"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 21 luglio 2018

Quodlibet. 100 “«L’enantiodromía, quella che rode l'attuale paese»”.


Da “Le false metamorfosi nel paese del signor B.” di Franco Cordero, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 21 di luglio dell’anno 2010: (…). I moderati berlusconofili 2010 non mendichino scuse. Tanto varrebbe chiedergli d'istituire un regime monastico della penitenza. Sanno chi sia, da dove venga, in qual modo diventi monopolista delle televisioni commerciali e le adoperi frollando la materia grigia: cosa gli costino i protettori; con che disinvoltura falsifichi bilanci, frodi il fisco, compri i giudici; perché sia sceso in campo nel collasso della consorteria sotto le cui ali s'ingrassava; né fiatavano vedendogli devastare l'ordinamento. Non sorprende la qualità dei cortigiani. Le scelte tendono inesorabilmente al basso. Figurano meglio i gerarchi fascisti: la rudimentale corruzione d'allora tempera un crudo regime d'asini (così privatamente definito da Benedetto Croce, conversatore caustico); tra tutti spicca Costanzo Ciano, detto Ganascia, padre del delfino fucilato a Verona. Quella che rode l'attuale paese, sofisticatissima e invasiva, corrisponde al modello scientifico sub divo Berluscone. È pura fisiologia fare soldi sulla pelle d'un paese al verde. La purga sarebbe atto suicida, come se Hitler deponesse Himmler, liquidando Gestapo, SS, SD, perché usano poche cortesie ai dissidenti. Sua Maestà guarda torvo: malgré lui, aveva buttato in mare due ministri e un sottosegretario, indifendibili; seguiranno altri ma non può liquidare tutti; affogherebbe nel pandemonio. Infatti, voleva inibire l'unico mezzo investigativo, imbavagliando la stampa; l'ha detto, stroncherà i "giacobini". (…). Nel repertorio junghiano ha un nome greco la conversione che costoro raccomandano, "enantiodromía", ossia rovesciamento nell'opposto: false metamorfosi; l'apparente uomo nuovo resta qual era, magari mutando veste; ad esempio, Ignazio da Loyola, non s'offendano i Reverendi, o se è permesso mischiare minimi e grandi, l'ex alfiere libertario, ora melodioso portavoce Pdl. Il padrone ogni tanto varia look ma non cambia viscere a settantaquattro anni, scolpito nella storia, con l'impero d'affari sulle braccia. L'improbabile, effimera pulizia richiama una metafora ricorrente nel suo fosco vituperio, "metastasi": vede tumori maligni nei magistrati che adempiono doveri d'ufficio disturbando i delinquenti; e invettive simili dicono cos'abbia dentro. La neoplasia tagliata riappare. Era prevista nel codice biologico. Ora, la P3 discende dalle erculee imprese berlusconiane contro lo Stato: sta nel sistema; e chi l'ha fondato, così abile da adeguarvi settori del mondo? Riconosciamogli l'exploit. Sono rare le psicosi sfogate con successo. Incauti dialoganti lo chiamano Cesare: maledetti nastri, ogni parola svanirebbe se l'anima forzaitaliota soffiasse nelle Camere; le solite fonti diramano lepide smentite. Insomma, spende moneta falsa chi augura un berlusconismo epurato: la crociata antilegalitaria implica malaffari; la corruzione era e rimane il fine, famelica confusione pubblicoprivato. Chiamare "destra" lo scenario governativo italiano è una delle storture verbali coltivate dal regime: vedi "partito dell'amore" o "delle libertà"; sessantun anni fa Orwell le studiava in una società controllata dagli schermi televisivi; il precedente nazista è lo slogan sulla porta d'Auschwitz, "Die Arbeit macht frei" (il lavoro libera). Tra parlatori seri, "destra" significa rigore legalitario coniugato al liberismo economico (Quintino Sella), mentre B., venuto su dal privilegio venale, detesta mercato, concorrenza, legalità. La sua dottrina è pirateria, con una differenza: gli ordinamenti pirateschi presuppongono l'equilibrio dei poteri, infatti durano, rilevava sant'Agostino; l'autocrate assoluto impone se stesso negando ogni Altro. La monarchia d'Arcore postula masse adoranti, pulpiti, turiboli, boiardi genuflessi. (…) I costumi decadono: scorridori P3, operanti pro Caesare, mugolano dialetti turpìloqui; Licio Gelli era signore, a modo suo, e compone poesie. Tali essendo i cromosomi, l'avvicendamento non scalfirebbe la struttura. L'analisi apre riflessioni nere sul futuro, anche economico, perché l' affarismo parassitario porta miseria: l'Europa declina nella gara planetaria; e l'Italia arranca, ignorante, gaglioffa, arretrata, canterina, furba. Temporibus illis, nonostante sciagure e servitù politica, vi fioriva eccentricamente la pianta uomo: i programmi della cosiddetta "moderna democrazia liberale" non l'ammettono, anticaglie da estirpare; accordiamogli due legislature e non cresceranno più fili d'erba morale. L'ilare e sgrammaticata volgarità è diserbante micidiale (il ghost-writer d'un panegirico elettorale, forse burlone, gli attribuiva letture coltissime, niente meno che il latino umanistico d' Erasmo).”

venerdì 20 luglio 2018

Sullaprimaoggi. 7 “Una storia (tutta) italiana”.


Da “L’ultimo ricatto” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di luglio 2018: Non c’era miglior modo di ricordare il 26° anniversario della strage di via D’Amelio che depositare proprio il 19 luglio le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Quella della Corte d’Assise di Palermo che il 20 aprile ha condannato tre alti ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno) e l’ideatore di FI (Dell’Utri) con i mafiosi Bagarella e Cinà per quel turpe mercimonio che pose sotto ricatto lo Stato e sacrificò almeno 20 morti ammazzati. Una sentenza che, da quel poco che siamo riusciti a leggerne ieri, tutti gli italiani dovrebbero conoscere. (…). La Corte afferma che i vertici del Ros del 1992 e i loro mandanti (purtroppo occulti ma riferibili al primo governo Amato) hanno sulla coscienza gli omicidi di Borsellino e dei suoi angeli custodi. Fu la decisione di Subranni, Mori e De Donno di cedere al ricatto mafioso e di impiegare Ciancimino come intermediario con Riina che indusse i corleonesi ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte del magistrato appena 57 giorni dopo quella di Falcone. Qualcosa o qualcuno – non nella mafia, ma nello Stato – aveva urgenza di eliminare Borsellino subito. E poi di far sparire la sua agenda rossa con gli appunti sulle ultime indagini e di depistare le indagini con falsi pentiti per sviare i sospetti dai veri colpevoli e dai loro suggeritori, affinché Borsellino fosse sepolto per sempre con le sue scoperte. Su Capaci e sulla trattativa. Su quella accelerazione – nota a tutti i conoscitori dei fatti, eppure pervicacemente negata da alcune inaudite sentenze collaterali – la Corte presieduta da Alfredo Montalto scrive parole cristalline. Ricorda che i pm sostengono “che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’… trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”. Ma, anche se le cose non stessero così, “non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via D’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. Ecco perché Mori, dopo aver trattato con Cosa Nostra nel 1992-’93 e averlo addirittura confessato nel ’97, non fu degradato sul campo, ma addirittura promosso nel 2001 dal governo B. a direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Poi confermato nel 2006 dal centrosinistra. E infine premiato, dopo la pensione, come consulente per la sicurezza e il controllo sugli appalti dalle giunte di centrodestra Alemanno (a Roma) e Formigoni (in Lombardia), con i bei risultati a tutti noti. Marcello&Silvio. Dopo le stragi della primavera estate del ’93 e il primo clamoroso cedimento del governo Ciampi – la revoca del 41-bis per 334 mafiosi a opera del Guardasigilli Conso –, si fa avanti il nuovo referente politico che chiude il cerchio, subentrando al Ros e pattuendo una lunga stagione di “pax mafiosa” per soddisfare le altre richieste avanzate da Cosa Nostra nel “papello”: Dell’Utri. Scrive la Corte d’Assise: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. Non solo: “Ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con Cosa nostra mediati da Mangano”. Del resto fu B. che finanziò stabilmente Cosa Nostra per vent’anni, dal 1974: “Tali pagamenti sono proseguiti almeno fino a dicembre 1994”. Quando ormai B. era premier, dopo le stragi: “Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo… Ciò dimostra che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”. L’ombra di Graviano. Le stragi s’interrompono nei giorni dell’annuncio della discesa in campo di B. (26.1.’94). (…). In effetti Graviano fa balenare spesso “una velata minaccia… collegata al possibile ripensamento sulla sua decisione di non ‘parlare’”. (…). Poi - si legge nella sentenza - “Graviano fa riferimento all’intendimento di Berlusconi di ‘scendere’ in Sicilia, al fatto che in questa regione ancora dominavano i ‘vecchi’ politici, ed alla richiesta che gli aveva fatto Berlusconi per una ‘bella cosa’”. Infine il boss “riferisce espressamente di aver conosciuto e incontrato Berlusconi e in particolare di essersi ‘seduti’ insieme (proprio ‘25 anni fa’, ndr) e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’, mettendo ancora in evidenza la doppiezza del personaggio”. Parole che dimostrano, secondo la Corte, “il risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti, espresso tra la speranza di poter ancora ottenere qualche beneficio e più o meno esplicite minacce di riferire, direttamente o indirettamente, i rapporti con lui avuti prima di essere arrestato nel gennaio ’94”. È l’ennesima prova “delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio ’94 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”. Ecco perché B. non si ritirerà mai dalla politica: gli amici degli amici non vogliono.

giovedì 19 luglio 2018

Quodlibet. 99 “Due leader e tre differenze”.


Da “Due leader e tre differenze” di Giovanni Valentini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di luglio dell’anno 2014: Un amico di vecchia data, (…) mi illustra quelle che - a suo giudizio - sono le differenze principali fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Qui abbiamo parlato fin troppe volte del Cavaliere e del Caimano, vivisezionandolo sul piano mediatico e perfino psicopolitico, per non provare ora a fare un confronto con il nostro giovane presidente del Consiglio che qualcuno si ostina a considerare addirittura un "figlio" o un erede del suo anziano predecessore. Le differenze tra i due personaggi, (…), sarebbero tre: 1) Berlusconi, rispetto a Renzi, aveva e ha tuttora un potente apparato mediatico di sua proprietà (e aggiungiamo pure, al suo servizio); 2) Berlusconi s'era costruito un suo quadro ideologico, buono o cattivo, fondato sull'anti-comunismo e questo ha funzionato a livello elettorale (sottinteso: Renzi, invece, non ce l'ha, sebbene abbia superato il 40% alle ultime europee); 3) Berlusconi era "un pagliaccio, non una carogna" (mentre Renzi è "tagliente, affilato"). Sul primo punto, quello che attiene al piano più strettamente mediatico, non c'è dubbio che sia così. Berlusconi e Renzi sono entrambi due grandi comunicatori o, se si preferisce, due "venditori": di promesse, di slogan, di battute e in qualche caso - chi più, chi meno - anche di "fumo".

mercoledì 18 luglio 2018

Quodlibet. 98 “Gli intransigenti, noiosi moralisti”.


Da “Occhio alle differenze” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di luglio dell’anno 2010: (…). Chi legge libri, anziché guardare la televisione e frequentare salotti buoni, sa che, da che mondo è mondo, servi e cortigiani hanno sempre usato, per screditare i loro avversari, una tecnica semplicissima che consiste nel cambiare il significato alle parole. Così, per ripetere esempi fin troppo noti, gli arroganti diventano intraprendenti; i buffoni, simpatici; i delinquenti, furbi che sanno stare al mondo; i cinici, intelligenti. Oppure gli onesti diventano fessi; i coraggiosi, visionari; gli intransigenti, noiosi moralisti (attenzione: oggi, in Italia, parlare di morale espone al disprezzo e al dileggio). Nel caso del neo-qualunquismo, la storia si ripete: i critici seri e severi del malgoverno e della dilagante corruzione diventano qualunquisti, avvicinabili ai più devoti servitori del signore. Non ci sarebbe nulla da commentare se non rilevare che in Italia si è persa anche la più elementare capacità di ragionamento che consiste nel rendersi conto delle differenze. Ma, data l’autorevolezza dei sostenitori della teoria del neo-qualunquismo, esaminiamo i loro argomenti più da vicino e poniamo loro due domande: “i buoni cittadini, quelli, per capirci, che rispettano le leggi, che svolgono le loro professioni con serietà ed impegno pur fra mille ostacoli e che pagano le tasse, sono moralmente superiori a coloro che corrompono i giudici, che sono collusi con la mafia, che cercano con tutti i mezzi di rendere impotenti le leggi per fare sempre più grande un uomo ed i suoi cortigiani?” “Difendere la Costituzione repubblicana è fare opera di anti-politica o dare esempio di politica seria?” Anche in questo caso, ragionando con rigore intellettuale, le risposte sono fin troppo ovvie come è ovvio che è del tutto fuori luogo sostenere, come ha fatto il presidente Massimo D’Alema, che l’ “antiberlusconismo sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano”. Denunciare la corruzione italiana non è atto né berlusconiano né antiberlusconiano, è semplicemente dire la verità. Dalla denuncia della corruzione non deriva affatto la rinuncia a lottare per trasformare l’Italia in un paese civile. Se chi ha denunciato la corruzione morale degli Italiani dovesse essere considerato un anti-italiano, allora capofila di tale tradizione sarebbero, per citare solo qualche nome, Giuseppe Mazzini e Carlo Rosselli. Ammettiamolo, ci sono compagnie peggiori. È anche tempo di spiegare la differenza fra buone e cattive élites politiche e che appartenere ad un’élite può anche essere titolo di merito e non di vergogna. C’è una bella differenza fra l’élite politica attuale e quella, per esempio, del periodo costituente o, poiché ci stiamo avvicinando al 2011, quella della Destra Storica; e c’è una bella differenza fra la splendida élite del Partito d’Azione e buona parte dell’attuale leadership del Partito Democratico. La differenza prima che di cultura e di spessore intellettuale, qualità che non guastano, è di rigore morale. Mi pare già di sentire l’obiezione: “ma il Partito d’Azione è stato un partito di sconfitti”, o come ha dichiarato D’Alema, la “cultura azionista non ha mai fatto bene al paese”. Altri due errori: sconfitti non furono loro, sconfitta è stata ed è l’Italia che prima non li ha ascoltati e li ha derisi, e poi li ha dimenticati. La cultura azionista ha dato all’Italia piccole cose quali un contributo essenziale all’antifascismo prima e alla Resistenza e alla Costituzione Repubblicana poi, un’interpretazione rigorosa del Risorgimento nazionale, una concezione del patriottismo che insegnava la solidarietà con gli altri popoli e l’europeismo, un rispetto religioso della legalità, ha educato il Partito Comunista ai valori liberali e democratici, e, per ultimo, ci ha dato un presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi. Proprio poco non mi pare sia. Se mai ci sarà una rinascita civile, non avverrà certo grazie a coloro che confondono i critici severi con i qualunquisti, ma grazie a chi continua a dire la verità, che l’Italia è un paese profondamente malato che ha bisogno di liberarsi del potere enorme che oggi domina e della sua corte.

martedì 17 luglio 2018

Quodlibet. 97 “Il segreto della domanda”.

Da “Il segreto della domanda” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 17 di luglio dell’anno 2010: Scrive Oscar Wilde: "Se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano quelle giuste". (…). …la filosofia non è "possesso", ma "ricerca" della verità. Per questo non fornisce risposte, ma radicalizza le domande volte a problematizzare l'esistente, per evitare di assopirsi in quei sogni beati propri di chi ritiene che la vita debba essere "senza pensieri", quando invece l'uomo è un prodotto di lotte intime e sociali, la cui soluzione provvisoria va cercata in quel dialogo infinito con gli altri, capace di allargare la propria visione del mondo, la cui angustia è la vera responsabile dell'acuirsi del dolore nell'insolubilità dei problemi. Adottando il metodo socratico della "dotta ignoranza", la filosofia, a differenza della religione, non è autoritaria. Non dice: "Io possiedo la verità e tu apprendila", perché è persuasa che la verità, anche se incompiuta, imperfetta e mescolata a tanti errori, dimori in ciascun uomo. E "maestro" non è chi trasmette la verità, ma chi aiuta gli uomini a trarla fuori dalla confusione delle loro opinioni, anche se in contrasto con le idee più diffuse e da tutti condivise. Quando chiesero a Socrate che cosa insegnava, lui rispose che non insegnava niente perché era ignorante, ma aiutava coloro che ritenevano di sapere qualcosa a fondare le loro opinioni con argomenti solidi, in modo che stessero in piedi da sole, e non per l'autorità di chi le enunciava, per la fede in credenze infondate, per l'impatto emotivo, per la suggestione degli affetti. Siccome riteneva di non essere in possesso di alcuna verità da trasmettere, paragonava il suo lavoro a quello di sua madre che aiutava le partorienti a generare. Allo stesso modo lui aiutava i suoi discepoli a partorire la verità che, segretamente, e spesso a loro insaputa, custodivano. Chiamò questo metodo filo-sofia che significa: "amore per il sapere", distinguendola dalla sofia dei sapienti che non "amano" il sapere perché ritengono di "possederlo". Amore, infatti, non è possesso, ma ricerca, tensione e desiderio della cosa o della persona amata. Per questo, nel racconto che ci fa Socrate nel Simposio, Amore non è figlio di Afrodite, come voleva la mitologia greca, ma di Penia, che significa "penuria", "povertà". Essendo povero, Amore non "possiede" e perciò "cerca", allo stesso modo della filosofia che, non possedendo alcuna verità, ne va alla ricerca. Per questo Socrate dice: "Amore è filosofo, perché sta in mezzo tra il sapiente che non cerca la verità perché ritiene di possederla e l'ignorante che non la cerca perché non desidera sapere". In questo senso è possibile dire che la filosofia non è un "sapere", ma un "atteggiamento". L'atteggiamento di chi non smette di fare domande e di mettere in crisi tutte le risposte che sembrano definitive. Per questo l'atteggiamento filosofico è la macchina capace di inventare un mondo possibile al di là del mondo reale.

lunedì 16 luglio 2018

Sullaprimaoggi. 6 “Il «quintinosella» penta-leghista”.


Da “L'etica del Cambiamento e l'impasse del governo” di Marco Ruffolo, pubblicato sul settimanale A&F del 9 di luglio 2018: C'è una specie di legge che sembra governare le dinamiche del governo pentaleghista negli ultimi tempi: una proporzione inversa tra i toni della propaganda e la sostanza delle misure allo studio. Gli uni salgono nella misura in cui le seconde perdono pezzi. (…). Che cosa sta succedendo? Dov'è finita l'epica del Cambiamento? Perché la rivoluzione della Terza Repubblica arranca faticosamente? Certo, siamo solo all'inizio, ma i primi passi somigliano ad altrettanti inciampi. Chi è abituato a ragionare con la logica dei complotti potrebbe identificare il colpevole in un sobrio signore seduto alla scrivania che fu di Quintino Sella, e come lui desideroso, magari con minore impeto, di rispettare il rigore dei conti pubblici, minacciati per altro dal rallentamento dell'economia e dalla fine del denaro a buon mercato targato Bce. Facile indicare Giovanni Tria come il "sabotatore" dei sogni giallo-verdi. Se avessimo chiuso gli occhi, durante la sua recente audizione in Parlamento, ci sarebbe sembrato di ascoltare Pier Carlo Padoan. Il reddito di cittadinanza? "Un programma di legislatura che si può articolare in vari modi". La flat tax? "Andrà studiata dalla nuova task force in un quadro di coerente politica fiscale". E comunque dovrà favorire prioritariamente "i redditi medio-bassi e le piccole imprese". Come a dire che dovrà andare nella direzione opposta rispetto a quella attuale, dove circa metà del risparmio è destinato ai più ricchi. "La pace fiscale (alias condono)? "È una misura una tantum, e in quanto tale non potrà coprire programmi di spese pluriennali". Inutile girarci intorno, le contorsioni verbali di Tria nascondono un unico colossale problema: il contratto di governo costa enormemente. Centoventi miliardi l'anno da trovare per spese e detassazioni è pura follia per il terzo Paese più indebitato del mondo. E così la prima condizione posta dal ministro dell'Economia è spalmare quelle promesse lungo tutto il quinquennio di legislatura. Con relativa necessità di un cronoprogramma. Che però è destinato a scatenare subito una gara: a che cosa sarà data la precedenza, al programma "no-tax" di Salvini o a quello "assistenziale" di Di Maio? Oppure entrambi partiranno "di pari passo", come ha prefigurato lo stesso Tria pochi giorni fa, ma ridimensionati, con pochi soldi e molto fumo mediatico per nascondere le cose? Già adesso la flat tax, dopo essere stata rinviata per le famiglie, si sta trasformando in un semplice rafforzamento del regime forfettario esistente per professionisti e piccole imprese. Il reddito di cittadinanza potrebbe diventare né più né meno l'attuale reddito di inserimento con un po' più di risorse. La controriforma delle pensioni, (…), somiglia sempre più a una specie di Ape volontaria, persino meno conveniente. Megapromesse smontate e ridotte a proposte più ragionevoli. E tuttavia, il realismo finanziario non sembra coincidere con quello politico. Se c'è una parola che Di Maio e Salvini non vogliono sentire è "continuità". Con i governi Renzi e Gentiloni. Non se lo possono permettere dopo aver annunciato la rivoluzione. Ed ecco allora che lo stesso Tria, (…), avvia un faticoso negoziato con Bruxelles per cercare di strappare un certo grado di flessibilità sui conti pubblici: solito rinvio di un anno del pareggio di bilancio, possibilità di fare deficit per 9 miliardi in più. Il problema è che sono più o meno le stesse concessioni fatte ai governi precedenti. E non sono in grado di finanziare nulla di più delle misure obbligate che dovrà prendere il governo nel 2019: evitare l'aumento di Iva e accise, fare comunque una manovra correttiva, finanziare spese indifferibili come i contratti pubblici e le missioni militari. In tutto, una ventina di miliardi da trovare senza che un solo euro possa essere indirizzato ad esaudire almeno in parte le promesse del contratto. Ecco l'impasse in cui ora si trovano le due forze di governo. Impasse che potrebbe spingerle a qualche forzatura. Come quella di allargare il condono fiscale e finanziarci almeno una prima trance di misure. Ma si esporrebbero all'obiezione di non poter definire fin d'ora la copertura di oneri che si ripeteranno negli anni futuri. Sarebbe forte a quel punto la tentazione di ripescare dal cilindro della propaganda elettorale il coniglio del "moltiplicatore". È quello stimolo espansivo che la Lega con la detassazione e i Cinquestelle con il reddito di cittadinanza pensano di poter dare all'economia italiana in misura tale da aumentare le entrate fiscali e coprire così i buchi di bilancio che hanno creato.