"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 11 settembre 2026

MaldItalia. 08 Henry d’Ideville: «L’Italia è davvero la terra dei morti. Dove trovare un popolo più vecchio, più usato, più corrotto, meno ingenuo?».

                                        Sopra. Sigfrido Ranucci.

Attingendo a piene mani dalla fonte inesauribile di questa rubrichetta che è il lavoro di Raffaele Simone, “Il paese del pressappoco”, il capitolo quattordicesimo, ovvero il capitolo del “Ressentiment” affronta un altro degli aspetti più “tragici” della vita collettiva del bel paese, quello relativo alle relazioni individuali e collettive più pregnanti di una società civile ed evoluta. La trascrizione che ne ho fatto è abbastanza lunga ed esaustiva, per la qualcosa non ritengo di aggiungere altre considerazioni personali se non, facendo una deviazione rispetto ai percorsi sinora compiuti, riportando una citazione di altro autore e di altro testo e di atra epoca, ma significativa di come il bel paese sia stato visto e considerato da osservatori esterni un tantino smaliziati.  Scriveva infatti nel suo diario il conte Henry d’Ideville alla data del 26 Aprile 1865: (…).  …l’Italia è davvero la terra dei morti. (…). Dove trovare un popolo più vecchio, più usato, più corrotto, meno ingenuo? Le rivoluzioni, di cui non si può contare il numero, le tirannie, le occupazioni straniere, le servitù hanno pesato su questo bello e infelice paese e hanno lasciato nel sangue stesso della nazione i vizi più svariati con una dolorosa esperienza e in realtà un gran senso politico. Quando si parla della giovine Italia, questa espressione fa ridere. Chi c’è di meno giovane, di meno ingenuo, di meno entusiasta dell’italiano? Prima di tutto è sottile, scettico, astuto e interessato. Molto più intelligente di noi, sa calcolare, aspettare, lusingare e dissimulare, cosa a cui noi non arriveremo mai. Rifate le divisioni del paese, trasformatelo in uno solo Stato, sconvolgete governi e frontiere, dategli tutte le costituzioni che vorrete, non cambierete mai la razza e il temperamento del popolo. Per quanto facciate, non lo renderete mai giovane. Conserverà coi suoi difetti tutte le sue preziose qualità. (…). Un paese senza futuro, per l’appunto, o magari con un futuro non proprio luminoso ma che è proprio ci colui che sa e pratica il gioco antico delle “tre carte”, sempre in voga e ben diffuso nel bel paese. (…). La dissoluzione della fiducia pubblica è talmente vistosa (nel bel paese n.d.r.) e i suoi effetti sono talmente severi che è singolare che nessun osservatore se ne sia accorto. La fiducia è infatti una “passione” politica per eccellenza, uno dei fondamenti delle buone società e in generale di contesti collettivi funzionanti. Se non esistesse, svanirebbero una quantità di figure tipiche della vita associata, soprattutto nei paesi evoluti. Molte funzioni della nostra vita sono basate infatti sulla fiducia: quella che dobbiamo avere in altri e quella che altri devono avere in noi. Abbiamo bisogno di (o forse: siamo obbligati a) fidarci di banche, magistrati, polizia, insegnanti, medici, progettisti di ponti e di ascensori, elettricisti, carrozzieri, meteorologi, piloti d’aereo e di treni, amministratori di condominio, baby sitter, guidatori d’automobile, postini, idraulici, chirurghi, levatrici, guardiani notturni, governanti… Tutte le volte che ricorriamo ai servizi e alle prestazioni di queste persone, dobbiamo supporre che faranno quel che promettono, che lo faranno a un buon livello di qualità e senza approfittare della condizione in cui si trovano per danneggiarci. Insomma, dobbiamo farlo, e lo facciamo con fiducia. La fiducia è quindi una geniale invenzione evolutiva, che consiste nel delegare ad altri la cura di determinati segmenti dell’agire collettivo, senza che dobbiamo preoccuparci della qualità del risultato. In questa veste, essa fluidifica infiniti snodi della vita degli esseri umani dato che risparmia loro una quantità di passi che altrimenti dovrebbero compiere di persona. (…). Dal punto di vista collettivo, (…), la fiducia è cruciale per creare stabilità e pace sociale (con le persone di cui non mi fido avrò rapporti tesi o motivi di protesta) e, più ancora, per darci possibilità di immaginare un futuro (…). Essa alimenta anche la speranza, come ha mostrato limpidamente Niklas Luhmann: - Chi dimostra fiducia anticipa il futuro e agisce come se fosse sicuro del futuro. Si potrebbe dire che sconfigge il tempo, o, perlomeno, le differenze temporali -. Il futuro della “civitas” dipende quindi in misura notevole dalla fiducia che i cittadini ripongono nell’operato, nei progetti e nelle promesse degli altri, soprattutto del ceto politico, a cui spetta istituzionalmente il compito di formulare progetti e promesse. Questo all’inverso si aspetta di essere sostenuto dai cittadini fiduciosi con il loro consenso, con le tasse che pagano, con il loro voto. (…). Questo è ciò che postula la teoria. Se ci sporgiamo sull’Italia per vedere come vanno le cose, ci accorgiamo però che il circuito – promessa-fiducia-attuazione – non funziona. Gli italiani sono intrinsecamente, per tradizione antica, un popolo minato dalla sfiducia. L’italiano “non la beve”. E siccome non si fida è risentito contro tutto e tutti.  Ora, il “risentimento” è il contrario esatto della fiducia, la reazione tipica di chi non trova nulla che lo soddisfi o lo appaghi, di chi sospetta di tutto e di tutti. Consiste nel mugugnare senza posa, ripetendo che niente va bene, niente è a posto, tutto è da rifare, che chiunque faccia una cosa la fa solo per interesse personale… E’ anche l’atteggiamento di chi, tra una soluzione innovativa e progressista e una autoritaria e conservatrice, tende a preferire la seconda. È insomma la posizione tipica delle plebi, che non sono in grado di attingere un livello di considerazione che permetta di guardare agli interessi generali. Il risentimento (…) non ha solo effetti sul singolo, ma pesa anche sulla collettività, perché interdice la speranza di futuro. Infatti, le società che lo praticano come costume si abituano lentamente a non sperare in nulla e diventano ostili al futuro e in generale al cambiamento: siccome il risentimento “favorisce la supremazia del passato sull’avvenire”, rimpiangono il passato anche nei suoi aspetti più ostici. Chi può fidarsi di quel che ci viene promesso, chiunque sia la persona che promette? Per converso, in un contesto in cui la fiducia non ha posto, gli uomini pubblici non considerano vitale, né per la loro reputazione né per il paese, mantenere le promesse. Un così radicato movente di risentimento toglie agli italiani (…) il respiro inventivo, il gusto della profezia, la visione, il sogno e l’utopia, li appiattisce sul rimpianto un po’ querulo di un passato immaginario e fantasioso e su un presente voracemente consumato. L’idea di un “mondo migliore”, se non del tutto scomparsa, è evaporata allo stato di rivendicazioni contingenti di gruppi e categorie. (…).

Postato al tempo, il 19 di dicembre dell’anno 2005, su di “un altrove” che non c’è più.

“Decapitare Sig. La lunga battaglia di Meloni e soci”, testo di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del primo di settembre 2026: Decapitare Sigfrido Ranucci è vecchia storia. Giorgia Meloni cominciò per tempo, anno 2019, definendo Report “spazzatura giornalistica”. Decine di attacchi seguirono per le inchieste su Fratelli d’Italia, i suoi ministri, i suoi canali social, i suoi legami internazionali. Tutti mattoni utili all’atto finale: “L’editto Meloni”, il “lodo anti-Report”, con cui la Rai, in data 28 agosto 2026, sgombera Sigfrido Ranucci dalla conduzione della trasmissione. Infilandosi in un pasticcio politico, legale, deontologico che finirà per avvelenare quel che resta (restava) del suo ruolo di servizio pubblico. Proprio all’esordio della campagna elettorale, dove la destra si gioca l’osso del collo, spezzando quello di Report. Ai tempi dell’addio di Fabio Fazio – maggio 2023 – Ignazio La Russa aveva babbiato in pubblico il contrario di quel che pensava: “Sinceramende mi dispiace, è stata una sua scelta professionale, ma non credo che Fazio lo troveremo all’angolo di una strada a chiedere un tozzo di pane, hi hi hi!”. Era il consuntivo di una battaglia vinta. Perché a forza di sputazzi, conti in tasca, dispetti e altre carinerie dell’intera destra, Fazio aveva detto addio alla Rai, dopo quarant’anni di buoni ascolti e cattivissime invidie. La Russa con quei tre sorrisi a incoronare il suo eloquio da padrone della Rai, nascondeva in pubblico il cruccio vero che rimproverò ai suoi camerati, durante una riunione a porte chiuse celebrata in quegli stessi giorni: “Avete sbagliato bersaglio! Non ce ne frega niende di Fabio Fazio. È Ranucci che dovevate mandare via dalla Rai. È lui che ci attacca con le sue inchieste. Ranucci, non Fazio!”. Il rimprovero allignò. Fece proseliti. Coltivò frustrazioni, alimentò furori. Rese coraggiosi persino gli esitanti, armandoli di querele temerarie. Nei tre anni successivi non mancò domenica che Report venisse arroventata da insulti, attacchi, minacce, carte giudiziarie. A febbraio 2026 Ranucci dichiara che sono 224 le querele e gli atti di citazione indirizzati a lui e alla trasmissione. In testa sempre Ignazio, detto anche “La Seconda Carica dello Stato” che nell’ottobre di quello stesso anno definisce Report “Calunniatori schifosi, calunniatori seriali”. Poi s’avanza Gasparri esibendo una carota, scettro del roditore, per accusare Ranucci “di svolgere attività denigratoria delle personalità politiche non gradite” e di essere “l’Hamas della tv”. Seguono gli attacchi e le querele di tutto il partito Fratelli d’Italia per un’inchiesta sul padre di Arianna e Giorgia Meloni, trafficante di droga in Spagna nei primi anni 90 per conto del clan Senese, lo stesso clan che appena ieri ha sfiorato l’ex sottosegretario Andrea Delmastro, pescato nelle cucine della Bisteccheria. A gennaio 2025 la Rai di Giampaolo Rossi vara “il lodo anti-Report”, ogni inchiesta deve passare il vaglio di una struttura editoriale che si aggiunge alla responsabilità del conduttore. A giugno sempre la Rai cancella quattro puntate di Report nel nuovo palinsesto. A luglio il sottosegretario Fazzolari querela Report per l’inchiesta “All’armi siam banchieri!”, che indaga il ruolo di Palazzo Chigi nel Risiko bancario. La richiesta è di 100mila euro “per danni reputazionali”, dettaglio persino comico, considerato che Fazzolari è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al “rapporto con i media”: e dunque la reputazione di chi? Maneggiando identica lagnanza, querela anche Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni. E poi a cascata seguono le querele della famiglia La Russa e figli, del ministro Daniela Santanchè, ancora da Gasparri, dal ministro Giorgetti, sua moglie e sua cognata, dal ministro Urso e dalla sottosegretaria Isabella Rauti, dalla famiglia Berlusconi e persino dalla muta Marta Fascina.

Sempre più saldi si sentono i plotoni della destra quando salta fuori la spericolata amicizia di Ranucci con Valter Lavitola, il faccendiere che muove spazzatura da una trentina d’anni al servizio di Berlusconi, prima interrogato e poi arrestato dai magistrati che indagano, dallo scorso ottobre, sulla bomba esplosa davanti a casa Ranucci. Ora esultano. Ci sono riusciti usando il miserabile tritolo della insinuazione, il discredito che precede, accompagna e segue Lavitola. Fratelli d’Italia presenta un esposto. Salvini non aspetta né giudici né verifiche. L’11 agosto detta direttamente il palinsesto del servizio pubblico: finché non sarà fatta chiarezza, dice, “il denaro pubblico degli italiani non dovrà più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”. Non sta parlando dei 49 milioni di euro che la Lega ha imboscato, ma proprio di Report che fino a oggi, tra assoluzioni e archiviazioni, non ha mai perso una causa. Basta e avanza la poderosa campagna di stampa che impiega “2800 articoli” per trasformare la vittima dell’attentato nel colpevole “di oscuri intrecci” che non la giustizia, ma la politica si incarica di condannare e sanzionare, secondo la nuova diagonale del potere che aggiorna il calibro della censura. E insegna ai giornalisti che restano se valga oppure no la pena di fare una certa inchiesta, infilare il naso nel patrimonio di un ministro, negli affari di un sottosegretario, nelle amicizie di un presidente, nel ruolo del Garante della privacy o nella nuova villa di Giorgia Meloni. A loro l’editto non deve spiegare niente. Hanno visto, hanno capito. È questo il velenoso tornaconto della nuova censura: non impedire a un giornalista di parlare, ma fare in modo che tutti imparino quando conviene tacere.

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