"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 5 settembre 2023

Uominiedio. 42 Enzo Bianchi: «Dio non sempre è stato buona notizia, Gesù lo ha reso buona notizia per noi, Vangelo!».


Ha scritto Enzo Bianchi in “Gesù e il Dio dal volto umano” pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, lunedì 4 di settembre 2023: (…): Gesù non nominava quasi mai Dio, “parlava di molte cose con parabole”, dicono i Vangeli, e mai consegnava formule, verità codificate o dottrine a chi lo ascoltava. Quando voleva parlare di Dio la prima preoccupazione di Gesù era di renderlo “buona notizia” (evangelo), in modo che emergesse di lui un’immagine diversa da quella preconfezionata da sacerdoti e dottori della legge. Gesù smascherava i volti perversi di Dio, quelli che l’uomo si forgia a sua immagine e somiglianza, e quando parlava presentava un volto differente, umanissimo, che non incantava, né seduceva, né terrorizzava, ma era un volto quotidiano, quello che noi cerchiamo, desideriamo e incontriamo nella relazione d’amore. Perché per Gesù Dio era soprattutto l’Amore, un amore che non deve mai essere meritato ma è offerto perché l’uomo e la donna vivano in pienezza e siano felici. Gesù non nominava mai Dio, non era ansioso di evocarlo e di parlare di lui. Nelle parabole possiamo dire di trovare parole paradossalmente “non religiose”, che evocano realtà concrete ed eventi terrestri, quotidiani: un fico che mette i germogli con la venuta del primo caldo, una donna che mette il lievito nella pasta per farla fermentare, un padre che attende il figlio che si era perduto, un agricoltore che con speranza semina il grano, un pastore che ha perso una pecora e va a cercarla... Narrazioni nelle quali Dio non è protagonista, ma solo uno dei personaggi che concorre nel racconto a mostrare la logica del Regno di Cristo. Quando venivano rivolte a Gesù domande su Dio, non consegnava formule catechistiche, né annoiava con dogmi, ma cercava di leggere nella vita umana una risposta possibile. La gente diceva di ascoltarlo “perché non parlava come gli scribi né come i dottori della legge – tutti mestieranti della lettera –, ma con exousía, con autorevolezza”, quella forza che viene dall’aver vissuto, pensato, meditato una situazione reale. Gesù non ricorreva allo straordinario, al sovrumano e non aveva mai atteggiamenti che destavano l’applauso. Soprattutto non metteva mai barriere tra sé e gli altri. Il movimento del Dio che si fa carne era accaduto in lui una volta per tutte e la sua qualità di Figlio di Dio era presente in un’umanità quotidiana e limitata come le nostre. La sua carne era umana, la sua parola parola d’uomo, il suo amore solidale con noi era grande. Per coloro che si riconoscono suoi discepoli Gesù è il Salvatore, il Figlio di Dio, ma per quelli che non sono cristiani è comunque possibile conoscerlo come un fratello che ha amato fino alla fine e ha lottato per la libertà di ogni uomo e di ogni donna fino a subire la morte violenta. Ecco perché non c’è molto da dire su Dio. Dio non sempre è stato buona notizia, Gesù lo ha reso buona notizia per noi, Vangelo!

“Il Cristianesimo militante di san Paolo”, testo di Massimo Firpo pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, martedì 5 di settembre 2023, in occasione della pubblicazione del volume “Paolo. L’uomo che inventò il Cristianesimo” di Corrado Augias edito da Rai Libri (pagg. 256, euro 20): Sul sagrato della basilica di San Pietro figurano due grandi statue dei santi Pietro e Paolo che celebrano i martiri fondatori della Chiesa di Roma che vi hanno il sepolcro. (…). …Pietro era stato il principe degli apostoli, che Gesù Cristo aveva investito della suprema autorità sulla prima comunità di discepoli e in prospettiva sulla Chiesa tutta, dando a quell’umile pescatore di Galilea, Simone figlio di Giona, e a suo fratello Andrea il compito di diventare pescatori di anime. Poco dopo, a Cesarea, gli aveva detto: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Matteo. 16, 13-20). Paolo invece non era stato discepolo di Gesù, non gli aveva mai parlato, non lo aveva mai visto in faccia, e non poteva quindi annoverarsi tra gli apostoli da lui scelti, anche se fu egli stesso a dirsi «servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il vangelo di Dio». Gesù lo definì vas electionis, mezzo da lui voluto per diffondere «il suo nome tra le genti» (Atti, 9, 15), e come «apostolo delle genti» verrà poi consacrato dalla tradizione cristiana. È difficile sopravvalutare la grandezza e il ruolo storico di quel colto ebreo ellenizzato, Saulo (Shaul), nato a Tarso nell’odierna Turchia ma cittadino romano, accanito persecutore di cristiani a Gerusalemme e intenzionato a farlo anche a Damasco, che durante il viaggio avrebbe udito la voce di Cristo: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» mentre la luce abbagliante della grazia divina lo avrebbe inondato con tale violenza da accecarlo e gettarlo a terra. Momento cruciale della storia cristiana, (…). Guarito dal sacerdote Anania e convertito da quella esperienza, san Paolo sarebbe diventato il maestro del cristianesimo delle origini, anzi «l’uomo che inventò il cristianesimo», (…). Nella misura in cui sono affidabili, gli Atti degli apostoli consentono di seguire la vita frenetica e i viaggi instancabili di Paolo, tra mille pericoli, privazioni, conflitti, prigionie, per annunciare il vangelo in Giordania, Turchia, Macedonia, ad Atene, a Corinto, dove predica nell’Areopago tra offese e scherni, a Gerusalemme, dove si scontra nel Tempio con gli arcigni custodi della legge mosaica, fino a essere malmenato, incarcerato e processato. E infine a Roma, dove fu decapitato durante la persecuzione di Nerone intorno al 65 d.C. Non è facile capire chi sia stato san Paolo al di là della scorza delle sue lettere e degli Atti degli apostoli che ne narrano la vita, (…). La sua instancabile predicazione, orale e scritta, seppe infatti trasformare una piccola setta profetica in una religione universale, liberare la nuova fede dall’originario bozzolo giudaico e dar vita al primo nucleo della Chiesa cattolica. «Non conta più l’essere giudeo o greco, né l’essere schiavo o libero, né l’essere uomo o donna, poiché voi tutti siete un essere in Gesù Cristo» (Galati, 3, 28). Accettare la nuova fede, e il suo annuncio di misericordia e vita eterna, significava anzitutto affidarsi al perdono offerto dal Cristo crocifisso e risorto, a prescindere dal rispetto formale della legge mosaica e delle tradizioni rituali ebraiche e poi dei culti pagani. Si spiega quindi come san Paolo diventasse una sorta di santo anche per la Riforma protestante, anzi l’unico santo della Riforma (se così si può dire), poiché fu meditando sulla lettera ai Romani, infatti, su quell’inequivocabile iustus autem ex fide vivet, il giusto vivrà per la fede (Romani, 1, 17), che Martin Lutero riuscì infine a liberarsi dei suoi scrupoli e tormenti interiori, del suo timore per la severità della giustizia divina. Furono quelle parole a fargli scoprire che tale giustizia è invece quella misericordiosa rivelata nel vangelo, garanzia di perdono e di grazia per chiunque abbia fede nel valore salvifico del sacrificio della croce, senza affidarsi a presunte opere meritorie e devozioni superstiziose. Lutero tornava dunque a proclamare La libertà del cristiano, secondo il titolo di un suo celebre scritto del 1520, riappropriandosi dell’annuncio evangelico con cui Paolo all’inizio dell’era cristiana aveva liberato gli ebrei e tutti gli uomini dal giogo di prescrizioni, leggi, riti, divieti, sacrifici per annunciare che il giusto vive per la fede. E aveva annunciato che la risurrezione di Cristo era garanzia della resurrezione e vita eterna di tutti coloro che avessero creduto in lui: un messaggio, questo, tanto più vivo e cogente in quanto a esso si accompagnava anche quello dell’imminente fine dei tempi. Di questo soprattutto parlano le lettere di san Paolo (la cui attribuzione in qualche caso è assai incerta) indirizzate alle comunità cristiane che si stavano diffondendo ovunque nelle propaggini della diaspora ebraica: romani, galati, corinti, efesini, filippesi, colossesi, tessalonicesi. Per dare un semplice dato quantitativo che aiuta a spiegare come sia stato Paolo a diventare l’apostolo delle genti, «l’inventore del cristianesimo», le sue lettere occupano nel canone biblico un numero di pagine superiore di 15 volte rispetto a quelle di Pietro (posto che sino autentiche). Naturalmente, il messaggio paolino si impegnò anche a dare un’embrionale organizzazione alle prime comunità cristiane, a rispondere ai loro quesiti, a stabilire alcune norme. Per esempio nel suggerire il matrimonio a chi non riusciva a essere casto («è meglio sposarsi che ardere di desiderio», I Corinti, 7, 9), nel dichiarare opportuno che i vescovi avessero una sola moglie (I Timoteo, 3,2), nel condannare ogni repressione violenta degli eretici, limitandosi a escluderli dalla comunità dopo una o due ammonizioni (Tito, 3, 10): precetti dai quali la Chiesa non avrebbe tardato a discostarsi via via che proprio grazie a san Paolo diventava la suprema autorità dell’Occidente, riempiendo il vuoto politico lasciato dall’Impero romano.

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