"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 29 luglio 2014

Doveravatetutti. 13 “Caro Presidente, è il momento di aprire gli occhi”.



Questo è un post inconsueto per questa rubrichetta senza pretese. “Doveravatetutti”? La domanda per l’appunto, che stava bene se fatta al passato, poiché chiedeva conto, in quel tempo andato, un passato prossimo ancora vivo in milioni di cittadini del bel paese, chiedeva conto a quella larghissima parte della pubblica opinione, dell’indifferenza e della colpevole assenza verso i tentativi del sig. B. di sovvertire un ordine costituto a tutto beneficio della sua parte. È che quando essa è nata, la rubrichetta senza pretese intendo dire – il 14 di settembre dell’anno 2011 –, la sua ragione d’essere stava tutta nella ventennale, continua e senza cedimenti opposizione, da parte di una fetta consistente della cosiddetta “società civile” – società della quale mi sento di far parte -, verso quel tentativo di snaturare il convivere politico e sociale del Paese. Oggi questa rubrichetta senza pretese non parlerà – come sempre - al passato ma guardando al futuro di tutti noi. Lo spunto mi è dato dalla lettera aperta, riportata su “il Fatto Quotidiano” di oggi 29 di luglio - “Caro Presidente, è il momento di aprire gli occhi” -, che Sandra Bonsanti ha indirizzato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Scrive infatti Sandra Bonsanti in un passo - che anticipo - della lettera: Un giorno i tuoi e i miei nipoti si chiederanno: ma voi da che parte eravate? Con chi stavate? Col partito unico renziano o con i dissidenti che chiedevano spazio e ascolto? Ecco il punto: un “doveravatetutti” che tutt’oggi non è ancora Storia. Poiché la fonte chiara e limpida di quella che un tempo si definiva come la “sinistra”, ovvero la “Dialettica” intelligente e pacata, si è inaridita come per sempre. Mi ha scritto un incauto, spericolato, “di parte” nonostante tutto, navigatore della rete approdato su questo blog dopo la mia decisione di sottoscrivere l’appello de’ “il Fatto Quotidiano” a tutela della Costituzione – nel tipico idioma della terra dei Bruzi -: “Aldù, cchi c.......cunti! Scusami la volgarità, ma quando cce vo cce vo!” (l’ortografia è tutta dell’autore n.d.r.). Ha scritto Sandra Bonsanti…

lunedì 28 luglio 2014

Cronachebarbare. 30 “Lo spettro della «democrazia dispotica» tra di noi”.



Proviamo a dipanar la matassa. Ché, per il dizionario Sabatini-Coletti, sta per “avvolgere in gomitolo il filo dalla matassa”, onde averne un capo che inizio ha, ma anche “risolvere una questione complicata”.  Non è detto che si riesca. E la “questione complicata” è la politica del bel paese. Sono passati venti anni dalla infausta “discesa in campo”. Sappiamo oramai quanto siano costati quei venti anni di politica gridata, di annunci senza realizzazioni, di insulti a chi esprimesse opinioni diverse, ma bastava pure, non esprimendo opinioni contrarie, essere individuati come appartenenti all’altro campo. È pur vero che dalla parte avversa si registravano timide obiezioni, un sommesso tintinnar di spade di cartone, un rullare di tamburi muti. A quell’atteggiamento che sembrava rinunciatario allora oggigiorno vien proprio da attribuire un significato ben diverso. Poiché chi sta ora a condurre la cosa pubblica riproduce e rivitalizza quegli atteggiamenti fintamente osteggiati. È qui che dipanar la matassa riesce difficile assai. Poiché nel campo che ha prima rappresentato la cosiddetta opposizione si mettono oggi in atto gli stessi strumenti e gli stessi comportamenti che prima, fintamente, si detestavano. Ha scritto Marco Travaglio – “Il guappo di cartone” – su “il Fatto quotidiano” di ieri 27 di luglio, ricordando amorevolmente il Suo indimenticato maestro Indro Monanelli a tredici anni dalla scomparsa: Berlusconi gli stava simpatico. Ma ciò che subito lo allarmò, non appena nell’estate ‘93 quello gli preannunciò la sua “discesa in campo”, fu la miscela esplosiva che sarebbe nata fra i tratti caratteriali del suo ex editore e la voglia di padrone che alberga nella pancia di una certa Italia. Quella che aveva fatto dire a un altro rabdomante, Mussolini: “Come si fa a non diventare padroni in un paese di servi?”. Fra il Duce e il Cavaliere ci fu un altro politico italiano che provò a diventare padrone, e per un po’ ci riuscì: Craxi. Nel 1983, quando andò al governo, Montanelli sul Giornale lo salutò così: “Come uomo di partito, Craxi ha certamente grossi numeri. Come uomo di Stato, è tutto da scoprire… È arrogante, un po’ guappesco e sembra avere del potere un concetto alquanto padronale… Craxi ha una spiccata – e funesta – propensione a considerare nemici tutti coloro che non si rassegnano a fargli da servitori. Sono pochi, intendiamoci, i politici immuni da questo vizio. Ma alcuni sanno almeno mascherarlo. Craxi è di quelli che l’ostentano sino a esporsi all’accusa di ‘culto della personalità’… che potrebbe procurargli guai seri. Non perché a noi italiani certi atteggiamenti dispiacciano, anzi. Ma perché in fatto di guappi siamo diventati, dopo Mussolini, molto più esigenti: quelli di cartone li annusiamo subito”. E così fu: alla protervia di Craxi, che eccitava gl’intellettuali, gli italiani preferivano il grigio e molliccio understatement dei democristiani, che sapevano gestire il potere senza quasi farsene accorgere. Soltanto B., grazie al fascino del denaro, del successo e delle tv, riuscì a far digerire per vent’anni il suo guappismo molesto. Chissà cosa direbbe Montanelli oggi del suo quasi concittadino Renzi, rara avis di democristiano che posa un po’ da Craxi e un po’ da B. Certo, il ritratto di Bettino gli calza a pennello. Tranne forse la profezia finale: a giudicare dalle Europee, si direbbe che ne vogliamo un altro, di guappo di cartone. Renzi ne è convinto e ci marcia. Ma esagera.

sabato 26 luglio 2014

Storiedallitalia. 60 “Ma Renzi crede davvero in qualcosa?”.



Ha scritto Ferruccio Sansa su “il Fatto Quotidiano” del 21 di luglio ultimo – “Ma Renzi crede davvero in qualcosa?” -: (…). …il problema di fondo non sono queste riforme dissennate, studiate nel weekend da ministri senza esperienza, portate avanti a colpi di ultimatum con il sostegno di un “leader” pregiudicato. Il punto è che Renzi non ci crede. Non ha una spinta profonda. Ideale, si diceva una volta. Ormai sembrano essersene convinti in molti. Dopo il cinismo di craxiani e dalemiani, dopo Berlusconi che governava per difendere se stesso e i propri affari, ora tocca a Renzi con quella sua strabordante e nemmeno celata ambizione. Anzi, è un tratto apprezzato del suo carattere così spiccio. Con quella brutalità di sostanza che scambiamo per decisionismo. Addirittura per schiettezza. Forse, però, meriterebbe porsi qualche domanda che vada oltre Renzi (…). …quale deve essere, in chi si propone di governare, il confine sottile tra affermazione di sé e dei propri ideali? Infine: alla leadership è per forza connaturato un fondo di imposizione di sé? Tornano in mente le frasi di John Kennedy: “Non chiederti quello che il tuo Paese può fare per te, ma ciò che tu puoi fare per il tuo Paese”. (…). Impossibile entrare nel cuore di un uomo, capire in che misura l’Io sia un mezzo per realizzare gli ideali o se non avvenga il contrario. Il potere inquina. Anche chi ha le migliori intenzioni. Soprattutto oggi, che i mezzi di comunicazione distorcono la percezione della realtà, dilatano la personalità. C’è perfino il rischio che ad allontanare dalla politica, dal necessario esercizio del potere, siano caratteristiche apprezzabili, indispensabili dell’individuo: il senso della misura, il rispetto delle idee altrui, la mitezza (quella forza paziente di cui parlava Norberto Bobbio), l’umiltà. Ecco allora emergere chi pare meno provvisto di questi “limiti”. Ma non sarà colpa anche nostra, che deleghiamo la selezione ad altri e non ci sforziamo di individuare, di stanare, le persone migliori? Non è vero che dopo Renzi c’è il diluvio: (…). Dopo il premier ci sono sessanta milioni di italiani. E molti uomini straordinari.