"Ascolta! Ti chiedo solo di ascoltarmi!": quante volte
queste parole risuonano nel nostro quotidiano come un grido, una richiesta
sofferta... È proprio così: ascoltare sembra un'operazione abituale, quasi
banale, eppure il vero ascolto dell'altro è raro e difficile. Immersi come
siamo dal mattino alla sera in rumori di vario tipo, sollecitati da messaggi
multiformi, non conosciamo più il silenzio come ambiente e ignoriamo
l'autentico ascolto dell'altro. Non pratichiamo l'arte dell'ascolto ma, per lo
più, subiamo l'ascolto come una pratica fastidiosa; al contrario, siamo sempre
pronti a parlare, a riversare i nostri confusi bisogni su chi si trovi a
portata di voce. Ammettiamolo: quando l'altro ci parla, pensiamo meno ad
ascoltare che a rispondere, impazienti di riprendere la parola per essere
ascoltati. Byung-Chul Han in un saggio ha scritto che in futuro ci sarà una
professione chiamata dell'ascoltatore. Qualcuno che, dietro pagamento,
dedicherà ascolto all'altro non essendoci più nessuno disposto ad ascoltare. Ma
che cosa significa ascoltare? Innanzitutto significa accettare in profondità di
sacrificare ciò che ci pare sempre più prezioso: il tempo. Occorre tempo per
ascoltare, un tempo vissuto senza fretta, senza angoscia; occorre la
consapevolezza che si deve decidere di ascoltare. E non lo si dimentichi:
"avere tempo" significa scegliere di non avere tempo per tutto, ma
per dedicarsi all'ascolto. D'altronde, l'ascolto è la prima forma di rispetto e
di attenzione verso l'altro, la prima modalità di accoglienza della sua
presenza. Sappiamo per esperienza che l'altro non sempre pronuncia parole di
reale interesse, che l'altro spesso chiacchiera o parla a se stesso. Ma se è
vero che l'ascolto esige sforzo e pazienza, lo è altrettanto che solo un vero
ascolto sa discernere e trarre lezioni anche da dialoghi penosi. Ascoltare significa
essere attenti, accogliere le parole di chi ci sta di fronte ma anche tentare
di ascoltare ciò che egli vuole comunicare: è necessario impegnarsi a cogliere
anche il suo "non detto", ciò che egli sottintende o nasconde. Solo
attraverso questo quotidiano esercizio si può giungere a una comunicazione
vera; altrimenti, a dispetto di tutte le parole dette, non accade un vero
ascolto. In breve: solo un ascolto autentico fa esistere l'altro! Accanto
all'ascolto dell'altro vi è un'arte ancora più difficile: l'ascolto di sé
stessi. Che si tratti di un'operazione non immediata, lo dimostra il fatto che
molti non riescono neppure ad ascoltare le informazioni e i messaggi che
ricevono dal proprio corpo. Ciò vale anche per l'ascolto del proprio profondo, "lavoro"
indispensabile per una vera vita interiore: senza questo ascolto della
coscienza, del "maestro interiore" - come lo chiamava Agostino -, non
è possibile alcuna umanizzazione. Si tratta di ascoltare le
"intuizioni" che provengono dal nostro profondo, di cogliere delle
"parole" che emergono dal mistero del proprio "uomo nascosto del
cuore". (Tratto da “L’arte dell’ascolto” di Enzo Bianchi,
pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 22 marzo dell’anno 2021).
“Padre Enzo e Bose, la fede appassionata di un “irregolare”,
testo di Ettore Boffano pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, mercoledì
2 di settembre 2026: Era figlio del Piemonte profondo, quello contadino e
religioso di Castel Boglione, in provincia di Asti, il suo paese natale dove
sarà sepolto. Figlio anche, giovanissimo, della tradizione cattolica e politica
del laicato italiano di quell’epoca: segretario giovanile della Dc di Asti e
l’Azione cattolica. Ma era, e poi è sempre stato, figlio soprattutto delle idee
e dei semi di quel Concilio Vaticano II che come tanti altri, sacerdoti o
semplici credenti, aveva vissuto salendo su un grande ottovolante della fede,
capace di rivoluzionare, segnare e liberare destini e azioni: personali e
comunitari. Un vento impetuoso e dirompente che lui aveva assecondato,
abbandonando tutte le suggestioni e gli impegni precedenti, con un estremo
ritorno alle radici: quelle del monachesimo antico, influenzato dalle letture
giovanili delle “Regole” di San Basilio, il “padre” della tradizione dei monaci
orientali. (…). Bianchi, “padre Enzo”, è stato tantissime cose nella sequela
del Vangelo e della Bibbia: testimone della fede, catalizzatore di impegni e di
passioni altrui, divulgatore e testimone di Cristo e delle letture più moderne
dei suoi insegnamenti, coniugati – per un paradosso felice – con le regole e i
principi di chi cercava nella storia del primo cristianesimo e dei suoi
cenacoli degli inizi l’autenticità e l’indipendenza dal potere e dalle
superfetazioni della Chiesa-istituzione. Infine un comunicatore straordinario,
uno scrittore senza sosta e amatissimo di testi e libri di preghiera, di
riscoperta di omelie dei secoli del Cristianesimo degli esordi, di riflessioni
sull’attualità confrontata con i Vangeli. (…).
Un amico di intellettuali, di
artisti, di manager, di giornalisti, molto spesso non credenti e manifestamente
laici. Tutto per diffondere Cristo: la “voce di uno che grida nel deserto” che,
però, trovava ascolto e attenzioni straordinari. Con un volto spesso
all’apparenza duro, con una voce a tratti aspra quando parlava, ma capace nelle
omelie e negli scritti di catturare e riaffermare un carisma fortissimo. Gli
inizi erano stati gli stessi che avevano segnato il grande ecumenismo
ecclesiale cresciuto prima, attorno e dopo il Concilio. E le sue frequentazioni
di quell’epoca lo dimostrano. In Francia, tra i poveri dell’abbé Pierre, poi i
contatti decisivi con frère Roger Schutz e la comunità monastica di Taizé, un
esempio e una “imitazione di Cristo” alla quale ispirare la sua storia
personale e fraterna successiva, l’impegno nel dissenso cattolico torinese
degli Anni 60 e infine la scelta monacale, l’8 dicembre 1965: nella Serra di
Ivrea, in un borgo abbandonato chiamato Bose. Comunità, ma anche regola di
vita, di fede, di liturgia e di passione: netta e severa eppure aperta a tutti.
A cominciare dal confronto e dal dialogo ecumenici con i protestanti. Non più
da solo, ma con compagni e compagne che avevano scelto la sua guida: che lui
chiamava, e che si chiamavano tra loro, “fratelli e “sorelle”. Prima in
sordina, poi con i primi allarmi e le opposizioni delle gerarchie e infine con
l’appoggio decisivo del cardinale Michele Pellegrino, l’arcivescovo di Torino
della “Camminare Insieme” e della scelta preferenziale per i poveri: un altro
testimone del Concilio. Da quel momento, Bose deflagra in tutto il suo
patrimonio spirituale e di coinvolgimento, definendo anche i confini fisici
eppure simbolici di luoghi, residenze, angoli per la preghiera e per la condivisione
della Parola, ma anche della vita collettiva, del mangiare assieme, del
discutere e del frequentarsi. Essere monaci, ma non per flagellarsi o per
rinchiudersi. Esperienze che avrebbero attraversato, resistendo, il papato
restauratore di Giovanni Paolo II, confrontandosi (e non sempre per dissentire)
con il “custode della fede” Ratzinger, quasi in un silenzioso ma fermo
antagonismo rispetto alla gestione “politica” della chiesa italiana guidata da
Ruini; cercando a tutti i costi di essere Chiesa e di stare nella Chiesa.
Qualcosa che ormai sembrava scontato, accompagnato quasi da una consacrazione
pubblica del ruolo, delle opere e dell’agire di padre Enzo e dei suoi fratelli
e sorelle in Italia come anche nel cristianesimo progressista europeo, ma che sarebbe
esploso invece (anche questo un profondo paradosso che sa quasi di mistero)
durante il papato di Francesco che lo definiva uno dei suoi “maestri”.
Segnalato all’inizio da tensioni dentro la stessa comunità, preceduto dalle sue
dimissioni da priore nel 2017, e infine dall’intervento del Vaticano. Accuse
striscianti giunte a Roma, che parlavano di problemi rispetto alla moralità,
sull’autoritarismo del fondatore, persino sulla cattiva gestione del denaro. E
che determinarono una “visita apostolica”, l’intervento papale, l’abbandono da
parte di alcuni fratelli e sorelle della comunità di Bose, un decreto che
sentenziava, l’esilio di padre Enzo a Torino in un appartamento e infine la
nascita di un nuovo nucleo nella Casa di Madia a solo pochi chilometri di distanza
da Bose. In una riconciliazione, finale, tardiva, quasi solo epistolare e
sofferta probabilmente da entrambi, tra l’ex priore e papa Francesco. Come se
cercassero tutti e due di sfuggire a qualcosa che non volevano trionfasse,
giudicandolo negativo per la Chiesa. E che qualcuno arrivò a definire un
“parricidio”. (…). E adesso, a voler cercare tra le sue frasi e i suoi scritti,
ci sono parole che paiono l’anticipo di un congedo dal mondo: “Resto convinto,
dopo tutta una vita certamente molto travagliata e non aliena da sofferenze,
che vivere amando e accettando di essere amati sia dare all’oggi la profondità
dell’eternità”.
N.d.r. I funerali di Enzo Bianchi sono stati celebrati in Castel
Boglione alle ore 16,30 di oggi. Riposi in pace.
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