(…). La crescita non è una scelta
ma una condizione obbligata per la sopravvivenza del sistema capitalistico:
venuta meno questa condizione, la sua rapida ripresa è diventata un’invocazione
corale. Ma esistono dei forti dubbi che la crescita possa rappresentare l’unica
soluzione dei nostri problemi in quanto un’espansione quantitativa senza limiti
così come l’abbiamo conosciuta dalla rivoluzione industriale non appare
sostenibile. Così scrivono Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini sul
quotidiano la Repubblica del 9 di novembre – “Se la crescita non basta più” -. Debbo questo post a M.B., negli
occhi della quale ho visto, nell’ultimo nostro fuggevole incontro, lo sgomento
e la paura. Lo sgomento suo che penso sia comune a tutti gli operatori
economici e commerciali in questo periodo di difficilissima navigazione
all’interno della “grande crisi”. È la prima volta che mi viene di aggettivarla,
la crisi intendo dire. Dicevo della paura che ho visto negli occhi della carissima
amica di una vita; la paura di un passo indietro che riporti una grossa fetta
della società alle soglie della povertà. Donde quella paura vista in quello
sguardo suo mi spinge a parlare di “grande crisi”, per l’appunto. E
dalle parole sue disperate e come senza speranza alcuna ho potuto cogliere anche
una punta di astio verso tutti coloro che, al pari dei due estensori della
nota, auspicano che l’uscita della crisi sia diversa nelle quantità economiche
ma anche e soprattutto nelle percezioni e nei nuovi atteggiamenti che i
consumatori in quanto tali dovranno necessariamente fare propri. Urgono nuovi
atteggiamenti e nuovi comportamenti, più responsabili e più consapevoli.
Continuano a scrivere Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini: Ricordiamo
che prima dell’attuale crisi l’economia mondiale si sviluppava a un tasso medio
che, se estrapolato fino al 2050, l’avrebbe moltiplicata per 15 volte; se
prolungato fino alla fine del secolo, di 40 volte. E sappiamo che la crescita
comporta un incremento della popolazione, che oggi è pari a circa 6,5 miliardi
di persone e nel 2050 dovrebbe toccare i 9 miliardi. Riproponiamo dunque la
domanda: è concepibile un’economia capace di una crescita continua? Per noi la
risposta è senza alcun dubbio negativa perché la crescita sta determinando
un’imponente distruzione di risorse naturali. Ne deriva che il rilancio della
crescita può rappresentare una fase, non uno stato permanente dell’economia, e
che agli economisti toccherebbe il compito di rispondere alla domanda: esistono
altre forme di economia che possano fare a meno della crescita senza farci
ricadere nella povertà? È possibile “una prosperità senza crescita” (…)? Da
tempo economisti e scienziati si sono impegnati nel compito di immaginare quali
dovrebbero essere le linee portanti di un nuovo modello di sviluppo
dell’economia in senso ecologico e, soprattutto, di un nuovo modello
ideologico. Crediamo che sia giunto il momento di passare dall’economia della
competizione a una nuova economia della cooperazione: la competizione sempre
più spinta ha prodotto un’età della crescita che è oramai degenerata in un’età
della distruzione. Nuove forme di cooperazione potrebbero, invece, condurci
verso un’età di rinnovato benessere. (…). Ciò significa passare dalla quantità
alla qualità, da un concetto di “maggiore” a uno di “migliore”, dall’espansione
illimitata all’equilibrio dinamico. (…). Un processo di riconversione ecologica
dell’economia richiede nuovi indicatori e nuovi strumenti di misura delle
performance economiche, sociali e ambientali. Occorre superare il Pil che
rappresenta il valore monetario dei beni e servizi scambiati sul mercato. Il
prodotto interno lordo si è rivelato molto utile nel misurare la crescita
quantitativa, ma ha via via perso di efficacia nelle economie postindustriali
dove è cresciuto il peso dei servizi immateriali e delle attività di carattere
sociale, dove la qualità del prodotto e la produzione di nuovi prodotti hanno
assunto maggiore importanza e dove le tematiche relative all’ambiente sono
diventate sempre più centrali nelle scelte di vita di un gran numero di
persone. Inoltre, il Pil ignora completamente il fatto che la crescita
dell’economia è strettamente associata con il consumo delle risorse che quindi
tendono ad esaurirsi. Non solo i combustibili fossili, ma anche le foreste, il
suolo coltivabile, i metalli ed altre materie prime. Infine, il Pil non
conteggia la produzione di rifiuti, l’inquinamento, le emissioni di anidride
carbonica, la disponibilità di acqua dolce, il livello di istruzione. Se tutto
ciò venisse incluso nella stima del Pil constateremmo che le nostre società non
si stanno più arricchendo ma si sono incamminate lungo un percorso di
impoverimento sociale, economico e ambientale. Per uscire dalla crisi, dunque
non basta semplicemente rilanciare la crescita, ma è necessario concepire un
nuovo modello di sviluppo ecologico e cooperativo ed elaborare nuovi indicatori
che siano in grado di misurare realmente la ricchezza prodotta e le risorse
consumate a livello globale. Spero che M.B., abituale ed attenta
lettrice delle cose che vado proponendo su questo blog, legga con attenzione le
sagge parole dei due illustri Autori e voglia ammainare la sua animosità verso
tutti coloro, me compreso, che sono dell’idea di uno sviluppo, di una crescita che
siano diversi e più adeguati e rispettosi dell’equilibrio dinamico della
troposfera. Senza una consapevolezza nuova grandi disastri ci attendono che
supererano di gran lunga, per gli effetti che essi dispiegheranno, i disastri economici
e finanziari prodotti dalla “grande crisi” che stiamo
vivendo. Ha scritto il filosofo francese
Serge Latouche – la Repubblica del 14 di settembre 2012 – in un Suo editoriale
che ha per titolo “Facciamo economia”:
Viviamo
in una società della crescita. Cioè in una società dominata da un'economia che
tende a lasciarsi assorbire dalla crescita fine a se stessa, obiettivo
primordiale, se non unico, della vita. Proprio per questo la società del
consumo è l'esito scontato di un mondo fondato su una tripla assenza di limite:
nella produzione e dunque nel prelievo delle risorse rinnovabili e non
rinnovabili, nella creazione di bisogni - e dunque di prodotti superflui e
rifiuti - e nell'emissione di scorie e
inquinamento (dell'aria, della terra e dell'acqua). Il cuore antropologico
della società della crescita diventa allora la dipendenza dei suoi membri dal
consumo. (…). Per usare una metafora siamo diventati dei
"tossicodipendenti" della crescita. (…). Un meccanismo che tende a
produrre infelicità perché si basa sulla continua creazione di desiderio. Ma il
desiderio, a differenza dei bisogni, non conosce sazietà. Poiché si rivolge ad
un oggetto perduto ed introvabile, dicono gli psicoanalisti. (...). …la
ridefinizione della felicità come "abbondanza frugale in una società
solidale" corrisponde alla forza di rottura del progetto della decrescita.
Essa suppone di uscire dal circolo infernale della creazione illimitata di
bisogni e prodotti e della frustrazione crescente che genera, e in modo
complementare di temperare l'egoismo risultante da un individualismo di massa.
(…). L'abbondanza consumista pretende di generare felicità attraverso la
soddisfazione dei desideri di tutti, ma quest'ultima dipende da rendite
distribuite in modo ineguale e comunque sempre insufficienti per permettere
all'immensa maggioranza di coprire le spese di base necessarie, soprattutto una
volta che il patrimonio naturale è stato dilapidato. Andando all'opposto di
questa logica, la società della decrescita si propone di fare la felicità dell'umanità
attraverso l'autolimitazione per poter raggiungere l'"abbondanza
frugale". (…). Jean Baudrillard lo aveva ben visto a suo tempo quando
disse che "una delle contraddizioni della crescita è che produce allo
stesso tempo beni e bisogni, ma non li produce allo stesso ritmo". Ne
risulta ciò che egli chiama "una depauperizzazione psicologica", (…).
La vera povertà risiede, in effetti, nella perdita dell'autonomia e nella
dipendenza. Un proverbio dei nativi americani spiega bene il concetto:
"Essere dipendenti significa essere poveri, essere indipendenti significa
accettare di non arricchirsi". Siamo dunque poveri, o più esattamente
miseri, noi che siamo prigionieri di tante protesi. La crescita del benessere (del
“ben”
“essere”
e non degli oggetti che non consentono di “essere, di stare bene al mondo”
n.d.r.) è dunque la strada maestra della decrescita, poiché essendo felici si è
meno soggetti alla propaganda e alla compulsività del desiderio. (…). Mi
ricordo ancora la mia prima arancia, trovata nella mia scarpa a Natale, alla
fine della guerra. Mi ricordo anche, qualche anno più tardi, dei primi cubetti
di ghiaccio che un vicino ricco che aveva un frigorifero ci portava le sere
d'estate e che noi mordevamo con delizia come delle leccornie. Una falsa abbondanza
commerciale ha distrutto la nostra capacità di meravigliarci di fronte ai doni
della natura (o dell'ingegnosità umana che trasforma questi doni). Ritrovare
questa capacità suscettibile di sviluppare un'attitudine di fedeltà e di
riconoscenza nei confronti della Terra-madre, o anche una certa nostalgia, è la
condizione di riuscita del progetto di costruzione di una società della
decrescita serena, come anche la condizione necessaria per evitare il destino
funesto di un'obsolescenza programmata dell'umanità. Dedicato a M.B.,
operatrice commerciale in ansia, che mi è molto cara.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 30 novembre 2012
mercoledì 28 novembre 2012
Dell'essere. 9 Adolescenza infinita.
E poi ci sarebbe l’adolescenza.
Una fase che dovrebbe essere ben delimitata nella vicenda terrestre degli
umani. È che quella fase sembra oggigiorno non finire mai. Almeno per gli umani
delle recenti generazioni cresciute nel bel paese. “Bamboccioni” per alcuni,
“choosy”
per l’ultima detta dalla Fornero che piange, se ne adontano molto. Perché mai?
Cosa fanno per non meritarsi aggettivazioni di quel tipo? In verità credo ben
poco – salvando i pochi, anzi i pochissimi che ci provano -. I segnali
premonitori non sono mancati negli anni. Ce li ha forniti come sempre la “cattiva
maestra” – secondo Popper -, madama la televisione. Che ha fatto
abbondantemente ricorso ai “bamboccioni”, trentenni o
quarantenni ed anche oltre nell’anagrafe, che negli spot si dilettano,
gigioneggiano, fanno il “cascamorto” con il telefonino
ultimo grido, o con qualsivoglia altro inutile oggetto di consumo che la
televisione volesse imporre tra i desideri insopprimibile e/o le aspirazioni
del suo non catafratto pubblico. Colpa della televisione allora? E perché no, colpa
della scuola, tanto va di moda! La colpa a chi? Ha scritto Giacomo Papi sul
numero del settimanale “D” del 10 di novembre scorso – “Adulti che non aiutano a crescere” -: (…). Negli ultimi decenni del
secolo scorso tutti i bambini smisero, all'improvviso, di andare a scuola da
soli. Prima era normale già in seconda elementare. Poi arrivò l'epidemia.
Rispondendo a un'oscura chiamata culturale, i genitori decisero in massa che
era troppo pericoloso, che c'erano troppe automobili in giro e troppi pedofili
in agguato, (…). In realtà, i pericoli non erano aumentati e il tempo per i
figli, mediamente, non era diminuito. A essere cambiata era la percezione degli
adulti. Era aumentata la paura. I bambini incominciarono ad apparire creature
fragili, incapaci di difendersi e diventare libere e autonome. Esseri viventi
incapaci, letteralmente, di crescere. (…). L'allungamento della vita media
deforma le età. Stiracchia in una post adolescenza infinita il periodo che va
dai 20 ai 30 anni e rimanda la vecchiaia oltre i 70. Rende genitori e figli per
sempre. (…). È in atto un innamoramento collettivo per le creature che
rimangono piccole. Il sogno del cucciolo eterno. La nostra idea dell'infanzia è
un tassello di un processo che iniziò con la moda dei bonsai, gli alberelli
giapponesi che non crescono, ed esplode, oggi, per esempio, con l'invasione dei
chihuahua. Ma se si rimane piccoli è per soddisfare una precisa richiesta
sociale, una esigenza profonda dei grandi. Protrarre all'infinito la dipendenza
dei figli è, infatti, prima di tutto, una strategia di auto-gratificazione e
rassicurazione dei genitori, un modo per continuare a sentirsi utili, anzi
indispensabili, in un universo che sembra sempre in procinto di fare a meno di
noi. Mi sento di condividere l’analisi sempre puntuale e precisa di
Giacomo Papi. Alla quale analisi mi sento di affiancare la riflessione di un
uomo di scienza, lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati, riflessione
pubblicata sul quotidiano la Repubblica – “Adolescenza
infinita”, 6 di ottobre 2012 -. Scrive l’illustre Autore: (…).
Ricordo un mio vecchio maestro elementare che aveva il vizio di riproporre in
modo assillante una metafora educativa tristemente nota: "Siete come viti
che crescono storte, curve, arrotolate su loro stesse. Ci vuole un palo e filo
di ferro per legare la vite e farvi crescere diritti". In un passato che
ha preceduto la contestazione del '68 il compito dell'educazione veniva
interpretato come una soppressione delle storture, delle anomalie, dei difetti
di cui invece è fatta la singolarità della vita. Oggi questa metafora non
orienta più - meno male - il discorso educativo. Oggi non esistono più - meno
male - pali diritti sui quali correggere le storture delle viti. Il problema è
diventato quello dell'assenza di cura che gli adulti manifestano verso le nuove
generazioni, lo sfaldamento di ogni discorso educativo che l'ideologia
iperedonista ha ritenuto necessario liquidare come discorso repressivo. E
qui l’illustre Autore sembra concordare in pieno con l’opinionista Giacomo Papi
laddove lo stesso scriveva, a proposito delle cosiddette “cure parentali”, che
esse sono, o rappresentano “prima di tutto, una strategia di
auto-gratificazione e rassicurazione dei genitori, un modo per continuare a
sentirsi utili, anzi indispensabili”. E di mio ci aggiungerei anche la
tendenza da parte degli adulti a non differenziarsi di molto dai pargoli loro affidati, in nome di un
falso, consumistico “giovanilismo” che li conduce irrimediabilmente a confondere
ruoli e competenze derivandone una deresponsabilizzazione non percepita nella
giusta misura. Scrive infatti Massimo Recalcati: Non che gli adulti in generale
non siano preoccupati per il futuro dei loro figli, ma la preoccupazione non
coincide col prendersi cura. I genitori di oggi sono, infatti, assai
preoccupati, ma la loro preoccupazione non è in grado di offrire sostegno alla
formazione. Quello che dobbiamo constatare con amarezza è che il nostro tempo è
marcato da una profonda alterazione dei processi di filiazione simbolica delle
generazioni. Come in una sorta di Edipo rovesciato sono i padri che uccidono i
loro figli, non lasciano il posto, non sanno tramontare, non sanno delegare,
non concedono occasioni, non hanno cura dell'avvenire. La vita dei nostri figli
è aperta ad un sapere senza veli - quello delle rete per esempio - ma anche
quello relativo al mondo degli adulti una volta impermeabile ad ogni domanda,
mentre oggi ridotto ad un gruviera: i figli sanno tutto dei loro genitori anche
quello che sarebbe meglio non sapessero. L'alterazione del rapporto tra le
generazioni passa anche da qui; i figli hanno accesso senza mediazioni
culturali ad un sapere senza confini e diventano i confidenti dei genitori e
delle loro pene. Anziché potere appoggiare la loro vita su quella dei propri
genitori, seguono per lo più attraverso le vite da adolescenti di chi dovrebbe
prendersi cura delle loro vite. Una pesante responsabilità di scelta attende i
nostri giovani non essendo più la loro vita vincolata ai binari immutabili
della tradizione e della trasmissione familiare. È, come direbbe Bauman, la
condizione liquida delle nuove generazioni. Sempre meno esse si trovano a
proseguire sulle orme dei loro familiari e sempre più si trovano - nel bene e nel male - obbligate ad
inventare un loro percorso originale di crescita. (…). L'iperedonismo
contemporaneo ha scomunicato il compito educativo come una cosa per moralisti.
Di conseguenza, la libertà si è ridotta a fare quello che si vuole senza
vincoli né debiti. Ma intanto il debito cresce e ha sommerso le nostre vite e
l'assenza di senso della Legge ha spento la potenza generativa del desiderio. E
allora la libertà non genera alcuna soddisfazione ma si associa sempre più alla
depressione. È qualcosa che incontriamo sempre più frequentemente nei giovani
di oggi. Ma come? Hanno tutte le possibilità, più di qualunque generazione
precedente? E sono depressi? Come si spiega? Si spiega col fatto che la loro
libertà è in realtà una prigione perché è senza possibilità di avvenire.
Cresciamo i nostri figli nella dispersione ludica mentre la storia li investe
di una responsabilità enorme: come fare esistere ancora un avvenire possibile?
Nietzsche aveva posto all'uomo occidentale il problema della libertà nel modo
più radicale possibile. L'uomo è pronto per essere libero? È all'altezza del
compito etico della libertà? La fuga delle masse nei totalitarismi del
Novecento aveva dato una risposta negativa a quella domanda. No, l'uomo non è
capace di essere libero, l'uomo fugge dalla libertà. Adora il tiranno e il suo
bastone. La pulsione gregaria domina quella erotica. Il rifugio nel grande
corpo della massa viene preferito all'assunzione singolare della propria
libertà e della vertigine che essa comporta. Oggi le cose sono cambiate. La
massa non è più unita dall'attaccamento fanatico all'ideale. Il cemento che la
tiene insieme si è inesorabilmente sgretolato, così si è fatta liquida,
ondivaga, informe. E prevale l'individuo nel suo isolamento narcisistico. Mi
soccorre per concludere, come sempre, il poeta libanese Kahlil Gibran: E una
donna che stringeva un bimbo al seno chiese: parlaci dei figli. Ed
egli disse: i vostri figli non sono i vostri figli. Essi sono i figli e le figlie
della smania della Vita per se stessa. Vengono attraverso di voi, ma non
da voi, e benché stiano con voi, tuttavia non vi appartengono. Voi
potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i
propri pensieri. Potete dare alloggio ai loro corpi, ma non
alle loro anime, poiché le loro anime dimorano nella casa del futuro che voi
non potete visitare neppure in sogno. Voi potete sforzarvi di essere
come loro, ma non cercate di renderli simili a voi. Poiché la vita non va
all’indietro e non si trattiene sullo ieri. Voi siete gli archi dai quali i
vostri figli vengono proiettati in avanti, come frecce viventi. (…).
Ecco il punto: “non cercate di renderli simili a voi”. Poiché li renderete per
sempre i vostri “bamboccioni”, senza responsabilità e senza cuore. Soli di
fronte alla Storia. E senza la libertà.
domenica 25 novembre 2012
Cosecosì. 34 Invecchiare in Occidente.
Capito in un istituto di
bellezza. L’ambiente è salubre, elegante e sobrio al contempo. Si respira bene.
Si inalano effluvi odorosi. Un impianto hi-fi diffonde musica in sottofondo. È
che, con la perdita delle frequenze, non mi lascio affascinare e trascinare dalle
melodie sapientemente diffuse. Capito nell’istituto di bellezza per una pratica
di basso profilo. Per le mie estremità inferiori, bisognevoli d’essere ripulite
dagli ispessimenti cutanei che la mia passione per la deambulazione mi crea con
una certa frequenza. Avrete notato che non ho nominato le suddette estremità. È
che da bambino ascoltavo la mia mamma chiacchierare con le amiche e dovendo esse
riferire di quelle estremità premettevano sempre un “con decenza parlando”
come se quelle estremità non facessero a buon titolo parte del loro corpo e non
ne fossero un’appendice indispensabile e straordinaria. E così mi è rimasta una
certa ritrosia a farne menzione diretta. Avrete capito dello scarso mio
interesse per la “bellezza” dispensata copiosamente e profumatamente in
quell’istituto – profumatamente a soldini, intendo dire -; è che da un bel
pezzo essa, la “bellezza”, non mi interessa più, almeno sulla mia persona.
Ammiro ed apprezzo quella delle “altre”. E così mi accingo rassegnato
a riprendere la lettura dell’agile volumetto che il quotidiano la Repubblica ha
allegato – Alessandro Baricco, “Una
certa idea del mondo” -. L’impresa mi sfuma per le mani. È che il mio
sguardo viene attratto da un gigantesco poster elegantemente incorniciato che
domina l’incantevole salottino d’attesa. Nel poster campeggia uno stupendo
corpo nudo di donna giovane e bella. In alto a sinistra ci sta scritto: “Regeneration
Radio Frequency”, sintetizzato nell’acronimo “RRF”. Al centro - sulla
destra - del poster ci sta scritto: “Cancella i segni del tempo”.
Allibisco. Resto senza pensieri. Anzi mi si affollano copiosissimi disordinatamente.
Mi pare assurdo che per scrivere tali enormità si faccia ricorso al corpo
giovane e bello di una donna. Che bisogno ha quella donna giovane e bella, ritratta
nel poster, di una “Regeneration Radio Frequency”? Per cancellare i “segni
del tempo” che non ha? È proprio così oca da poter credere ad una
promessa tanto truffaldina? E se le avessero promesso di fermare addirittura i “segni
del tempo”? Di fermare il “tempo” insomma. Scriveva il
professor Umberto Galimberti in una Sua riflessione – “Invecchiare in Occidente”, sul settimanale “D” del 6 di novembre
dell’anno 2010 -: “È scritto nel Levitico (19,32): Onora la faccia del vecchio. In
Occidente si invecchia male, perché i valori che regolano la nostra cultura
sono sostanzialmente quello biologico, quello economico e quello estetico,
rispetto ai quali la vecchiaia appare in tutta la sua inutilità, perché
biologicamente decadente, economicamente improduttiva, esteticamente
degradata”. È quel che il poster dell’istituto di bellezza vuole
trasmettere ed affermare. Di recente – 6 di ottobre 2012 - Claudia De Lillo –
in arte Elasti – ha scritto sul settimanale “D” un pezzo con la Sua consueta
scrittura graffiante ma sempre intelligente. Titolo del pezzo, “Allarme: capelli bianchi!”: (…). …qualche giorno fa ero dal
parrucchiere. "Elasti, mi dispiace. Ma te lo devo dire", ha
dichiarato lui, guardandomi di sottecchi attraverso lo specchio, contrito e
anche un po' imbarazzato. Per qualche secondo ho sudato freddo. Cosa ho
combinato? Ho il collo sporco? Oppure ho i coccodrilli dentro le orecchie, come
dicono i miei figli? Mi sono dimenticata di mettere il deodorante? O di pagare
l'ultima volta? "Mi dica, Donato. Mi dica...", ho balbettato.
"Ehm... si tratta dei... capelli bianchi. Sono aumentati. Parecchio",
ha risposto in un sussurro compassionevole. Ho sospirato di sollievo, pensando
che, almeno, ero pulita. E senza debiti. E mi sono improvvisamente ricordata di
un messaggio che circolava in rete vari anni fa, a proposito di noi, che,
crescendo e invecchiando, impariamo a chiudere in un cassetto il brutto
anatroccolo in cui ci specchiamo, acquisendo non la sicurezza, che è una vetta
impervia e inarrivabile, ma la noncuranza, la leggerezza e l'autoironia di cui
difettiamo da piccole. Si intitolava "Il cappello color porpora",
come quello che indosseremo a ottant'anni, quando non avremo tempo di guardarci
ma solo di divertirci, alla conquista del mondo. (…). Gli anni che passano si
portano via qualche colpo, insieme a un'ora o due di sonno e a quella grazia
flessuosa e tonica che tuttavia, quando c'era, non sapevamo apprezzare. Gli
anni ci regalano lo sconcerto pietoso di un parrucchiere, la soggezione di un
ventenne, la censura di una commessa in un negozio. Gli anni però ci liberano
anche dal soffocante bozzolo delle nostre insicurezze acerbe. Ci regalano la
voglia di ridere, di fregarcene, di osare, di avventurarci intrepide in
territori inesplorati, di goderci quello che abbiamo, di stilare liste spavalde
che si allungano alle cinque del mattino, quando tutti dormono. Ci insegnano
che la vita è troppo preziosa per indugiare nella contemplazione dolente delle
nostre imperfezioni. "Cosa vuole farci, Donato? Li tingiamo, 'sti capelli
bianchi. E quando ci saremo stufati di tingerli ci metteremo in testa un
cappello color porpora". Il parrucchiere mi ha sorriso, cortese e
compiacente come si fa coi bambini, coi matti, con gli stranieri che non si
capiscono e con le signore che incanutiscono. Elasti è ancora giovane e
mi pare che non cadrà giammai nelle truffaldine lusinghe di quel poster.
Riprendo la dotta riflessione del professor Galimberti: “Questa non rispondenza della vecchiaia
ai valori dominanti nella nostra cultura aggiunge alla condizione senile una
tristezza ulteriore, che rende più drammatico ai vecchi assistere
all'inevitabile decadimento del proprio corpo, a cui si aggiunge un progressivo
disinteresse per il mondo, che oggi cambia troppo velocemente rispetto alle
capacità di adattamento della persona anziana, che perciò si sente
inevitabilmente emarginata in quanto improduttiva e non più bella. Il fattore
bellezza, così esaltato dalla nostra cultura, induce il vecchio ad accantonare
quella pulsione d'amore che nella vecchiaia non si estingue, ma viene
semplicemente messa da parte, per pudore, per vergogna, perché il nostro
costume l'ha per intero consegnata a chi è in grado di esprimere bellezza e
giovinezza. Nel Levitico (19,32) leggiamo: Onora la faccia del vecchio, perché
nelle culture primitive il vecchio era depositario di sapere e di esperienza,
per cui, come dice Max Weber, moriva sazio e non stanco della vita. Oggi,
grazie alla scienza e alla tecnica, disponiamo di archivi di informazioni che
spiazzano la saggezza senile che perciò diventa superflua. Se a ciò si aggiunge
che i vecchi hanno spesso difficoltà ad accedere ai mezzi tecnologici dove
circola il sapere, all'invecchiamento fisico si aggiunge quello che Mario
Barucci, autore di libri importanti sulla vecchiaia, chiama invecchiamento
psicologico dove, come capita a tutti noi, ma a maggior ragione alle persone
anziane, le capacità cognitive diminuiscono non solo per il decadimento
biologico, ma anche e soprattutto perché alle persone anziane più non giungono
messaggi che attestino, interesse, coinvolgimento emotivo e perché no: amore. E
questo perché i vecchi, in fondo, rappresentano, col loro stesso corpo e con la
tristezza dipinta sul loro volto, quel che ineluttabilmente ci attende, e da
cui distogliamo ogni giorno il pensiero”. Sono convinto che il “giovanilismo”
assurto a “regola” e “ stile” di vita abbia di fatto arrestato il “crescere”
psichico di una larga fetta delle giovani generazioni, con un dilatarsi abnorme
della durata di quella fase della vita che un tempo la si denominava
“adolescenza”. Ci tornerò sopra.
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