"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 17 gennaio 2013

Eventi. 4 Leggere “La Kippà di Esculapio”.



“Ho comprato da tempo una schiava musulmana, in buona fede e secondo leggi, l’ho pagata al giusto prezzo e l’ho tenuta pacificamente, senz’alcun problema o contestazione, fino a quando ho saputo – poco fa – che s’è fatta cristiana, ricevendo il battesimo. Chiedo dunque che la schiava sia venduta ad un cristiano, secondo le consuetudini e le leggi, e di poterne incassare il prezzo”. È il “medico fisico” da Licata Prospero Muczimecu – “medico d’urina”, forse, ch’era cosa ben distinta dal “medico di piaga”, ché sarebbe poi il chirurgo d’oggigiorno - che il 30 di giugno dell’anno del signore 1492 – “annus horribilis” secondo molti (il 31 di marzo, Ferdinando II d'Aragona ed Isabella di Castiglia firmano il decreto che espelle tutti gli Ebrei dalla Spagna, eccezion fatta per coloro che accettino la conversione al cattolicesimo; il 31 di luglio, gli ebrei sono espulsi dalla Spagna; il 3 di agosto Cristoforo Colombo salpa da Palos (Spagna) alla volta dell'America, senza però saperlo, credendo infatti di andare verso le Indie; il 12 di ottobre, Cristoforo Colombo scopre l'isola di San Salvador e le Americhe e con questo evento si segna l’inizio dell'Età moderna e si inaugura anche quell’”età dell’oro” segnata dalle conquiste da parte del mondo cristianizzato con la spoliazione e lo sterminio delle popolazioni di quel continente; il 28 di ottobre, Cristoforo Colombo scopre Cuba; il 7 di novembre un meteorite di 120 kg si schianta in Alsazia (pochi danni, peccato!); ed il 31 di dicembre, grazie a dio finisce l’”annus horribilis”, circa 100.000 Ebrei sono espulsi dalla Sicilia - presi, come si diceva poc’anzi, carta penna e calamaio poneva l’incresciosa sua vicenda alla graziosa attenzione del viceré d’Acuna che ben ispirato disponeva che la schiava, già musulmana ma cristianizzata, “sia venduta a un cristiano abbiente e dabbene, di Licata aut de fora, al miglior prezzo che si possa ottenere, e che il ricavato sia subito depositato in un banco sicuro. Successivamente, esaminata la posizione del medico nei confronti del fisco, siano trattenute le somme da lui eventualmente dovute a qualsiasi titolo ed infine gli sia versato quanto di suo diritto”. Avevo incontrato il “medico d’urina” Prospero Muczimecu leggendo, qualche tempo addietro, l’interessante ed agilissimo volume “Il tempio perduto” – Anicia editore (2011) pagg. 95 € 13,00 - del professor Giuseppe Sicari. E ne ho rinvenuto traccia e memoria nella nuova fatica letteraria dell’esimio Autore –  “La Kippà di Esculapio” Pungitopo editore (2012) pagg. 106 € 10,00 -. Scrive Giuseppe Sicari: L’inopinata scoperta dell’esistenza di Joshua ben Isaac Joel che a Licata, nel 1484, copia per proprio uso un famoso testo scientifico (il manoscritto è ora conservato presso la Staatsbibliothek di Berlino), ha riacceso il mio interesse sui medici ebrei siciliani del Basso Medioevo, un argomento forse non abbastanza studiato. Joel, sia detto incidentalmente, è anche il quarto dottore ebreo attivo a Licata nella seconda metà del Quattrocento (oltre ai tre già noti: Prospero Muczimecu, Farachi de Anello e Gabriele di La Medica). La stessa curiosità dell’Autore, ma come lettore delle Sue interessantissime “cose” scritte, che ho provato io nel ricevere la copia de’ “La Kippà di Esculapio” che il professor Sicari mi ha fatto cortesemente pervenire, confortandomi del privilegio della Sua amicizia, dopo averne letto, nell’ordine, “Il Santo marrano” ed il citato “Il tempio perduto”. È che, discorrendone con l’Autore, sono venuto a conoscenza della genesi di quest’ultima Sua fatica letteraria editata. Mi confidava come il contenuto de’ “La Kippà di Esculapio” non fosse altro che il frutto delle Sue ricerche storiche a tutto campo sull’argomento, ricerche che avrebbero dovuto corredare, a mo’ di note, un lavoro ben più ponderoso – mi ha accennato alla storia romanzesca di un medico ebreo, in quel lontano tempo nella Sicilia dominata, che ne percorre i luoghi per trovarne uno da eleggere a sede della sua attività medica – lavoro che è da augurarsi possa al più presto essere dato alle stampe. Ma, tornando a parlare de’ “La Kippà di Esculapio”, che si legge in un soffio tanto è capace di stimolare curiosità e bisogno di conoscenza storica, di una Storia che ci è prossima ma ignorata, debbo dire me ne sono venute fuori delle notizie che rendono l’attesa, per l’annunciata pubblicazione della nuova fatica editoriale del professor Sicari, un tantino più spasmodica; in fondo è quella specie di “catarsi”  - “katharsis”, dall’antico greco “κθαρσις” – creata dalla lettura, intesa come uno stato di "purificazione" che il leggere – ed il leggere le “cose” interessanti e di valore per come è per l’appunto “La Kippà di Esculapio” – possono indurre creando quasi come una sospensione dal tempo e dai luoghi. E così ci si immerge in insperate, inimmaginabili realtà – laddove si pensi alla Sicilia dei secoli quattordicesimo e quindicesimo – che smantellano d’un sol colpo quelle erronee, artificiose costruzioni del costume di un popolo, divenute nel tempo profondissime convinzioni, stante la non conoscenza dei fatti della Storia, che concorre a fare cementare la credulità dei più. Leggo alla pagina 73 de’ “La Kippà di Esculapio”: Virdimura  De Medico, da Catania.”Virdimura”: chi  era costui? Legittima domanda. Sorprendente la risposta che ne fornisce l’Autore: “Giudea, moglie di Pascalis de Medico”, il 7 novembre 1376 è “diligenter” esaminata dai medici di casa reale e abilitata all’esercizio della professione medica in tutto il regno. La candidata giunge all’esame accompagnata da una “lodabile” fama. Il documento di approvazione ricorda, inoltre, che Virdimura ha chiesto di poter esercitare in particolare in favore dei poveri che hanno difficoltà a pagare gli atti onorari chiesti dai medici (…). Un’ebrea e per giunta medico (preferibilmente dei poveri) nella Sicilia del quattordicesimo secolo. Ed oltre leggo ne’ “La Kippà di Esculapio” – alla pagina 76 -: …il 6 settembre 1414, la regina Bianca interviene in suo favore, ordinando agli ufficiali di Mineo che “donna Bella” possa esercitare l’arte chirurgica in tutte le terre di pertinenza della Camera reginale. Infatti, “dopo veridica e competente relazione”, era stato comprovato avere essa praticato quell’arte “cum sanitati di li pacienti”. Dispone, inoltre, la regina che la magistra sia libera ed esente da “omni angaria, perangaria, collecti, imposizioni, guardia, pusati et qualsivoglianu angarii”. “Donna Bella” era al secolo Bella De Paija, da Mineo. Donna, ebrea e medico. Nella Sicilia del secolo quindicesimo. Una buona lettura da non perdere.

sabato 12 gennaio 2013

Cosecosì. 38 Del potere dei partiti sfiduciati.



Scrive Michele Serra – la Repubblica, nell’Amaca del 9 di gennaio -: L’indissolubile comparaggio tra Lega e Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto e ogni separazione. Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche italiana. Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (…) ci dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia. Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato per scrupolo etico. (…). È l’amarissima verità che non sfugge all’occhio attento e critico di Michele Serra. E che non dovrebbe sfuggire ai più che posseggano un minimo di “cittadinanza” consapevole e vigile. Nasce da quel “fastidio invincibile” della grassa borghesia tutto il male che ha percorso e corrotto la vita pubblica e politica del bel paese. E che ha consentito l’affermarsi dell’antipolitica al potere che ha scacciato la politica buona, il ritorno della quale oggigiorno si invoca inutilmente. Una pratica micidiale che ha svuotato dal di dentro la funzione propria delle istituzione e dei partiti per come essi la svolgono in tutte le altre democrazie mature. Prescrive la Carta Costituzionale – all’articolo 49 – che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non avviene più. Svuotati essi di quella prerogativa loro assegnata dalla Carta li si è visti rinchiudersi nel guscio angusto del loro precario esistere senza che la loro azione di formazione e di orientamento potesse convenientemente espandersi all’esterno sul resto della società. È un bel dire che le ultime primarie delle forze politiche della sinistra del bel paese rappresentino una riconquistata voglia del corpo elettorale per la politica buona che tornerebbe a primeggiare scacciando la mala pianta dell’antipolitica che è al potere. È un grossolano abbaglio. 3 milioni di cittadini che abbiano fatto la fila per le primarie quanto rappresentano rispetto al corpo elettorale – inteso come l’insieme di tutti i cittadini che abbiano diritto di voto - che sarà chiamato alle urne il 24 di febbraio? Una piccola parte. Significativa ma pur sempre piccola. Ma è quella piccola parte che con ostinazione si oppone al grosso “che non ha mai brillato per scrupolo etico”. Di quella gente volenterosa ne ho ritrovato commovente memoria nella bellissima prova cinematografica dell’esordiente Susanna Nicchiarelli nel Suo “Cosmonauta”, film di memoria e di formazione. Scrive Ilvo Diamanti – la Repubblica del 9 di gennaio, “Perchè non possiamo fare a meno dei partiti” -: Ormai l’antipolitica è dovunque. È entrata nel linguaggio corrente della vita quotidiana e nel discorso “politico”. Un argomento usato dai leader politici a fini polemici. Tuttavia, il bersaglio dell’antipolitica non è la “politica” in quanto tale. Coincide, piuttosto, con i partiti. È inutile fare della logomachia. È inutile farne un problema semantico. L’utilizzo del termine – “antipolitica” – andrebbe corretto nel senso di designare l’azione delittuosa e nefasta di quanti, chiamati a condurre la cosa pubblica, investiti quindi di pubbliche responsabilità, ne abbiano fatto un utilizzo personale o di gruppo che sia andato di fatto contro il cosiddetto “bene comune”. È tempo di uscire dagli equivoci e dire “pane al pane e vino al vino”. Ecco perché da tempo mi ostino ad affermare che l’antipolitica è di già al potere, poiché è essa ad avere scalzato la buona politica del “bene comune”. Continua a scrivere Ilvo Diamanti: Che, in Italia, godono — si fa per dire — di pessima reputazione. Peraltro, è largamente condivisa la convinzione che la “malapolitica” condotta dai partiti costituisca un “male” tipicamente italiano, che si è propagato con particolare intensità negli ultimi anni. (…). Oggi più che mai delegittimati, sfiduciati dai cittadini. Eppure, oggi più che mai, dotati di potere e di influenza, in ambito istituzionale, ma anche nel mondo sociale, nella vita quotidiana. (…). Attori essi, i partiti in prima persona, dell’antipolitica al potere. Ed oltre, in una visione del problema che l’illustre Autore allarga oltre l’orizzonte dei giorni nostri: La sfiducia verso i partiti non è un fatto recente, non riguarda il nostro tempo. E non è una specialità italiana. Dal punto di vista storico i partiti non hanno mai goduto di buona stampa. «La colpa», (…), «è nel nome». Perché il partito deriva dal latino "partire". E, per questo, evoca la parzialità. Per questo sono distinti dalle “fazioni”. Ma spesso ritenuti equivalenti e altrettanto faziosi. Così, secondo Hobbes, i partiti diventano «uno Stato nello Stato». E per questo «è dovere dei governanti disperderli». I partiti, cioè, vengono considerati veicoli di interessi particolari, in contrasto con l’interesse “generale”, con il “bene comune”. Ma sono molti altri i critici autorevoli dei partiti. (…). …fra gli altri, Alexis de Tocqueville, il quale ammette che «i partiti sono un male inerente ai governi liberi». Dunque, un male inevitabile, ma comunque, un male. Bisogna attendere il passaggio tra Otto e Novecento per assistere al cambiamento del clima d’opinione verso i partiti. E di riflesso al cambiamento del loro rapporto con la società. I partiti conoscono un’età dell’oro durante la prima metà del secolo trascorso. Quando si affermano i partiti di massa. Socialisti, comunisti, popolari. Rappresentano e mobilitano le masse, appunto. Stabiliscono un legame di identificazione e di identità con i loro elettori. Anche perché sono presenti sul territorio nella società. Inoltre, sono partiti di iscritti, dotati di un’ampia rete di volontari, ma anche di funzionari. Per garantire continuità ed efficacia alla loro azione. Per questo, dispongono di consenso sociale, ma al tempo stesso, si professionalizzano sempre più. Ed avviene così il passaggio che Ilvo Diamanti magistralmente analizza: E si evolvono in senso oligarchico. Per adattarsi alla complessità sociale diventano “pigliatutti”. Partiti elettorali, che non hanno più un target specifico e definito. Ma si rivolgono, appunto, a tutti gli elettori. Per questo, perdono le loro specificità ideologiche. «Degli iscritti, così come delle sezioni territoriali», (…), «non c’è più bisogno». I partiti, quindi si rifugiano nelle istituzioni e sui media. Diventano, cioè, partiti di cartello. «Agenzie pubbliche regolamentate e ufficializzate che – (…) - dallo Stato traggono le loro risorse legalmente con il finanziamento pubblico e in maniera opaca attraverso il patronage». Investono, cioè, nel controllo clientelare dell’opinione pubblica. Per questo, (…), «i partiti sono oggi in Europa molto più forti di un tempo». In Europa, si badi bene. Perché queste tendenze non riguardano solo l’Italia. Ma coinvolgono tutti i principali paesi europei. Dalla Francia alla Germania. Dal Belgio all’Austria. Per non parlare delle nuove democrazie. Il partito è, dunque, divenuto “stato-centrico”. Ma si è indebolito sul territorio e nella società. Per questo la stima nei loro confronti è precipitata. Ciò li ha spinti a correre ai ripari. Allargando il richiamo alla volontà popolare, il ritorno agli iscritti. E agli elettori. In modo diretto. Attraverso le primarie. Ma anche, in alcuni casi, attraverso lo scambio diretto tra leader e popolo. In modo carismatico e populista. Da ciò il problema di questa fase. Perché, (…), «non c’è scampo: senza i partiti non c’è democrazia. Se vogliamo un sistema democratico e pluralista dobbiamo tenerci dei partiti». Ma «questi » partiti, «hanno scambiato il potere con la fiducia». Per reagire, (…), i partiti dovrebbero «spossessarsi di tante delle risorse accumulate». Una condizione necessaria ma non sufficiente. E, purtroppo, difficile da realizzare, con “questi” partiti. (…). Perché in fondo al tunnel, oltre il paradosso che produce forza senza legittimità, non si vede la luce. Ho dimenticato di specificare che, nel virgolettato, Ilvo Diamanti ha riportato citazioni tratte dall’ultimo lavoro di Pietro Ignazi che ha per titolo “Forza senza legittimità” – Laterza editore, pagg. 153, € 14 -. Ovvero, dire del potere dei partiti sfiduciati.

mercoledì 9 gennaio 2013

Cronachebarbare. 3 La latitanza (ben gradita) dell’(anti)politica.



È tutto un accapigliarsi nel “teatrino” – per dirla con le parole tanto care all’egoarca di Arcore – della politica del bel paese. Tutti a disconoscere la paternità dell’IMU. È tua. No, è tua. Nessuno ad aver sottoscritto i trattati fiscali dell’Europa della moneta. Sei stato tu! No, li hai sottoscritti tu! E di questo passo sbugiardandosi a vicenda e facendo scadere le istituzioni ad un caravanserraglio. Il dovere primo di dire la verità ai cittadini non passa per la mente agli strateghi della politica. Ha scritto un magistrale pezzo Barbara Spinelli il 3 di ottobre – la Repubblica “La latitanza dei partiti” - prima che non si verificasse l’ingenua profezia dei Maya. Scriveva Barbara Spinelli: (…). L’epoca che viviamo è per molti versi postcostituzionale (…), e son simili epoche, secondo il filosofo Leo Strauss, che secernono fatalmente il cesarismo. (…). Il problema è che pochi (…) ricordano che candidarsi e parlare di programmi e alleati è dovuto, in democrazia. Qui è il pericolo, ma anche il fascino, che il cesarismo postpolitico pare esercitare. È una delle singolarità italiane su cui vale la pena riflettere. In Grecia, in Spagna, cittadini indignati denunciano con impeto quello che vivono come diktat non tanto esterno, quanto inconfutabile. In Italia le proteste si frammentano, i sindacati gridano, ma le piazze non si riempiono. Non è una sciagura, ma è una passività colma d’ira che ha qualcosa di malato ed è un’anomalia, nella cosiddetta periferia d’Europa. Sembra confermare quello che Luciano Canfora considerava, nel 2010, la questione cruciale dei nostri tempi: i governi europei hanno scelto la strada dell’abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli “esperti”. Ma accade, nella “singolarità” del bel paese, che i cosiddetti “tecnici” s’ingegnino a scimmiottare il parlare vacuo dei politicanti dell’antipolitica al potere. È la scena stucchevole ed a tratti disgustosa che si ha in questi giorni d’avvio della campagna elettorale. Nel bla bla bla generale non una parola che sia spesa per dire ai cittadini tutta la verità, nient’altro che la verità. La verità ti fa male, si cantava un tempo. Ed allora necessita sfuggire a quell’unitile bla bala bla per poter afferrare briciole di una verità altrimenti negata. Ed una verità, suffragata dalle Sue conoscenze, ce la offre Luciano Gallino – “Il baratro fiscale dell’Agenda Monti” su la Repubblica dell’8 di gennaio – laddove scrive: (…). L’art. 4 (del trattato europeo in materia fiscale n.d.r.) prescrive: “Quando il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il valore… del 60%... tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Il Trattato è già in vigore, ma in base a un precedente regolamento del Consiglio, l’inizio della riduzione del debito verso la meta del 60 per cento dovrebbe aver luogo solo dal 2015. (…). Ridurre davvero il nostro debito pubblico nella misura e nei tempi richiesti dal Trattato in questione è un’operazione che così come si presenta oggi ha soltanto due sbocchi: una generazione o due di miseria per l’intero Paese; aspri conflitti sociali; discesa definitiva della nostra economia in serie D. Oppure la constatazione che il debito ha raggiunto un livello tale da essere semplicemente impagabile, per la ragione che esso deriva sin dagli anni ‘60 non da un eccesso di spesa, bensì dalla accumulazione di interessi troppo alti. (…).  Al fine di ripagare un debito a lunga scadenza in rate annuali è infatti essenziale una condizione: che il debitore, al netto di quanto spende per il proprio sostentamento, abbia ogni anno delle entrate, per tutta la durata prevista, che siano almeno pari in media a quella di ciascuna rata del debito. Nel caso del debito pubblico italiano tale condizione base non esiste. Il Pil supera i 1650 miliardi, per cui il 60 per cento di esso ne vale circa 1000. Mentre il debito accumulato ha superato i 2000. Al fine di farlo scendere al 60 per cento del Pil come prescrive il Trattato, si dovrebbe quindi ridurre il debito di 50 miliardi l’anno per un ventennio. La cifra è di per sé paurosa, tale da immiserire tre quarti della popolazione. Ma il problema non è solo questo. È che l’interesse sul debito, al tasso medio del 4 per cento, comporta una spesa di 80 miliardi l’anno, la quale si somma ogni anno al debito pregresso. Ne segue che quest’ultimo non smette di crescere. Ora, se riduco il debito di 50 miliardi, avrò sì risparmiato 2 miliardi di interessi; però sui restanti 1950 miliardi dovrò pur sempre pagarne 78. Risultato: il debito è salito a 2028 miliardi (2000-50+78). L’anno dopo taglio il debito di altri 50 miliardi e gli interessi di 2. Però devo pagarne 76, per cui il debito risulterà salito a 2054. Chi vuole può continuare. Magari inserendo nel calcoletto un dettaglio: l’art. 4 del Trattato prescinde del fatto che il debito di un paese potrebbe col tempo aumentare di molto, per cui l’entità del ventesimo di rientro andrebbe alle stelle. L’Italia, per dire, potrebbe ritrovarsi a fine 2015 con un Pil di poco superiore all’attuale, ma con un debito che a causa dell’accumulo degli interessi ha raggiunto i 2200 miliardi. Così i miliardi annui da tagliare passerebbero da 50 a 60. (…). E fin qui Luciano Gallino. Orbene, di tutto ciò cosa ne perviene al cittadino-elettore? Il nulla. Gabbato, ancora una volta. Poiché la tenzone elettorale si ridurrebbe a scegliere e premiare quei partiti che indicassero come evitare quel baratro non succhiando il sangue sempre ai soliti “fessi”. Nulla invece di tutto ciò. Ed ora che la politica si svolge tra i personalismi più sfrenati, è ingenuità sperare in una virata che rimetta al centro quei stramaledetti problemi. Conviene tornare al pezzo di Barbara Spinelli per decifrare il tempo che ci è dato da vivere. Scrive infatti: Seguendo alla lettera Tietmeyer (già governatore della Bundesbank n.d.r.), (i politici-tecnici, nuova specie zoologica della politica del bel paese n.d.r.) prediligono di fatto il permanente plebiscito dei mercati (…). Ma i primi responsabili del male non sono i mercati. Essi constatano il vuoto di politica, e lo riempiono con loro ansie, esigenze. Responsabili della diserzione sono i partiti, i politici che antepongono la sete di potere alla competenza. E responsabile è il popolo italiano, che a questo andazzo ventennale s’è assuefatto se non affezionato. L’abdicazione dei partiti è ricorrente, palese. Se davvero volessero governare, se non fossero anch’essi attratti dalla passività, riconoscerebbero che i poteri dei mercati tendono a espandersi naturalmente (vale anche per i mercati quel che dice Montesquieu: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”. Solo il politico può frenare l’abuso, correggere la vista corta di chi giudica solo il minuto, e contrapporre un potere legittimato democraticamente che duri un po’ più a lungo di una seduta di borsa). Ma i partiti vogliono veramente governare? Vogliono essere protagonisti, o preferiscono assegnare il compito a esperti e tecnici, pur di evitare il difficile o l’impopolare? Tutto fa pensare che un potere così rischioso non lo desiderino, né a destra né a sinistra. Se davvero ambissero a governare, e non solo a espugnare un ben remunerato spazietto, predisporrebbero alleanze durature. (…). Ogni partito ha lo sguardo fisso su sé stesso, pur sapendo perfettamente che da soli si naufraga. (…). Anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato. (…). A tal punto inaffidabili si sono rivelati i partiti e la politica italiana, inviluppata non nel mistero soltanto ma nella corruzione. (…). In Italia (…), tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale. È così da quando è finita la prima Repubblica. La seconda non è mai cominciata. Tutti questi anni sono passati nell’inane, fallito tentativo di uscire dalla prima. Sta tutta qui l’italica “singolarità”. Bene a sapersi; cosa resta allora da sperare? Torna comodo all’antipolitica al potere latitare sui veri, assillanti problemi del bel paese. Tutto il resto sono le chiacchiere dei latitanti al potere.