"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 25 giugno 2015

Oltrelenews. 49 “Habermas e Varoufakis”.



Da “Basta con le banche, il destino dell’Unione lo scelgano i popoli” di Jürgen Habermas, sul quotidiano la Repubblica del 23 di giugno 2015: (…). L’unione monetaria resterà instabile finché non sarà integrata da un’unione bancaria, economica e fiscale. In altri termini, se non vogliamo che la democrazia sia palesemente ridotta a puro elemento decorativo, dobbiamo arrivare ad un’unione politica. (…). L’esito elettorale greco è quello di una nazione la cui netta maggioranza insorge contro l’opprimente e avvilente miseria sociale imposta al paese dall’austerità. In quel voto non c’è nulla da interpretare: la popolazione rifiuta la prosecuzione di una politica di cui subisce il fallimento sulla propria pelle. Sorretto da questa legittimazione democratica, il governo greco sta tentando di ottenere un cambio di politica nell’Eurozona; ma a Bruxelles si scontra coi rappresentanti di altri 18 paesi che giustificano il loro rifiuto adducendo con freddezza il proprio mandato democratico. Il velo su questo deficit istituzionale non è ancora del tutto strappato. Le elezioni greche hanno gettato sabbia negli ingranaggi di Bruxelles, dato che in questo caso gli stessi cittadini hanno deciso su un’alternativa di politica europea subita dolorosamente sulla propria pelle. Altrove i rappresentanti dei governi prendono le decisioni in separata sede, a livelli tecnocratici, al riparo dell’opinione pubblica, tenuta a bada con inquietanti diversivi. Le trattative per la ricerca di un compromesso a Bruxelles sono in stallo, soprattutto perché da entrambi i lati si tende a incolpare gli interlocutori del mancato esito nei negoziati, piuttosto che imputarlo ai difetti strutturali delle istituzioni e delle procedure. Certo, nel caso di specie siamo di fronte all’attaccamento cieco ostinato a una politica di austerità giudicata negativamente dalla maggior parte degli studiosi a livello internazionale.

mercoledì 17 giugno 2015

Lamemoriadeigiornipassati. 14 “Tsunami silenzioso”.



Ora che lo “tsunami silenzioso” – inteso come gigantesca “ondata” di esseri umani che da una sponda all’altra dell’antico Mare tentano di ri-conquistare una speranza di vita nuova – si abbatte sulle nostre coste sollecitando nei nostri nativi gli atteggiamenti peggiori in fatto di rapporti umani, trovo necessario e giusto proporre un lavoro dello scrittore-giornalista Ettore Masina, ovvero una Sua “Lettera” – la numero 104, per come abitualmente le catalogava – che risale al mese di gennaio dell’anno 2005, lettera che è espunta delle notazioni personali, pur pregevolissime, e di altre parti, per renderne più spedita la lettura, e senza nulla togliere, lo spero, all’essenza di un messaggio Suo affinché “famiglie, scuole, comunità di fede, associazioni culturali ma anche legami d'amore o d'amicizia, reti di libera informazione, gruppi di solidarietà devono  diventare i luoghi di una speranza difficile ma testarda: la quale scopre nel suo cammino che la vita è bella quando si apre a essere dono”. Traggo quindi dalla “Lettera104” del gennaio 2005:

martedì 16 giugno 2015

Oltrelenews. 48 “Clima&Petrolio”.



Da “Effetto serra i giochi pericolosi degli apprendisti stregoni” di Federico Rampini, sul settimanale “Affari&Finanza” dell’8 di giugno 2015: Quaranta dollari per tonnellata: è la carbon tax che sarebbe necessaria per ridurre le emissioni di CO2 in misura tale da rallentare il cambiamento climatico. Ma nessuna grande nazione è disposta a varare una carbon tax di questa entità. Gli economisti spiegano che siamo in presenza di una classica situazione da free-rider, come si chiama chi sale in bus senza pagare il biglietto. Una carbon tax così elevata avrebbe forti costi sull’economia nazionale, ma i benefici andrebbero al resto del mondo. In un’ottica di interesse egoistico e di breve periodo, ciascuno calcola che conviene che siano altri a pagare. Questo spiega perché i progressi nella lotta alle emissioni carboniche siano insufficienti. La frustrazione spinge gli esperti a cercare un altro tipo di soluzione: la geo-ingegneria. Tecnologie che rallentino il cambiamento climatico senza passare attraverso la riduzione delle emissioni di CO2. Molti progetti sono stati esaminati in un rapporto della National Academy of Sciences, “Climate Intervention: Reflecting Sunlight to Cool Earth”. La maggior parte delle soluzioni di geo-ingegneria punta a riflettere la luce del sole, cioè a rinviarla al mittente per attenuarne l’effetto riscaldante. Si tratta di imbiancare la terra: le pareti dipinte di bianco garantiscono un ambiente più fresco perché il bianco riflette la luce, l’assorbe di meno dei colori scuri. Un altro paragone è quello con le eruzioni vulcaniche. Dopo il vulcano Pinatubo nelle Filippine (1991) ci fu un abbassamento di mezzo grado nella temperatura della terra. Il Pinatubo aveva proiettato nella stratosfera 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa, le cui particelle rispecchiano i raggi del sole e schermano la terra. I progetti di geo-ingegneria puntano a provocare l’equivalente artificiale delle eruzioni usando mezzi tipo cannoni o missili che lancino nella stratosfera particelle di zolfo. Il rapporto dell’Academy mette in guardia contro i rischi che corriamo giocando agli apprendisti stregoni. Le finte eruzioni vulcaniche affronterebbero solo un problema – la temperatura – ma lascerebbero intatti altri effetti dell’inquinamento come l’acidità degli oceani. Né siamo sicuri che i benefici delle eruzioni artificiali sarebbero equamente ripartiti su tutte le zone del mondo. Questo apre la possibilità che le geo-ingegneria sia usata per scopi bellici: manipolando il clima per colpire i propri nemici.