"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 15 marzo 2014

Storiedallitalia. 43 “Nel paese chiamato Italia”.



Prima di continuare a leggere siete invitati a fissare con attenzione la tabella posta a lato. Ne emerge un dato sconcertante: nel bel paese – bello poi per chi? – i detenuti per reati fiscali sono solamente 156, ovvero lo 0,4 per cento degli ospitati nelle patrie galere. È per questo motivo che il prossimo incontro del nostro funambolico primo ministro comincia proprio sotto una cattiva stella. Sembra che le congiunzioni astrali abbiano tramato a bella posta contro il globetrotter della politica de’ noantri. Cosa oserà dire alla Cancelliera di ferro per convincerla della nostre buone intenzioni? Twitterà anche in questa occasione? Lo escludo. La dama non glielo consentirà. È che il destino cinico e baro gli ha tirato uno scherzetto niente male. Nel teutonico paese un personaggio calcisticamente straordinario decide di farsi la galera non tentando neppure un ricorso in appello contro una sentenza – di primo grado solamente – dei giudici di quel paese che lo hanno condannato per frode fiscale. In un altro paese che non è teutonico un condannato definitivo per frode fiscale deride i giudici e minaccia di presentarsi alle prossime elezioni europee fregandosene della condanna che gli è stata irrogata. Quale dei due paesi possiede autorevolezza e credibilità maggiore? Per non dire che è quel paese – il non teutonico - che detiene la straordinaria percentuale riportata nella tabella di cui sopra. Che non è l’unica vergogna. È il paese che detiene tutti i primati negativi che si possano pensare: corruzione dilagante nella sua pubblica amministrazione; corruzione dilagante nella sua “casta” della politica; l’intero suo territorio occupato “manu militari” dalla delinquenza divenuta potenza finanziaria planetaria; ruberie negli appalti determinando costi esorbitanti per la qualsivoglia opera pubblica; concorsi truccati nella pubblica amministrazione onde prevale sempre colui il quale può contare sulla “famiglia”. Quale credibilità potrà offrire il funambolico primo ministro di quel paese alla teutonica dama? Il confronto è impari. Quello straordinario twittatore parte di già battuto. Ha scritto sul quotidiano la Repubblica di oggi lo scrittore tedesco Peter Schneider – “L’altra faccia dell’eroe del calcio” -: Hoeness non era un cinico, quando nei talk-show attaccava il capitalismo neoliberale privo di scrupoli: era ed è una personalità sdoppiata, un po’ Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Non mi stupirebbe se adesso, quando avrà molto tempo, lancerà — magari scrivendo un libro — un j’accuse contro il sistema del denaro che ha sedotto lui stesso, lui che provava sempre empatia per i poveri, gli sfortunati, e coesisteva con l’altro Hoeness che giocava d’azzardo con fondi neri in Svizzera. Evadeva, ma conservava un cuore per i poveri. (…). Quanto è diverso questo self-made man Uli Hoeness da un Berlusconi che si dichiara sempre innocente e insulta i giudici come una banda di comunisti. No: Hoeness si pone di fronte alle sue responsabilità, si piega a un sistema che accetta il potere della giustizia, in modo sconosciuto in Italia ma anche altrove. Hoeness che chiede di andare in prigione è un cittadino della Germania dove molti ministri si sono dimessi “soltanto” perché accusati di aver copiato le tesi di dottorato. Quanti politici, secondo criteri del genere, dovrebbero sparire dai Parlamenti di altri paesi? È un esempio di accettazione del potere giudiziario, che in Italia e altrove sarebbe auspicabile. Da noi vige un consenso civico costitutivo: la maggioranza dei cittadini pensa che sia giusto pagare le tasse, anche perché lo Stato ti rende qualcosa. È terribile quando viene meno la fiducia nello Stato e pensi che chi ti tassa ti deruba. (…). Il consenso civico ha piegato anche Hoeness. (…). Sono parole sopra le righe? Sono parole supponenti? Sono parole di tracotanza teutonica? È che noi come paese non siamo nelle condizioni di affrontare confronti con il resto del mondo. Aggiungo altro in tema. Rientravo a casa ascoltando l’autoradio. Ricordo benissimo che avevo sintonizzato la radio sulle frequenze di “Radio 24”, l’autorevole (sic!) radio del quotidiano “Il Sole 24 Ore”. E così venivo a sapere della condanna di Uli Hoeness. Ma la cosa sorprendente è stata che il cronista radiofonico, prima di dare la notizia, ha commentato – riporto a memoria -: “Ora, una notizia che farà discutere”. Come se la Germania fosse il paese del “sole mio”, degli spaghetti e dei mandolini. Spero che quel cronista sia arrossito alla notizia della decisone di Uli Hoeness di scontare la pena inflittagli. A conforto della unicità planetaria del bel paese, ben rappresentata nella tabella che vi invito a riguardare prima di passare oltre, mi corre l’obbligo di segnalarvi quanto ha scritto, sempre oggi ma su “il Fatto Quotidiano”  Paolo Ziliani – “Qui calcio italiano Hoeness chi?” -: Nel paese chiamato Italia c’è un presidente, Cellino del Cagliari, che da settimane piange e strepita e urla al cielo il suo dolore: è pronto ad acquistare il 75% del club inglese del Leeds United ma la Football League, che deve valutarne il profilo morale, sembra orientata a lasciarlo fuori dalla porta. In Inghilterra chi ha subìto condanne per reati sportivi o reati contro la pubblica amministrazione non può detenere più del 30% delle azioni di un club: e Cellino in questo senso non è messo benissimo. Nel suo personalissimo palmares ci sono infatti una tentata truffa ai danni dell’Ue per un acquisto taroccato di scorte di grano (14 mesi patteggiati); una condanna a 1 anno e 3 mesi per falso in bilancio per irregolarità nell’acquisto del Cagliari; 120 giorni trascorsi in carcere, la primavera scorsa, per peculato e falso ideologico nell’inchiesta sui lavori di ristrutturazione dello stadio Is Arenas; e martedì prossimo, tanto per non farsi mancare niente, sarà giudicato per il mancato pagamento Iva (400 mila euro) di una barca acquistata negli Usa: il pm ha chiesto 1 milione di multa e la confisca del bene. “Mi stanno umiliando”, piange Cellino. La Football League vorrebbe evitare invece che ad essere umiliato fosse il calcio inglese. Con Cellino a capo del Leeds. Nel paese chiamato Italia c’è un presidente, Preziosi del Genoa, che ai tempi del Como Calcio, da lui portato al fallimento, finì agli arresti domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta (16 milioni) e falso in bilancio. Preziosi incominciò a cedere i giocatori più importanti senza mettere i ricavi a bilancio, depauperando il patrimonio del club e danneggiando erario e creditori. Grazie al “pacchetto sicurezza” del ministro Alfano, patteggiò 23 mesi di reclusione, pena subito indultata. La giustizia sportiva gli inflisse 5 anni di squalifica con proposta di radiazione, ma lui – che intanto aveva acquistato il Genoa – se ne fece un baffo: e da vero “borderline” del pallone mise in scena il leggendario tarocco di Genoa-Venezia 3-2, la partita dei soldi nella ventiquattrore del direttore sportivo, con i rossoblù retrocessi dalla serie A alla C1 e la condanna di Preziosi anche in sede penale a 4 mesi (frode sportiva). Tornato con fatica in serie A, Preziosi rilasciò un’intervista in cui annunciava – trionfale – di aver ceduto a Moratti Milito e Motta. Peccato che essendo ancora sotto squalifica non potesse farlo: gli inflissero altri 6 mesi, che certo non gli fecero perdere il sonno. (…). La svista del cronista radiofonico di “Radio 24” non è affatto una svista; sarebbe un errore pensarlo. È che in Italia quei 156 finiti in galera per reati fiscali sono proprio i più fessi di tutti. Se lo sono meritato il carcere. Peggio per loro! Imparino!

venerdì 14 marzo 2014

Storiedallitalia. 42 “Il gesto esclamativo e l’arte di governo”.



Quanto ci manca per il baratro? Non è dato sapere. Ci sorreggerebbe la speranza. Andata però perduta negli anni. O tutt’al più un atto di fede. Ma per chi non sia posseduto dalla fede? L’atto di fede sarebbe utilitaristico e di conseguenza inopportuno. Potrebbe ben essere definito di blasfemia. In verità ci rimane ben poco. Se non invocare l’inverarsi dell’impossibile. Vedo certe facce in giro che stanno lì a manifestare lo sconforto generale. Non sono facce rapite dal nuovo - che non c’è -. Non sono facce estatiche in preda ad un sommovimento interiore che pare aprirsi alla speranza. Vanno quelle facce con i loro passi e le loro disillusioni. La rimozione delle illusioni è forte e decisa. Anche perché disillusi da gran tempo, a far data da quella che ancor oggi viene definita la storica “discesa in campo”. Un milione di posti di lavoro! Giù le tasse per tutti! Meno lacci e lacciuoli per  chi intraprende! Riformare la giustizia! Bla bla bla. Tutto andato a male. Lo stacco col presente però è netto. Quello a rappresentare le sue vane promesse su vili cartelloni. Ché con albagia disdegnava il nuovo e si vantava di non aver letto un romanzo negli ultimi suoi vent’anni. Il nuovo smanetta di continuo, twitta, manda sms di continuo. Forse di continuo digita “condivido”, “mi piace”. Blatera. Ma è il nuovo che avanza. E piace. Fino a quando? Quale sarà la differenza nei fatti? Necessiterebbe un atto di fede. Che non c’è. Vedremo! Nell’eloquio del premier esordiente ricorrono i gesti esclamativi, abilmente usati. Definiamolo in greco: anziché dal nóos, organo intellettivo, sale dal thumós, sede degli spiriti vitali; volano parole esca cariche d’effetto; e talvolta catturano l’uditorio. Ad esempio, «rottame», da cui il verbo «rottamare»; o «mettere la faccia»; «se questo governo fallisce, la colpa è mia»; annunciava «una riforma al mese». Manca ancora la trama razionale: come stiano effettivamente le cose; quid agendum ossia la scelta del fine e i motivi; fin dove sia conseguibile; con quali risorse; come spenderle ecc. Perdurando lacune sintattiche, siamo nella sfera del grido o segno mimico (…). Lo ha scritto Franco Cordero  sul quotidiano la Repubblica del 4 di marzo col titolo “Il gesto esclamativo e l’arte di governo”. Sembra essere rimasti fermi al tempo dei tonitruanti proclami. Per il nulla. Cosa se ne ricaverà di utile? Eppure c’era da aspettarselo uno scenario come questo. Basterebbe ritornare alle cronache di un anno addietro, all’indomani magari di quelle che sono state le ultime elezioni politiche nel bel paese. Se ne ritrova traccia in una riflessione a firma di Adriano Prosperi sul settimanale Left del 27 di aprile 2013 che ha per titolo “Un suicidio morale”. Rileggerla oggi? Una opportunità – forse - per capire il presente. Forse. Scriveva: Singolare quell’applauso. È pur  vero che in Italia, Paese belluinamente vitale, si applaude ai funerali. E forse questo è il vero significato della scena.  Si celebrava il funerale di un partito che aveva raccolto la maggioranza relativa dei voti con la promessa di rispondere a una domanda di equità, di giustizia sociale, di ritorno allo spirito della Costituzione. La base popolare del Paese  se ne attendeva un cambiamento radicale dopo un lungo ventennio dominato da un liberismo selvaggio che aveva impoverito la scuola e la ricerca, spazzato via i diritti dei lavoratori, premiato la corruzione e l’evasione, alterato il sistema elettorale, alimentato la xenofobia e il razzismo,  cancellata la nozione e la realtà dei beni comuni.  Quelle domande avevano trovato espressione pubblica in più occasioni: referendum, manifestazioni, anche tragedie individuali, suicidi. E che altro è se non una forma di suicidio morale la rinuncia silenziosa alla speranza di una impressionante quantità di giovani e disoccupati? Il voto aveva dato espressione chiara a  una volontà che  era maggioritaria nel Paese anche se una ben giustificata diffidenza nei confronti dei partiti che avevano sostenuto un governo “tecnico” aveva premiato prevedibilmente il M5s. Ma ecco che, mentre ancora si cercava la via di una maggioranza per il governo,  nella scelta del presidente della Repubblica il partito di maggioranza relativa, a cui  spettava proporre il candidato, si squagliava, balbettava, si faceva proporre i candidati dall’avversario col quale aveva giurato di non voler più avere rapporti, affondava una dopo l’altra le candidature dei suoi uomini più rappresentativi, non si vergognava di bocciare dopo avere proposto e – ancora una volta – applaudito il nome di Romano Prodi.  Ma il peggio doveva ancora arrivare: gli viene offerta su un  piatto d’argento  la possibilità di eleggere Stefano Rodotà, un nome che rappresenta di per sé un programma. (…). È uno di quei casi non nuovi nella storia dell’Italia in cui una straordinaria congiunzione di difetti, errori, viltà, incapacità appare nel cielo del nostro disgraziato Paese. Prima di questa settimana sapevamo che si doveva ripartire dal basso. Oggi scopriamo che la caduta è destinata a continuare. Aspettiamo di vedere che cosa prenderà il posto del partito che si è suicidato in Parlamento. Per la sua anima ci vorrebbero le parole che Machiavelli immaginò dette dal diavolo a quella di un politico fallito del suo tempo: «Che inferno? Anima sciocca, va’ su nel Limbo fra gli altri bambini». Oggi forse abbiamo la risposta che Adriano Prosperi cercava un anno fa. Che corrisponde al nuovo, nel senso di avvicendamento, sullo scenario della politica. Ché, pur adottando i nuovi strumenti della comunicazione e dell’imbonimento, percorre le vie tortuose ed anguste di sempre. Lo scenario renziano, senza un atto di fede, non cambia e non da inizio al nuovo. Si rifà alla Storia del secolo decimo-quarto Franco Cordero in quel Suo pezzo scritto sempre con maestria assoluta: Nicola nasce nella Roma ancora semigotica, primavera 1313, tra i mulini del Tevere, sotto la Sinagoga, figlio dell’oste Lorenzo (Cola di Rienzo) e impara benissimo l’arte notarile. L’anonimo autore d’una Cronica romanesca lo descrive ferrato latinista: «deh, como e quanto era veloce lettore»; «tutta die» studia epigrafi delle quali pullula l’Urbe; decifra «li antiqui pataffii», interpreta figure, evoca tempi gloriosi. Le lapidi gli servono da scala: ha estro politicante; non ancora trentenne, sale ad Avignone, speaker del governo popolare; e torna con un buono stipendio, notaio del Tesoro comunale. Era posto strategico: in tale veste sferra «luculente » arringhe» contro i magnati, talmente stupidi da subire inerti un colpo di Stato (20 maggio 1347); nominatosi tribuno, governa a mano dura, col favore popolare, ma ha l’Io gonfio. L’inflazione megalomaniaca culmina nella fantasmagoria 31 luglio-1 agosto: cita Sua Santità, l’Imperatore, gli Elettori, i pretendenti; declina titoli immaginari («Candidatus Spiriti Sancti miles, Nicolaus Severus et Clemens, liberator Urbis, zelator Italiae, amator Orbis, Tribunus Augustus »). Ha dei soprassalti. Venerdì 14 settembre convoca i baroni, li imprigiona e condanna a morte ma l’indomani mattina cambia idea, convitandoli in Campidoglio. S’è candidato all’Impero. Chiama il popolo a parlamento e racconta dei sogni. Se ne stava sgomento quando i baroni vengono alla Porta Tiberina, 29 novembre, avendo complici tra le mura, ma il tentativo fallisce, allora. Canta vittoria, sfila, arringa, nega la sepoltura ai tre Colonna morti. In fondo labile, dopo 15 giorni abdica rifugiandosi nel Castello, indi s’imbosca tra Napoli e Roma, ospite dei francescani spirituali sulla Maiella, poi in blanda prigionia boema dall’estate 1350, finché emissari papali lo riconducono ad Avignone (estate 1352). Morto Clemente VI, offre servizi nei domini italiani al successore Innocenzo (stesso numerale) e torna al seguito del cardinale legato. Era capolavoro d’arte ipnotica il modo in cui affascina i due fratelli del terribile e ricchissimo condottiero fra’ Moriale, con i soldi dei quali affitta una compagnia, accolto trionfalmente, ma ormai lo vedono deforme, malfermo, beone. La guerra contro i baroni ristagna. A tradimento cattura fra’ Moriale, decapitato sotto il Campidoglio, sulle cui scale mercoledì mattina 8 ottobre 1354 cade miserabilmente (tentava la fuga, travestito da rivoltoso). (…). Dopo vent’anni d’una sbornia epica all’Italia «proletaria» (già Pascoli la chiamava così) restano gli occhi per piangere, ma gl’irriducibili rimpiangono l’uomo forte, taumaturgo, mago delle vie brevi, finito orribilmente appeso come Cola di Rienzo, perché dove gl’impulsi viscerali prevalgano sulle idee, ci vuol poco a convertirli nel contrario, dall’entusiasmo adorante al ludibrio del cadavere. Rimane costante un’acuta idiosincrasia: non piace chi parli poco, attento ai nessi, contando sul raziocinio; il difetto d’enfasi è piuttosto raro e chi vi cade lo paga. (…). Eravamo partiti dalla lingua politica italiana. Il premier in carica gioca d’effetto innestandovi locuzioni estranee alla parlata ufficiale. L’idem storico non esiste, irripetibile essendo ogni contesto, ma l’analogia aiuta a capire quel che avviene. Il punto interessante è cosa sia pronosticabile sul governo misteriosamente nato dai patti tra mercoledì 12 febbraio e l’indomani. E la Storia sta lì a presentare i suoi corsi e ricorsi. Indifferente agli affanni dei più.

martedì 11 marzo 2014

Strettamentepersonale. 12 La “lista Tsipras”.



L’Europa ha smarrito gli ideali originali, tradendo la volontà degli stessi Padri costituenti. Prima che muoia del tutto, è necessaria una “scossa”. Per questo aderisco all’appello per la costruzione di una lista autonoma e della società civile che sostenga Alexis Tsipras alla Presidenza della Commissione di Bruxelles. Dietro tale candidatura non si cela il rifiuto dell’Europa o il dilagante e pericoloso euroscetticismo invocato da forze nazionaliste e xenofobe, ma il ritorno ai veri valori dell’Europa, quella dei cittadini, dei diritti, dell’ambiente. Un’idea di comunità di popoli legati a una cultura e solidarietà, con un ruolo centrale nella politica mondiale. In contrapposizione all’Europa attuale: della finanza, della Troika, che impoverisce e strangola i Paesi in nome dell’austerity e del rigore. Siamo alla smentita più clamorosa dei principi marxisti secondo i quali da un sistema economico si genererebbe sempre una sovrastruttura politica. Viviamo invece in un’Europa in cui il sistema finanziario è fuori da qualunque controllo politico, si autogoverna. Senza alcun freno o limite. Così, la cittadinanza europea si sta sgretolando diktat dopo diktat e, di questo passo, l’illusione e il risentimento nei confronti delle istituzioni europee è destinato ad aumentare. Inoltre, da costituzionalista , aggiungo la seguente considerazione: l’Italia ha aderito all’Unione europea in base all’articolo 11 della nostra Carta, il quale – nella seconda parte – consente la cessione di “pezzi” della propria sovranità in favore di istituzioni sovranazionali che si pongono lo scopo di creare un’integrazione sempre più stretta tra i popoli. Ma la cessione di sovranità è subordinata a due principi: la pace e la giustizia. In questa nostra Europa, così costruita, pare palese che tali valori stiano venendo meno. Quando parlo di “guerra” mi riferisco ovviamente non a operazioni militari (per fortuna scongiurate nel continente) bensì allo strapotere della finanza che per propri interessi ed equilibri sta assoggettando intere nazioni. Nelle istituzioni europee va reintrodotta linfa culturale, l’amore per un’altra idea di Europa e quell’energia politica del progetto originario d’unità nato a Ventotene dopo la Seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a poter dire con orgoglio di essere “cittadini europei”. Per questo sostengo la lista Tsipras. Prima che sia troppo tardi. È questo l’appello a firma di Gustavo Zagrebelsky - “Tsipras per l’Europa dei popoli contro lo strapotere della finanza” – apparso su “il Fatto Quotidiano” del 30 di gennaio 2014. Come non aderire ad esso che sembra aprire spiragli nuovi nel maleodorante mondo della “antipolitica” che è al potere? Ed invece i primi passi che la “lista” ha compiuto sono dei più incerti. Poiché non è possibile far camminare un “sogno” grande sulle esili, incerte gambe di quegli stessi uomini che hanno concorso, da tutte le sponde, a scacciare la politica “buona” a favore della “antipolitica” che è al potere. È una lotta impari, titanica, scacciare i manutengoli – che viene dal latino “manutenere” che sta per “condurre tenendo per mano”, ovvero “proteggendo o aiutando attività illecite” - della “antipolitica” affinché torni la politica ad essere limpida, trasparente ed al servizio esclusivo del cosiddetto “bene comune”. Aver aderito o solamente aver pensato di appoggiare la “lista” poiché liberata dalla infestante presenza dei politicanti per mestiere si scontra, nello scorrere dei giorni, con una realtà durissima a morire: quei manutengoli non vogliono per nulla abbandonare le posizioni conquistate. È dalla rete che ci viene data contezza dello scontro durissimo in atto. Non ultimo il caso di Antonia Battaglia – attivista ecologista in quel di Taranto - che, sul sito www.inchiostroverde.it ha denunciato la presenza di impresentabili nella “lista” per la qual cosa ha chiesto l’annullamento della Sua candidatura. Scrivendo: “Ho ricevuto stamane una bellissima lettera da parte del Comitato per la Lista “L’Altra Europa con Tsipras”, nella quale mi si invita a non ritirare la mia candidatura e a non darla vinta a chi mi vorrebbe fuori da questa lista. La lettera, firmata da Argiris Panagopoulos in nome di Alexis Tsipras, Barbara Spinelli, Marco Revelli e Guido Viale, é stata una grande testimonianza di fiducia nei miei confronti. Ma è con grande rammarico che, mio malgrado, constato ancora che tra i candidati della circoscrizione Sud rimangono i nomi di due candidati appartenenti a SEL.(…). I miei principî morali ed etici e la netta consapevolezza di non voler portare avanti una campagna per Taranto e per il Sud tutto in Europa, accanto ad esponenti di un partito che ancora ieri ha continuato a disconoscere le proprie gravi responsabilità sulla questione ILVA, mi inducono a riaffermare con forza la mia scelta. Pertanto ho pregato il Comitato di voler provvedere a levare il mio nome dalla lista dei candidati della circoscrizione Sud. Auguro ad Alexis Tsipras tutto il successo che merita in Europa”. Trovo opprimente tutto ciò. Il “sogno” di poter sostenere una lista che fosse espressione della cosiddetta società civile viene così a dissolversi? È che il “sogno” di quei grandi che l’hanno pensata non può camminare sulle gambe dei nani della “antipolitica”. Il momento è duro. Nel mio piccolo posso testimoniare d’essermi trovato a constatare di persona quanto le resistenze opposte dalla “antipolitica” si stiano organizzando e posizionando sul terreno nuovo affinché il “sogno” abbia a svanire ai primi albori. Mi è capitato di cercare sul sito ufficiale della “lista” il referente della stessa per la mia zona di residenza. Avutone il nominativo mi sono premurato a segnalare la mia simpatia per la “lista” e la mia disponibilità a spendermi per una sua più capillare diffusione. Come riscontro alla mia disponibilità mi si invitava invece a contattare le sedi di specifici partiti. È stato come se mi fosse crollato un muro addosso. Non ho potuto fare a meno che rispondere in questi termini: Egregio ***, la ringrazio per il sollecito e cortese Suo riscontro. Sono un iscritto al Partito democratico e vengo da una Storia politica lontana. Simpatizzando per la lista Tsipras ho tanto sperato che essa avesse un po' meno di partitico e molto più di politico. Questo per dirle che la mia risoluzione ad appoggiare la lista Tsipras non è legata alla emozionalità del momento ma ad una scelta che vuole superare la pessima partitocrazia che ha avvelenato ed avvelena la nostra vita sociale tutta. Se avessi voluto riconoscermi in una qualsivoglia forma partitica per la tornata elettorale delle europee sappia della mia militanza nel Partito Democratico. Il fatto è ben altro. (…). Ostinatamente, forse ciecamente, continuo ad aderire all’appello di Gustavo Zagrebelsky e degli altri proponenti affinché si costruisca veramente “una lista autonoma e della società civile che sostenga Alexis Tsipras alla Presidenza della Commissione di Bruxelles”. È un’altra “ultima spiaggia”.