Sopra. "Ulisse e il suo cane", di John Flaxman - Londra, 1805 -.
Grecechurch Street, 6 Settembre.
Mia cara nipote, Ho appena ricevuto la tua lettera e dedicherò l'intera mattinata a risponderti, perché prevedo che una breve risposta non sarebbe sufficiente. [...]. Tuo zio è rimasto sorpreso quanto me; e nessuna cosa, all'infuori della certezza che tu eri parte interessata, lo avrebbe autorizzato ad agire come ha agito. Ma se è vero che tu non sai proprio nulla di nulla, sarò più esplicita. Lo stesso giorno del nostro ritorno da Longbourn, tuo zio ricevette una visita inaspettatissima. Era il signor Darcy; stettero a parlare insieme più ore. Avevano terminato tutto quando entrai io, per cui la mia curiosità non fu messa a quella tortura a cui sembra essere stata messa la tua. Il signor Darcy era venuto a comunicare a tuo zio d'aver scoperto dove erano tua sorella e il signor Wickman; li aveva veduti e ci aveva parlato [...]. Ma basta così. I bambini stanno chiamandomi da mezz'ora. La tua affezionatissima M. Gardiner (Tratto da “Orgoglio e pregiudizio” – 1813 – di Jane Austen).
L'Odissea torna a visitare l'immaginario collettivo grazie ad un film: il che, comunque si giudichi quest'ultimo, è una bella cosa. Ancora migliore è il fatto, per nulla ovvio visti i tempi, che l'operazione non si risolva nell'ennesima celebrazione dell'identità occidentale, ma anzi ne sottoponga a radicale critica uno dei capisaldi, oggi tornato terribilmente attuale: l'amore per la guerra. Così riprendiamoci una delle traduzioni figurative del poema. Una delle più lineari, in tutti i sensi: quella neoclassica dell'inglese John Flaxman, che conobbe, ai suoi tempi e poi per un lungo tratto di storia, uno straordinario successo anche popolare. Ecco la tavola dedicata allo struggente passo del libro XVII, quello in cui il vecchio cane Argo riconosce Ulisse, «benché tra que' cenci», come traduceva Pindemonte. L'eroe si commuove, e deve nascondere (ai proci ma forse anche a sé stesso) una lacrima. Da parte sua, Argo ricorda i giorni in cui, cucciolo, era stato allevato dal re ora finalmente tornato: e così, in un estremo atto d'amore per il suo padrone mai dimenticato, si chiude il cerchio della sua vita. Argo muore: e qui a dover nascondere le lacrime sono, da sempre, i lettori dell'Odissea, anche i più coriacei. È il momento scelto da Flaxman, che immagina Ulisse in piedi di fronte ad Argo ormai senza vita, come un Edipo di fronte alla sfinge: sprofondato nella meditazione sulla condizione umana, e sulle conseguenze dell'amore. Una scena che mi ha sempre fatto venire in mente il Nunc dimittis del profeta Simeone, che chiede di morire dopo aver visto il Signore, o il celebre congedo di san Paolo, lieto di aver conservato fino in fondo la sua fede. La sua fiducia nel ritorno del Signore: proprio come Argo con il suo signore. Tutto questo non sembri blasfemo: chiunque abbia la fortuna di avere un cane (o meglio di essere avuto da un cane) saprà che quell'amore sconfinato, muto, gratuito, totale e paziente ha un sapore più che umano, divino. Quasi che questo antichissimo sodalizio con l'uomo serva a farci sperimentare un amore di cui non siamo capaci se non nei nostri desideri: anzi nella nostra nostalgia di qualcosa che deve esistere, anche non riusciamo a trovarla nel mondo, o in noi. Proprio come l'attesa di Argo: che non è la fedeltà di uno schiavo, ma l'amore grande di una piccola persona (per usare la meravigliosa definizione di Ortese) per una persona grande che forse, chissà, di un amore così grande non sarebbe stato capace. (Tratto da “La riscoperta dell’Odissea e l’amore di Argo” di Tomaso Montanari, pubblicato sul settimanale “”il Venerdì di Repubblica” del 21 di agosto 2026).
“L’epopea è il matrimonio”, testo di Daniela Missaglia – autrice di testi sul diritto di famiglia -pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” di ieri, sabato 5 di settembre -: (…). …l'Odissea, a ben vedere, è il racconto di ciò che il tempo fa agli esseri umani e, soprattutto, a quell'impresa infinitamente più difficile che chiamiamo matrimonio. Lo penso ogni volta che, nel mio studio, ascolto un marito o una moglie pronunciare quella frase che, dopo tanti anni di professione, ho imparato a riconoscere come il vero certificato di una crisi: "Non siamo più quelli di una volta". È una frase detta con amarezza, quasi sempre con nostalgia, come se il cambiamento fosse una colpa e la felicità consistesse nel riuscire a conservare intatta la persona che avevamo sposato. E invece mi viene sempre da rispondere, anche se spesso lo faccio solo dentro di me: come avreste potuto esserlo? Davvero pensiamo che sia possibile attraversare una vita, mettere al mondo figli, perdere i genitori, costruire un lavoro, affrontare malattie, delusioni, paure, tradimenti, successi e fallimenti senza che tutto questo lasci un'impronta sul nostro modo di amare? Ecco perché continuo a pensare che Omero abbia scritto il più grande romanzo sul matrimonio mai esistito, pur senza aver mai pronunciato quella parola. Perché Ulisse, in fondo, non combatte soltanto contro Polifemo o contro le Sirene, ma contro il tempo, che è il solo nemico davanti al quale nessuno può dichiararsi vincitore. Le tempeste che attraversa sono, certo, spettacolari, ma non sono molto diverse da quelle che ogni giorno attraversano uomini e donne qualsiasi. Cambiano gli scenari, non la sostanza. Noi non verremo trattenuti da una ninfa immortale su un'isola incantata, ma possiamo rimanere prigionieri del lavoro, dell'ambizione, dell'ego, di una passione improvvisa che ci convince di meritare una vita diversa. Le nostre Sirene non cantano dagli scogli, ma vibrano dentro uno smartphone, arrivano con un messaggio apparentemente innocuo, da qualcuno che ci fa sentire nuovamente desiderati proprio quando, dentro casa, abbiamo smesso perfino di parlarci. Il nostro Ciclope non è un gigante con un occhio solo, ma quell'orgoglio ottuso che ci impedisce di pronunciare la parola più difficile del vocabolario di una coppia: "scusa". Ed è qui, permettetemi, che il poema diventa straordinariamente moderno. Perché nell' Odissea il mare non è altro che la vita stessa. Ci sono giorni in cui sembra assecondarti, altri in cui ti costringe a cambiare rotta, altri ancora in cui ti fa credere di essere perduto mentre, in realtà, ti sta semplicemente portando altrove. È esattamente quello che accade ai matrimoni. Noi li immaginiamo come fotografie immobili nella perfezione del giorno delle nozze: in realtà sono navigazioni continue, e pretendere che due persone restino identiche a sé stesse significa non avere mai osservato il mare abbastanza a lungo. Forse è proprio questo l'errore che vedo più spesso nelle aule di giustizia: le persone arrivano convinte che la loro storia sia finita per un tradimento, per una bugia, per una scelta sbagliata. Quasi mai è così. Quelli sono gli ultimi capitoli di un libro che aveva cominciato a cambiare trama molto tempo prima. La verità è che ci si perde lentamente, senza accorgersene, perché si continua a condividere la casa ma non più il viaggio; ci si occupa dei figli, delle bollette, delle vacanze, delle scadenze, ma ci si dimentica di raccontarsi chi si sta diventando. E quando finalmente ci si guarda negli occhi, il volto dell'altro appare estraneo non perché sia cambiato all'improvviso, ma perché noi abbiamo smesso, da tempo, di accompagnarlo nel suo cambiamento.

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