"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 10 settembre 2026

Cosedettecosì. 57 “Che sarà sarà…”.


“Prima parte”. “E dacci oggi la nostra paura quotidiana”: A come adrenalina. Sfogliare le notizie del giorno è una vera gara di sopravvivenza, inutile negarlo. La sensazione più diffusa è quella di vivere ormai nel terrore continuo, come rilevato dallo Youth Pulse 2026 che ha identificato la paura come il vero baricentro del nostro tempo. Non si fanno figli? Per paura. Non si investe? Per paura. E non per niente il New York Times ha riportato di recente dati impressionanti sull’aumento esponenziale nel consumo di ansiolitici. Tremo ergo sum? Sembra di sì. Proviamo allora a mettere un minimo di ordine al sabba dei mostri, con un catalogo alfabetico delle nostre paure da occidentali a bordo del Titanic. Incalzati come siamo da un sistema che ci vuole performanti e iper-reattivi al bombardamento di stimoli a cui siamo forzati, l’adrenalina è l’ambrosia del terzo millennio ma la prima delle paure sta proprio nell’esaurirne l’ampolla. Uno studio dell’Università di Padova ha pubblicato cifre e analisi sul terrore di non essere all’altezza in un rodeo mediatico dove tutto è sempre pubblico, e la trasparenza delle nostre vite diventa una perenne comparazione.

B come Baratro. Gli osservatori finanziari paventano da tempo lo scoppiare in Borsa di una bolla legata all’intelligenza artificiale. Si parla di un nuovo 1929, o di un crack Lehman. Nello stesso tempo, la locomotiva cinese sta rallentando come non mai, e gli ultimi dati del 2026 segnano una frenata senza precedenti. Insomma, stiamo camminando sul ciglio dell’abisso? E se fosse l’ossessione della crescita il nostro più grande incubo? Stiamo correndo come pazzi, da troppo tempo. E abbiamo il terrore di fermarci.

C come Coprifuoco.  Uno dei terrori collettivi non detti è la paralisi energetica. In India è già accaduto poche settimane fa: la crisi dei combustibili che determina chiusure anticipate dei locali e misure estreme per garantire l’attività di ospedali ed enti pubblici. Insomma, un nuovo lockdown senza pandemia, solo che stavolta il contatore delle utenze domestiche schizzerebbe alle stelle. In altre parole, che succede se l’accerchiamento dei rincari è un assedio e il semplice sopravvivere diventa una tassa?

D come Diluvio. Non esiste più la pioggia, ha lasciato il posto al diluvio di Noè. La furia degli elementi non è più un escamotage per sceneggiatori da film catastrofici in crisi di ispirazione, perché ogni telegiornale ci mostra fiumi assatanati e cicloni devastanti fuori latitudine. Ci sentiamo braccati da un nemico feroce che senza bandiera minaccia bombardamenti ogni volta che l’app del meteo segnala nuvola nera e fulmine. Sì, il fulmine di Zeus, contro il quale nessun mortale poteva niente. E infatti.

E come Escalation. Se Putin stanotte attaccasse la Moldavia? E se i carri armati russi invadessero la Finlandia o i Baltici? E se l’Iran prendesse di mira le basi americane disseminate nel nostro Stivale? Ormai viviamo in un grande upgrade ansiogeno collettivo: se un tempo avevamo paura della guerra, adesso la diamo per scontata, e in questa “ordinarietà militarizzata” a farci sudare freddo è la sua estensione. O meglio, il fuori controllo. Ovvero il trionfo del disordine globale tradotto in rissa planetaria.

F come Follia. Mentre luminari della salute mentale rilasciano interviste sulla lucidità del presidente americano, si rincorrono dappertutto dichiarazioni psicotiche di leader di ogni nazione, impegnati in una specie di torneo a chi rompa la barriera non del suono ma del senno. Fra torte di compleanno a forma di cappio, frecciate a Sua Santità e gli sghignazzi di Farage sul Tamigi, la pazzia sembra essere condizione imprescindibile per essere eletti, in un mare di risate. Ma come insegna Stephen King, la risata può essere un’arma raggelante.

G come Gasolio. Non mi stupirei se domani il distributore sotto casa sparasse il diesel verso quota 4 euro. Una specie di stasi forzata, accendere il cruscotto è il nuovo lusso, le autostrade riservate ai redditi a plurimi zeri. Ci eravamo abituati a percepire il mondo come un vicinato, perché in fondo questo era il lascito del ’900: l’azzeramento del concetto di distanza. Adesso facciamo i conti con l’opposto, perfino muoversi in automobile diventa un investimento. Dopo la Grande Dilatazione, benvenuti nella Grande Contrazione.

H come Hormuz.  Pochi mesi fa solo gli appassionati di geopolitica ne conoscevano l’esistenza, oggi determina economie e scelte familiari. Il minuscolo imbuto di Hormuz è diventato al tempo stesso il simbolo di un’incognita raggelante, perché dove sarà il prossimo crocevia detonatore di un ennesimo cataclisma? Fra un anno parleremo dello Stretto di Kara sulla Rotta Artica? O di Yonaguni davanti a Taiwan? È il non saperne ancora niente a farci paura. Che poi è semplice paura del buio.

I come Idiozia. Un diciottenne muore a Trani accoltellato per strada senza una ragione. Ed è solo l’ultimo di una lista sempre più nutrita di vittime dell’idiozia, cioè (da dizionario) di una conclamata assenza di senso, aggravata dalla noia e dalla totale incapacità di commisurare l’azione all’effetto. Tutto questo è una grave patologia sociale, che percepiamo intorno a noi come un’elettricità costante e rischiosissima. Basta niente, e puoi essere l’ennesimo agnello sacrificale sull’altare del caso. E poi a verbale sarà messo il solito «non pensavo di fargli male». Appunto.

L come Lupo solitario. Per secoli il lupo è stato l’emblema del nemico nelle fiabe, da Cappuccetto Rosso ai Tre Porcellini, a stento ci sono voluti i Fioretti di San Francesco per convertirlo a più sano corso. Eppure oggi è di nuovo un lupo a incarnare una delle nostre paure più profonde, quella del singolo soggetto fuori controllo, troppo piccolo per essere inquadrato prima che sfoderi un coltello o ingrani la marcia di un’utilitaria. E se è così, l’insidia può essere ovunque.

“Seconda parte”. “Vivere il presente tra schegge di paura”: M come Midterm. Fra due mesi si terranno le elezioni di midterm... E la paura è che possa accadere di tutto, compreso un nuovo assalto a Capitol Hill con orde di sciamani e giannizzeri del culto Maga. Oppure King Donald potrebbe vincere di nuovo e apporre il suo faccione sul monte Rushmore sferzando il colpo letale a ogni residuo di ordine mondiale. Ma in fondo Egli è il simbolo perfetto di questo nostro tempo, il Jolly ridente e al contempo il Joker sadico, mazziere e baro, piromane e pompiere. È il caos, e forse per questo non perde mai, neanche se sconfitto.

N come Nucleare. C’era una volta un tempo in cui si aveva paura di una nuova Chernobyl, cioè del tragico guasto tecnico dentro una centrale. Venne poi la fase Zaporizhzhia, ovvero l’incubo del razzo che colpisce la centrale. Ormai siamo nella fase Hiroshima2, quella in cui le centrali sono uscite dai radar e si è imposto il panico da vero e proprio attacco militare. Si parla di ombrelli antimissile (che non abbiamo), e di bunker (che non abbiamo). Insomma siamo indifesi, tipico nucleo del terrore infantile. Per giunta, una folta congrega di dittatori tamburella col dito intorno al pulsante rosso dell’Apocalisse. Save our souls.

O come Online. La Società internazionale di Psicoanalisi ha denunciato che sempre più spesso gli attacchi di panico nascono dall’assenza di linea nei device. Se non c’è campo, sono fuori gioco. Se non c’è campo sono isolato e condannato all’irrilevanza perché ormai io sono i miei post, io sono i miei like, io sono le mie stories, ed esisto in quanto attivo nella grande agorà che nel frattempo si è fatta arena. Un tempo si aveva paura di scoprirsi “appesi a un filo”, adesso quel filo è una linea, o meglio una tacca di segnale.

P come Polemica. In greco antico Pólemos era il demone della guerra. In un’epoca che non si scandalizza più del militarismo e della corsa al riarmo, non stupisce quindi che la polemica sia diventata ubiqua. Il sistema ci vuole combattenti, e guai a non prestarsi alla schermaglia. Ogni livello e ogni relazione sono pretesti per duelli immediati e sanguinari, dalla chat coi genitori alle assemblee condominiali, con la palestra quotidiana dei social in cui l’algoritmo premia chi inveisce. Peccato che l’effetto sia inevitabile: ci aspettiamo strali da ogni parte, e l’allerta è ovvia.

Q come Quanto. Che stiamo abusando del pianeta è un fatto oggettivo. Ne deprediamo le risorse, ne violentiamo la bellezza, ne sfruttiamo ogni singolo centimetro alla ricerca di ricavi, e dopo l’epopea del petrolio sta esplodendo la caccia alle Terre rare. Quanto potrà continuare, senza che l’ecosistema ci respinga come un parassita sgradito? A scrivere il the end sarà un virus preistorico ibernato nel permafrost e da noi scongelato in cerca di ittrio o di lantanio? È una seria paura, quella di essere già dentro il countdown.

R come Retromarcia. Il passo avanti, si sa, è l’antitesi della paura. Viceversa, tornare indietro è l’istintiva scelta di chi non se la sente. Ebbene, la retromarcia sembra regnare ovunque a partire da manifesti politici di nuove ultradestre nostrane che come nel Giuoco dell’Oca tornano indietro di decenni mettendo in discussione diritti faticosamente acquisiti. Conservatorismo retrogrado? Non solo. È l’evitamento fobico del futuro che porta a riversarsi nella nostalgia del remoto come un bisogno spasmodico di controllo. E nei sondaggi vola come non mai.

S come Sangue. Macron dichiara che l’Europa sarebbe pronta a difendere i suoi ideali «con il sangue». E dietro questa retorica da tardo Ottocento si nasconde una delle paure più radicate e rimosse: lo scorrere del sangue. Decenni di pace e di evoluzione scientifica ci avevano convinti che i nostri corpi fossero ormai sacri e inviolabili, tanto da moltiplicare le azioni legali contro i medici, ormai per principio colpevoli di non garantire l’immortalità del paziente. Sentir parlare oggi di sangue versato è quindi un assurdo anacronistico, e al tempo stesso una fonte di profondo terrore.

T come Time-Lapse. Noi siamo il nostro tempo, unica vera risorsa. Ma in ogni passaggio in cui la tecnologia evolve, è inevitabile che il rapporto con il tempo cambi traumaticamente. Oggi il tempo fra un ordine online e una consegna è sempre più concentrato, come il tempo fra l’enter e la stampa di un manufatto 3D. Siamo costretti a fare i conti con un tempo produttivo sempre più breve, sempre più ansiogeno, che non ammette tregua. È tutto velocizzato, un grande time-lapse. Tic Tac. E se ti fermi sei fuori.

U come Umanoide. Pochi giorni fa è diventata virale la sequenza di un robot completamente fuori controllo, che in Cina inveiva contro il nulla fino a esplodere. Lo stesso giorno, i notiziari riferivano che per la prima volta un’azione militare sul fronte ucraino era stata condotta e controllata dall’intelligenza artificiale. Sintesi: e se il prototipo cinese fosse stato utilizzato come stratega? Avremmo avuto una mattanza di civili? La marcia dei robot è sempre più assordante, e li celebriamo come una massa di neoschiavi. Avremo uno Spartaco versione 2000?

V come Violenza. Il ministro Ben Gvir mostra il patibolo in costruzione in un carcere israeliano, e festoso gioisce delle cabine da cui i parenti delle vittime potranno godere lo spettacolo della forca. Intanto l’Ice di Donald Trump furoreggia in migliaia di video con catene, spari e urla. Al Pilastro di Bologna, Fakir muore durante un’azione di polizia. Sembra un romanzo distopico, in cui il Day after prende la forma di una post-civiltà brutale e antidemocratica, senza che questo determini alcuno scandalo. Perché ormai abbiamo sdoganato la violenza come prassi, prima linguistica poi effettiva. E dove c’è violenza, c’è sempre paura.

Z come Zombie. In fondo mancano solo loro. In pochi anni abbiamo collezionato ogni soggetto da horror e thriller movie, abbiamo tradotto in cronaca una pandemia che ha svuotato le metropoli, una guerra fra superpotenze con arsenali atomici e perfino i furori di un clima inferocito. Per chiudere il cerchio mancano sì i morti viventi. E lo sbarco degli alieni. Ma forse quello c’è già stato, solo che gli Ufo se ne sono subito andati dalla Terra: gli ha fatto troppa paura.

N.d.r. I testi sopra riportati sono a firma di Stefano Massini e sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica” nei giorni di lunedì 7 e martedì 8 di settembre 2026.  

 

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