“CronachettedellEstate”. “Stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, giovedì 3 di settembre 2026: Sull’ Himalaya il distacco di un enorme ghiacciaio ha provocato un’alluvione gigantesca, risultato, provvisorio, più di 900 morti e 4000 dispersi. Agli inizi di agosto un terremoto nella lontana Colombia (lontana rispetto all’Himalaya) ha causato 224 morti. In Algeria numerosi incendi hanno provocato una nube di polvere che, sommata a quella sahariana, ha avvolto l’intero Paese magrebino. A Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Cremona ci sono state grandinate mai registrate, in egual misura, in quell’area. In contemporanea, in apparente contrasto, alla foce del Po le acque sono scese di parecchi centimetri, provocando gravi danni all’agricoltura. Dirà il lettore: disastri e tragedie del genere ci sono sempre stati nella storia dell’uomo. Vero, ma non in tempi così ravvicinati e a partire dalle localizzazioni più diverse. C’è quindi qualcosa che unisce questi fenomeni estremi. Si chiama Co2, cioè anidride carbonica, che, a causa della progressiva industrializzazione del pianeta, immettiamo nell’atmosfera in quantità sempre maggiori. La mia impressione è che la Terra stia cercando di liberarsi di quell’inquietante inquilino che è l’uomo. Siamo diventati troppo ingombranti Ogni uomo, preso singolarmente, non occupa solo lo spazio su cui si trova, ma a causa della Tecnologia è come un enorme ragno che al centro della sua tela lavora incessantemente per allargarla. Insomma è troppo grosso e pesante perché la Terra possa reggerlo. Farà la fine dei dinosauri che non stati spazzati via dalle glaciazioni, come usualmente si dice, ma, presi in gruppo, costituivano un peso che la terra non poteva sostenere.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 4 settembre 2026
Cosedettecosì. 55 Massimo Giannini: «Caro Ignazio».
Ho deciso di dedicare questa rubrica a La Russa. È il presidente
del Senato, e non lo si può non rispettare, tanto più che tiene il busto di
Mussolini nel salotto di casa, ha sempre partecipato ai simpatici ritrovi di
Forza Nuova e poche settimane fa ha commemorato il padre del Fratello d'Italia
Galeazzo Bignami, chiamandolo "camerata Marcello". Questo giusto per
dire che sincero democratico è la seconda carica dello Stato. Oggi mi rivolgo a
lui per comunicargli che ho seguito il suo consiglio. Ho voluto subito prendere
confidenza con quello che lui stesso ha definito un "clima caraibico al
quale tutti dobbiamo abituarci" (perché così hanno deciso Trump e tutte le
allegre destre europee nemiche del Green Dea!). E così, senza allungarmi alle
Bahamas, ho fatto una vacanza in un angolo esotico più vicino: la Svizzera. E
con soddisfazione, presidente Ignazio Benito Maria, la informo che il ridente
Paese dei quattro cantoni già viaggia verso standard climatici haitiani, come
piacciono a lei. Certo, il Caribe elvetico ha appena avuto un piccolo
inconveniente. Nel cuore delle Alpi Bernesi, a 1.500 metri di altitudine, è
scomparso un intero paese, Blatten, travolto dalla frana del Kleines Nesthorn,
un gigante di 3.342 metri che si è letteralmente frantumato. Ma la valanga è
stata modesta, appena 9 milioni di metri cubi di roccia, ghiaccio e fango, è
scivolata alla trascurabile velocità di 200 chilometri orari, rovinando per
1.200 metri con molta calma, in 40 lunghissimi secondi. È vero, la chiesa e le
113 case di Blatten sono scomparse sotto una coltre di detriti alta appena 30
metri, ma che volete che sia. Ora pare in pericolo anche la valle del Lago Oeschinen,
dove tuttavia mi sono appena immerso tra coralli variopinti, pesci imperatore,
murene e barracuda. C'è chi ora drammatizza, sostenendo che poteva finire in
tragedia come a Longarone, ma i bagnini svizzeri sono stati più bravi, avevano
fatto evacuare per tempo gli abitanti. Nel frattempo, illustre La Russa, pare
che l'intero arco alpino europeo sia a rischio sbriciolamento: a quanto pare,
nelle nostre meravigliose montagne caraibiche si sta sciogliendo il permafrost,
cioè quel substrato che sotto la crosta terrestre rimane per almeno due anni
consecutivi a una temperatura di zero o sottozero. Negli ultimi dieci anni, a
una profondità di dieci metri, si è riscaldato di 0,8 gradi, e questo calore
rende instabile qualunque terreno. Ma io non mi fido dei soliti scienziati
catastrofisti, secondo cui il fenomeno interesserebbe ormai anche l'Artico.
Sulla rivista Das Magazin quel menagramo di Wilfried Haeberli, docente all'università
di Zurigo, dice che sulle Alpi tra il 1900 e il 1980 ci furono 5 frane enormi
di massa rocciosa, tra il 1980 e il 2000 se ne sono verificate 4, dal 2000 ad
oggi ne abbiamo avute già 8 e, se la tendenza continua, di qui al 2036 avremo
un crollo ogni anno. Sostiene che questo è l'effetto del riscaldamento climatico.
Ma voi fregatevene, Feldmarschal La Russa, e continuate a negarlo gioiosamente.
Ora mi scusi, la devo lasciare: vado con gli amici a fare snorkeling sull'Eiger.
(Tratto da “Caro Ignazio” di Massimo Giannini, pubblicato sul
settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 29 di agosto 2026).
Mi trovavo, qualche decina di anni
fa, in Guinea-Bissau al seguito di un missionario, padre Fumagalli, un bravo
saveriano animato dalle migliori intenzioni. Padre Fumagalli si occupava della
tribù della zona, i Felupe e si disperava perché i Felupe non volevano adottare
la sua falciatrice meccanica che avrebbe fatto in poche ore ciò che una
famiglia Felupe fa in una settimana. Ci sono ragioni profonde nel motivo di
questo rifiuto. Sono le stesse per cui nel Medioevo i contadini si opposero a
lungo alla falce in favore del meno efficiente falcetto. La falce taglia raso
terra, il falcetto un po’ più in alto per cui rimangono le stoppie, cioè ‘il
cibo dei poveri’, essenziale nei delicati equilibri non solo dell’agricoltura
medievale, ma di tutto il mondo medievale. Ma non è di questo che intendiamo
occuparci specificamente qui, per un discorso più generale rimando al mio libro
“La ragione aveva torto?”, del 1985. Ritorniamo ai Felupe e a Padre Fumagalli.
Poiché Fumagalli continuava a insistere, il capo tribù dei Felupe gli chiarì le
ragioni del loro rifiuto. Spiegò: “Per noi la vita procede bene quando le forze
della natura rimangono in equilibrio. La tua macchina rompe questo equilibrio”.
Noi moderni, dalla Rivoluzione industriale in poi, dall’Illuminismo, abbiamo
fatto di tutto per rompere questo equilibrio. In uno dei suoi racconti Dino
Buzzati immagina che sia abolita la poesia. Siamo alla metà degli anni Cinquanta,
così si esprime Guzzati: “Produrre, costruire, spingere sempre più in su le
curve dei diagrammi, potenziare industrie, commerci, sviluppare le indagini
scientifiche rivolte all’incremento dell'efficienza nazionale, convogliare
sempre maggiori energie nella progressiva espansione dei traffici. Tecnica,
calcolo, concretezza merceologica, tonnellate, metri, mercuriali, valori del
mercato. La produttività, ecco la sola cosa che veramente conti e davvero non
si riesce a concepire come per millenni l’umanità abbia ignorato questa verità
fondamentale”. La Produttività, insieme alla Tecnologia e all’Economia, è uno
dei miti fondanti, delle basi direi, del mondo attuale. Siamo arrivati al
paradosso: non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre.
Un paradosso di cui si era reso conto persino Adam Smith (La ricchezza delle
nazioni, 1776) che pur è uno degli anticipatori e dei fautori, concettualmente,
del sistema in cui oggi viviamo. Ma poiché tutte le cose, anche ammesso abbiano
un fine, hanno necessariamente una fine, questo sistema collasserà su sé stesso
il giorno in cui non potremo più produrre, nemmeno rapinando all’Africa nera le
poche risorse che, dopo decenni di colonizzazioni, le sono rimaste. E non
saranno i vari “piani Mattei”, di meloniana memoria, adottati anche da molti
stati europei, a ridargliele. Non solo perché sono ulteriori piani di rapina,
mascherati come al solito da ipocrite buone intenzioni, ma perché anche ammesso
che un’attività del genere abbia un fine, ogni fenomeno, a partire dalla vita
concreta dell’uomo, ha una fine, che nel suo caso è la morte. Certamente c’è
chi crede esista una “vita oltre la vita”, si tratta di un atto di fede di cui
non è il caso ci si occupi qui. Auguri. Verrà il giorno in cui il sistema
collasserà su se stesso perché le crescite esponenziali sui cui si basa
esistono in matematica (a un numero puoi sempre aggiungerne un altro), ma non
in natura. Insomma, per dirla in soldoni, stiamo tagliando il ramo dell’albero
su cui siamo seduti. Potrei ridere a crepapelle se su quel ramo non fossi
seduto anch’io.
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