"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 5 settembre 2026

MadreTerra. 86 Luca Mercalli: «Ci credereste che l'Oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l'Australia e il Cile?».

                Sopra. "Capo d'Orlando, il faro", foto di Massimo Collica.

Ci credereste che l'Oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l'Australia e il Cile? Il motivo sta nel soffio regolare degli alisei da est verso ovest, che spingono e accumulano l'acqua calda superficiale dell'oceano verso occidente, creando per reazione un risucchio di acque fredde profonde provenienti dall'Antartide che si diffondono lungo la costa del Sud America tramite la corrente di Humboldt. Le acque fredde sono ben ossigenate e pescose, ma i pescatori dell'Ecuador e del Perù, già secoli fa, notarono che a intervalli di alcuni anni l'oceano si riscaldava e la pesca diminuiva drasticamente gettandoli in miseria. Poiché il picco del riscaldamento oceanico si verificava verso Natale, gli diedero nome "El Nino" riferendosi al Bambin Gesù, Il motivo di questa anomalia termica oceanica di origine naturale è stato identificato in una inversione della Circolazione di Walker. Si tratta di una cella atmosferica tropicale che unisce una bassa pressione semi-permanente sull'Indonesia, dove l'aria umida sale e genera continui temporali, a un'alta pressione dominante tra Perù e Cile settentrionale, dove regna una severa siccità (è qui il deserto di Atacama): questa differenza di pressione viene compensata da intensi venti alisei che spingono l'acqua calda verso ovest, mantenendo l'assetto oceanico normale o più freddo, chiamato "La Nina". Ogni 3-7 anni, l'alta pressione del Pacifico orientale si indebolisce, gli alisei si attenuano e l'acqua calda dall'Oceania rifluisce verso il Sud America eliminando il dislivello oceanico e attivando una fase "El Nino". Questa teleconnessione atmosferica viene chiamata Enso (El Nino Southern Oscillation). Gli effetti di questa anomalia sono sia un riscaldamento del pianeta, data l'immensa estensione del Pacifico tropicale, sia un accentuarsi degli eventi estremi sulle regioni direttamente interessate: siccità in Australia e Indonesia, piogge alluvionali in Perù e Cile. Satelliti e boe oceanografiche tengono costantemente sotto controllo questi parametri e ci avvertono in anticipo quando La Nina sta per essere sostituita da El Nino. Ed è ciò che ormai dalla primavera del 2026 si sta evidenziando con sempre maggior vigore: sia per estensione, sia per velocità del riscaldamento questo evento sembra il più intenso da almeno mille anni, cioè da quando esistono ricostruzioni condotte attraverso documenti storici e analisi dei coralli che registrano le variazioni di temperatura dell'acqua. Si è così coniata la definizione di "Super El Nino" che ha spinto l'Organizzazione Meteorologica Mondiale a diramare un allarme sulle conseguenze che il fenomeno, atteso al suo culmine in dicembre con oltre 4°C di riscaldamento delle acque rispetto al normale, potrà indurre almeno fino a febbraio 2027. Abbiamo detto che siccità più pronunciate e quindi più incendi potranno interessare Australia e Indonesia, mentre le alluvioni potranno flagellare Perù e Cile. Difficilmente questo genere di eventi atmosferici si spingerà fino all'Europa, troppo lontana e dominata dalle dinamiche dell'Oceano Atlantico. Quindi se quest'autunno avremo alluvioni sul Mediterraneo, si tratterà di eventi non attribuibili al Nino, resi semmai più intensi dall'enorme calore accumulato dal Mare Nostrum in questa estate 2026, la più calda da almeno 270 anni anche in Italia. Invece il segnale di anomalia termica indotto dal Pacifico bollente si diffonderà su tutto il pianeta, sommandosi al già incalzante aumento dovuto al riscaldamento globale e rischiando dunque di sfondare nuovi record assoluti di temperatura media globale sia nel 2026, sia nel 2027. Infatti i precedenti record sono avvenuti quasi sempre in annate di Nino, come nel 2024, che non era nemmeno uno dei più intensi. In questo caso anche l'Italia ha elevate probabilità di sperimentare sia un autunno sia un inverno più caldi del normale, come indica il Centro europeo di previsioni meteo a medio termine (Ecmwf). Celeste Saulo, segretaria generale dell'Organizzazione Meteorologica mondiale con sede a Ginevra, ha detto che "questo eccezionale El Nino richiede un'eccezionale preparazione. Mai negli oltre 50 anni di attività della Wmo abbiamo lanciato una tale mobilitazione nei confronti dei Servizi meteorologici nazionali che saranno in prima linea per salvare vite umane e gestire al meglio i disastri climatici che toccheranno agricoltura, salute, risorse idriche ed energetiche. Non abbiamo tempo da perdere". (Tratto da «Un Nino “super” mai visto: sarà un dicembre a più 4°C» di Luca Mercalli pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, sabato 5 settembre 2026).

“La crisi climatica costa: paghi chi ne trae profitti”, testo di Francesco Sylos Labini pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 29 di agosto 2026: (…). Già nel 1896 il fisico svedese Svante Arrhenius calcolò che l’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe modificato la temperatura terrestre. Era stato appena dimostrato che gas come il vapore acqueo e la CO2₂ assorbono la radiazione infrarossa. Con pochi dati e calcoli eseguiti a mano, Arrhenius stimò che un raddoppio della CO2 avrebbe riscaldato il pianeta di 4-6°C: un valore non troppo lontano dalle stime moderne. Il suo obiettivo non era prevedere gli effetti dei combustibili fossili, allora ancora inutilizzati in modo massiccio, ma spiegare le ere glaciali. Il suo contributo decisivo fu mostrare che la composizione dell’atmosfera influenza la temperatura globale attraverso il bilancio radiativo. Il clima reale è però più complesso: entrano in gioco nuvole, oceani, ghiacci e circolazione atmosferica. L’ordine di grandezza dell’effetto serra si spiega con la fisica di base; prevedere variazioni di pochi decimi di grado richiede modelli sofisticati e supercomputer. Il primo modello climatico moderno fu sviluppato nel 1967 da Syukuro Manabe, premio Nobel nel 2021, e le sue previsioni sono state confermate dalle osservazioni.

Tra i primi scienziati a lanciare pubblicamente l’allarme vi fu il fisico Edward Teller, una delle figure che ispirarono il personaggio del dottor Stranamore. Nel 1959, durante una conferenza dell’industria petrolifera statunitense, Teller avvertì i dirigenti del settore che la CO2 prodotta dalla combustione di carbone, petrolio e gas avrebbe potuto riscaldare il pianeta, sciogliere i ghiacci e innalzare il livello dei mari. L’episodio è ricostruito dal giornalista canadese Geoff Dembicki nel suo libro inchiesta The Petroleum Papers. Dembicki mostra che le maggiori compagnie petrolifere conoscono da decenni le conseguenze climatiche dei loro prodotti. Quello di Teller fu uno dei primi avvertimenti espliciti rivolti ai vertici dell’industria. Una parte dell’industria petrolifera ha tuttavia contribuito a ritardare gli interventi, finanziando campagne di comunicazione, attività di lobbying e think tank incaricati di insinuare dubbi sulle evidenze scientifiche. È una strategia già utilizzata dall’industria del tabacco: sostenere che non si debba intervenire finché non esista una certezza scientifica assoluta, amplificando le opinioni di pochi dissenzienti per alimentare l’impressione che il dibattito sia ancora aperto. La controversia viene così costruita sui media generalisti, mentre nella letteratura scientifica il legame tra combustibili fossili, CO2 e riscaldamento globale è da tempo accertato. Se per decenni l’industria fossile ha contribuito a sminuire i costi climatici dei propri prodotti, oggi è ragionevole chiederle di concorrere al pagamento dei danni. Secondo l’analisi Big Oil set to double profits as their emissions fuel deadly heatwaves, pubblicata nel luglio 2026 da Oxfam – un’organizzazione non governativa impegnata contro povertà e disuguaglianze – le sei maggiori compagnie petrolifere potrebbero realizzare nel 2026 profitti per circa 147 miliardi di dollari. La stessa analisi, basata su dati pubblicati su Nature, sostiene che le emissioni storiche di cinque di esse hanno contribuito in misura significativa a circa un quarto delle ondate di calore registrate nel mondo tra il 2000 e il 2023. Oxfam propone un’imposta sui profitti dei maggiori produttori di combustibili fossili, capace di raccogliere fino a 400 miliardi di dollari nel primo anno: una cifra sufficiente a coprire il fabbisogno annuale per l’adattamento climatico dei paesi a basso reddito. Non si tratta di punire un settore, ma di applicare un principio base di giustizia: chi ha tratto enormi profitti da attività che producono costi collettivi deve contribuire a sostenerli. La scienza ha chiarito da tempo cause e responsabilità. Ora il problema non è più stabilire se intervenire, ma decidere chi debba pagare: le vittime della crisi climatica o chi ha tratto profitto dalle sue cause. Infine, in condizioni tanto drammatiche, destinare risorse crescenti agli armamenti anziché alla prevenzione e alla protezione del territorio è una scelta politicamente irresponsabile. Servono più mezzi antincendio, a cominciare dai Canadair, una Protezione civile adeguatamente finanziata, interventi contro il dissesto idrogeologico, riforestazione urbana e tutela degli ecosistemi – oltre che investimenti massicci nelle energie rinnovabili. Continuare a investire nella capacità di distruggere, mentre si trascurano gli strumenti necessari a proteggere vite, città e territori, è semplicemente criminale.

Nessun commento:

Posta un commento