"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 18 dicembre 2018

Lalinguabatte. 67 «La povertà non si vede se non in qualche flash televisivo tra una forchettata e un'altra».


** è un uomo giovane. ** è un uomo istruito. ** proviene da una famiglia abbiente. ** lavora. ** non fa mistero dei suoi pensieri. Un suo pensiero è che i poveri non debbano permanere, anche solo temporaneamente,  nel suo paese. Il suo paese è in una della zone più benestanti del bel paese. Il paese in cui abita ** ha condotto battaglia per allontanare i poveri costretti all’accattonaggio. ** plaude alle iniziative della amministrazione comunale per il pieno conseguimento del “repulisti”, indifferente laddove il Salmo - 42, 2 - recita: “quare me repulisti?” (“perché mi hai respinto?”). Sostiene ** che l’accattonaggio vada perseguito anzi, molto meglio, inflessibilmente perseguitato. Perché ** non vuole che i poveri accattoni sostino per le vie di ***. La loro vista disturba **. Sostiene sempre ** – cristianamente – che “sarebbe cosa buona e giusta” che i poveri costretti all’accattonaggio si trasferissero in altri luoghi. Quali? ** non ha risposte. ** non è interessato al dove. Ovunque, purché non sostino nelle vie e viuzze di ***. Tanto meno nell’isola pedonale di ***, che è meta dello struscio serotino. I poveri costretti all’accattonaggio sono per ** come degli avanzi, degli scarti. La loro sola presenza disturba **. Come quei residui che all’occorrenza si trasferiscono lestamente con il piede sotto la coltre del tappeto buono di casa. Si sa dell’esistenza di quei residui ben nascosti sotto il tappeto di casa, ma non li si vede e pertanto non disturbano la vista. I poveri come quei resti. Che stanno bene ovunque per **, tranne che nel suo solatio paese. La povertà degli altri non sollecita in ** interrogativi e pensieri di solidarietà o di fratellanza – miraggio quest’ultimo universalmente e miseramente fallito dopo millenni di buoni proponimenti e di inutili prediche -. Della povertà e dintorni ne ha scritto da par Suo Umberto Galimberti nella corrispondenza “L'ipocrisia dell'elemosina”, corrispondenza pubblicata su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”: (…). …siamo di fronte alla povertà che si manifesta sui sagrati delle chiese o agli angoli delle nostre strade. Punte di un iceberg di quella povertà più diffusa e massiccia che però tende a nascondersi perché ciò che espone è una condizione umiliante. Nessuno va a cercare la povertà perché la sua vista inquieta. Al massimo un gesto senza neppure guardare in faccia il destinatario. A volte persino una catena di gesti che però non entrano in contatto con la povertà, ma solo con l'organizzazione deputata a soccorrerla. Così la povertà non si vede se non in qualche flash televisivo tra una forchettata e un'altra. Ciò che non si vede non esiste, o esiste solo come sentito dire, come statistica, dove i numeri hanno il solo compito di cancellare il volto di quei poveri a cui la miseria ha già tolto, almeno da noi, se non il pane, certo quasi tutte le possibilità che il nostro vivere concede ai suoi abitanti. Ben vengano allora in tutte le loro forme i poveri che manifestano la loro povertà. Perché quella segreta complicità che esiste tra il povero che si nasconde e il benestante che non lo va a cercare, sottrae la povertà allo spettacolo quotidiano, la espelle dalla percezione, la rimuove dalla vista, per farla vivere occasionalmente solo nel gesto distratto di una mano che allunga qualcosa che non cambia di un grammo la nostra esistenza. E così, non toccata, anche la nostra esistenza si rende immune dalla presenza anche massiccia della povertà. Una povertà silenziosa, densa come la nebbia, che in modo impercettibile ci tocca da ogni parte e che può passare inosservata solo a colpi di rimozione percettiva, visiva, linguistica. Ma il rimosso ritorna. E non ritorna come senso di colpa, da cui è facile sgravarsi con un gesto di elemosina a chi ci appare dignitoso e non invadente. Ritorna come atrofizzazione del nostro cuore che, per non percepire, non vedere, non sentire quel che inevitabilmente ci tocca, deve procedere a tali colpi di amputazione in ordine alla sua percezione del mondo da diventare alla fine un povero cuore. E qui la povertà materiale di coloro che, talvolta visibili, ma il più delle volte invisibili, si muovono nei bassifondi delle condizioni impossibili d'esistenza, compie la sua vendetta mutilando il nostro cuore per consentirgli di non percepire. Ma siccome la povertà esiste, non entrare in contatto o entrarvi solo nei modi che decidiamo noi significa inventarsi un mondo diverso da quello che è, e quindi prender dimora in uno spazio di falsificazione. In questo spazio il nostro cuore, che per non vedere è costretto a mutilare la sua sensibilità, ci rende insensibili a noi stessi e poveri di autopercezione. E allora se i poveri non hanno pane, coloro che non li vogliono vedere finiscono col non disporre più di sé. La condizione umana, infatti, è comune. E il tentativo di chi vuol difendersi non solo dalla povertà, ma anche dalla sua vista, è l'inganno di un giorno. E giorno dopo giorno l'inganno diventa la falsificazione di una vita, soprattutto se evitiamo di pensare che gran parte della povertà del mondo dipende dal nostro tenore di vita che forse è al di là di ogni misura, senza che questa condizione abbia aumentato di un grammo la nostra felicità.

Nessun commento:

Posta un commento