"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 19 novembre 2018

Sullaprimaoggi. 35 Tav: «del bilancio del carbonio non si parla mai».


Tratto da “Un altro buon motivo per il NO: il tunnel danneggerà l’ambiente” di Luca Mercalli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di novembre 2018: La nuova linea ferroviaria Torino-Lione viene giustificata con motivi ambientali: la cura del ferro fa bene, spostare traffico da gomma a rotaia riduce le emissioni. Il che è vero se si usano ferrovie esistenti, come l’attuale linea Torino-Modane, lo è meno quando si devono costruire nuove, meno ancora quando sono per lunga tratta in tunnel. Lo sostengono i ricercatori Jonas Westin e Per Kågeson del Royal Institute of Technology di Stoccolma nell’analisi Can high speed rail offset its embedded emissions?: affinché il bilancio di carbonio sia favorevole al clima le linee ferroviarie ad Alta velocità “non possono contemplare l’estensivo uso di tunnel”. Se il bilancio monetario costi-benefici della Torino-Lione già vacilla, del bilancio di carbonio non si parla mai. Il tunnel bisogna costruirlo, per oltre dieci anni le talpe succhieranno megawatt, il cemento assorbirà energia e produrrà emissioni, l’armamento e i dispositivi di sicurezza richiederanno tonnellate di acciaio e di cavi di rame, i camion e le ruspe per spostare migliaia di metri cubi di roccia andranno a gasolio. Poi c’è l’impianto di raffreddamento che a opera conclusa funzionerà in permanenza, poiché all’interno del tunnel la temperatura sarà attorno a 50°C, ostile alla vita. Quando il primo treno passerà su quella linea non si vedrà alcun vantaggio ambientale, in quanto per parecchi anni, ammesso che venga effettivamente usata a pieno carico come da previsioni per ora sulla carta, il risparmio delle emissioni dovrà ripagare il debito di quelle rilasciate in fase di cantiere e di esercizio. Ammesso dunque che sia possibile, una prima riduzione netta delle emissioni potrebbe avvenire non prima del 2040. Il clima però è già in estrema crisi adesso e l’ultimo rapporto IPCC dice chiaramente che le emissioni vanno ridotte subito, altrimenti nel 2040 avremo già superato la soglia di sicurezza del riscaldamento globale di 1,5°C. La cura del ferro della Torino-Lione è quindi strana, prima richiede un’intossicazione sicura del malato, poi promette di disintossicarlo quando sarà già moribondo. Non è meglio cambiare cura? Usare i miliardi di euro ad essa destinati per una riduzione delle emissioni con effetti certi e immediati, come collocare più pannelli solari sui tetti degli italiani, cambiare gli infissi alle case colabrodo, aumentare la coibentazione, installare pompe di calore, tutte azioni che danno lavoro a decine di migliaia di artigiani e non ci fanno attendere vent’anni per ottenere effetti positivi sull’ambiente. La cura del ferro Torino-Lione potrebbe essere peggiore del male che vorrebbe curare. Per fare valide previsioni e stabilire se la pubblicità verde della grande opera sia ingannevole o meno, occorre un bilancio di carbonio certificato da un ente terzo, come l’Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale che mantiene il catasto nazionale delle emissioni climalteranti e potrebbe verificare se nell’ambito dell’Accordo di Parigi siglato anche dall’Italia il super tunnel Torino-Lione sia coerente o perdente. C’è poi quell’ora di viaggio sul Tgv Milano-Parigi che si potrebbe recuperare subito grazie a un accordo tra ferrovie francesi e italiane. Per ragioni di incompatibilità tra dispositivi di sicurezza, il treno francese, una volta arrivato a Torino via tunnel del Frejus, invece di instradarsi sulla linea ad Alta velocità per Milano continua da anni a transitare sulla vecchia linea regionale via Vercelli e Novara. Se i francesi sostituissero il loro vecchio Tgv con un treno più moderno la tratta Parigi-Milano si abbrevierebbe subito di quasi un’ora. Come mai la gente non scende in piazza per questo significativo risultato che non incide sulle casse dello stato e non deve attendere decenni per entrare in servizio? E infine, dopo le iniezioni di retorica a buon mercato inneggianti a progresso, crescita, investimenti, lavoro che passeranno tutti e solo da questo buco sotto il massiccio dell’Ambin, proviamo a fare un passo più analitico verso gli scenari futuri. Che piaccia o no, le risorse naturali planetarie diminuiscono e i rifiuti aumentano, così l’Unione Europea ha saggiamente scelto la strategia dell’economia circolare, per minimizzare l’uso di materie prime, costruire oggetti più durevoli e riparabili, contrastare l’usa-e-getta, riciclare i materiali a fine vita. In un tale contesto, l’idea di una continua espansione del trasporto merci invocata dai promotori della Torino-Lione e da un’altra parte della burocrazia europea appare in aperto conflitto con i limiti fisici planetari. Occorre uscire dal tunnel per aprire lo sguardo alla realtà, molto più complessa, problematica e inedita, e le cui soluzioni sono immensamente più articolate di un buco nella roccia, ostinatamente perseguito per ragioni che non appaiono razionalmente difendibili.

domenica 18 novembre 2018

Lalinguabatte. 65 «Essere poveri è come essere vecchi».


Torno a scribacchiare sul Perca fluviatilis”, così denominato dal Linneo nel lontanissimo 1758 e volgarmente denominato “pesce persico”. E ne scribacchio ancora dopo un altro post che aveva per titolo “Capitalismo e pesce persico”, post che risale al giovedì 22 di agosto dell’anno 2013. Sapevo sin da quel 22 di agosto della provenienza dei filetti di pesce persico, risorsa alimentare abituale nella mia famiglia, ma leggendo più recentemente la bella ed interessante corrispondenza di Alberto Salza, antropologo "specializzato in nomadi", ricercatore, scrittore e viaggiatore, ho avuto un rinnovato sobbalzo sulla mia sedia. È l’avere scoperto, amaramente, di essere stato inconsapevolmente, assieme ai miei, quel consumatore globale che preferisce il pesce del Lago Vittoria al più salutare pesce azzurro. Avevo giurato in precedenza che non avremmo più acquistato i filetti di Perca fluviatilis”; l’impegno solenne è stato mantenuto. Direste ancor oggi, come allora: e quegli sventurati che sopravvivono, disumanamente sfruttati, nella lavorazione industriale del “pesce persico”? Ché, non saranno per caso costretti ancor più oggigiorno a salpare per i nostri inospitali lidi? Ed il più delle volte ad essere ripescati nelle infide acque del bel “mare nostrum”? Costretti a divenire merce per i cosiddetti mercanti d’uomini? Capisco le perplessità, ma da un simile circolo vizioso bisogna pure uscirne. E che dire, al tempo della globalizzazione dilagante, dello snaturamento delle culture di tutte le genti del pianeta Terra? Riporta Alberto Salza nel volume “Sudafrica” (2007), che resta ancor oggi un interessante reportage sulla vita degli altri posti ai confini del mondo d’Occidente, un passo tratto dal “Fedro” di Platone: “L'alfabeto ingenererà oblio nelle anime. Lo scolaro richiamerà le cose non più dall'interno di se stesso, ma da segni estranei. E non sarà saggio, ma solo dotto”. Siamo di già al punto di non ritorno? Ha scritto Sanza: L'Africa è diventata un taccuino. Tutti ci scrivono su qualcosa. È la rivoluzione alfanumerica di lettere che appaiono su qualsivoglia superficie. Sul muro di una chiesa leggo: Maximum Miracle Centre. Gli africani hanno imparato ‘a scrivere con l'altra mano’ per cui le lettere si trovano spesso in movimento. Su un furgone ho intravisto la scritta Sacco Van, sussulto anarchico. Su una barchetta del lago Turkana c'è il nome Nelle Mani di Dio (vento ai trenta nodi e trentamila coccodrilli tutt'attorno). Alloggiare è forse più facile, se gli hotel si proclamano a grandi lettere Senza Alcool o Per Esperimento ( - Ci stiamo provando -, mi ha spiegato il maître). Immani carestie e continue catastrofi hanno fatto scrivere a un falegname, sulla bottega, Bare e Mobilia: la sequenza di morte e resurrezione che è la storia d'Africa. Italo Calvino diceva: - L'uomo è solo un'occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso -. Gli africani hanno finalmente deciso di farlo per iscritto. Un vecchio masai analfabeta mi ha detto: - Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce -. Gli risposi che Platone, per bocca del faraone (africano), nel Fedro afferma: - L'alfabeto ingenererà oblio nelle anime. Lo scolaro richiamerà le cose non più dall'interno di se stesso, ma da segni estranei. E non sarà saggio, ma solo dotto -. Un ragazzino intervenne, nonostante il fatto che, da queste parti, non potrebbe rivolgere la parola a un adulto senza essere interrogato. - Comprami una lampada, per leggere di sera. E un telefonino, così ti scrivo -, disse indicando l'emporio su cui stava scritto Dio è Capace di Tutto. La frase è vera a tal punto che ho visto apparire, sulle remote terre che circondano il lago Turkana, un'antenna per la telefonia cellulare. Chongo, ex predone somalo, passa il tempo a mandare messaggini agli elementi del clan sparsi per il mondo, ricostituendo così il ‘ territorio familiare ‘, base del sistema di vita dei somali. Curach, pastore rendille, informa suo cugino su dove sia il pascolo migliore. Nakapel, turkana, scrive a tutti le sue personalissime previsioni del tempo (qui le piogge erratiche sono fattori limitanti della sopravvivenza). I gabbra, razziatori di bestiame, si appostano via sms. Certo, tutta questa gente doveva saper scrivere prima che arrivasse il telefonino, ma la comunicazione scritta era come sospesa. Il Rinascimento africano si esprime oggi via sms, in compressione linguistica giovanile. Nei pressi di Mwanza c'è un'isola fetente, nel lago Vittoria. Ci abitano giovani pescatori e prostitute. Sono il risultato di una complessa degradazione ambientale (introduzione del pesce persico a scopi industriali) e sociale (sradicamento parentale, inurbamento, traffico d'armi, Hiv). Su una baracca si legge, dipinto a grandi lettere ben staccate, questo graffito: Essere poveri è come essere vecchi.

sabato 17 novembre 2018

Riletture. 42 «È l'auditel che decide tra il vero e il falso».


Tratto da "Post-verità, la parola dell'era Trump” di Christian Salmon, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 17 di novembre dell’anno 2016: "Il suddito ideale del regno totalitario", scriveva Hannah Arendt, "non è il nazista convinto né il comunista convinto, ma l'uomo per cui la distinzione tra fatti e finzione, e la distinzione tra vero e falso, non esistono più". È un'eccellente definizione del candidato Donald Trump, che il 9 novembre 2016 è diventato il 45° presidente degli Stati Uniti. Mai un uomo politico aveva cancellato a tal punto la frontiera tra vero e falso, tra realtà e finzione. Per Donald Trump, che ha fatto campagna per 16 mesi moltiplicando le bugie, le dicerie e le calunnie, è la capacità di produrre adesione, di sedurre, di ingannare che conferisce validità alla parola pubblica. È l'auditel che decide tra il vero e il falso, tra ciò che è reale e ciò che è fittizio. "Ha mentito in modo strategico", ha dichiarato Tony Schwartz, il ghost writer di Trump. "Non gli procurava nessuno scrupolo di coscienza". A molte persone "la verità va stretta", e l'indifferenza di Trump alla verità "curiosamente ha rappresentato un vantaggio per lui". Per quanto i media si sforzassero di opporre la verifica dei fatti alle sue menzogne, la Realpolitik alle sue fantasticherie isolazioniste, la morale alle sue molteplici scivolate sessiste e razziste, la Trumposfera agiva come un buco nero che assorbe le critiche e i richiami all'ordine. I mezzi di informazione possono trattarlo da fascista, da neofascista, possono compararlo allo stesso Hitler, "la gente se ne frega", replica lui arrogante. Che è l'atteggiamento tipico dei fascisti. E rilancia ancora di più la provocazione con una nuova osservazione razzista contro i musulmani, gli ispanici, le donne e gli omosessuali, infiammando di nuovo i media scandalizzati... "In Donald Trump", scriveva Roger Cohen sul New York Times, "c'è un candidato realmente fuori dagli schemi: è uno che mente in continuazione, che insulta, che usa un linguaggio che finora non si era mai visto.

venerdì 16 novembre 2018

Riletture. 41 «Opus Dei, Cl, Focolari e lo sterco del diavolo».


Tratto da “Opus Dei, Cl, Focolari” di Alberto Statera (Roma, 16 settembre 1947 – Roma, 22 dicembre 2016), pubblicato sul settimanale A&F del 16 di novembre dell’anno 2015: Era già chiaro che Papa Francesco, se vuole vincere la guerra (oggigiorno appare irrimediabilmente persa n.d.r.) per bande delle porpore nei suoi palazzi, deve seguire soprattutto l’olezzo dello sterco del diavolo. (…): lo Ior, le risorse finanziarie del Vaticano (e i relativi privilegi) sono l’epicentro dello scontro che giorno dopo giorno cambia fronti anche tra i nuovi dignitari scelti da lui. Ma c’è anche dell’altro a rendere il cammino verso la Chiesa povera invocato da Francesco una parete verticale che sembra impossibile da scalare: le chiese nella Chiesa, cioè i movimenti laicali, che si configurano spesso come una sorta di massonerie settarie, integraliste, affamate di potere e denaro. Le più importanti e attive nella politica e nell’economia sono l’Opus Dei, Comunione e Liberazione con l’annessa Compagnia delle Opere, i Legionari di Cristo, i Focolari, Rinnovamento nello Spirito Santo, Comunità di sant’Egidio e Neocatumenali. Queste chiese nella Chiesa sono composte di prelati e laici, cresciute con la valorizzazione del laicato stabilita dal Concilio Vaticano II e diventate potentissime lobby, (…).

mercoledì 14 novembre 2018

Doveravatetutti. 18 «All’inseguimento degli unici maestri che oggi contano: le star».


Vogliamo molto pudicamente tornare a parlare di “Scuola”? Poiché è ben chiaro come e perché l’argomento “Scuola” non occupi al momento il posto che meriterebbe e non sposta l’attenzione dei più sull’argomento, stante il ginepraio nel quale si è avviluppata la vita politico-sociale del Paese. Ritrovo tra le mie carte un brano straordinario tratto da “Solo se interrogato” di Domenico Starnone. Bisognerebbe fare un po’ di conti all’indietro per datare il brano in questione. Ma in esso si ritrova, quasi d’incanto, tutto ciò che oggi si viene denunciando come il male ultimo della scuola del bel paese: insignificanza dell’azione didattica della scuola; assoluta mancanza di “presa pedagogica”, quando timidamente tentata da qualcuno, della scuola del bel paese sulle giovani generazioni; assoluta mancanza di motivazione allo studio, almeno sui numeri grandi degli iscritti e dei frequentanti le aule della scuola del bel paese; occupazione stabile, nel contesto internazionale, da parte dei giovani del bel paese, delle ultime se non ultimissime posizioni nelle classifiche internazionali di merito e/o di conoscenze scolastiche.

lunedì 12 novembre 2018

Sullaprimaoggi. 34 Quelli che «la prescrizione ha un’etica» frusciante.


Da “Disperatamente Giulia” (pag. 351) di Sveva Casati Modignani (2011): “La sua voce grassa e frusciante, come quella delle banconote contate velocemente da un cassiere, ristrutturava antiche barzellette stantie rendendole gradevoli e divertenti”. Tratto da “Berluspubblica” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 4 di novembre 2018: (…). …Giulia Bongiorno dice che lo stop alla prescrizione sarebbe “una bomba atomica sul processo” perché – tenetevi forte – “la prescrizione ha un’etica e non si può tenere in ostaggio un imputato tutta la vita”. L’etica della prescrizione funziona così: uno stupra una bambina, o incassa una mazzetta, o truffa un cliente, o rapina una gioielleria, o ammazza decine di persone con l’amianto o altre sostanze inquinanti, o tresca con la mafia. Poi approfitta della lunghezza dei processi (nell’unico Paese al mondo dove per chiuderli ci vogliono almeno tre sentenze, tutte “in nome del popolo italiano”, dal che si deduce che l’Italia ha tre diversi popoli), a cui spesso contribuiscono i suoi onorevoli avvocati con ricusazioni, istanze di astensione e rimessione, legittimi impedimenti e altri cavilli da azzeccagarbugli e, quando scatta la prescrizione, comincia a strillare che è stato assolto, dunque era innocente, dunque l’hanno perseguitato, dunque chiede i danni. O manda in giro il suo onorevole avvocato: tipo la Bongiorno, che strillò “assolto! assolto!” quando Andreotti fu prescritto per il “reato commesso” di mafia fino al 1980. Ora, per carità, che a difendere l’“etica della prescrizione” sia la lobby degli avvocati, nulla di strano: siccome sono 180 mila, sei volte quelli di tutta la Francia, la prescrizione è un ottimo rimedio alla disoccupazione. Idem per i padroni dei giornaloni: molti di loro, senza Santa Prescrizione, non farebbero gli editori, ma i galeotti. Ma c’è un limite persino alle frottole: tipo che la prescrizione è una “garanzia” processuale e che bloccarla allunga vieppiù i processi di cui la Costituzione garantisce la “ragionevole durata”. In realtà la prescrizione non è la conseguenza, ma una delle prime cause della lunghezza dei processi.

domenica 11 novembre 2018

Riletture. 40 «La democrazia si fonda su una promessa di diritti».


Tratto da “La democrazia e la paura” di Michele Ainis, pubblicato sul quotidiano la Repubblica dell’11 di novembre dell’anno 2016: Le istituzioni sono come il corpo umano: per animarle, serve uno spirito che ci soffi dentro. Ma lo Zeitgeist, lo spiritello che governa il nostro tempo, ha il fiato grosso, l’alito cattivo. Succede, quando ti monta in gola la paura. Quando il presente ti sgomenta, il futuro ti spaventa. E quando gli altri, tutti gli altri, t’appaiono come una minaccia, un esercito invasore. Da qui Brexit, Trump, nonché gli altri sconquassi che si profilano sul nostro orizzonte collettivo. Ma da qui inoltre una domanda, che investe i destini stessi della democrazia. Quali istituzioni nell’epoca dell’insicurezza? E c’è ancora spazio per libertà e diritti mentre prevale la paura? Non che la democrazia sia una creatura ingenua, senza sospetti né timori. Al contrario: diffida degli uomini, e perciò diffida del potere. Sa che è inevitabile, giacché in ogni società c’è sempre stato chi governa e chi viene governato. Ma al tempo stesso sa che i governanti abuserebbero della propria autorità, se non avessero redini sul collo. L’uomo è un diavolo, non un santo. Sicché occorre una regola che imbrachi il potere, che gli tagli le unghie, che gli impedisca di farci troppo male.

venerdì 9 novembre 2018

Riletture. 39 «La follia delle oligarchie dominanti conservatrici».


Ha scritto Curzio Maltese in “Sconfitti per avidità” pubblicato sul settimanale “il Venerdì” del 10 di agosto 2018: (…). …ricchi di tutto il mondo unitevi! Per riprendervi i privilegi perduti negli anni “rossi”, delle troppe lotte sindacali, dell’eccesso di Stato e di diritti, della troppa scuola e sanità pubblica. Al principio, i professori di Chicago e i loro potenti seguaci sembravano dei pazzi nostalgici dell’Ottocento, destinati a schiantarsi contro l’inarrestabile processo di emancipazione di masse sempre più scolarizzate, informate, consapevoli dei propri diritti. E invece non avevano tutti i torti. Erano i progressisti a vedere il presente con gli occhiali del passato, a non capire che era già cambiato il mondo del lavoro, a cominciare dalla mitica classe operaia. Ma invece di mettere in campo una nuova visione di società, hanno finito per passare armi e bagagli dall’altra parte. A pensare che conta solo il successo. A sfornare facce e leader che trasudavano ideologia del “vincismo”, (…). E a furia di “vincismo” hanno perso tutto. (…).”. Seppur con 24 ore di ritardo, come non ricordare Luciano Gallino a tre anni dalla scomparsa. Tratto da “Gallino, nel suo pensiero la Resistenza della sinistra” di Curzio Maltese, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 9 di novembre dell’anno 2015: Quando ho sentito a Bruxelles la notizia della morte di Luciano Gallino (Torino, 15 maggio 1927–Torino, 8 novembre 2015 n.d.r.) mi è tornata in mente un’immagine della più bella autobiografia mai scritta, Dei miei sospiri estremi, di Luis Bunuel. Verso la fine del libro e della vita, ormai ottuagenario, il grande maestro surrealista, “ateo per grazia di Dio”, racconta un sogno, quello di uscire qualche volta dal cimitero per andare soltanto fino all’edicola, comprare l’ultima edizione e vedere a che punto sia giunta la follia del mondo. Fino agli ultimi mesi, ormai provato dalla malattia, dalle operazioni e dai ricoveri, Luciano Gallino è rimasto un uomo profondamente appassionato al futuro del nostro Paese, dell’Europa, del mondo. Uno sguardo lungo che ha ispirato le sue ultime opere, per così dire pedagogiche, dove ha cercato di spiegare con parole semplici alle generazioni più giovani quanto stava accadendo nelle società occidentali, in gran parte alle loro spalle. Da molto tempo i fatti si erano incaricati di dare ragione alle sue lucide, chiarissime analisi sull’evoluzione del capitalismo globalizzato e sulle conseguenze catastrofiche di una sballatissima costruzione dell’Unione europea. Nessuno come Gallino, (…), ha saputo raccontare in anticipo la follia delle oligarchie dominanti conservatrici, l’utopia negativa di voler rispondere alla crisi più potente degli ultimi ottant’anni, dalla Grande Depressione, con una ricetta ideologicamente opposta a quella del ’29, distruggendo lo stato sociale, imponendo assurde politiche di austerità e svalutando il lavoro e i diritti. Nei suoi saggi e articoli erano annunciati già gli effetti catastrofici che si sarebbero materializzati negli anni, dal declino dei ceti medi alla ricomparsa di masse di poveri nel ricco Occidente, fino al furto di vita e futuro ai danni delle nuove generazioni e al pericolo di veder risorgere un nuovo fascismo in tutta Europa. Si può dire che l’avventura della Lista Tsipras, con tutti i suoi limiti certo, ma anche col merito di aver dato rappresentanza a una cultura di sinistra minacciata di estinzione dal trasformismo renziano, sia nata tutta attorno al pensiero di Luciano Gallino. Nel panorama conformista e provinciale della vita intellettuale italiana, le idee di Gallino erano un’oasi d’intelligenza e coraggio. In un Paese che ama gli anticonformisti soltanto in occasione degli anniversari della morte, si può soltanto sperare che questi meriti non gli vengano riconosciuti fra quarant’anni, come per Pasolini.

giovedì 8 novembre 2018

Memoriae. 02 «Attenzione tornano i Miserabili».


Chi sono oggi, correndo il diciottesimo anno del secolo ventunesimo, i “miserabili”? Il popolo immenso e dolente dei migranti? Le moltitudini dell’Occidente impoverite da un sistema che sembra non trovare le giuste risposte da offrire loro e che sembra implodere, questo sistema, come del resto altri sistemi degli umani nel corso della Storia, su se stesso? Saranno i nuovi “miserabili” quelli che hanno formato il cosiddetto ceto medio nelle opulente società dell’Occidente, convinti d’avere raggiunto benessere e dignità sociale? La “memoria” di oggi è del giovedì 2 di aprile dell’anno 2009. Si era appena all’inizio della grande “crisi”. Nove anni dopo la “crisi” attanaglia le moltitudini dell’Occidente, esasperate e divenute nel tempo prede delle forme più pericolose di razzismo e disumanità. Prede di predicatori dell’odio e di disseminatori di paure ed incertezze. Annotavo al tempo: Ha scritto Ralf Dahrendorf su il “Corriere della Sera” del 31 di marzo: “Alla fine ridurremo gli standard di vita di almeno un 20%. Torneremo a un modo di vivere che somiglierà un po’ agli anni Cinquanta e Sessanta, con molta più tecnologia ma senza l’ottimismo di quei decenni”. Forse ci riconcilieremo a breve con la Storia grande. Forse. Forse è presto per dirlo, ma mi piace crederci. Mi serve crederci. Quella Storia davvero grande che non fila via sempre come un treno in corsa. Torna, forse, quella Storia grande, che ogni tanto incontra un sassolino sul suo percorso, un piccolo inciampo, un intoppo, ed allora devia, scarta, rovina sulle cose e sulle certezze della piccola gente ottusa. E’ la Storia grande che ha fatto grande l’Uomo. Gli uomini. Maschi e femmine insieme. E quando ciò avviene, quando l’intoppo si materializza, e la storia banale e minima dei piccoli imprevidenti uomini di potere rovina sulle cose loro, allora ritornano sulla scena della Storia grande i Miserabili. Cosa ne era stato dei Miserabili della Storia grande? Che fine ne era stata della povera Fantine, la prostituta? E dell’amore di Mario? E dell’amore di Cosette? E del piccolo Gavroche, immerso nella Parigi universale? E di Jean Valjean, l’ergastolano redento? E di Bienvenu Myriel, vescovo di Digne,  il vescovo della cristiana caritatevolezza? E di Javert, l’ostinato astuto ispettore? Dov’erano finiti i Miserabili di sempre? Sembrava che la Terra non li potesse ospitare più, i Miserabili. Era come se tutto si fosse trasformato in una planetaria finzione. Un’illusione continua ed imperante. Mediatica. A volte, invece, ritornano i Miserabili. E bisogna sempre guardare ai fratelli d’Oltralpe per poter raccattare, anche per noi, un briciolo di speranza. Ora che il Paese grande assai di Marianne si è mosso, possiamo sperare anche noi nel ritorno della Storia grande. Ho letto da qualche parte che “…secondo l’Ocse, i 1100 uomini più ricchi del mondo possiedono, da soli, ricchezze superiori ai due miliardi e mezzo di esseri umani col reddito più basso”. Ed ho letto ancora da qualche altra parte che “secondo dati Ocse, negli anni Sessanta in Italia un presidente di azienda guadagnava 50 volte più di un operaio. Oggi, 300 volte di più. Negli Usa, 400 volte”.

mercoledì 7 novembre 2018

Terzapagina. 51 «Il populismo è il contrario della popolarità».


Tratto da “Così diventiamo fascisti” di Michela Murgia, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 28 di ottobre 2018: Non tutti i populismi sono fascismi, ma ogni fascismo è prima di tutto un populismo, perché - anche se non nasce mai dalle classi popolari - il fascismo le racconta come a esse piace essere raccontate: forti nelle intenzioni, fragili solo per le circostanze, matrici di autenticità nazionale e vere protagoniste sociali.

martedì 6 novembre 2018

Riletture. 38 Il «Morandi», Casteldaccia e le profezie di Bauman.


Tratto da “L’uomo schiacciato dai limiti” di Zygmunt Bauman, pubblicato sul settimanale L'Espresso del 6 di novembre dell’anno 2016: I tragici, ripetuti terremoti nell’Italia centrale sono stati un motivo in più per ricordare (…) che nonostante tutte le nostre scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche - a volte davvero sorprendenti e impressionanti - esistono limiti alla nostra capacità collettiva di garantire il nostro futuro, comune o individuale, contro i danni provocati da tre indomabili potenze. E precisamente: la cecità o i capricci della natura dentro o fuori di noi, l’indifferenza o l’asprezza di altri esseri umani a noi vicini o distanti, e le conseguenze disastrose inattese dei nostri calcoli sbagliati e dei nostri errori ed egoismi. In sintesi, esistono limiti alle nostre capacità che il “progetto moderno”, e la mentalità che ha diffuso e alimentato, prometteva di spostare all’infinito.

lunedì 5 novembre 2018

Riletture. 37 I politici: «caratteristi e maschere di un reality show».


Tratto da “I politici” di Giacomo Papi, pubblicato sul settimanale “D” del 5 di novembre dell’anno 2011: Ed eccolo lì al gran caffè Tazza d'Oro che sugge il suo espresso deluxe iper cremoso, tra mille altri avventori distratti, un po' calvo, un po' flaccido, insonnolito, felice di non essere stato riconosciuto, ignaro di essere scrutato. (…). …chi è? (…).

domenica 4 novembre 2018

Memoriae. 01 Quando nasceva il «popolo della libertà».


Quegli “antri oscuri”, ai quali fa cenno questa prima “memoria” che risale al venerdì 3 di aprile dell’anno 2009, sembrano siano tornati alla collettiva “memoria” delle genti italiche, “antri oscuri” nei quali sembravano a quel tempo essere stati rinchiusi, da un dio malefico, le libertà collettive ed individuali.

sabato 3 novembre 2018

Terzapagina. 50 «Ogni essere umano è un mondo irripetibile».


Tratto da “Manuale per sfuggire alla catastrofe”, confronto tra Wlodek Goldkorn e Zygmunt Bauman pubblicato sul settimanale L'Espresso del 19 di marzo dell'anno 2017: (Goldkorn). Caro Zygmunt, parliamo dello straniero, dell’Altro. Vorrei indagare sulla tua “via verso la saggezza”. Una volta, parafrasando Heidegger, mi hai detto che ciò che per gli indigeni, gli autoctoni, coloro che hanno sempre vissuto là dove sono nati, è evidente, per lo straniero risulta invece foriero di domande. Lo straniero non può che interrogare e interrogarsi.

venerdì 2 novembre 2018

Riletture. 36 «Fortebraccio lo chiamava “marxismo-cicchittismo”».


Dell’indimenticato Alberto Statera - Roma, 16 settembre 1947 – Roma, 22 dicembre 2016 - un “pezzo” – “L’intellettuale blairiano di complemento” – di cronaca politica su di una tra le figure immarciscenti della politica del bel paese, “pezzo” pubblicato sul settimanale A&F del 2 di novembre dell’anno 2015. Per dire di una figura dell’ondivaga, intramontabile schiatta che  popola o spopola impunentemente in quella che a suo tempo è stata definita la “casta” al potere:

giovedì 1 novembre 2018

Riletture. 35 Alda Merini e «l’urlo che abita nel fondo di noi».


“A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.

E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.

Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana. (Da “La vita facile” di Alda Merini)

Tratto da “Essere santa senza Dio. I primi versi di Alda Merini” di Vito Mancuso, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 1° di novembre dell’anno 2014: Da dove nasce quella strana disposizione della mente che porta alcuni esseri umani a valicare il piano della vita ordinaria, afferrati da un bisogno irresistibile di oltrepassare la superficie su cui gli altri si aggirano al sicuro ma che da loro è avvertita come piatta superficialità? Chi viene investito da questa particolare energia si scopre a concepire un nuovo modo di rappresentare le forme e i colori se è pittore, un nuovo modo di articolare i suoni se musicista, un nuovo modo di pensare l’esistenza se filosofo, e un nuovo lessico e nuove connessioni tra le parole se poeta. Ma da dove viene l’energia che accende il fuoco interiore detto ispirazione, creatività, illuminazione, profezia? L’inedito di Alda Merini (…) nel quinto anniversario della morte (avvenuta a Milano il 1° novembre 2009) risponde a questa domanda. Intitolato Santi e poeti e datato 2 dicembre 1948, è un testo molto prezioso dal punto di vista biografico in quanto precede la prima pubblicazione dell’autrice che fu la poesia Il gobbo del 22 dicembre 1948. È quindi la prima poesia conosciuta di Alda Merini, allora 17enne essendo nata a Milano il 21 marzo 1931. Ma come mai è rimasta inedita fino a oggi e qual è la sua storia? Dimenticata dall’autrice, venne riscoperta casualmente insieme ad altri due inediti posteriori (uno senza titolo datato 14-3-54, l’altro intitolato Mosè ma senza data) il giorno in cui la Merini ricevette l’amica Marisa Tumicelli nella sua casa sui Navigli e la portò a visitare la soffitta: fu lì che, scorgendo alcuni fogli sparsi sul pavimento, ritrovò questa poesia del tutto dimenticata. Donò i fogli all’amica, la quale li custodì per diversi anni fino a quando li affidò a don Marco Campedelli, sacerdote veronese, burattinaio e liturgista, grande amico e confidente della Merini che lo chiamava affettuosamente “don Chiodo” e a cui dettò un centinaio di poesie poi confluite nell’opera del 2005 Nel cerchio di un pensiero. (…). Io credo che Santi e poeti sia un vero e proprio manifesto di Alda Merini. La poesia infatti risponde alla domanda fondamentale posta all’inizio di questo articolo dicendo che la sorgente di quell’energia particolare che dà origine all’ispirazione è l’armonia del soggetto con il bene e la giustizia, in una relazione così stretta da potersi chiamare santità: «Bisogna essere santi per essere anche poeti». La poesia nasce dall’ordinamento del caos che ci abita. Lasciato a se stesso esso conduce nei «vicoli ciechi del cervello, sbriciolati in miriadi di esseri senza vita durevole e completa», ma domato «con un gesto calmo della mano, con un guardar “volutamente” buono», fa ritrovare la “strada maestra”: e «nulla è più fecondo e più stupendo di questo tempo di conciliazione». La poesia quindi sorge dalla lacerazione esistenziale e si compie nella conciliazione tra il singolo e la vita nel mondo. Si tratta di una poetica decisamente antimoderna, e quindi altrettanto decisamente classica. L’idea-madre della classicità infatti è che si può dare bellezza solo in unione armoniosa con il vero e con il buono, secondo ciò che la filosofia tomista chiama dottrina dei trascendentali dell’essere, ovvero l’idea dell’intima connessione tra logica, ontologia, etica ed estetica. Per la mentalità contemporanea al contrario la creazione artistica non ha nulla a che fare con il vero e con il bene, ma vive solo della soggettività dell’autore. Sei anni prima dell’inedito della Merini scriveva Simone Weil: «Il bene è disprezzato non solo nella storia ma in tutti gli studi proposti ai giovani… è una verità divenuta luogo comune tra i giovani e gli adulti che il genio non ha nulla a che fare con la moralità». La moralità, ovviamente, non è moralismo, perché è evidente che il genio non ha nulla a che fare con il moralismo: la moralità è armonia tra idee e vita, tra dottrine ed esistenza, tra parole e realtà, è il contrario dell’illusione, è il contatto reale e trasparente con i fenomeni.