Il libro (“Non è colpa dello specchio se le facce sono storte”, Utet, pagg. 180, euro 19 n.d.r.) svela attraverso luminosi pezzi di letteratura che censurare gli scrittori è un favore al potere totalitario: perché non ha mai potuto controllarli, e perché si regala un’arma alla sua propaganda. Quando quelle conferenze sono state annullate, in Russia sono apparsi dei cartelloni pubblicitari: “In Italia censurano Dostoevskij, noi Mark Twain lo leggiamo ancora”. Ma qual è stato il vantaggio di non essere russo? «Sono potuto entrare in Russia e dire: il vostro governo non mi piace, chiamando guerra quella in Ucraina, e a me non hanno fatto niente».
Se fosse stato uno scrittore russo? «Non so cosa succederebbe, ci sono tanti che dicono questa cosa e non gli succede niente. E altri che prendono degli anni di galera. La cosa mi pare stia peggiorando con il passare del tempo. Quando sono andato la prima volta dopo la guerra, nel 2022, i libri degli oppositori erano nelle librerie. Si poteva leggere Akunin, che ha abbandonato la Russia nel 2014, dopo l’annessione della Crimea».
E adesso? «Adesso gli hanno dato 14 anni di carcere in contumacia. E se va in Russia lo arrestano».
Perché ha deciso di accettare quei cambiamenti e di vedere ugualmente pubblicato il suo romanzo su Anna Achmatova in russo? «Ho deciso con la premessa di una nota in cui dico, rivolto al lettore, “Sappiate che questo libro non è uguale all’originale perché ci sono delle cose che per legge in Russia non possono essere pubblicate”. Ma mi è piaciuto l’atteggiamento dei redattori: hanno detto “Speriamo nella sua comprensione perché noi abbiamo le mani legate”. E dire: o senza modifiche o non lo pubblico, significava interrompere una relazione che secondo me è utile in questo periodo. Tutti gli esempi che faccio con Tolstoj, Dostoevskij, Gogol’ sono presi dalla Russia zarista e dalla Russia sovietica, non è una novità per loro».
Cita giornalisti e scrittori che si definiscono filorussi senza avere nulla a che fare con Putin. Perché è diventato così difficile distinguere tra governanti e popolo? «La Russia è la mia vita. Ci sono andato per la prima volta che era Unione sovietica, e non condividevo. Del resto ho vissuto in Iraq che c’era Saddam Hussein, che era un nostro alleato. L’esempio che faccio di quando a Terni una signora è venuta a dirmi: “Grazie di aver detto che essere russi non è una colpa”, è vero. Aveva adottato un bambino russo. Ha detto: “A mio figlio l’hanno fatta pagare”. Questo ha un nome: è razzismo. Nei confronti della Russia, di Israele, degli Stati Uniti non cambia niente. È una cosa che a me fa schifo ed è una cosa da cui mi voglio difendere».
È un errore fare come Sally Rooney, decidere di non pubblicare i propri romanzi in Israele? «C’era una volta un anarchico di Modena a cui hanno chiesto cosa pensa dell’antiamericanismo e lui ha detto: l’antiamericanismo non ha senso perché l’America è di tutti. Il mondo è nostro. Non sono gli Stati che determinano la qualità di un pezzo di terra, perché come dice Brodskij gli Stati cambiano. I governi sono sempre al passato e le persone sono il presente e il futuro. Questo libro credo che lo capiscano e lo capiranno quelli che sono stati in Russia. La cosa più difficile da tradurre è l’amore per questo popolo straordinario, per questa lingua straordinaria. Io capisco che figurano male, come diceva mia nonna, che stanno succedendo delle cose terribili. A me hanno comprato un altro libro, I russi sono matti, e mi hanno censurato anche quel libro lì. Perché citavo Boris Akunin: mi hanno proposto una parafrasi per cui non si capisce di chi parlo. È sempre la pratica staliniana di cancellare le persone dalle fotografie. Akunin ha venduto 40 milioni di copie, fa parte della cultura popolare russa, fare finta che non esista è una cosa ridicola».
Eppure lei teme, citando Bachtin e la teoria della ripetizione, che le parole abbiano sempre meno capacità di incidere sulla realtà. E che se guardiamo alla fine di Vanzetti ucciso ingiustamente in una democrazia come quella americana e a quella di Danil Charms morto di fame in una dittatura russa, stentiamo a capire cosa sia peggio. Così come è difficile comprendere cosa sia davvero la libertà e se dipenda dal sistema di regole di uno Stato, o dalla nostra capacità di praticarla. Pensare questo, davanti alle ingiustizie, non rischia di vederci inermi? «Le sembro inerme io?».
No. «Quella cosa che dico nel libro viene da Cyrano de Bergerac: “Cosa dite? È inutile? Lo so. Ma non ci si batte nella speranza del successo. So bene che alla fine io sarò sconfitto; non importa. Io mi batto, io mi batto, io mi batto”».
Chi è Valerij Panjuškin? «Lo scrittore che mi ha aiutato a chiudere questo libro perché io, di questo amore per la Russia, sentivo la colpa. E lui mi ha detto: i suoi libri hanno fatto per me quel che Dante ha fatto per quel dannato del ventitreesimo canto che aveva le lacrime ghiacciate e lui gli ha messo una mano sugli occhi e gli ha dato sollievo. Mi ha detto: i suoi libri mi hanno permesso di piangere. È un anti Putin, uno che ha preso sette anni di carcere. E si sente in colpa».
Nel romanzo c’è un’immagine meravigliosa che è anche nel libretto d’opera “Anna A”. La pratica di Achmatova di far leggere le sue poesie alle amiche, e poi di bruciarle con un fiammifero. «È Fahrenheit 451, ma in questo caso non è un romanzo». (Tratto dalla intervista – “Amo la Russia e la sua letteratura sempre contro il potere” - di Annalisa Cruzzocrea allo scrittore Paolo Nori pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, sabato 20 di settembre 2025).
“LeggerePaoloNori”. “Vi racconto perché amo voi russi”, testo di Paolo Nori pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 7 di settembre dell’anno 2024: Buongiorno, grazie dell'invito, sono molto contento di essere qua a Mosca. Siamo qua a parlare di traduzione, e io ho tradotto diversi autori russi, Puskin, Gogol', Lermontov, Turgenev, Gon'arov, Leskov, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Chlebnikov, Bulgakov, Charms, i fratelli Strugackij e Venedikt Erofeev, del quale ho tradotto il romanzo Mosca-Petuèkij; che è stata, probabilmente, la più difficile traduzione che io abbia mai fatto. E, in Mosca-Petuèki, la parola probabilmente più difficile da tradurre è parola Pochmel'e, che indica la condizione in cui ci si trova il giorno dopo essersi ubriacati. Si potrebbe pensare che una traduzione corretta di Pochmel'e sia postumi, ma postumi, in russo si dice poslédstvija, e, se si va a vedere sul dizionario bilingue, postumi sono: i postumi di una polmonite e i postumi di una crisi di governo. Postumi è una parola paramedica, farmaceutica, o, al massimo, parlamentare, niente a che vedere con la vitalità di pochmel'e, e, oltretutto, da postumi non derivano dei verbi come il verbo che deriva da pochmel'e che è opochmelit'sja; cioè bere un po' per riprendersi dall'ubriacatura del giorno prima. Anche questa è una pratica antichissima, in Russia, attestata nel racconto La notte prima di Natale, di Nikolaj Gogol', del 1831, dove il protagonista lancia a un suo nemico questa maledizione: "Che tu, cane, non riesca a trovare, il mattino quando ti svegli, neanche un bicchierino di vodka!". Vale a dire: che tu non possa Opochmelit'sja. Opochmelit'sja, forse, è anche peggio di pochmel'e. Una volta, all'inizio degli anni Duemila, ero a San Pietroburgo, una donna che era seduta su una panchina si era alzata, si era diretta verso di me con una mano tesa e, quando era arrivata a incrociarmi mi aveva allungato la mano sotto il naso e mi aveva detto: "StòlYy opochmélit'sja". Che, tradotto, sarebbe così: "Mi darebbe per cortesia qualche rublo per comprare qualcosa da bere in modo che mi passi la fastidiosa sensazione di cui sono vittima oggi, dovuta al fatto che ieri ho bevuto un po' troppo?". Due parole: "Stòby opochme1it'sja". Intraducibile. E io l'ho tradotto. Il mestiere che facciamo noi, traduttori, è un mestiere impossibile, ma noi lo facciamo, e la letteratura, quand'è potente, come nel caso di Mosca-Petuski, è così potente che regge perfino le nostre misere traduzioni: tradurre Mosca-Petuski è impossibile, io l'ho tradotto, e i lettori italiani l'hanno perfino capito. C'è invece una cosa, che non sono sicuro di essere in grado di tradurre, e che ha a che fare con il motivo per cui sono qua. Io faccio, da qualche anno, una lettura nella quale racconto il mio rapporto con la Russia e con i russi, si intitola A cosa servono i russi. In questo testo dico, tra le altre cose, che a me piacciono due cose che fanno piangere: la letteratura russa e le partite del Parma; io sono nato a Parma e sono tifoso del Parma, e racconto che in marzo del 2022, una brutta annata per il Parma, ero allo stadio, perdevamo, la mia vicina di posto era arrabbiata, se l'è presa con gli arbitri, gli ha gridato "Da dove venite, dalla Russia? Siete dei delinquenti come loro!". Questa idea che i russi sono un po' tutti dei delinquenti dal febbraio del 2022 è abbastanza diffusa, in Occidente, e anche in Italia. Io so che non è così. E lo racconto. Quel che ho fatto, in Italia, in questi anni, è dire che essere un russo non è una colpa. Voi potreste pensare che non ce ne sia bisogno, invece io credo che ce ne sia bisogno, purtroppo. Quando leggo A cosa servono i russi, alla fine succede che dei russi che sono in Italia mi vengono a ringraziare. Una sera ero a Temi, mi si sono avvicinate delle signore russe e mi hanno detto le cose e dopo di loro è venuta una donna italiana, avrà avuto 35 anni e mi ha detto "guardi, io non so il russo, non conosco la letteratura russa, ma le cose che lei ha detto stasera mi sembra di capirle perché ho adottato un bambino russo, e le assicuro, in questi due anni, gli hanno fatto sentire il fatto di essere nato in Russia come una colpa, l'hanno fatto sentire in colpa anche lui, un bambino che non ha fatto niente". Venedikt Erofeev ha scritto: "Ci sono lingue nelle quali non esistono parole e espressioni offensive, e neanche indecenti. Per i malesi, per esempio, l'offesa e l'ingiuria più grande è: 'Non hai vergogna?"'. Credo che noi, in Italia, quando ci comportiamo così, dovremmo avere vergogna. Anch'io, che, devo dire, non mi comporto così ma, delle volte, mi comporto in modo opposto, Cioè oggi, per esempio, sono venuto qui da Bologna, dove vivo, via Istanbul, per parlare dieci minuti, sono arrivato ieri notte e riparto stanotte; se mi avessero invitato negli Stati Uniti a fare una cosa del genere, gli avrei detto "col culo, che vengo". Invece quando mi avete invitato voi ho detto "molto volentieri". Gli ultimi romanzi che ho scritto sono su Dostopskij e su Anna Achmatova, e li stanno traducendo in russo, però, siccome quello sull'Achmatova l'ho scritto nel 2022, quando era già cominciata la guerra in Ucraina, per pubblicarlo mi han chiesto il permesso di tagliare dei pezzi, di censurarlo, di cambiare delle parole, per esempio ogni volta che io scrivo "guerra" di poter tradurre "operazione speciale", e il capitolo intitolato "Guerra" di intitolarlo "Tempi difficili". Se mi avesse proposto una cosa del genere un editore, non so, inglese, io gli avrei risposto "nemmeno per idea". Invece me l'ha chiesto un editore russo, e io ho chiesto solo che il romanzo fosse preceduto da questa nota dell'autore: "Sono molto contento che il mio romanzo sia pubblicato in russo". Tuttavia, voglio che i lettori russi sappiano che la versione che troveranno qui non è identica all'originale. Ci sono delle cose che, secondo la legge russa, non possono essere pubblicate così come le ho scritte. Mi viene da chiedermi: perché vi dico sempre di sì? In Italia qualcuno pensa che a me piaccia il vostro governo, si sbagliano, il vostro governo non mi piace, non mi piace nemmeno il nostro, quello italiano, ma io non parlo dei governi, parlo di voi: a me piacete voi, cioè il popolo russo. Perché voi russi avete un modo di stare al mondo, un modo di aiutarvi tra di voi, un modo di dirvi quanto vi volete bene, una capacità di manifestare i vostri sentimenti, che noi, in Occidente, ce la sogniamo. Forse questa cosa che io vedo in voi è simile a quello che Dostoevskij, nel suo discorso su Puskin, chiama otzyvivòst; cioè la disponibilità a aiutare; ma Dostoevskij, se non ho capito male, parla della disponibilità dei russi di aiutare gli altri popoli (che, forse, non desiderano essere aiutati dai russi, non tutti, perlomeno), io intendo la disponibilità dei russi di aiutarsi tra loro, e dati i governi che si sono succeduti in Russia in questi ultimi secoli, ce n'è stato molto bisogno. Mi viene in mente la zia di Sergej Dovlatov, Margarita Dovlatova, che è stata correttrice di bozze, redattrice e poi segretaria editoriale, e ha lavorato con molti scrittori celebri, tra i quali Michail Zoscenko, e una volta, dopo che Zoscenko era stato escluso dall'unione degli scrittori e era finito in disgrazia, ha incontrato Zoscenko per strada, e Zoscenko ha fatto finta di non vederla, e la zia di Dovlatov l'ha seguito e gli ha chiesto: "Perché non mi avete salutato?". E lui ha sorriso e le ha detto: "Mi scusi. Aiuto gli amici a non salutarmi". Ecco, io sarò ingenuo ma questa è una frase che mi commuove. Ma forse non sono ingenuo sono solo innamorato: io sono innamorato della vostra arte straordinaria, della vostra lingua straordinaria, del vostro straordinario modo di stare al mondo, del vostro straordinario modo di fare fatica, insieme e, forse, è questo amore inspiegabile, incomprensibile per chi non è mai stato qua, in Russia, forse è questa, la cosa più difficile da tradurre in italiano. Grazie.
N.d.r. Il testo sopra riportato è tratto dal discorso di Paolo Nori tenuto a Mosca il 6 di settembre dell’anno 2024 al congresso internazionale dei traduttori di letteratura russa.

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