"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 21 novembre 2019

Ifattinprima. 22 Warren Buffett: «Certo che c’è la guerra di classe e noi stiamo vincendo».


Tratto da “Un miracolo laico in tempi di cinismo” del sociologo Domenico De Masi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 21 di novembre 2019: (…). Vale la pena di ricordare alcuni dati essenziali (…). Su 196 Paesi al mondo, l’Italia è all’ottavo posto per Pil e al 32° posto per Pil pro-capite: è, dunque, un paese molto ricco. Però la ricchezza vi è distribuita con disuguaglianza crescente. Negli ultimi dieci anni il patrimonio dei 6 milioni di italiani più ricchi è cresciuto del 72% mentre quello dei sei milioni più poveri è diminuito del 63%. Secondo l’Istat 1,8 milioni di famiglie, circa 5 milioni di persone pari all’8,3% della popolazione residente, è in condizione di povertà assoluta, cioè priva dei mezzi necessari per vivere con dignità. La povertà non va confusa con la disoccupazione perché non tutti i poveri sono disoccupati, né tutti i disoccupati sono poveri. Nel nostro caso, il 40% è interessato a trovare un lavoro perché disoccupato o sottopagato, ma il 60% non è in grado di lavorare. Si tratta di minorenni, vecchi, inabili, per i quali non può essere il lavoro lo strumento per uscire dalla povertà, ma solo un sussidio per sopravvivere decorosamente. Se povertà e disoccupazione sono fenomeni distinti, tuttavia restano strettamente interconnessi e non possono essere affrontati senza tenere conto di questa interconnessione. (…). I neo-liberisti (e tutti quelli che lo sono senza sapere di esserlo) non tengono conto della questione tempo e criticano il reddito di cittadinanza predicando che la povertà non si combatte con i sussidi elargiti dallo Stato in forma assistenziale ma investendo nella crescita economica del Paese. Da questa deriverebbe un’espansione della ricchezza che, prima o poi, finirebbe per avvantaggiare anche i poveri. Il problema sta tutto in quel “prima o poi”. Nel 1955 il premio Nobel per l’economia Simon Kuznets sostenne che ogni sviluppo economico causa crescenti disuguaglianze in una prima fase, ma poi genera uguaglianza. Nel 1974 Arthur Laffer, membro dell’Economic Advisory Board di Reagan, convinse il presidente che occorreva abbassare le tasse ai ricchi, altrimenti essi avrebbero evaso le imposte e avrebbero smesso di investire; di conseguenza furono ridotte dal 70 al 28%. Secondo il pensiero neoliberista, ormai imperante, l’applicazione congiunta di queste due teorie avrebbe portato al trickle-down, cioè al progressivo sgocciolamento della ricchezza dai ricchi ai poveri e, come dirà un altro presidente, George W. Bush, “allo sradicamento della povertà, all’estensione della libertà umana e alla pulizia del pianeta. Come sono andate realmente le cose, lo certifica la rivista Forbes con le sue classifiche annuali: nel 2010 le 388 persone più ricche del mondo scandalosamente possedevano una ricchezza pari a quella di mezza umanità, cioè 3,5 miliardi di poveri; nel 2019 bastano le sole prime 8 per eguagliare la ricchezza di mezza popolazione mondiale, che ormai è composta da 3,6 miliardi di persone. Già il 26 novembre 2006 Warren Buffett, oggi il terzo uomo più ricco del mondo, poteva dichiarare senza mezzi termini al New York Times:“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo”. Vinti sono tutti i piccoli borghesi retrocessi a proletari e tutti i proletari retrocessi a sottoproletari, sballottati tra “povertà assoluta” e “povertà relativa”, come si diverte a classificarli quella stessa statistica che distingue, con pari cinismo, i migranti politici da quelli economici, i morti per armi chimiche dai morti per armi convenzionali. Il fatto è che i poveri, a differenza dei ricchi, non hanno la possibilità di attendere che la ricchezza sgoccioli. Secondo una storiella indiana, l’elefante vive cento anni e la farfalla vive un’ora. Dunque l’elefante non può dire alla farfalla: “Aspettami dieci minuti”. Il ricco sta al povero come l’elefante sta alla farfalla. L’uno può consentirsi il lusso dell’attesa e del rinvio per soddisfare i suoi bisogni voluttuari; l’altro è condannato a morire se non risolve immediatamente i suoi bisogni primari. Woody Allen dice che tre sono le grandi domande dell’umanità: da dove veniamo, dove andiamo e con cosa ceniamo questa sera. I ricchi possono consentirsi il lusso di cincischiarsi intorno alle prime due domande; i poveri sono costretti a concentrarsi sulla terza e trovare una risposta immediata. Un povero privo di lavoro e di risorse quanto tempo può attendere per sfamare se stesso e la propria famiglia, per sottoporsi alla diagnosi e alle cure di una malattia grave, per assistere i suoi vecchi, per mandare i propri figli a scuola? Il ricco-elefante, quando anche introduce un beneficio di welfare, lo progetta parametrandolo sui propri lunghi tempi di solido elefante, non su quelli brevissimi della fragile farfalla. Che, finalmente, il governo italiano si sia messo nei panni e nei tempi dei poveri, come del resto già fanno molti altri governi europei, e che questa volta il suo intervento sia stato rapido ed efficace, mi sembra un miracolo. Le azioni legislative poste in atto, su stimolo diretto o indiretto del Movimento 5 Stelle, sono state quattro: un progetto di legge del 2013 (prima firmataria la senatrice Catalfo), il decreto legislativo del settembre 2017 con cui il governo Gentiloni introdusse il Reddito d’Inclusione, il decreto legislativo del gennaio 2019, convertito poi in legge nel marzo scorso, con cui il primo governo Conte ha introdotto il Reddito di cittadinanza. Grazie al Rei, dal gennaio 2018 fino a tutto settembre 2019 hanno percepito almeno una unità di sussidio 508.000 nuclei familiari, coinvolgendo 1,4 milioni di persone con un importo medio mensile di 293 euro e una spesa complessiva preventivata in 2 miliardi. Di tutt’altro livello ed effetto è stato il Reddito di cittadinanza: in base ai dati Inps aggiornati all’8 ottobre 2019, oggi la platea complessiva dei beneficiari effettivi è di 2.334.000 persone, di cui 597.000 minori e 199.000 nuclei familiari con invalidi. La spesa per il 2019 sarà di 6 miliardi: meno di quanto stanziato per la Quota 100 che riguarda una platea inferiore a 200.000 persone occupate e stipendiate. Come si vede, quelle del Reddito di cittadinanza sono cifre imponenti: milioni di poveri assoluti, centinaia di migliaia di bambini e invalidi che fino a ieri non avevano la certezza del cibo e dell’alloggio, oggi possono contare su un minimo di sopravvivenza. Insomma, un miracolo laico compiuto in tempi record da uno Stato ricco e sedicente cattolico (cioè caritatevole per fede) che prende finalmente atto dell’esistenza dei poveri e li soccorre in base alle loro urgenze e non ai tempi ripugnanti di Kuznets e Laffer. (…).

mercoledì 20 novembre 2019

Dell’essere. 15 «L’adolescenza è per costituzione un regno povero».


(…). …più si cerca di avvicinare l’adolescenza con un pignolo metro da sarto, suddividendola in centimetri e millimetri, valutandone i vestiti, le mode, le inclinazioni, più si perde di vista la sua essenza e si rimane delusi, quasi infastiditi di fronte a quel segreto. Poiché l’adolescenza è la vita senza aggettivi e senza argini, è un regno prerazionale vicino all’origine, dove ogni contraddizione è permessa,  dove gli opposti coincidono e lo stupore non si è ancora  trasformato in volontà. E’ un lungo pomeriggio malinconico in cui per un attimo si svela la verità dell’esistenza, qualcosa che somiglia al nulla e che s’intreccia disperatamente con la bellezza. (…). Il Dominio è il centro esatto dell’adolescenza, il giardino perso nel bosco che poi non si ritroverà mai più, l’ora magica in cui la vita si manifesta interamente, tutta insieme, amore e pena, slancio e caduta, desiderio e impotenza, amicizia e solitudine. Ognuno di noi è stato (…) nel Dominio, ogni ragazzo vi transita e lo perde. Ci si arriva come in uno stato di ispirato sonnambulismo, portati dall’animale e dalla grazia che sono in tutti noi, e lì si vede, si comprende ogni cosa e poi si viene espulsi. Il resto della vita lo si passa tra progetti e impegni, allontanandosi sempre più da quell’istante in cui tutto era chiaro e evidente, in cui noi e la vita eravamo la stessa identica cosa. Quel dono viene dimenticato, o forse ci è tolto, e cominciano le domande che non significano nulla (…). I giovani vanno amati  (…) come sorgenti di un’acqua che solo più a valle finirà per incanalarsi, per essere usata. (…).  Oggi esistere costa parecchio, ma l’adolescenza è per costituzione un regno povero, dove ogni meraviglia e ogni pena viene data in dono. Fine della citazione, per tornare al tempo presente. E del tempo presente ripiego il giornale quotidiano e resto lì a riflettere amaramente. La notizia – frequentissima - è quella riportata da tutti i media: un giovine, un adolescente, massacra la fidanzatina. Quante volte sono state lette cronache di questo tipo? Un movente? Un motivo? Nessun movente, nessun motivo, all’apparenza. Neanche dinnanzi ai magistrati che li hanno interrogati, quei giovani adolescenti riescono ad “inventare”, ad “improvvisare” un movente che sia. Nulla. Il nulla dell’adolescenza, il nulla che è pure il “segreto” di quell’età così come lo definisce Marco Lodoli in quella Sua stupenda corrispondenza – prima trascritta - pubblicata sul quotidiano “la Repubblica“ del 20 di giugno dell’anno 2001. Ho conservato gelosamente il ritaglio di quel numero remoto di quel quotidiano e ricordo bene come mi adoprassi, allora, a socializzarne il contenuto con i miei colleghi di lavoro. Insegnavo ancora, a quel tempo, e ritennevo necessario assai che la stupenda riflessione di Marco Lodoli, insegnante anche lui e scrittore di grandissimo valore, divenisse acquisizione e patrimonio comune all’interno della mia scuola. Dal tempo di quella riflessione di Marco Lodoli sono trascorsi tanti lustri e sono convinto che sussistano, se non esasperati ancor di più, le condizioni di negatività sociale per le quali l’illustre Autore ebbe a scrivere che “oggi (era l’anno 2001 n.d.r.) esistere costa parecchio, ma l’adolescenza è per costituzione un regno povero, dove ogni meraviglia e ogni pena viene data in dono”. È come affacciarsi sull’orlo di un pozzo oscuro e profondo assai dal quale provengano, spessissime volte, richieste di aiuto, inascoltate il più delle volte, incomprese per lo più all’interno delle istituzioni, della scuola innanzitutto e della famiglia, che sono preposte alla educazione ed alla formazione delle generazioni adolescenziali. È che, nella prima di quelle istituzioni, i problemi relazionali sono liquidati con un sarcastico “professore, non facciamo poesia!”, mentre nella seconda, la famiglia, il “problema adolescenziale” è disconosciuto se non volutamente ignorato. È questo un punto fondamentale: la conclamata non-curanza rispetto alle grida di aiuto che provengono da un “Io” che faticosamente, se non drammaticamente, in mille occasioni del duro vivere, cerca la sua completezza d’essere umano. Ho continuato a rovistare tra i miei ritagli per aggiungere alla bellissima riflessione del Lodoli un’autorevole, scientifica, inquadratura del “problema” adolescenziale. Ho ritrovato, e mi soccorre in queste mie annotazioni fatte quasi a margine dei due straordinari ed importanti scritti, un “pezzo” del professor Umberto Galimberti pubblicato sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” del 2 di agosto dell’anno 2008 col titolo “Adolescenti senza adulti” che di seguito trascrivo:

martedì 19 novembre 2019

Ifattinprima. 21 «Il lavoro italiano schiavizzato rimosso dal dibattito pubblico sovranista».


Tratto da “Quegli operai umiliati nella fabbrica grandi firme” di Roberto Saviano, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di novembre 2019: L'Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell'alta moda. È una verità italiana. Cos'e la verità italiana? L'ho scoperto proprio studiando i laboratori in nero, per cui ogni riflessione con sindacalisti o lavoratori si chiudeva sempre con il commento "ma questa è una verità... italiana".

lunedì 18 novembre 2019

Letturedeigiornipassati. 67 «La fede è diversa dal sapere».


Tratto da “Solo la fede (e non il sapere) ha bisogno della testimonianza di chi la professa” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica del 18 di novembre dell’anno 2017: E questo perché, come scrive San Tommaso: «La fede è promossa non dall'evidenza del contenuto, ma dalla volontà».

domenica 17 novembre 2019

Lalinguabatte. 83 «Siamo sicuri di reggere le conseguenze della libertà?».


Ove si parla dell’uomo “debole”. E si principia con il brano di seguito trascritto, brano postato anni addietro sul sito “manginobriochesblog.unita.it” col titolo “Il sospetto di zia Emma: Harry Potter siamo noi”: «Me la spieghi, questa cosa? Che non ho capito bene come funziona». «Niente, zia, come funzionano sempre queste cose. Al potere c'è uno solo, un individuo spregevole, interessato solo a se stesso e a quanto più a lungo può conservarsi e conservare il suo dominio su cose e persone. Non gli interessa altro, e usa qualunque mezzo».
«Ma ci sono pure quelli che lo seguono». «Certo. Ha un gruppo di fedelissimi. Non sono molti, ma sono una minoranza-maggioranza che basta a controllare tutto il Paese. Finché stanno con lui, sono potenti anche loro. E sono disposti a qualunque cosa, pur di continuare così: spergiurano, tradiscono, stravolgono la verità, chiudono gli occhi, eseguono i compiti più disgustosi».
«E la gente?». «La gente soffre in silenzio, per lo più... Persino quelli a cui lui piaceva, pensa. Quelli che erano ammaliati, dal suo potere. Anche perché il Paese cade a pezzi attorno a loro, tutti sono più poveri e più infelici, e poi anche spaventati».
«Ma la gente lo sa che se si mette assieme, tutta assieme, può sconfiggerlo?». «Diciamo che lo ha dimenticato, e poi c'è un momento in cui diventa pure difficile, anzi sembra proprio inutile, organizzarsi e lottare. Ma c'è chi continua a fare la resistenza, e piano piano... ».
«Ah, ecco, volevo dire. Comunque vada, anche se non funziona o non funziona subito, la resistenza ci fa restare umani». «Assolutamente, zia. La resistenza ci tiene svegli. Anche quella degli altri, anche quando noi non siamo capaci».
«E insomma, alla fine ci sono speranze per tutti?». «Sì, alla fine sì. Ma si dovrà lottare, rischiare, mettersi in gioco».
«Lo sai che comincia a piacermi, questo – come si chiama – Harry Potter? Devi portarmi a vederlo, nipote». «Quando vuoi, zia». «Sai, ho il sospetto che siamo noi, Harry Potter». Mi garba assai, a conclusione della pubblicazione dell’ultima parte della “Antropologia del conformista che fugge dalla libertà” di Gustavo Zagrebelsky, ripreso e trascritto dal quotidiano “la Repubblica”, riportare una straordinaria metafora di quel pensatore fine, prematuramente scomparso, che fu Etienne de La Boètie. La metafora è tratta dall’opera Sua, di recente riscoperta grazie all’editrice Chiarelettere, “Discorso sulla servitù volontaria”: (...). Come il fuoco, partito da una piccola scintilla, s’ingrossa e man mano rinvigorisce, e quanto più legno trova, tanto più ne brucia, e senza che vi si getti acqua per spegnerlo, solo non aggiungendo più legno, non avendo più nulla da consumare, si consuma da solo, perde vigore e non è più fuoco; allo stesso modo i tiranni, quanto più saccheggiano, tanto più pretendono, quanto più rovinano e distruggono, tanto più ricevono, quanto più li si serve, tanto più si fortificano e diventano sempre più forti e più capaci di annientare e distruggere tutto; ma se non gli si consegna niente, se non gli si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpirli, ecco che restano nudi e sconfitti, non sono più nulla, come rinsecca e muore il ramo che non riceve più linfa dalle radici. (…). È ciò che ha compreso perfettamente zia Emma: «Ah, ecco, volevo dire. Comunque vada, anche se non funziona o non funziona subito, la resistenza ci fa restare umani».

sabato 16 novembre 2019

Lalinguabatte. 82 «La grettezza è incapace di pensieri generali».


Scrive Nietzsche: «Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio». (…) Se dopo il crollo del muro di Berlino si è diffuso nel mondo il pensiero unico, in Italia, oltre al pensiero, si è diffuso anche il “sentimento unico” che guarda al massimo con compatimento, quando non con disinteresse e a colpi di rimozione, i più disagiati della terra, che non sono solo i migranti, ma quanti ogni giorno perdono il lavoro e, nella scala sociale, scendono ai livelli minimi di povertà. Il sentimento unico esonera dal pensiero e fa da linea guida acritica alle proprie convinzioni, che diventano ogni giorno sempre più radicate, perché, a differenza del pensiero, il sentimento non è mai attraversato dal dubbio, per coltivare il quale bisognerebbe avere fonti di informazioni che non si riducano ai programmi televisivi, dove parlare di disagio, di sofferenza, di ingiustizia, non solo non fa ascolti, ma addirittura infastidisce. (…). …occultare la realtà, indebolire le fonti di acculturazione, dalla scuola all'università, all'editoria, oggi più attenta agli autori di successo che alle idee, indebolisce il senso critico e fa sentire chi la pensa diversamente fuori tempo, senza referenti, senza rappresentanti, senza speranza, finché, per evitare l'isolamento e la solitudine, si adegua, e si adagia in quello stato di passività emotiva che toglie slancio e voglia di impegno. Tutto ciò può essere vantaggioso sul presente a chi governa, ma che futuro può attendere un popolo ridotto a massa inerte che assorbe tutto e non reagisce più?. Ove si parla di seguito – “Parte terza. L’uomo gretto” - della “grettezza”, della quale magistralmente ne scriveva il professor Umberto Galimberti in una Sua corrispondenza del 17 di aprile dell’anno 2010, corrispondenza pubblicata sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” col titolo “Il sentimento unico”, corrispondenza che ho appena trascritto in parte. E la memoria di quella autorevolissima riflessione e la sua ricerca affannosa tra i miei ritagli, per associarla alla parte terza dell’”Antropologia del conformista che fugge dalla libertà” del professor Gustavo Zagrebelsky, che trascrivo, penso rappresenti un giusto tratto d’unione poiché essa, l’autorevole riflessione intendo dire, individua e delinea la “misura” esatta della figura nuova che emerge dai “tipi umani” tratteggiati in quello straordinario intervento del professor Zagrebelsky, intervento tenuto il 16 di giugno dell’anno 2011 all’Auditorium della Musica di Roma nell’ambito delle lezioni “Le parole della politica”, intervento pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”: (…). L'uomo gretto è interessato solo a ciò che tocca la piccola sfera dei suoi interessi privati, indifferente o sospettoso verso la vita che si svolge al di là, che chiama spregiativamente la politica. Rispetto alle questioni comuni, il suo atteggiamento l'ipocrita superiorità: certo gli uni hanno torto, ma nemmeno gli altri hanno ragione, dunque è meglio non immischiarsi. La grettezza è incapace di pensieri generali. Al più, in comune si coltivano piccoli interessi, hobby, manie, peccatucci privati, unitamente a rancori verso la società nel suo insieme. Nell'ambiente ristretto dove si alimentano queste attività e questi umori, ci si sente sicuri di sé e aggressivi ma, appena se ne esce, si è come storditi, spersi, impotenti. La grettezza si accompagna al narcisismo e alla finta ricerca della cosiddetta autenticità personale che si traduce in astenia politica accompagnata dal desiderio d'esibirsi. In apparenza, è profondità esistenziale; in realtà è la vuotaggine della società dell'immagine. Il profeta della società gretta è Alexis de Tocqueville, nella sua analisi della uguaglianza solitaria: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che girano senza posa su se stessi per procurarsi piccoli, volgari piaceri. Ciascuno di loro, tenendosi appartato, è estraneo al destino degli altri: se ancora gli rimane una famiglia, si può dire almeno che non abbia più patria. Su questa massa solitaria s'innesta la grande, terribile e celebre visione del dispotismo democratico: ‘al di sopra di costoro s'innalza un potere immenso e tutelare, che s'incarica da solo di assicurare il godimento dei loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Ama che i cittadini siano contenti, purché non pensino che a stare contenti’. Ora, chi invoca su di sé un potere di tal genere, immenso e tutelare, è un uomo libero o è un bambino fissato nell'età infantile? (…).

venerdì 15 novembre 2019

Ifattinprima. 20 «Al di là del ‘caso Ilva’, esiste una ‘tara Italia’».


A lato. Puglia. Otranto: il lungomare.

Tratto da “Ilva, oltre gli indiani c’è la tara italiana” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di novembre 2019: (…). …la storia del colosso siderurgico è una storia italiana, italianissima con protagonisti tutti italiani. Scrive Angelo Bonelli nel suo Good Morning Diossina: “Le proporzioni del dramma sanitario e ambientale nel capoluogo ionico, a partire dai primi anni ‘90, erano evidenti sia alla popolazione che ai medici che constatavano un aumento di malattie da mesotelioma, leucemie, patologie tumorali e malattie della tiroide. Nonostante vi fossero segnali preoccupanti dal punto di vista sanitario, collegati alla grave situazione di inquinamento ambientale, le Istituzioni si dimostravano immobili e latitanti”. Il drammatico conflitto fra salute e lavoro risale quindi ai primi anni 80 quando ArcelorMittal era lungi da essere apparsa a l’onor del mondo italiano. E qui bisogna fare una breve storia del colosso siderurgico di Taranto. Alla sua nascita, fra il 1960 e il 1965, la proprietà di quella che oggi chiamiamo Ilva era dell’Italsider, società pubblica, di Stato, ovviamente italiana. In grave crisi durante tutti gli anni 80 l’acciaieria venne venduta nel 1995, a prezzi di favore, alla famiglia Riva, italiana. Da quando la magistratura nel 2012 cominciò ad occuparsi del ‘caso Ilva’, che non poteva quindi più restare nascosto, si sono succeduti sei esecutivi, governo Monti, governo Letta, governo Renzi, governo Gentiloni, governo Conte I e governo Conte II. Almeno i primi cinque hanno pasticciato con una serie di decreti e controdecreti, di leggi e di controleggi, in una confusione indescrivibile, senza cavare un ragno dal buco.

giovedì 14 novembre 2019

Ifattinprima. 19 «Venezia che muore annegata».


Tratto da “Politici e dirigenti, aguzzini di Venezia” di Tomaso Montanari, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di novembre 2019: (…). I nemici di Venezia, i suoi aguzzini, non sono i venti, le nubi e l’acqua piovana: sono una classe politica e una classe dirigente marcia fin nel midollo, in Laguna e a Roma. Il “maltempo” di cui parliamo è un tempo cattivo che dura da decenni: cattivo per la corruzione e la rapacità, cattivo per l’ignoranza, cattivo per la miopia e la pochezza di chi avrebbe dovuto decidere nell’interesse del bene comune, e invece ha pensato solo al ritorno immediato di pochi. Con la fine della Repubblica di Venezia (1797) entrò in crisi il raffinatissimo meccanismo che per un millennio aveva conservato qualcosa che in natura ha vita limitata: una laguna lasciata a se stessa o diventa mare, o si interra. Si può ben dire che la sopravvivenza della Laguna è «la storia di un successo nel governo dell’ambiente, che ha le sue fondamenta in un agire statale severo e lungimirante, nello sforzo severo e secolare di assoggettamento degli interessi privati e individuali al bene pubblico delle acque e della città» (Piero Bevilacqua). Finita questa storia, l’estesa privatizzazione di parti della Laguna, la creazione di valli da pesca chiuse, la bonifica per ottenere terre asciutte per l’industria hanno ridotto in notevole misura lo spazio in cui le alte maree potevano disperdersi. Contemporaneamente, sono state scavate e ampliate oltre ogni misura le bocche di porto che mettono in comunicazione mare e Laguna: alla fine dell’Ottocento la Bocca di Malamocco era profonda 10 metri, oggi contiene buche che raggiungono quota meno 57, il punto più profondo dell’Adriatico! Non è dunque difficile immaginare da dove entri l’acqua. La ragione: rendere la Laguna accessibile alle navi industriali e alle Grandi Navi da crociera. Uno sviluppismo dissennato, che fa oggi di Venezia la terza città portuale più inquinata d’Europa: per lo smog delle navi e per i fanghi che stanno sul fondo dei canali e che rendono micidiali le acque che ora consumano i marmi di San Marco. (…). Come ha scritto Edoardo Salzano, a cui è stata risparmiata la vista di questa Venezia in ginocchio, si dovrebbe iniziare «con lo smantellamento della chimera ottocentesca del Mose, per ripristinare invece l’equilibrio ecologico e morfologico della Laguna, con l’adempiere finalmente al mandato legislativo (1973!) di escludere i traffici pesanti e pericolosi e impedire l’ingresso ai bastimenti più alti dei più alti edifici veneziani, col cancellare i progetti di tunnel sottomarini». In queste ore pressoché tutti (con la lodevole eccezione di Massimo Cacciari, sul cui operato da sindaco nutro un giudizio pessimo, ma che da sempre ha avversato il Mose) invocano il Mose: per chiederne o per prometterne la conclusione. Bisogna, proprio queste ore drammatiche, essere molto chiari: il Mose non funzionerà. Perché la subsidenza di Venezia e l’innalzamento dei mari lo rendono inservibile ancor prima di provare a funzionare. E perché l’altezza del mare si accompagna a una virulenza fin qui ignota: la Laguna non è più una difesa per Venezia. E dunque: non converrebbe rassegnarsi al fallimento del Mose e dedicare subito le centinaia di milioni che servono ancora a completarlo, al riequilibrio della Laguna? Non sarà il caso di chiedersi cosa sarebbe successo se i miliardi spesi per il Mose (le stime ondeggiano tra 5,5 e 7 miliardi di euro) fossero stati spesi in manutenzione? Non avremmo già salvata Venezia, almeno dalle acque?

mercoledì 13 novembre 2019

Ifattinprima. 18 B.: «Il silenzio è d’oro».


Tratto da “Il silenzio è d’oro” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di novembre 2019: (…). Cosa Nostra, ai picciotti e agli amici che parlano, di solito riserva una brutta fine. E B. l’ha già irritata abbastanza, a giudicare dagli sfoghi furibondi contro di lui del boss Giuseppe Graviano, captati in carcere qualche anno fa dalle microspie della Procura di Palermo. Non che si sia risparmiato, nei nove anni dei suoi tre governi: di leggi pro mafia ne ha fatte varie e tentate altre, per non parlare dei messaggi amichevoli inviati: continui attacchi ai pentiti, al 41-bis, al 416-bis, all’ergastolo ostativo, panegirici a Vittorio Mangano (“un eroe” perché non aveva parlato), campagne denigratorie contro magistrati, investigatori, giornalisti, scrittori, programmi tv antimafia (“Basta con questa Piovra”). Ma le attese dei mafiosi per le promesse fatte da lui o chi per lui erano ben più ambiziose dei risultati ottenuti. Meglio non farli incazzare vieppiù, non si sa mai. E poi mettetevi nei suoi panni: un conto è raccontare frottole giocando in casa, nei propri studi tv davanti ai propri impiegati. Un altro è raccontarle ai giudici togati e popolari di una Corte di assise d’appello, ai Pg e agli avvocati. Quelli dei boss e dei carabinieri che condussero la Trattativa. E quelli dell’amico Marcello, condannato a 7 anni definitivi per concorso esterno e ad altri 12 in primo grado per “violenza o minaccia a corpo politico”. Cioè al primo governo B.. In pratica Dell’Utri, se la condanna fosse confermata anche in appello e in Cassazione, tornerebbe in galera per altri 12 anni per aver aiutato la mafia a minacciare il primo governo B. a suon di stragi. Dunque B. è vittima della joint venture Dell’Utri-Cosa Nostra, anche se non s’è mai costituito parte civile, né mai lo farà: altrimenti Dell’Utri potrebbe incazzarsi ancor più di quanto già non lo sia dopo la scena muta. I suoi legali hanno anche tentato di far proiettare in aula un’intervista dell’amico Silvio sulla sentenza Trattativa: quella in cui B. assicura che “non abbiamo ricevuto nel ’94 né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti”. Ma i giudici si sono accontentati della trascrizione, per quel che vale la parola di un bugiardo matricolato, anzi abituale. Nei processi, purtroppo, funziona così: se un teste racconta balle, si assume tutti i rischi penali del caso, ma soprattutto magistrati e avvocati possono fargli contro-domande per sbugiardarlo. E, fra domande e contro-domande, a B. non sarebbe bastato un mese di udienze. Chi era per lui Mangano: uno stalliere o un mafioso? No, perché negli anni 70 e 80, ogni volta che subiva un attentato, B. lo attribuiva a Mangano, mostrando di sapere benissimo chi fosse. E allora perché s’è tenuto accanto per 45 anni Dell’Utri, prima in azienda e poi in Parlamento, visto che era stato proprio lui a raccomandargli e a mettergli in casa fra il 1974 e il ’76 quel bocciolo di rosa?

martedì 12 novembre 2019

Lalinguabatte. 81 «Il segreto del dominio sta in un sistema a scatole cinesi».


Ove si discorre delle intriganti figure dei “liberi servi”, figure che nel bel paese s’affacciano con prepotenza, con smisurata arroganza, tanto da volerne diffondere le ignobili, infide loro nature ed essenze per le ridenti ed ubertose contrade dell’italica terra; ché l’essere “servi” sembra essere titolo di merito per acquartierarsi presso il signorotto di turno e raccoglierne dalla tavola, all’uopo imbandita, ciò che sono i resti del suo lauto banchettare; ora che tutto ciò sale alla ribalta delle cronache con la inevitabile, dissacrante caduta negli spiriti di quel che un tempo era per i popoli tutti l’aspirazione ad essere uomini compiutamente e completamente liberi; ora, mi preme trascrivere cosa ne pensasse dei “liberi servi “ del Suo tempo Etienne de La Boétie (1530-1563) in quel Suo straordinario libello che ha per titolo “Discorso sulla servitù volontaria” – Chiarelettere editrice (2011), pagg. 71, € 7,00 –. Autore grande e prematuramente mancato Etienne de La Boétie, che il professor Gustavo Zagrebelsky ha citato nella parte prima del Suo “Antropologia del conformista che fugge dalla libertà” e dal quale autorevole ultimo Suo lavoro, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”, si trascriverà di seguito la parte seconda. Scriveva  Etienne de La Boétie: “(…). Quale vizio, o meglio quale orribile vizio vedere un numero infinito di uomini non obbedire ma servire; non essere governati, ma tiranneggiati, senza più avere come propri né beni, né genitori, né donne, né figli e neanche la loro stessa vita; subire le rapine, i brigantaggi, le crudeltà non da un esercito, non da un’onda di barbari, contro cui si dovrebbe dare il proprio sangue e la propria vita, ma da uno solo; non da un Ercole o da un Sansone, ma da un qualche omuncolo che spesso è il più vigliacco e il più effeminato della nazione; non da uno avvezzo alla polvere delle battaglie, ma da chi a mala pena è abituato alla sabbia dei tornei; non da uno capace con la forza di comandare degli uomini, ma da chi è incapace di servire vilmente l’ultima donnicciola. Definiremo tutto ciò mollezza? Chiameremo vili e codardi gli uomini che servono? Se due, se tre, se quattro cedono a uno solo è cosa strana, ma comunque possibile; forse a buon diritto potremmo dire che è mancanza di coraggio. Ma se cento, se mille sopportano uno solo, non si dirà forse che non vogliono, e non già che non possono affrontarlo, e che non è per viltà quanto per abiezione e mancanza di dignità? (…). “Abiezione e mancanza di dignità”: chi ne possegga in cotanta misura da menarsene vanto assai è come una rapa dalla quale diviene impresa stolta e vana volerne ricavare un delizioso nettare. Parte seconda, ove si tratteggia la figura dell’”opportunista”: (…). L'opportunista è un carrierista, disposto a mettersi al traino. Il potere altrui è la sua occasione, quando gli passa vicino e riesce ad agganciarlo. Per ottenere favori e protezione, che cosa può dare in cambio? Piaggeria e fedeltà, cioè rinuncia alla libertà.

lunedì 11 novembre 2019

Letturedeigiornipassati. 66 «L’America è fatta così».


Tratto da “Le campagne di Trump” di Siegmund Ginzberg, pubblicato sul quotidiano la Repubblica dell’11 di novembre dell’anno 2016: Guardando le mappe del risultato delle presidenziali americane, ho una strana sensazione di deja vu. Specie quella dei risultati contea per contea. Ancora più della mappa del voto stato per stato, mostra un piccolo numero di poligoni azzurri (il colore che tradizionalmente indica il voto democratico) accerchiato da un mare immenso di poligoni rossi (il colore del voto repubblicano). Le periferie (le campagne, avrebbe detto Mao un tempo) hanno accerchiato e sommerso le città. (…). Hillary Clinton ha preso il 93 per cento dei voti nel District of Columbia, il cuore della capitale Washington. L’80 per cento e più a Manhattan e negli altri distretti di New York City. Oltre il 70 a Los Angeles e Chicago. In numero assoluto di voti, Clinton ne ha presi almeno 200.000 più di Trump. Che alla Casa Bianca vada Trump, che di voti ne ha presi meno di lei, dipende dal sistema dell’Electoral College, per cui in ciascuno Stato il primo arrivato prende tutti i grandi elettori. Nessun sistema elettorale è perfetto. Loro se lo tengono com’è da due secoli. Rispondeva, pare, alla preoccupazione dei padri fondatori della Costituzione che i più popolosi Stati del Nord pesassero molto più degli altri. Ma la mappa del voto contea per contea mette ancor più in risalto un’altra anomalia: il voto democratico (blu) si concentra in alcune piazzeforti assediate da un mare repubblicano (rosso). L’America è fatta così: grandi città circondate da enormi estensioni molto meno abitate. Persino a New York se si esce dalla città si è subito immersi nel verde infinito della Hudson Valley. Anzi, in questa stagione di foliage autunnale, da infinite sfumature di rosso e giallo, di struggente bellezza. Nelle grandi città la percezione dominante è quella delle élite. Nel resto del paese è sparso l‘“americano medio”. La mappa delle contee sarebbe dominata dal rosso anche se avesse vinto la Clinton, e lo era anche quando vinse Obama. Anche in America le città sono in genere più “di sinistra”, più moderniste, e le campagne più “di destra”, più conservatrici. È sempre stato un po’ così. Anche in Europa. La Parigi della Rivoluzione francese ebbe i suoi guai con la Vandea cattolica e contadina che parteggiava per Nobili e Monsignori. Un classico degli anni ’60, “Le origini della dittatura e della democrazia” di John Barrington Moore, faceva delle campagne la culla della prima e delle città la culla della seconda. Il nazismo, contrariamente a quel che si può credere, non si era affermato a Berlino, città ad esso ostile, ma nella provincia. Nel suo “E adesso piccolo uomo”, Hans Fallada raccontò quasi in presa diretta come i kleine mann avevano cominciato ad amare Hitler. In America, per spiegare Trump ritorna il concetto, che risale agli stessi anni Trenta, dei forgotten men, la classe media bianca arrabbiata, “dimenticata” e “invisibile”, tanto da sfuggire ai sondaggi. Allora non andò allo stesso modo dappertutto. In America i “dimenticati”, avevano votato per Roosevelt, che gli offriva il New Deal. In Francia avevano votato per il Fronte popolare di Léon Blum. La cosa più sgradevole delle mappe di queste presidenziali Usa è che ritraggono un vento cattivo che non soffia solo in America. C’è chi ha notato che la vittoria di Trump è una sorta di Brexit, ma di portata mondiale. (…). Le campagne che accerchiano le città erano una delle immagini più fortunate di Mao e della sua rivoluzione militare e contadina. Se però ci sia in Cina un vento analogo a quello che soffia in America e in Europa non ci è dato sapere: semplicemente perché la Cina non vota.