"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 18 settembre 2025

Lastoriasiamonoi. 100 “Storie dal Mondo”.


Come si usa dire, l’esodo dei gazawi da Gaza (equivale a dire: dei romani da Roma, dei parigini da Parigi, degli scozzesi dalla Scozia, eccetera) è biblico. Le immagini sono terrificanti e immense, sembrano quelle di un kolossal, la sabbia, le rovine, il mare, e in mezzo la fiumana scura di un popolo povero e impoverito dalla solitudine, e piagato dai lutti, che va non si sa dove con le sue poche cose residue, le sue memorie e i suoi stracci. Esodo. Vi dice qualcosa, la parola esodo? Agli ebrei dice moltissimo, è l’Antico Testamento, è la fuga dall’Egitto, è il fulcro emotivo, culturale e identitario di quella parte di persone ebree che si riconoscono in una tradizione, in una religione, in una cultura, infine in una Nazione: Israele. Ma oggi il Faraone è Netanyahu, e l’esodo, la disgrazia, la persecuzione sono a carico di un popolo che appartiene a un’altra delle tre religioni di Abramo, ammesso che basti, questa decrepita e forse ormai insopportabile catalogazione degli esseri umani, a definirli una per una, uno per uno, persona per persona, nella disperata fila in cerca di scampo. Tentiamo una sintesi - per quanto rischiosa. Perché ci sono momenti così complicati che una sintesi è necessaria e forse persino doverosa. Il vero scandalo, agli occhi del mondo, ciò che sconvolge e perfino terrorizza, è che il più perseguitato dei popoli, il più braccato e fuggiasco, è diventato - nella sua parte divenuta nazione - il persecutore. Molti ebrei, nel mondo e anche in Israele, capiscono questo scandalo, e lo patiscono. A quelli che non lo colgono, agli ebrei e ai non ebrei ai quali sfugge di quali dimensioni, morali, politiche, storiche sia la catastrofe di Gaza, non si sa più cosa dire. Se non che l’Esodo non è solo il loro. È quello di tutti. (Tratto da “L’esodo degli altri” di Michele Serra pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, giovedì 18 di settembre 2025).

StorieDalMondo”. 1 “Parigi celebra l’ultimo strillone”, testo di Olivier Meiler pubblicato su la “TribunedeGenève” e riportato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 14 di settembre 2025: Ali Akbar passeggia per le strade di Parigi. «Ci siamo, ci siamo». Lo sentiamo prima ancora di vederlo. «Putin sta per andarsene e chiede perdono». La pila di giornali, sottile e composta da copie di Le Monde, poggia sul suo avambraccio sinistro con i titoli rivolti verso l'alto, verso il pubblico, nella veranda del Café de Flore, a Saint-Germain-des-Prés. Ne tiene una copia nella mano destra, che agita con fare ironico. Ali Akbar è l'ultimo venditore di giornali di Parigi: un uomo magro, in polo a righe, pantaloni bianchi e berretto, che non perde tempo in lunghi discorsi pubblicitari. Capisce subito se qualcuno è seduto lì per comprare Le Monde. Lo fa dal 1973. All'epoca, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre tenevano un salotto al primo piano del locale. Ali Akbar si fa strada tra i tavoli, passa davanti a una giovane cameriera con le braccia incrociate che gli sorride, poi esce per raggiungere la terrazza. È un caldo lunedì di fine estate nel VI° arrondissement di Parigi. I camerieri del Café de Flore indossano gilet neri sopra camicie e lunghi grembiuli bianchi. Ali Akbar è pakistano, originario di Rawalpindi, presto compirà 73 anni. Sebbene viva da tutta la vita a Parigi, parli il francese come un madrelingua e i suoi cinque figli siano francesi, la sua richiesta di cittadinanza rimane sospesa. «Lo fanno apposta», dice ridendo, parlando della burocrazia. Ha rinunciato a insistere. La cittadinanza non è più importante per lui, ma tra poche settimane sarà all'Eliseo, dove Emmanuel Macron gli conferirà la Legion d'Onore, la più alta onorificenza della Repubblica. Quando Macron era studente a Sciences Po, comprava il giornale da Ali Akbar e a volte lo invitava a cena o a bere qualcosa. Poi lo studente è diventato presidente. «È pazzesco, no? Io all'Eliseo?» «Ci siamo, ci siamo». L'ultimo banditore di Parigi non grida ma si annuncia con ironia: «È fatta, Marine si sposa con Jordan», Parla della coppia politica Marine Le Pene Jordan Bardella. Percorrerà quindici chilometri tra un bar e l'altro, finché tutte le copie non saranno esaurite. Quasi nessuno parla francese al Flore o al Deux Magots. Tutti turisti: asiatici, americani, spagnoli, in fila per sedersi in questi caffè mitici, aperti alla fine del XIX secolo. Filosofi, artisti e politici si affollavano qui. Ora, i turisti scattano selfie con le tazze di cioccolata calda, rituale di Instagram, prima di ripartire. Per Ali i francesi sono terribili brontoloni, mai contenti anche se hanno tutto. Quando era piccolo, invece, lui non aveva nulla. Era il maggiore di dodici o tredici figli. Due o tre sono morti in tenera età. Il sole splende nella sala sul retro del ristorante La Palette dove si siede. Ha ordinato un caffè americano allungato con acqua fredda. Racconta la sua vita. Un cliente lo interrompe vicino alla cassa per una copia di Le Monde. Ali posa il giornale con cura, accanto a qualche moneta. Non conosce la sua data di nascita. «Nelle famiglie povere, la nascita di un bambino non è un evento che si ricorda». Non parla bene di suo padre, nervoso e aggressivo, che manteneva la famiglia con piccoli lavori. Durante la raccolta del mais, Ali grigliava pannocchie da offrire ai passeggeri degli autobus, che allora erano a due piani, eredità della colonia britannica. Da bambino poteva salire nella sezione riservata alle donne, un privilegio. Non aveva forza per andare a scuola, così imparò a leggere e scrivere con un insegnante privato, che si era forse commosso per lui, così gracile alla fermata dell'autobus. Il professore gli insegnò anche l'inglese. A sedici anni si procurò un passaporto pakistano, voleva andare lontano. Aveva in mente la Torre Eiffel e i tulipani olandesi. A diciotto anni partì per la Grecia via terra, passando per Afghanistan, Iran e Turchia. Nel 1973 arrivò a Parigi. Dormiva nelle cantine, sotto i ponti, mangiava all'Esercito della Salvezza, a volte anche in un tempio Hare Krishna. Trovare lavoro era difficile. Un giorno incontrò uno studente argentino che vendeva giornali nel Quartiere Latino, vicino alla Sorbona. Hara-Kiri e Charlie Hebdo, con copertine grottesche, erano per lui come pornografia. Il venditore gli spiegò la satira e l'anarchia. Qualche giorno dopo Ali vendeva gli stessi giornali per strada. Allora il suo francese era ancora fragile, ma il suo gusto per gli slogan satirici cresceva. Da molti anni vende Le Monde. Alle 13:00 il giornale arriva in edicola, una pila viene consegnata a Saìnt-Germain-des-Prés, che lui ritira. Ha un accordo con la casa editrice: il 50% di commissione su ogni copia venduta, il conteggio a fine mese. Se vende quaranta o cinquanta copie al giorno, guadagna 80-90 euro, 2500 euro al mese. Versa 1000 euro alla cassa pensione, restano 1500 euro per vivere. «Sono parsimonioso», dice. Ha imparato ad esserlo. Molte persone simpatiche del quartiere lo aiutano, lo invitano. Qualche anno fa una ricca vedova gli ha offerto uno dei suoi appartamenti in centro, ma lui ha rifiutato. «Ho paura della fortuna», non si fida. Non è a suo agio con la Legion d'Onore. Nelle ultime settimane sette emittenti pakistane lo hanno contattato. «I miei figli mi aiutano con la tecnologia». Ora è una star in Pakistan. Alle 17 la pila di giornali è ancora alta. Ancora un giro tra Flore, Deux Magots, Brasserie Lipp, Le Bonaparte, fino a tarda notte. «Ci siamo, ci siamo». Quasi nessuno compra più i giornali cartacei, soprattutto gli studenti. Tutti sui cellulari. Per non perdere clienti, scambia copie con Le Figaro, New York Times o il Financial Times per i turisti. Tutto è diventato più complicato. La Parigi di un tempo non c'è più. La nuova Parigi è più verde, bella e tranquilla, ma non più affascinante. Il turismo ha trasformato la città, modificandone la quotidianità e il carattere. Molte librerie antiche ora espongono libri di moda, e molte case editrici sono andate via per gli affitti troppo cari. Gallimard è rimasta, ma gli altri? Davanti a un bar in rue Jacob, Ali strofina una moneta su un gratta e vinci. «Forse diventerò milionario». Poi offre un giornale. È abituato ai rifiuti. Anche gli intellettuali non sono più quelli di una volta. «Molti sono idioti», dice ridendo. Poi se ne va, come su una nuvola. «Ci siamo, ci siamo.»

StorieDalMondo”. 2 “Leggende dei villaggi ucraini”,testo dello scrittore ucraino Oleksii Nikitin pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 12 di settembre 2025: Sono nato e cresciuto a Kiev - lo scrivo nei moduli da tutta la vita, ed è vero, ma non è tutta la verità.  Mia madre aveva molte zie - sorelle e cugine di sua madre, mia nonna.  Ogni estate, dall'età di quattro anni, mi mandavano in un villaggio da una di loro. La mia famiglia e tutti i nostri conoscenti parlavano russo, ed era così anche nel resto di Kiev, pensavo, ma bastava allontanarsi dalla città, anche solo di venti chilometri, e cambiava tutto. Le città erano come isole circondate dal mare ucraino. Qui tutto era diverso, persino il sapore del pane e dell'acqua del pozzo. Nei villaggi si parlava diversamente, si viveva secondo regole proprie, persino il colore dei volti non era lo stesso - bruno, bruciato dal sole nei campi dei kolchoz. Qui si guardava l'interlocutore e lo si ascoltava in modo diverso. E si raccontavano storie davvero particolari. Per alcuni anni di seguito ho trascorso l'estate da una lontana parente di mia madre, anche se più che i legami di parentela, contava la loro amicizia di lunga data. Mia madre la chiamava zia Sura, e anch'io la chiamavo così. All'inizio degli anni '70 zia Sura aveva poco più di cinquant'anni, ma ne dimostrava settanta, e nella sua vita si erano susseguite tutte le tragedie dell'Ucraina del XX secolo. Non si era mai sposata e ricordava l'unica storia d'amore che aveva avuto con un giovane operaio francese, conosciuto in Germania. Tutto finì quando li separarono: le autorità sovietiche la riportarono in Unione Sovietica con la stessa violenza con cui, in precedenza, i tedeschi avevano portato via la popolazione dall'Ucraina occupata. Ma nella casa di zia Sura si riunivano i bambini della sua strada. In quegli anni nei villaggi ucraini si beveva già molto, e i bambini cercavano istintivamente un luogo tranquillo e sicuro. Avevamo circa cinque anni, e io trascorrevo tutto il tempo con i miei coetanei, giorno e notte. Tornando a Kiev in autunno, mi rendevo conto che ormai pensavo in ucraino da tempo. Il villaggio di quegli anni conservava ancora i resti delle tradizioni patriarcali. La casa per una famiglia si costruiva con l'aiuto di tutto il villaggio: una normale chata, la casa tradizionale della campagna ucraina, veniva tirata su in due giorni. Poi tutti quelli che avevano lavorato si fermavano a cena, nel cortile della nuova casa, per festeggiare. Erano i nuovi proprietari a offrire il banchetto. Non si pagava in denaro. Il villaggio aveva anche un suo tribunale, non ufficiale, indipendente da quello statale. Una volta mi capitò di essere processato. Avevo cinque anni, il mio complice quattro, e avevamo dato fuoco a un covone di fieno nel cortile della vicina, amica di zia Sura. Incendi del genere capitavano spesso e la tradizione voleva che i piccoli piromani, dopo l'incendio, scappassero e si nascondessero vicino al fiume o nel bosco, per poi essere cercati da tutto il villaggio. Io non ne sapevo nulla e infransi la tradizione. Raccontammo a zia Sura che un fulmine aveva colpito il covone ed era per questo che bruciava. Ho sempre avuto una fervida immaginazione. Tutta la strada aiutò a spegnare il fuoco e per fortuna si evitarono danni gravi. Poi, direttamente sul posto dell'incendio, fu aperta la seduta del tribunale. Noi colpevoli avevamo delle circostanze attenuanti: l'età e il fatto che dopotutto avevamo riferito in tempo l'accaduto. Il tribunale decise che il costo del fieno bruciato doveva essere risarcito, e per il resto lasciava che fossero le famiglie degli incendiari a decidere la loro sorte. Da quel momento nel villaggio presero a chiamarmi "il pompiere". Zia Sura ricordava molte cose e le piaceva raccontare. Venni a sapere, per esempio, di come funzionavano i villaggi in epoca zarista: quali fossero statali, cioè appartenessero allo Stato insieme ai contadini, e quali invece fossero di proprietà dei latifondisti. Al tempo erano passati più di cent'anni dall'abolizione de servitù della gleba nell'Impero russo, ma ancora se ne parlava. Tuttavia, il tema centrale dei ricordi non solo di zia Sura, ma di tutto il villaggio, restava sempre la Seconda guerra mondiale. Qui sapevano tutto, ricordavano tutto, non avevano dimenticato niente e non raccontavano nulla agli estranei. Ed era così ovunque. Mentre lavoravo al romanzo "Di fronte al fuoco", lessi la testimonianza del protagonista, Il'ja Gol'dinov, durante l'interrogatorio dell'NKVD. Raccontava nei dettagli dove aveva combattuto dal momento dell'invasione tedesca dell'Urss e accennava al fatto che nell'agosto del 1941 aveva partecipato a un attacco notturno al villaggio di Grigorovka sul Dnepr, occupato dalla Wehrmacht. Mi servivano informazioni sul villaggio, sull'attacco, su cos’era realmente accaduto, e rimasi colpito dalla mole di documenti che riuscii a trovare, dedicati a questo episodio assolutamente insignificante all'interno della grande guerra. Tra questi c'erano l'ordine della 26° Armata del fronte sud-occidentale di preparare l'attacco, il rapporto sui risultati dell'attacco, l'ordine di decorazione dei partecipanti. E inoltre, un rapporto dell'NKVD sulla vita e gli umori dei contadini nel villaggio dopo l'occupazione da parte della Wehrmacht e un altro molto simile della Gestapo sullo stesso argomento. Questi documenti creavano un contesto attendibile, ma per rappresentare e raccontare ciò che era accaduto quella notte nel villaggio durante l'attacco di un'unità dell'Armata rossa, mi mancavano i dettagli. I dettagli li trovai, ma non negli archivi. Negli anni '70 un'insegnante aveva registrato i ricordi dei contadini di Grigorovka sopravvissuti alla guerra, relativi all'episodio che mi interessava. E anche al giorno successivo alla partenza dei sovietici, quando i tedeschi rasero al suolo il villaggio, fucilarono parte degli abitanti e un gruppo di bambini. I sopravvissuti ricordavano tutto nei minimi dettagli: una cosa del genere non si dimentica. Nell'autunno del 1985 fui chiamato alle armi nell'esercito sovietico. Per questo il 26 aprile 1986 non mi trovavo in Ucraina: con l'incidente di Cernobyl' crollava anche il mondo patriarcale dei villaggi ucraini, che si era conservato per secoli, se non per millenni. Di solito non esiste una data precisa per l'inizio di fenomeni globali di questo tipo, ma nel nostro caso c'era. Nell'estate del 1988 vidi per la prima volta quanto era cambiata la provincia ucraina. Le antiche città e i villaggi del nord della regione di Kiev erano stati evacuati ed erano deserti, compresa la millenaria Cernobyl'; e in quelli in cui era consentito restare tutti i pozzi erano stati chiusi e sbarrati con assi, perché la polvere radioattiva era penetrata nell'acqua. Il cambiamento, d'un tratto, balzava davanti ai nostri occhi, e il vecchio modo di vivere si era disintegrato.

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