La “sfogliatura” proposta
risale al 29 di novembre – di “martedì”, come l’oggi - dell’anno 2011. Si parlava
al tempo di “crisi” e di “debiti”, pubblici o privati. Forse
perché il tradimento della “sinistra” era lì tutto da venire. Come lo è stato.
Tradimento che è scivolato sino a questi giorni nostri laddove quella
“sinistra” ha voluto e cercato altri obiettivi verso i quali indirizzare le sue
aberranti analisi e la sua prassi di governo devastante. Ha scritto Curzio
Maltese – su “il Venerdì di Repubblica” del 3 di febbraio – in “Guardare Trump in Tv è un tuffo gelido nel
passato”: “Ci sono voluti mille anni per riavere in Europa la rete di strade e
acquedotti e il livello di civiltà giuridica dell’impero romano. Il buio della
regressione è sempre in agguato. Forse un giorno si guarderà alla stagione dei
diritti democratici, sgorgata dalle idee illuministe, come una breve e
illusoria parentesi in una storia umana dominata dall’oscurantismo fanatico e
autoritario. Si poteva e doveva insomma considerare anche l’ipotesi che andasse
male. (…). Questo stupore ci rende patetici agli occhi dei più giovani. Una
propaganda ben organizzata dal potere e condivisa da destra a sinistra li ha
convinti che la nostra difesa dei principi è in realtà una battaglia per
mantenere privilegi acquisiti. Ed è difficile spiegare che il diritto a un
lavoro dignitoso e garantito, conquistato a prezzo di una lotta secolare, non
era un privilegio, ma la base per un futuro migliore per tutti. Ora, (…), ci
raccontano che il reddito accantonato in
una vita di lavoro non ci sarà restituito nella pensione perché si fa
torto ai giovani. (…)”. Mirabilmente, sull’antico adagio “divide
et impera”. Andavo annotando a quel tempo: Ha scritto, nel Suo più volte citato “Sono dolori se la ricchezza è un fantasma” – pubblicato sul quotidiano l’Unità -, il professor Giorgio Ruffolo: (…). …è avvenuto con la crisi dalla quale
non siamo ancora usciti. Essa è stata preceduta da una inflazione misurata
dalla esplosione della liquidità. Nel 2007, al colmo dell’espansione, la
liquidità monetaria nelle più varie forme aveva raggiunto un livello dodici
volte superiore al prodotto reale mondiale. Nel 2008 scoppiò la crisi nel
settore del credito immobiliare negli Stati Uniti, dilagando poi in tutta
l’economia e in tutto il mondo. (…). Qui interessa fare emergere il fenomeno
della ricchezza fittizia cui il capitalismo finanziario ha dato luogo. Quel
fenomeno ha origini storiche remote rilevate a suo tempo da Karl Polanyi e cioè
nella mercificazione della moneta realizzata dal capitalismo insieme alla
mercificazione dei fattori produttivi naturali (terra e lavoro). La moneta è
una istituzione che consente di misurare e di scambiare le merci. Quando, usata
come merce essa stessa, diventa oggetto di accumulazione, genera processi di
arricchimento (…) ai quali non corrisponde alcuna produzione di merci reale:
una ricchezza fittizia, costituita da titoli che svolgono nell’economia reale
la funzione svolta nel gioco della roulette dai gettoni. I gettoni della
roulette però non hanno alcun valore. sono indicatori di ricchezza, non
ricchezza. Se fossero accumulati come ricchezza, distruggerebbero il gioco. La
differenza tra beni reali e titoli finanziari si coglie nella differenza tra la
regolazione esercitata nello scambio di beni e la sregolatezza consentita dallo
scambio di titoli. (…). È così che si formano le bolle speculative.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
martedì 7 febbraio 2017
lunedì 6 febbraio 2017
Scriptamanent. 67 “La politica dell’insulto”.
Da “La politica dell’insulto” di Roberto Esposito, pubblicato sul
quotidiano la Repubblica del 6 di febbraio dell’anno 2014: (…). La politica, fin dalla sua
genesi greca, nasce all’interno del discorso. Essa produce decisioni condivise
solo dopo che più alternative sono state messe in campo. L’agorà è il luogo in
cui discorsi diversi, o opposti, si confrontano per arrivare, attraverso il
voto, a scelte che impegnano tutti. Ma anche la politica moderna, costituita
dalla dialettica tra partiti, prevede, sia all’interno di ciascuno di essi, sia
nel loro confronto, anche polemico, la discussione. Il parlamento è la nuova
“piazza” in cui essa si esprime tra tutte le forze democratiche. (…). La
rottura del lessico politico, (…) consente di aggregare non una parte di
opinione pubblica, ma l’intero fronte dell’antipolitica in uno scontro assoluto
con tutto l’arco dei partiti in parlamento e con l’idea stessa di
rappresentanza parlamentare. Ad essere insultato non è mai l’avversario, ma il
Nemico, prima che si incrocino le armi. (…). L’insulto aggressivo non è una
modalità, anche estrema, di opposizione politica, ma ciò che la impedisce. Esso
non divide tra punti di vista diversi. Chiama a raccolta il branco, lo lusinga,
lo eccita, dandogli in pasto chi, almeno in quel momento, non può difendersi,
si sente colpito, circondato, impietrito. In questo senso l’insulto, anche
quando ha un effetto politico, come quello di deviare l’attenzione da
qualcos’altro che sta accadendo, non appartiene al linguaggio della politica.
E’ sempre causa, ed effetto, di spoliticizzazione, nel senso che riporta la pratica
politica ad una fase balbettante, se non all’afasia. Esso non inaugura mai una
stagione nuova, porta solo allo sfinimento la vecchia. Non immette energia
nell’azione, ma la blocca e la prosciuga. Chiude la parola in una gabbia e la
sequestra. L’insulto, con la minaccia che sempre porta non è semplicemente
esterno alla politica. È il suo contrario. Ciò che, quando dilaga, rompe il
dialogo, la critica, la dialettica tra posizioni diverse e anche opposte. (…).
…l’insulto triviale, scurrile, che in questi giorni impazza nei net è ancora
altro e peggio. Esso serve a zittire l’avversario di turno, a sottrargli la
parola, a impedirgli la replica, inchiodandolo al disagio dell’umiliazione
subita. L’insulto segna sempre un fallimento – innanzitutto di chi lo fa. Non
solo perché dimostra la sua incapacità di articolare un discorso. Ma anche, più
a fondo, perché annienta la sfera pubblica, deprivandola dei suoi codici
comunicativi. Gonfia la parola fino a farla scoppiare, rovesciandola nel suo
opposto. Rivela l’incapacità di controllare gli impulsi, di dare parola a
un’emozione, di costruire simboli. In questo modo coloro che sono entrati in
politica con il giusto intento di restituire la voce a coloro che non l’hanno,
scelgono di spegnere ogni voce. Con il calcolo che il silenzio, o il grido, può
produrre più consenso della parola. (…). Hannah Arendt ha sostenuto che azione
e discorso sono legati da un vincolo insolubile da cui nasce la politica. Senza
di esse si può certo sopravvivere individualmente, ma non insieme gli uni agli
altri. «Una vita senza discorso e senza azione è letteralmente morta. Ha
cessato di essere una vita umana perché non è più vissuta fra gli uomini».
domenica 5 febbraio 2017
Strettamentepersonale. 21“Ripartiamo dai cittadini del No”.
C’è stato il tempo dello “zoccolo”.
Ne scrivo non tanto per rinverdire quella epica stagione trascorsa che
mirabilmente ci ha rappresentato quel Maestro che risponde al nome e cognome di
Ermanno Olmi nel Suo “L’albero degli
zoccoli”. Non mi riferivo a quei “calzari” che le povere, diseredate masse
contadine intagliavano nel duro tronco degli alberi. Il mio “zoccolo”
ha a che fare con la “politica”, ovvero con una parte della “politica” anch’essa
di un tempo andato. Si diceva allora di uno “zoccolo duro” che
contrassegnava la vita delle formazioni politiche ad ispirazione di “sinistra”.
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