un grido, una richiesta sofferta... È proprio così: ascoltare sembra un'operazione abituale, quasi banale, eppure il vero ascolto dell'altro è raro e difficile. Immersi come siamo dal mattino alla sera in rumori di vario tipo, sollecitati da messaggi multiformi, non conosciamo più il silenzio come ambiente e ignoriamo l'autentico ascolto dell'altro. Non pratichiamo l'arte dell'ascolto ma, per lo più, subiamo l'ascolto come una pratica fastidiosa; al contrario, siamo sempre pronti a parlare, a riversare i nostri confusi bisogni su chi si trovi a portata di voce. Ammettiamolo: quando l'altro ci parla, pensiamo meno ad ascoltare che a rispondere, impazienti di riprendere la parola per essere ascoltati. Byung-Chul Han in un saggio ha scritto che in futuro ci sarà una professione chiamata dell'ascoltatore. Qualcuno che, dietro pagamento, dedicherà ascolto all'altro non essendoci più nessuno disposto ad ascoltare. Ma che cosa significa ascoltare? Innanzitutto significa accettare in profondità di sacrificare ciò che ci pare sempre più prezioso: il tempo. Occorre tempo per ascoltare, un tempo vissuto senza fretta, senza angoscia; occorre la consapevolezza che si deve decidere di ascoltare. E non lo si dimentichi: "avere tempo" significa scegliere di non avere tempo per tutto, ma per dedicarsi all'ascolto. D'altronde, l'ascolto è la prima forma di rispetto e di attenzione verso l'altro, la prima modalità di accoglienza della sua presenza. Sappiamo per esperienza che l'altro non sempre pronuncia parole di reale interesse, che l'altro spesso chiacchiera o parla a se stesso. Ma se è vero che l'ascolto esige sforzo e pazienza, lo è altrettanto che solo un vero ascolto sa discernere e trarre lezioni anche da dialoghi penosi. Ascoltare significa essere attenti, accogliere le parole di chi ci sta di fronte ma anche tentare di ascoltare ciò che egli vuole comunicare: è necessario impegnarsi a cogliere anche il suo "non detto", ciò che egli sottintende o nasconde. Solo attraverso questo quotidiano esercizio si può giungere a una comunicazione vera; altrimenti, a dispetto di tutte le parole dette, non accade un vero ascolto. In breve: solo un ascolto autentico fa esistere l'altro! Accanto all'ascolto dell'altro vi è un'arte ancora più difficile: l'ascolto di sé stessi. Che si tratti di un'operazione non immediata, lo dimostra il fatto che molti non riescono neppure ad ascoltare le informazioni e i messaggi che ricevono dal proprio corpo. Ciò vale anche per l'ascolto del proprio profondo, "lavoro" indispensabile per una vera vita interiore: senza questo ascolto della coscienza, del "maestro interiore" - come lo chiamava Agostino -, non è possibile alcuna umanizzazione. Si tratta di ascoltare le "intuizioni" che provengono dal nostro profondo, di cogliere delle "parole" che emergono dal mistero del proprio "uomo nascosto del cuore". (Tratto da “L’arte dell’ascolto” di Enzo Bianchi, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 22 marzo dell’anno 2021).

“Padre Enzo e Bose, la fede appassionata di un “irregolare”, testo di Ettore Boffano pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, mercoledì 2 di settembre 2026: Era figlio del Piemonte profondo, quello contadino e religioso di Castel Boglione, in provincia di Asti, il suo paese natale dove sarà sepolto. Figlio anche, giovanissimo, della tradizione cattolica e politica del laicato italiano di quell’epoca: segretario giovanile della Dc di Asti e l’Azione cattolica. Ma era, e poi è sempre stato, figlio soprattutto delle idee e dei semi di quel Concilio Vaticano II che come tanti altri, sacerdoti o semplici credenti, aveva vissuto salendo su un grande ottovolante della fede, capace di rivoluzionare, segnare e liberare destini e azioni: personali e comunitari. Un vento impetuoso e dirompente che lui aveva assecondato, abbandonando tutte le suggestioni e gli impegni precedenti, con un estremo ritorno alle radici: quelle del monachesimo antico, influenzato dalle letture giovanili delle “Regole” di San Basilio, il “padre” della tradizione dei monaci orientali. (…). Bianchi, “padre Enzo”, è stato tantissime cose nella sequela del Vangelo e della Bibbia: testimone della fede, catalizzatore di impegni e di passioni altrui, divulgatore e testimone di Cristo e delle letture più moderne dei suoi insegnamenti, coniugati – per un paradosso felice – con le regole e i principi di chi cercava nella storia del primo cristianesimo e dei suoi cenacoli degli inizi l’autenticità e l’indipendenza dal potere e dalle superfetazioni della Chiesa-istituzione. Infine un comunicatore straordinario, uno scrittore senza sosta e amatissimo di testi e libri di preghiera, di riscoperta di omelie dei secoli del Cristianesimo degli esordi, di riflessioni sull’attualità confrontata con i Vangeli. (…).

Un amico di intellettuali, di artisti, di manager, di giornalisti, molto spesso non credenti e manifestamente laici. Tutto per diffondere Cristo: la “voce di uno che grida nel deserto” che, però, trovava ascolto e attenzioni straordinari. Con un volto spesso all’apparenza duro, con una voce a tratti aspra quando parlava, ma capace nelle omelie e negli scritti di catturare e riaffermare un carisma fortissimo. Gli inizi erano stati gli stessi che avevano segnato il grande ecumenismo ecclesiale cresciuto prima, attorno e dopo il Concilio. E le sue frequentazioni di quell’epoca lo dimostrano. In Francia, tra i poveri dell’abbé Pierre, poi i contatti decisivi con frère Roger Schutz e la comunità monastica di Taizé, un esempio e una “imitazione di Cristo” alla quale ispirare la sua storia personale e fraterna successiva, l’impegno nel dissenso cattolico torinese degli Anni 60 e infine la scelta monacale, l’8 dicembre 1965: nella Serra di Ivrea, in un borgo abbandonato chiamato Bose. Comunità, ma anche regola di vita, di fede, di liturgia e di passione: netta e severa eppure aperta a tutti. A cominciare dal confronto e dal dialogo ecumenici con i protestanti. Non più da solo, ma con compagni e compagne che avevano scelto la sua guida: che lui chiamava, e che si chiamavano tra loro, “fratelli e “sorelle”. Prima in sordina, poi con i primi allarmi e le opposizioni delle gerarchie e infine con l’appoggio decisivo del cardinale Michele Pellegrino, l’arcivescovo di Torino della “Camminare Insieme” e della scelta preferenziale per i poveri: un altro testimone del Concilio. Da quel momento, Bose deflagra in tutto il suo patrimonio spirituale e di coinvolgimento, definendo anche i confini fisici eppure simbolici di luoghi, residenze, angoli per la preghiera e per la condivisione della Parola, ma anche della vita collettiva, del mangiare assieme, del discutere e del frequentarsi. Essere monaci, ma non per flagellarsi o per rinchiudersi. Esperienze che avrebbero attraversato, resistendo, il papato restauratore di Giovanni Paolo II, confrontandosi (e non sempre per dissentire) con il “custode della fede” Ratzinger, quasi in un silenzioso ma fermo antagonismo rispetto alla gestione “politica” della chiesa italiana guidata da Ruini; cercando a tutti i costi di essere Chiesa e di stare nella Chiesa. Qualcosa che ormai sembrava scontato, accompagnato quasi da una consacrazione pubblica del ruolo, delle opere e dell’agire di padre Enzo e dei suoi fratelli e sorelle in Italia come anche nel cristianesimo progressista europeo, ma che sarebbe esploso invece (anche questo un profondo paradosso che sa quasi di mistero) durante il papato di Francesco che lo definiva uno dei suoi “maestri”. Segnalato all’inizio da tensioni dentro la stessa comunità, preceduto dalle sue dimissioni da priore nel 2017, e infine dall’intervento del Vaticano. Accuse striscianti giunte a Roma, che parlavano di problemi rispetto alla moralità, sull’autoritarismo del fondatore, persino sulla cattiva gestione del denaro. E che determinarono una “visita apostolica”, l’intervento papale, l’abbandono da parte di alcuni fratelli e sorelle della comunità di Bose, un decreto che sentenziava, l’esilio di padre Enzo a Torino in un appartamento e infine la nascita di un nuovo nucleo nella Casa di Madia a solo pochi chilometri di distanza da Bose. In una riconciliazione, finale, tardiva, quasi solo epistolare e sofferta probabilmente da entrambi, tra l’ex priore e papa Francesco. Come se cercassero tutti e due di sfuggire a qualcosa che non volevano trionfasse, giudicandolo negativo per la Chiesa. E che qualcuno arrivò a definire un “parricidio”. (…). E adesso, a voler cercare tra le sue frasi e i suoi scritti, ci sono parole che paiono l’anticipo di un congedo dal mondo: “Resto convinto, dopo tutta una vita certamente molto travagliata e non aliena da sofferenze, che vivere amando e accettando di essere amati sia dare all’oggi la profondità dell’eternità”.

N.d.r. I funerali di Enzo Bianchi sono stati celebrati in Castel Boglione alle ore 16,30 di oggi. Riposi in pace. 

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