"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 30 aprile 2016

Paginatre. 33 “L’insostenibile irrilevanza del lavoro nel secolo XXI”.



Da “Ascesa e caduta, la parola lavoro non va più in paradiso” di Stefano Massini, dal volume “Lavoro” – Il Mulino editore, pagg. 131 € 12,00 – riportato sul quotidiano la Repubblica del 29 di aprile 2016: (…). Percepita come sinonimo ora di «sforzo inutile», ora di «ingiustizia sociale», ora di «mal digerita sottomissione», ora di «confronto impari con la tecnica», la parola «lavoro» porta su di sé tutti i graffi di un’epoca confusa. Idolatrato dai nostri nonni e castamente amato dai nostri padri, oggi il lavoro ha finito da tempo di essere un luogo di aspettative o di conferme, caricandosi di tutte le possibili inquietudini di una suprema incognita. Lontana anni luce l’oasi di un mestiere sicuro, e svanito l’approdo assolato del posto fisso, l’occupazione è diventata essa stessa un miraggio, indipendentemente dal suo essere organica a un progetto di vita. E se la percentuale di adolescenti che indicano un “mestiere dei sogni” va rapidamente crollando, ancora più illuminante è la quantità di loro che aspirano a carriere da calciatori o da veline, entrambi concepiti come emblema di arricchimento facile e di immediata riconoscibilità pubblica. E siamo giunti con questo al paradosso che in una Repubblica costituzionalmente «fondata sul lavoro », assistiamo a una contrapposizione fra il lavoro stesso e i diritti del lavoratore, in molti casi considerati ormai accessori: si preferisce semmai lavorare senza sicurezza e senza prevenzione pur di non restare a casa. La regressione civile che questo ingenera è quanto mai evidente, cosicché il lavoro non solo non redime più l’uomo, ma di fatto lo getta in una spietata plaza de toros, in cui si festeggia chi sopravvive. L’ultimo caso che io ricordi è quello di una cava vicino Palermo, dove un dipendente appena licenziato ha ucciso il proprietario e il capocantiere, spiegando il gesto con un laconico «Mi hanno tolto il lavoro», frase che suonerebbe paradossale se non ci chiedessimo subito «Quale lavoro gli hanno tolto?». E la risposta, evidentemente, è che non si tratta di difendere un lavoro, ma uno stipendio. La novità è che in tempi di crisi si è disposti a uccidere per non perderlo. Ecco allora che il risultato è clamoroso: il lavoro, pietra miliare di ogni società organizzata, diviene per noi il motore scatenante di una riemersa paura ancestrale, il terrore di essere sopraffatti dai nostri simili. Leggendo i media è infatti evidente come oggi il lavoro crei spesso divisioni frontali: giovani contro anziani, autoctoni contro immigrati, precari contro stabilizzati. La ricerca di un lavoro è divenuta competizione per la sopravvivenza, con le implicazioni drammatiche che ciò comporta. Ed è inquietante – ma paradigmatica – la situazione dell’Ilva di Taranto, difesa a oltranza da folle di lavoratori, all’insegna del motto «Uccide, certo, ma ci dà da vivere». Figlia di un momento storico rimasto senza bussola, la parola “lavoro” rimbalza sulle nostre bocche come farebbe lo sporadico frammento di un ricordo dentro una generale amnesia. Sentiamo che aveva un senso, che rappresentava molto di più di ciò che noi oggi le attribuiamo. Forse percepiamo perfino un vago sentore di origini preziose, e intuiamo un brillare lontano. Ma è solo l’eco di un discorso andato. Forse un giorno, richiudendo l’ombrello dopo la lunga pioggia, ne riannoderemo fra le pozzanghere il senso.

giovedì 28 aprile 2016

Paginatre. 32 “La politica della resa ed il Sud che non cambia verso”.



Da “La politica della resa” di Roberto Saviano, sul quotidiano la Repubblica del 28 di aprile 2016: Il SUD sta morendo. Il Sud è già morto. Nell'agenda di questo governo, il Sud è stato affrontato con promesse politiche, con proclami, mentre nel mondo reale sono altre le forze che agiscono. Per capire il Paese bisogna studiare le organizzazioni criminali approfonditamente. Il loro assioma di partenza è semplice: sia che tu voglia fare politica, sia che tu voglia fare impresa, devi sporcarti. Se vuoi emergere, devi sporcarti. Se vuoi guadagnare, devi sporcarti. Se non vuoi essere nulla - zi' nisciun (zio nessuno), come si dice dalle mie parti - allora puoi essere immacolato e onesto. Un principio che deriva da una convinzione altrettanto chiara: nessuno è pulito, nessuno può esserlo, se vuole crescere economicamente. E questo è il motivo per cui il primo gesto davvero efficace contro le mafie sarebbe aiutare gli imprenditori onesti. (…). La politica viene sostenuta dalle mafie a sua insaputa. È tollerabile? È credibile? La camorra così fa, è la sua astuzia più grande quella di far credere che non esiste, che è tutta un'esagerazione, che qui si tratta solo di normali affari e favori. (…). La politica ha bisogno dell'impresa, l'impresa ha bisogno del danaro pubblico, il danaro pubblico si ottiene facilmente attraverso l'accesso al potere criminale, che può vantare capacità industriale, liquidità finanziaria, potenziale intimidatorio e controllo dei voti. Il potere criminale minaccia e ammazza senza temere ripercussioni, considera il business qualcosa per cui si può morire e uccidere; grazie a questo ha la capacità di ottenere velocizzazioni burocratiche e riesce quindi a snellire anche i processi. Appoggiarsi alla camorra significa avere il controllo di tutti i passaggi. La camorra lubrifica ogni singola parte dell'ingranaggio. (…). …il miglior modo di fare impresa mafiosa è sostenere l'antimafia. (…). …è il metodo utilizzato da tutte le mafie in questi anni: con il Pd, con i Cinque Stelle, con tutta quella politica che si dichiara contro la mafia e persino con le associazioni antimafia. Se avessero potuto - e la 'ndrangheta c'è riuscita - avrebbero lavorato sicuramente anche con giudici antimafia. Basti pensare che molte famiglie camorriste e mafiose oggi si fanno difendere da avvocati, spesso proprio ex magistrati, che provengono da un contesto antimafia. (…). …un altro problema: l'incapacità del governo di modificare i meccanismi criminali. (…). …è evidente che la politica non è in grado di fare autodiagnosi, non riesce più a capire quando diventa partner della camorra. Ma l'aspetto più tragico (…) è che la politica non riesce più a difendersi senza la magistratura: rimuove, o costringe alla sospensione, i propri dirigenti solo quando intervengono inchieste giudiziarie. Il potere politico è nudo, totalmente indifeso di fronte alle infiltrazioni mafiose, incapace di stanarle e, dunque, di combatterle. E anche il governo di Matteo Renzi ha perso l'occasione, in questi due anni, di cambiare davvero. È dal Sud che si cambia.

mercoledì 27 aprile 2016

Scriptamanent. 4 “Ognuno di noi”.



Da “Ognuno di noi” di Francesca Merloni, sul settimanale “Left” del 27 di aprile dell’anno 2013: Ma tu dov’eri? Il primo tra i doveri. Quando ci cambiavano le parole, ci vuotavano i significati, ci stralunavano il pensiero? Quando minavano le fondamenta? Dov’eri? Grido in un momento in cui il Paese crolla a pezzi e le verità vengono scambiate con emoticons. Con un morbido qualcosa, un filmino, un programmino televisivo che ci intrattenga, ci lobotomizzi ancor di più, ci faccia stare zitti e contenti. «La storia siamo noi, nessuno si senta escluso» dice scrive canta lui. Allora tu dov’eri? Ero a scrivere e a manifestare. A crescere i figli. A farla, la storia. Perché non posso fare altro. Ero a raccogliere pezzi di noi che siamo storia e ricompattarli. Ero a medicare il pensiero. Cercare di camminare per una strada dritta. Sbagliare. Riprovare. Quest’onda è comune. Credo molti di noi adesso vengano da essa sollevati e scaraventati. Perché non ne possiamo più. Quest’onda nasce da dentro e dove arriva? Alla piazza alla strada alla fabbrica. In ogni luogo. Alimentata dal grido ogni giorno più forte, che non possiamo non sentire. Alimentata dal pianto di un Paese che non possiamo più sopportare che non possiamo non asciugare. Alimentata da ferite che non vorremmo medicare più. (…). Cos’altro dobbiamo sopportare per dire “basta”? Non si torna mai indietro rispetto alla vita. Non si può tornare indietro rispetto a noi. Penso che il sentire oggi sia quello dell’ «avvenire già avvenuto», per dirla con un altro dei miei riferimenti. Ma noi non siamo più lì. L’avvenire è alle spalle e noi siamo più avanti. Non siamo più capaci di viverlo come fosse oggi quell’avvenire che di colpo ci ripresenta uno ieri da ripercorrere. Un blocco del tempo interno ed esteriore. Non siamo più noi quelli di ieri. (…).

martedì 26 aprile 2016

Oltrelenews. 86 “Padri nobili”.



Da “Malcostume, mezzo gaudio” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 9 di agosto dell'anno 2013: “Riceviamo e volentieri pubblichiamo.” Ecco la lettera di un anonimo barista di Capri:

Caro Presidente Napolitano,
sono un barista di Capri multato e denunciato dall’Agenzia delle Entrate per qualche scontrino non battuto nell’ultimo blitz del 2 agosto. Mentre gli agenti del fisco irrompevano nel mio locale, stavo leggendo le cronache sulla condanna di Silvio Berlusconi per una frode fiscale da 7 milioni di euro, residuo di un’evasione da 360 milioni di dollari falcidiata dalla prescrizione. E ci sono rimasto male, per la condanna ma soprattutto per la denuncia: gli avvocati del condannato e alcuni ministri del governo che ha disposto il blitz sostenevano che non si condanna chi ha versato al-l’erario miliardi, al cui confronto i 7 milioni dimenticati sono bruscolini, dunque B. è innocente. Ho provato a difendermi allo stesso modo, rammentando agli agenti del fisco che nella mia vita ho battuto migliaia di scontrini, al cui confronto quei 10 o 12 dimenticati sono quisquilie, dunque sono innocente. Ma non hanno sentito ragioni. Uno ha pure fatto lo spiritoso: “Guardi che la modica quantità per uso personale vale solo per l’hashish e la marijuana, non per le tasse”. Però ho ripreso fiducia quando ho letto che Lei, appena condannato B., ha subito chiesto la riforma della giustizia (giusto: è scandaloso che qualche processo non vada in prescrizione). E che, appena Schifani e Brunetta sono saliti sul Colle a perorare l’“agibilità” del loro capo, s’è impegnato a “valutare e riflettere attentamente” come evitare che i gendarmi raggiungano pure lui per arrestarlo. Io sono un vecchio garantista e auguro al collega evasore tutto il bene possibile: se va bene a lui, buona evasione a tutti. Malcostume mezzo gaudio, diceva il nostro Totò. Però un filo di risentimento verso chi evade e poi manda i blitz ai colleghi confesso di nutrirlo: sono cose che non si fanno, dài. Non vorrei che alla fine l’unico evasore beccato con le mani nel sacco (e che sacco!) a farla franca fosse proprio lui. A quel punto m’incazzerei di brutto. Io non conosco Schifani e Brunetta e francamente non saprei chi mandarLe a perorare la mia agibilità. Posso chiedere a mio cognato di fare un salto al Quirinale. In alternativa Lei potrebbe passarmi il numero verde dell’Sos Colle per le vittime della malagiustizia: quello di Mancino, per capirci. L’importante è che Lei “valuti e rifletta attentamente” anche sulla condizione mia e di quanti, come me, evadono e vengono beccati. Perché, come dice il viceministro Fassina, lo faccio per sopravvivere; e soprattutto, come direbbero Scajola e Ghedini, a mia insaputa. Non le dico la faccia che han fatto gl’ispettori quando ho provato a convincerli che mi stavano denunciando in base al teorema del “non poteva non sapere” che tanto male ha fatto all’Italia con Mani Pulite cancellando un’intera classe politica. Ho buttato lì anche il caso Tortora, che si porta su tutto. E ho aggiunto che B. avrà pure avuto milioni di voti, ma anch’io mi sono candidato a presidente dell’assemblea del mio condominio e mi han votato tutti. Apriti cielo! C’è mancato poco che mi arrestassero: se non son finito subito al gabbio è solo perché li ho convinti – citando Corriere, Sole-24 ore e alcuni dirigenti Pd – che non è sportivo eliminare gli evasori per via giudiziaria: meglio batterli nelle urne. Infatti ho deciso di scendere in campo: tanto la legge Severino sull’ineleggibilità dei condannati era uno scherzo, vero? Non vorrei imbattermi in giudici come quell’Esposito che prima condanna Wanna Marchi e poi Berlusconi, dunque è prevenuto contro noi truffatori. Quello che legge il Fatto e Repubblica, e per giunta confessa di condannare i colpevoli: dove andremo a finire, roba da ricusazione immediata. Confido molto nel ritorno all’immunità parlamentare, voluta dai nostri padri costituenti per proteggere dallo strapotere delle toghe chi froda il fisco e si rifugia in Parlamento. Ora La saluto, perché qualche scontrino devo pur batterlo, ogni tanto. Ci vediamo alla Camera o al Senato: mi dicono che è pieno di colleghi.

lunedì 25 aprile 2016

Paginatre. 31 “La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile".



Da “Quando tutto era perso la Resistenza ci ha dato la nostra religione civile" di Teo De Luigi sul quotidiano la Repubblica del 23 di aprile dell’anno 2015, intervista, riproposta, dell’anno 2005 a Giorgio Bocca:

(…). Quando si parla di Resistenza, non si parla solo di grandi città, ma soprattutto di paesi, di villaggi. Com'era Cuneo allora? "Cuneo ha una sua caratteristica particolare, vale a dire che nella sua storia e nella sua tradizione c'erano già state resistenze e guerre partigiane, ad esempio quella delle "sette sedi". Cuneo faceva parte dei comuni dei Savoia che dovevano resistere alle invasioni straniere, quindi c'erano già, nella memoria e nel sangue dei cuneesi, dei cittadini, i ricordi del passato. Per questo, se nelle altre città ci fu una gestazione molto complicata, a Cuneo mi colpì la spontaneità della reazione popolare. L'8 settembre a Cuneo c'era già una rete di partigiani pronta intorno alla città. È curioso che invece, in regioni dominate dai comunisti da sempre come l'Emilia, fu tutto  più lento, in pratica cominciarono nel '44".
Duccio Galimberti per lei è stato un riferimento importante, come lo ricorda? "Galimberti per me è stato una sorpresa. Perché, durante la vita "normale", prima della caduta del fascismo, Galimberti per noi a Cuneo era un 'pistin'. Un classico snob elegantone, uno che andava in giro con i calzettoni bianchi da sci. Era vestito sempre di nero e girava quasi sempre da solo, perché evidentemente non era molto frequentabile, essendo un riferimento dichiarato dell'antifascismo, perciò lo vedevo sempre camminare sotto i portici da solo. Poi, improvvisamente, scopro che quest'uomo, ricco, privilegiato, figlio di un ministro e con una madre letterata, è un uomo molto alla mano, oltre che un uomo di grande coraggio".
Lei allora era un ragazzo, aveva 23 anni, mentre Galimberti ne aveva 37. Era già un leader riconosciuto, oltre che una persona adulta? "Io lo vedevo sicuramente come un leader, perché era uno dei pochi antifascisti "ufficiali", non si nascondeva; mentre molti erano antifascisti ma non lo manifestavano, lui, al contrario, si dichiarava".
Tornando all'8 settembre, il gruppo di Galimberti era già pronto per andare in montagna. Ma i giovani, soprattutto quelli non strettamente politicizzati, che motivazione avevano per aggregarsi? "La motivazione principale era di salvarsi dall'occupazione tedesca, che sarebbe arrivata presto e che veniva a catturarci. A Torino già si sapeva che avevano arrestato e disarmato tanti militari. Poi, la voglia di uscire dal fascismo e di ascoltare queste persone di Giustizia e Libertà, che erano persone degne, insegnanti, magistrati, avvosciarlo come Livio Bianco, Giorgio Agosti, Duccio Galimberti, noti come persone colte e antifascisti consapevoli. Quello che sono stati per noi i partigiani di GL, sono stati per i comunisti i combattenti di Spagna, quelli che avevano fatto la guerra di Spagna e sapevano cosa accade in una guerra civile".

domenica 24 aprile 2016

Paginatre. 30 “25 di aprile. Per ricordare difendiamo la Costituzione”.



A sinistra. "Deportazione" di Giovanni Torres La Torre.
















Da “25 aprile Festa della Liberazione” di Giovanni Torres La Torre:



Non abbiamo dimenticato i loro nomi,
i colori degli occhi
rimasti nei ritratti di famiglia,
i gesti che cercano soccorso
e le madri nella disperazione di chiamare;
non abbiamo dimenticato
le braccia dei padri
che sottraggono ai calcinacci
delle città devastate
sagome di bambini,
a Palmira, Cobane e altri inferni
di un continente in guerra.
Non possiamo dimenticare
i fili spinati d’Europa,
quelli dei campi di sterminio
e quelli di oggi.

II
Luce di vero oro
e profumo di bel fiore
risplendono ancora
e del tempo glorioso che fece la storia
non abbiamo smarrito le belle parole
liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo.
Ma hanno perso il senno
le più tenere vaghezze
che inducevano a parole di ragione,
all’emozione di un saluto
al viso sconosciuto.

III
In questo anniversario
deporremo ancora un fiore
alle Fosse Ardeatine e alle lapidi
dei trucidati di Cefalonia;
a Stazzema e ai muri affumicati di altri genocidi,
in Via Tasso, ai portoni di sinagoghe e conventi
e alla casa dei fratelli Cervi;
a Lampedusa, Idomeni, Lesbo o Malta
o sul Mare Mediterraneo
nel quale si rifugiano le nuove vittime,
in un giorno che ricordiamo ancora
col nome di Festa della Liberazione.

sabato 23 aprile 2016

Scriptamanent. 3 “I re dormienti d’Europa”.



A sinistra: Botero. "Ratto d'Europa".

Da “I re dormienti d’Europa” di Barbara Spinelli, sul quotidiano la Repubblica del 23 di aprile dell’anno 2014: Raggruppati in un'Unione che non ha niente da dire in politica estera – né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull'alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare – i governi europei s'aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro. L'ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano. (…). Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta. Non c'è evento, non c'è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s'insabbia. (…). Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell'Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono (…) prove essenziali, e l'Unione le sta fallendo tutte. (…). …il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell'Europa rischiano d'esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici. Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l'Unione s'è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell'ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l'assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost. Sono in pericolo anche tasse cui l'Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c'è. (…). Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all'anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l'Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L'istituto Prometeia, pur favorevole all'accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L'istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali. Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe. Tutto questo in nome della "semplificazione burocratica": parola d'ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette "barriere non tariffarie", un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora. (…).

venerdì 22 aprile 2016

Oltrelenews. 85 “I potenti e la sindrome hybris”.



Da “C’è un filo rosso che va da Craxi a B. e arriva fino a Renzi”, intervista di Silvia Truzzi al professor Stefano Rodotà, su “il fatto Quotidiano” del 21 di aprile 2016:
(…). - Il linguaggio in politica è fondamentale. Nel messaggio di Renzi (per il referendum abrogativo del 17 di aprile n.d.r.) c’era, tra parentesi, un nome: Bettino Craxi. Ma non solo -.
Cosa intende? - Io retrodaterei agli anni 80 l’insofferenza della politica verso la magistratura. Ricordo quando – nel giugno 1981, primo governo Spadolini – era appena stato arrestato Roberto Calvi. Nella discussione alla Camera ben tre segretari di partito – Craxi, Piccoli e Longo, cioè socialisti, democristiani e socialdemocratici – attaccarono la magistratura di Milano perché con quell’arresto avevano ‘depresso i titoli in Borsa’. Intervenni dicendo che si pretendeva che i listini di Borsa prevalessero sul codice penale. Sono le prime avvisaglie di ciò che benissimo ha ricordato Piercamillo Davigo nella sua intervista al Fatto: l’azzeramento della responsabilità politica -.
“Aspettiamo la sentenza della Cassazione”, uno slogan che abbiamo sentito spesso. - Era, ed è, un modo formalmente ineccepibile – come ha ricordato martedì il premier – ma è anche un escamotage per non occuparsi dei fatti. In quegli anni si costruisce la formula matematica della somma tra immunità e impunità. Una rete di protezione invocata da alcuni partiti e che poi ha infettato l’intero ceto politico. L’articolo 54 della Costituzione distingue chiaramente tra il rispetto della legge cui tutti i cittadini sono tenuti e quel secondo comma che impone a coloro che esercitano funzioni pubbliche ‘disciplina e onore’. Cioè non basta il rispetto della legge, c’è un valore aggiunto. Quindi, quando Renzi dice di richiamarsi alla Costituzione riguardo alla presunzione d’innocenza, dimentica che la stravolge rispetto alla responsabilità politica. Tornando alla storia, questo azzeramento è un filo rosso passato per il craxismo e poi sfociato nel berlusconismo più becero: non c’è bisogno di ricordare certe frasi sui magistrati antropologicamente diversi e mentalmente disturbati. E che oggi si affaccia nel discorso di Renzi: c’è una continuità -.
Ma è una continuità con l’altra parte politica, contro cui il popolo del Pd ha riempito piazze per lustri. - Mi pare – e spero – che non tutto il Pd abbia perduto questa memoria -.

giovedì 21 aprile 2016

Storiedallitalia. 74 “Dialogo di un venditore di ciaoni e di un passeggere”.



Dialogo avvenuto – o solamente immaginato - in un qualsivoglia luogo ove si ritrovino specialissimi “Tic”, ovvero tipi italiani contemporanei:

Venditore di “ciaoni”. – O bella, s’è vinto -. (Altisonante risata).
Passeggere. - Buon signore, me ne compiaccio del suo buon umore. Ma per quale squadra tiene? -.
V. – O bella questa, ma non si ha mica a che fare con una partita di calcio! -.
P. – Ed allora, cosa ha vinto per renderla così euforico? -.
V. – Cosa ho vinto? Ho vinto al referendum -.
P. – Bene, buon uomo, me ne compiaccio ancor di più. È stato di quelli del “Si”? -.
V. – Fossi matto! -.
P. – Arguisco, buon uomo, che sia stato tra quelli del “No” -.
V. – E che, son grullo? -.
P. – Ed allora mi aiuti a capire come abbia fatto a vincere -.
V. – Ma semplicissimo, caro lei. È bastato che non andassi a votare. Ha capito ora? –
P. – Mi pare di non aver capito. Buon uomo, lei non è stato tra quelli del “si” né tanto meno tra quelli del no, vero? –
V. – Verissimo. Ed allora? -.
P. – Buon uomo, ma la contesa non era tra quelli del “Si” e quelli del “No”? -.
V. – Embé? -.
P. – Come sarebbe a dire embé. Lei nella contesa non ci è entrato per nulla, anzi si è dato alla fuga da ogni scelta e da ogni responsabilità -.
V. – Ma è giusto quello che volevo che accadesse, caro lei -.
P. – Ma se lei è stato solo un fuggiasco consapevole non faccia propria alcuna vittoria; mi pare bene che sia così -.
V. – E no che non va bene! -.
P. – E perché, buon uomo? -.
V. – Ma caro lei, non ha sentito la televisione? -.
P. – Certo che l’ho sentita, tanto che mi son fatto dovere d’andare al seggio -.
V. – Bella questa, e lei da che parte è stato? -.
P. – Buon uomo, perché ora le interessa tanto saperlo da quale parte io sia stato? -.
V. – Giusto per saperlo -.
P. – Giusto per saperlo, dice lei, ma non glielo rivelerò. Ma da qualsivoglia parte io sia stato al seggio ho sentito il dovere di confrontarmi con una parte che la pensasse diversamente da me -.
V. – E cosa gliene è venuto? -.
P. – Buon uomo, ma cosa mi aspettavo che me ne venisse. Nulla. Ho solo pensato che andando al seggio ed esprimendo la mia opinioni rendessi un servigio al mio Paese -.
V. – Ma allora lei non ha sentito la televisione? Ha detto che hanno vinto i lavoratori -.
P. – E come avrebbero vinto i lavoratori? Me lo spieghi -.
V. – Ma come, non afferra il senso? -.
P. – No, non lo afferro, per nulla. A meno che non voglia farmi credere che i lavoratori di questo Paese siano tutti dei fuggiaschi, come lo è stato lei -.
V. – Intanto la televisione ha detto che hanno vinto. E tanto basta -.
P. – Ma come sia possibile ciò mi risulta difficile da capire -.
V. – E perché poi tanta difficoltà a capire? –.
P. – Intanto, quelli del “Si” non hanno vinto, anzi se ne dolgono assai; quelli del “No”, quelli che coraggiosamente si sono misurati con quelli del “Si”, hanno ugualmente perso. A vincere ci è rimasto lei e quelli che come lei si sono dati alla fuga. Le sembra ragionevole tutto ciò? -.
V. – Embè? –
P. – Buon uomo, è inutile che noi si continui con questo dialogo. È tra sordi. Anzi tra chi vuol vedere le cose come realmente stanno e tra chi non vuol vedere come stanno le cose. Lei al seggio non c’è stato, poiché forse avrà frainteso le cose dette dalla televisione; ma dal sentirsi vincitore di non so cosa ce ne passa, caro lei! -.
V. – Ed allora, dei lavoratori che hanno vinto cosa mi dice? -.
P. – Spero proprio che i lavoratori di questo paese non siano tutti divenuti dei ributtanti e vigliacchi fuggiaschi. Sarebbe la nostra rovina. Ma giusto per essere dalla sua parte, convengo che anch’io l’ho sentito dire alla televisione -.
V. – Ed allora? -.
P. – Buon uomo, le dico che se fossimo stati in altri tempi, forse più magri ma più onesti e puliti, i lavoratori di questo Paese si sarebbero adontati per essere stati iscritti tutti quanti nel registro dei fuggiaschi -.
V. – Sa cosa le dico? Che a me sta bene così come è andata? -.
P. – Buon uomo, avrei voluto dirle della democrazia, ma me ne guardo bene -.
V. – E bene ha fatto -.
P. – Bene perché? Lei ha avuto il potere immenso ed unilaterale d’annullare d’un colpo le ragioni di tutti quelli del “Si” e di tutti quelli del “No”, fuggendo, come ha fatto, dal confronto che la democrazia le richiedeva -.
V. – Democrazia! A me sta bene così. Un “ciaone” a lei ed a tutti quelli del “Si” ed a tutti quelli del “No” -.
P. – Se ne stia bene, buon uomo -.

martedì 19 aprile 2016

Scriptamanent. 2 “Quanti imbarazzi bisogna vincere per crescere bene”.



Da “Quanti imbarazzi bisogna vincere per crescere bene” di Claudia De Lillo – in arte Elasti – sul settimanale “D” del 19 di aprile dell’anno 2014: (…). Il desiderio di essere trasparente, di confondersi nella folla, di uniformarsi al tuo branco, di non sollevare interrogativi, di non suscitare stupore, sorpresa o perplessità, di essere normali - dove quello di normalità è un concetto tanto rassicurante quanto insensato e inesistente - è un'ambizione legittima dell'infanzia e della prima adolescenza perché crescere è un'attività insidiosa e impegnativa, che necessita di anonimato più che di ribalta. Io, da ragazzina, mi vergognavo di avere i genitori separati, di chiedere informazioni per la strada, di uscire di casa con il mascara e, qualche anno dopo, di uscire senza mascara, di ammettere che non avevo fatto né la comunione né la cresima, di rivelare le mie origini ebraiche, di dire che mia nonna era comunista, di interagire con le commesse nei negozi di abbigliamento, di domandare «scusi, dov'è il bagno?», di indossare scarpe che scoprissero le dita dei piedi, di mostrare in pubblico il mio primo amore, di comprare gli assorbenti, di sciogliermi i capelli a scuola, di indossare gli occhiali da vista e anche quelli da sole. Da ragazzina, insomma, mi vergognavo di stare al mondo. (…). L'importante è liberarsi progressivamente degli imbarazzi e non farne una cifra stilistica, acquisire sicurezza, emanciparsi dal giudizio altrui e soprattutto dal nostro. L'importante è alleggerirsi con il tempo. Perché la vita, anno dopo anno, si complica da sola senza bisogno di paturnie autoinflitte. (…). 

sabato 16 aprile 2016

Eventi. 20 “Referendum, morale e politica”.




Da “Morale e politica” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” del 14 di novembre dell’anno 2009: Non è possibile affrontare, e tanto meno risolvere un problema, se non si tiene conto del radicale mutamento del contesto in cui quel problema si pone. Del rapporto tra la morale e la politica si discute dal tempo di Platone, quando la filosofia greca ha inaugurato questi due scenari che nel corso della storia sono entrati spesso in conflitto fra loro. Per il mondo greco, morale e politica non potevano che coincidere, dal momento che, come scrive Aristotele nella Politica, "gli uomini hanno lo stesso fine sia collettivamente sia individualmente, e la stessa meta appartiene di necessità all'uomo migliore e alla costituzione migliore".

venerdì 15 aprile 2016

Lalinguabatte. 18 “Referendum: votare per contare”.



Vado in questi giorni in ansiosa ricerca sul web – per argomentarmi - dello “sdottorare” di personalità varie diversamente acculturate. C’è chi “sdottora” azzeccagarbugliando l’inutile e l’inverosimile; c’è chi “sdottora” filosofeggiando alla grande. È tutto un pullulare di geni ed ingenui incompresi. Tema dello “sdottorare” di quei taluni è l’equipollenza del non voto con la più corretta espressione di un “Si” o di un “No”. “Sdottorano” non tenendo conto che in tal modo si assimilano ai tanti, tantissimi manutengoli che abitano le ridenti contrade del bel paese. Ha scritto Marco Travaglio in “Votare per contare” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri 14 di aprile: Anche se non si raggiungerà il quorum, sarà la migliore risposta di milioni di cittadini che non si rassegnano all’impotenza e vogliono conservare sovranità e dignità. È questo il punto: “sovranità e dignità”. Che danno la “misura” giusta dell’essere parte di una cittadinanza attenta e consapevole. Il rifiuto, da cittadini consapevoli, di quelle esortazioni alla “fuga” dalle proprie responsabilità e dal confronto dialettico che tanto hanno fatto inorridire – oggi lo si è capito, falsamente – i più ai tempi del latitante di Hammamet o nel ventennio, che ancora perdura, dell’uomo di Arcore. Detto ciò faccio il punto. Non ho la competenza per “sdottorare” azzeccagarbugliando il più ed il meno; non ho la competenza per “sdottorare” filosofeggiando sui massimi sistemi. Mi sento un cittadino partecipe e consapevole dei propri limiti, ma che ambisce a rimanere padrone assoluto del proprio destino. È come tale, allora, che le “sussurrate” dei “consigliori” di turno mi scandalizzano. Poiché quella “fuga” indecorosa consigliata nel confronto tra due schieramenti che sostengano tesi opposte su di un argomento relativo al bene comune è scandalosamente la negazione di qualsivoglia forma democratica di partecipazione. È che la partecipazione nell’Italia del “cambiareverso” è divenuta di fatto un fenomeno da contenere se non da combattere, poiché la partecipazione fa venire idee e fa sorgere inquietanti interrogativi.

giovedì 14 aprile 2016

Oltrelenews. 84 “Il referendum ed il caso Oreste Angioi”.




Da “Né come, né perché: sulle piattaforme si muore senza diritti” di Emiliano Liuzzi – ultimo Suo scritto; immaturamente scomparso nella notte tra martedì 5 di aprile e mercoledì 6 di aprile 2016 -, su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di aprile 2016: Morire di lavoro. E senza nessuna garanzia per chi resta. Nemmeno sapere perché e come sia accaduto. Grazie ai governi di Enrico Letta e di Matteo Renzi, la legge che era in vigore nel 1965 è stata tanto semplificata che le società italiane con impianti in altri Paesi non devono neanche più comunicare all'Italia l'avvenuto infortunio. Modifiche (nel 2014 con il Jobs Act, ad esempio) che hanno reso impossibile qualsiasi indagine per capire cosa sia realmente accaduto. (…). La mancata denuncia, poi, avrebbe dovuto anche essere corredata dalla precisa descrizione del fatto, dei nomi dei testimoni e del parere del responsabile della sicurezza aziendale. Un articolo che non esiste più. La norma è stata abrogata dalla legge n. 98 del 2013 (il cosiddetto "Decreto del fare"). Tutto quello che ne segue è stato ricostruito dagli avvocati Luigi Pisanu e Ivano Iai di Sassari, che seguono il caso dell'infortunio mortale in Kazakistan di un lavoratore sardo impiegato dalla Elettra Energia S.p.A. in un cantiere gestito dalla Agip KCO, società di diritto olandese integralmente posseduta (manco a dirlo) dall'Eni. E qui corre l'obbligo di una parentesi.