“Ho comprato da tempo una schiava
musulmana, in buona fede e secondo leggi, l’ho pagata al giusto prezzo e l’ho
tenuta pacificamente, senz’alcun problema o contestazione, fino a quando ho
saputo – poco fa – che s’è fatta cristiana, ricevendo il battesimo. Chiedo
dunque che la schiava sia venduta ad un cristiano, secondo le consuetudini e le
leggi, e di poterne incassare il prezzo”. È il “medico fisico” da Licata
Prospero Muczimecu – “medico d’urina”, forse, ch’era cosa
ben distinta dal “medico di piaga”, ché sarebbe poi il chirurgo d’oggigiorno - che
il 30 di giugno dell’anno del signore 1492 – “annus horribilis” secondo
molti (il 31 di marzo, Ferdinando II d'Aragona ed Isabella di Castiglia firmano
il decreto che espelle tutti gli Ebrei dalla Spagna, eccezion fatta per coloro
che accettino la conversione al cattolicesimo; il 31 di luglio, gli ebrei sono
espulsi dalla Spagna; il 3 di agosto Cristoforo Colombo salpa da Palos (Spagna)
alla volta dell'America, senza però saperlo, credendo infatti di andare verso
le Indie; il 12 di ottobre, Cristoforo Colombo scopre l'isola di San Salvador e
le Americhe e con questo evento si segna l’inizio dell'Età moderna e si
inaugura anche quell’”età dell’oro” segnata dalle
conquiste da parte del mondo cristianizzato con la spoliazione e lo sterminio
delle popolazioni di quel continente; il 28 di ottobre, Cristoforo Colombo
scopre Cuba; il 7 di novembre un meteorite di 120 kg si schianta in
Alsazia (pochi danni, peccato!); ed il 31 di dicembre, grazie a dio finisce l’”annus
horribilis”, circa 100.000 Ebrei sono espulsi dalla Sicilia - presi,
come si diceva poc’anzi, carta penna e calamaio poneva l’incresciosa sua
vicenda alla graziosa attenzione del viceré d’Acuna che ben ispirato disponeva
che la schiava, già musulmana ma cristianizzata, “sia venduta a un cristiano
abbiente e dabbene, di Licata aut de fora, al miglior prezzo che si possa
ottenere, e che il ricavato sia subito depositato in un banco sicuro.
Successivamente, esaminata la posizione del medico nei confronti del fisco,
siano trattenute le somme da lui eventualmente dovute a qualsiasi titolo ed
infine gli sia versato quanto di suo diritto”. Avevo incontrato il “medico
d’urina” Prospero Muczimecu leggendo, qualche tempo addietro, l’interessante
ed agilissimo volume “Il tempio perduto”
– Anicia editore (2011) pagg. 95 € 13,00 - del professor Giuseppe Sicari. E ne
ho rinvenuto traccia e memoria nella nuova fatica letteraria dell’esimio Autore
– “La
Kippà di Esculapio” Pungitopo editore (2012) pagg. 106 € 10,00 -. Scrive
Giuseppe Sicari: L’inopinata scoperta dell’esistenza di Joshua ben Isaac Joel che a
Licata, nel 1484, copia per proprio uso un famoso testo scientifico (il
manoscritto è ora conservato presso la Staatsbibliothek di Berlino), ha
riacceso il mio interesse sui medici ebrei siciliani del Basso Medioevo, un
argomento forse non abbastanza studiato. Joel, sia detto incidentalmente, è
anche il quarto dottore ebreo attivo a Licata nella seconda metà del
Quattrocento (oltre ai tre già noti: Prospero Muczimecu, Farachi de Anello e
Gabriele di La Medica). La stessa curiosità dell’Autore, ma come
lettore delle Sue interessantissime “cose” scritte, che ho provato io nel
ricevere la copia de’ “La Kippà di
Esculapio” che il professor Sicari mi ha fatto cortesemente pervenire,
confortandomi del privilegio della Sua amicizia, dopo averne letto,
nell’ordine, “Il Santo marrano” ed
il citato “Il tempio perduto”. È
che, discorrendone con l’Autore, sono venuto a conoscenza della genesi di
quest’ultima Sua fatica letteraria editata. Mi confidava come il contenuto de’ “La Kippà di Esculapio” non fosse altro
che il frutto delle Sue ricerche storiche a tutto campo sull’argomento,
ricerche che avrebbero dovuto corredare, a mo’ di note, un lavoro ben più
ponderoso – mi ha accennato alla storia romanzesca di un medico ebreo, in quel
lontano tempo nella Sicilia dominata, che ne percorre i luoghi per trovarne uno
da eleggere a sede della sua attività medica – lavoro che è da augurarsi possa
al più presto essere dato alle stampe. Ma, tornando a parlare de’ “La Kippà di Esculapio”, che si legge
in un soffio tanto è capace di stimolare curiosità e bisogno di conoscenza
storica, di una Storia che ci è prossima ma ignorata, debbo dire me ne sono
venute fuori delle notizie che rendono l’attesa, per l’annunciata pubblicazione
della nuova fatica editoriale del professor Sicari, un tantino più spasmodica;
in fondo è quella specie di “catarsi” - “katharsis”, dall’antico greco “κἁθαρσις” – creata dalla lettura,
intesa come uno stato di "purificazione" che il
leggere – ed il leggere le “cose” interessanti e di valore per
come è per l’appunto “La Kippà di
Esculapio” – possono indurre creando quasi come una sospensione dal
tempo e dai luoghi. E così ci si immerge in insperate, inimmaginabili realtà –
laddove si pensi alla Sicilia dei secoli quattordicesimo e quindicesimo – che
smantellano d’un sol colpo quelle erronee, artificiose costruzioni del costume
di un popolo, divenute nel tempo profondissime convinzioni, stante la non
conoscenza dei fatti della Storia, che concorre a fare cementare la credulità
dei più. Leggo alla pagina 73 de’ “La
Kippà di Esculapio”: Virdimura De Medico, da Catania.”Virdimura”:
chi era costui? Legittima domanda.
Sorprendente la risposta che ne fornisce l’Autore: “Giudea, moglie di Pascalis de
Medico”, il 7 novembre 1376 è “diligenter” esaminata dai medici di casa reale e
abilitata all’esercizio della professione medica in tutto il regno. La
candidata giunge all’esame accompagnata da una “lodabile” fama. Il documento di
approvazione ricorda, inoltre, che Virdimura ha chiesto di poter esercitare in
particolare in favore dei poveri che hanno difficoltà a pagare gli atti onorari
chiesti dai medici (…). Un’ebrea e per giunta medico (preferibilmente
dei poveri) nella Sicilia del quattordicesimo secolo. Ed oltre leggo ne’ “La Kippà di Esculapio” – alla pagina
76 -: …il 6 settembre 1414, la regina Bianca interviene in suo favore,
ordinando agli ufficiali di Mineo che “donna Bella” possa esercitare l’arte
chirurgica in tutte le terre di pertinenza della Camera reginale. Infatti,
“dopo veridica e competente relazione”, era stato comprovato avere essa
praticato quell’arte “cum sanitati di li pacienti”. Dispone, inoltre, la regina
che la magistra sia libera ed esente da “omni angaria, perangaria, collecti,
imposizioni, guardia, pusati et qualsivoglianu angarii”. “Donna Bella” era
al secolo Bella De Paija, da Mineo. Donna, ebrea e medico. Nella Sicilia del
secolo quindicesimo. Una buona lettura da non perdere.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 17 gennaio 2013
sabato 12 gennaio 2013
Cosecosì. 38 Del potere dei partiti sfiduciati.
Scrive Michele Serra – la
Repubblica, nell’Amaca del 9 di gennaio -: L’indissolubile comparaggio tra Lega e
Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto
e ogni separazione. Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile
che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le
tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica
così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di
vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani
che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche
italiana. Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (…) ci
dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia.
Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le
crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono
in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato
per scrupolo etico. (…). È l’amarissima verità che non sfugge
all’occhio attento e critico di Michele Serra. E che non dovrebbe sfuggire ai
più che posseggano un minimo di “cittadinanza” consapevole e vigile.
Nasce da quel “fastidio invincibile” della grassa borghesia tutto il male che
ha percorso e corrotto la vita pubblica e politica del bel paese. E che ha
consentito l’affermarsi dell’antipolitica al potere che ha scacciato la
politica buona, il ritorno della quale oggigiorno si invoca inutilmente. Una
pratica micidiale che ha svuotato dal di dentro la funzione propria delle
istituzione e dei partiti per come essi la svolgono in tutte le altre democrazie
mature. Prescrive la Carta Costituzionale – all’articolo 49 – che “tutti
i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere
con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non
avviene più. Svuotati essi di quella prerogativa loro assegnata dalla Carta li
si è visti rinchiudersi nel guscio angusto del loro precario esistere senza che
la loro azione di formazione e di orientamento potesse convenientemente
espandersi all’esterno sul resto della società. È un bel dire che le ultime
primarie delle forze politiche della sinistra del bel paese rappresentino una
riconquistata voglia del corpo elettorale per la politica buona che tornerebbe
a primeggiare scacciando la mala pianta dell’antipolitica che è al potere. È un
grossolano abbaglio. 3 milioni di cittadini che abbiano fatto la fila per le
primarie quanto rappresentano rispetto al corpo elettorale – inteso come
l’insieme di tutti i cittadini che abbiano diritto di voto - che sarà chiamato
alle urne il 24 di febbraio? Una piccola parte. Significativa ma pur sempre
piccola. Ma è quella piccola parte che con ostinazione si oppone al grosso “che
non ha mai brillato per scrupolo etico”. Di quella gente volenterosa ne
ho ritrovato commovente memoria nella bellissima prova cinematografica
dell’esordiente Susanna Nicchiarelli nel Suo “Cosmonauta”, film di memoria e di formazione. Scrive Ilvo Diamanti
– la Repubblica del 9 di gennaio, “Perchè
non possiamo fare a meno dei partiti” -: Ormai l’antipolitica è dovunque.
È entrata nel linguaggio corrente della vita quotidiana e nel discorso
“politico”. Un argomento usato dai leader politici a fini polemici. Tuttavia,
il bersaglio dell’antipolitica non è la “politica” in quanto tale. Coincide,
piuttosto, con i partiti. È inutile fare della logomachia. È inutile
farne un problema semantico. L’utilizzo del termine – “antipolitica” – andrebbe
corretto nel senso di designare l’azione delittuosa e nefasta di quanti,
chiamati a condurre la cosa pubblica, investiti quindi di pubbliche
responsabilità, ne abbiano fatto un utilizzo personale o di gruppo che sia
andato di fatto contro il cosiddetto “bene comune”. È tempo di uscire
dagli equivoci e dire “pane al pane e vino al vino”. Ecco
perché da tempo mi ostino ad affermare che l’antipolitica è di già al potere,
poiché è essa ad avere scalzato la buona politica del “bene comune”. Continua a
scrivere Ilvo Diamanti: Che, in Italia, godono — si fa per dire — di
pessima reputazione. Peraltro, è largamente condivisa la convinzione che la
“malapolitica” condotta dai partiti costituisca un “male” tipicamente italiano,
che si è propagato con particolare intensità negli ultimi anni. (…). Oggi più
che mai delegittimati, sfiduciati dai cittadini. Eppure, oggi più che mai,
dotati di potere e di influenza, in ambito istituzionale, ma anche nel mondo sociale,
nella vita quotidiana. (…). Attori essi, i partiti in prima persona,
dell’antipolitica al potere. Ed oltre, in una visione del problema che
l’illustre Autore allarga oltre l’orizzonte dei giorni nostri: La
sfiducia verso i partiti non è un fatto recente, non riguarda il nostro tempo.
E non è una specialità italiana. Dal punto di vista storico i partiti non hanno
mai goduto di buona stampa. «La colpa», (…), «è nel nome». Perché il partito
deriva dal latino "partire". E, per questo, evoca la parzialità. Per
questo sono distinti dalle “fazioni”. Ma spesso ritenuti equivalenti e
altrettanto faziosi. Così, secondo Hobbes, i partiti diventano «uno Stato nello
Stato». E per questo «è dovere dei governanti disperderli». I partiti, cioè,
vengono considerati veicoli di interessi particolari, in contrasto con
l’interesse “generale”, con il “bene comune”. Ma sono molti altri i critici
autorevoli dei partiti. (…). …fra gli altri, Alexis de Tocqueville, il quale
ammette che «i partiti sono un male inerente ai governi liberi». Dunque, un
male inevitabile, ma comunque, un male. Bisogna attendere il passaggio tra Otto
e Novecento per assistere al cambiamento del clima d’opinione verso i partiti.
E di riflesso al cambiamento del loro rapporto con la società. I partiti conoscono
un’età dell’oro durante la prima metà del secolo trascorso. Quando si affermano
i partiti di massa. Socialisti, comunisti, popolari. Rappresentano e mobilitano
le masse, appunto. Stabiliscono un legame di identificazione e di identità con
i loro elettori. Anche perché sono presenti sul territorio nella società.
Inoltre, sono partiti di iscritti, dotati di un’ampia rete di volontari, ma
anche di funzionari. Per garantire continuità ed efficacia alla loro azione.
Per questo, dispongono di consenso sociale, ma al tempo stesso, si
professionalizzano sempre più. Ed avviene così il passaggio che Ilvo
Diamanti magistralmente analizza: E si evolvono in senso oligarchico. Per
adattarsi alla complessità sociale diventano “pigliatutti”. Partiti elettorali,
che non hanno più un target specifico e definito. Ma si rivolgono, appunto, a
tutti gli elettori. Per questo, perdono le loro specificità ideologiche. «Degli
iscritti, così come delle sezioni territoriali», (…), «non c’è più bisogno». I
partiti, quindi si rifugiano nelle istituzioni e sui media. Diventano, cioè,
partiti di cartello. «Agenzie pubbliche regolamentate e ufficializzate che – (…)
- dallo Stato traggono le loro risorse legalmente con il finanziamento pubblico
e in maniera opaca attraverso il patronage». Investono, cioè, nel controllo
clientelare dell’opinione pubblica. Per questo, (…), «i partiti sono oggi in
Europa molto più forti di un tempo». In Europa, si badi bene. Perché queste
tendenze non riguardano solo l’Italia. Ma coinvolgono tutti i principali paesi
europei. Dalla Francia alla Germania. Dal Belgio all’Austria. Per non parlare
delle nuove democrazie. Il partito è, dunque, divenuto “stato-centrico”. Ma si
è indebolito sul territorio e nella società. Per questo la stima nei loro
confronti è precipitata. Ciò li ha spinti a correre ai ripari. Allargando il
richiamo alla volontà popolare, il ritorno agli iscritti. E agli elettori. In
modo diretto. Attraverso le primarie. Ma anche, in alcuni casi, attraverso lo
scambio diretto tra leader e popolo. In modo carismatico e populista. Da ciò il
problema di questa fase. Perché, (…), «non c’è scampo: senza i partiti non c’è
democrazia. Se vogliamo un sistema democratico e pluralista dobbiamo tenerci
dei partiti». Ma «questi » partiti, «hanno scambiato il potere con la fiducia».
Per reagire, (…), i partiti dovrebbero «spossessarsi di tante delle risorse
accumulate». Una condizione necessaria ma non sufficiente. E, purtroppo,
difficile da realizzare, con “questi” partiti. (…). Perché in fondo al tunnel,
oltre il paradosso che produce forza senza legittimità, non si vede la luce. Ho
dimenticato di specificare che, nel virgolettato, Ilvo Diamanti ha riportato
citazioni tratte dall’ultimo lavoro di Pietro Ignazi che ha per titolo “Forza senza legittimità” – Laterza
editore, pagg. 153, € 14 -. Ovvero, dire del potere dei partiti sfiduciati.
mercoledì 9 gennaio 2013
Cronachebarbare. 3 La latitanza (ben gradita) dell’(anti)politica.
È tutto un accapigliarsi nel “teatrino”
– per dirla con le parole tanto care all’egoarca di Arcore – della politica del
bel paese. Tutti a disconoscere la paternità dell’IMU. È tua. No, è tua.
Nessuno ad aver sottoscritto i trattati fiscali dell’Europa della moneta. Sei
stato tu! No, li hai sottoscritti tu! E di questo passo sbugiardandosi a
vicenda e facendo scadere le istituzioni ad un caravanserraglio. Il dovere
primo di dire la verità ai cittadini non passa per la mente agli strateghi
della politica. Ha scritto un magistrale pezzo Barbara Spinelli il 3 di ottobre
– la Repubblica “La latitanza dei
partiti” - prima che non si verificasse l’ingenua profezia dei Maya.
Scriveva Barbara Spinelli: (…). L’epoca che viviamo è per molti versi
postcostituzionale (…), e son simili epoche, secondo il filosofo Leo Strauss,
che secernono fatalmente il cesarismo. (…). Il problema è che pochi (…)
ricordano che candidarsi e parlare di programmi e alleati è dovuto, in
democrazia. Qui è il pericolo, ma anche il fascino, che il cesarismo
postpolitico pare esercitare. È una delle singolarità italiane su cui vale la
pena riflettere. In Grecia, in Spagna, cittadini indignati denunciano con
impeto quello che vivono come diktat non tanto esterno, quanto inconfutabile.
In Italia le proteste si frammentano, i sindacati gridano, ma le piazze non si
riempiono. Non è una sciagura, ma è una passività colma d’ira che ha qualcosa
di malato ed è un’anomalia, nella cosiddetta periferia d’Europa. Sembra
confermare quello che Luciano Canfora considerava, nel 2010, la questione
cruciale dei nostri tempi: i governi europei hanno scelto la strada
dell’abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in
favore degli “esperti”. Ma accade, nella “singolarità” del bel
paese, che i cosiddetti “tecnici” s’ingegnino a scimmiottare
il parlare vacuo dei politicanti dell’antipolitica al potere. È la scena
stucchevole ed a tratti disgustosa che si ha in questi giorni d’avvio della
campagna elettorale. Nel bla bla bla generale non una parola che sia spesa per
dire ai cittadini tutta la verità, nient’altro che la verità. La verità ti fa
male, si cantava un tempo. Ed allora necessita sfuggire a quell’unitile bla
bala bla per poter afferrare briciole di una verità altrimenti negata. Ed una
verità, suffragata dalle Sue conoscenze, ce la offre Luciano Gallino – “Il baratro fiscale dell’Agenda Monti”
su la Repubblica dell’8 di gennaio – laddove scrive: (…). L’art. 4 (del
trattato europeo in materia fiscale n.d.r.) prescrive: “Quando il rapporto tra il
debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il
valore… del 60%... tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio
di un ventesimo all’anno”. Il Trattato è già in vigore, ma in base a un
precedente regolamento del Consiglio, l’inizio della riduzione del debito verso
la meta del 60 per cento dovrebbe aver luogo solo dal 2015. (…). Ridurre
davvero il nostro debito pubblico nella misura e nei tempi richiesti dal
Trattato in questione è un’operazione che così come si presenta oggi ha
soltanto due sbocchi: una generazione o due di miseria per l’intero Paese;
aspri conflitti sociali; discesa definitiva della nostra economia in serie D.
Oppure la constatazione che il debito ha raggiunto un livello tale da essere
semplicemente impagabile, per la ragione che esso deriva sin dagli anni ‘60 non
da un eccesso di spesa, bensì dalla accumulazione di interessi troppo alti.
(…). Al fine di ripagare un debito a
lunga scadenza in rate annuali è infatti essenziale una condizione: che il
debitore, al netto di quanto spende per il proprio sostentamento, abbia ogni
anno delle entrate, per tutta la durata prevista, che siano almeno pari in
media a quella di ciascuna rata del debito. Nel caso del debito pubblico
italiano tale condizione base non esiste. Il Pil supera i 1650 miliardi, per
cui il 60 per cento di esso ne vale circa 1000. Mentre il debito accumulato ha
superato i 2000. Al fine di farlo scendere al 60 per cento del Pil come
prescrive il Trattato, si dovrebbe quindi ridurre il debito di 50 miliardi
l’anno per un ventennio. La cifra è di per sé paurosa, tale da immiserire tre
quarti della popolazione. Ma il problema non è solo questo. È che l’interesse
sul debito, al tasso medio del 4 per cento, comporta una spesa di 80 miliardi
l’anno, la quale si somma ogni anno al debito pregresso. Ne segue che
quest’ultimo non smette di crescere. Ora, se riduco il debito di 50 miliardi,
avrò sì risparmiato 2 miliardi di interessi; però sui restanti 1950 miliardi
dovrò pur sempre pagarne 78. Risultato: il debito è salito a 2028 miliardi
(2000-50+78). L’anno dopo taglio il debito di altri 50 miliardi e gli interessi
di 2. Però devo pagarne 76, per cui il debito risulterà salito a 2054. Chi
vuole può continuare. Magari inserendo nel calcoletto un dettaglio: l’art. 4
del Trattato prescinde del fatto che il debito di un paese potrebbe col tempo
aumentare di molto, per cui l’entità del ventesimo di rientro andrebbe alle
stelle. L’Italia, per dire, potrebbe ritrovarsi a fine 2015 con un Pil di poco
superiore all’attuale, ma con un debito che a causa dell’accumulo degli
interessi ha raggiunto i 2200 miliardi. Così i miliardi annui da tagliare
passerebbero da 50 a
60. (…). E fin qui Luciano Gallino. Orbene, di tutto ciò cosa ne
perviene al cittadino-elettore? Il nulla. Gabbato, ancora una volta. Poiché la
tenzone elettorale si ridurrebbe a scegliere e premiare quei partiti che
indicassero come evitare quel baratro non succhiando il sangue sempre ai soliti
“fessi”.
Nulla invece di tutto ciò. Ed ora che la politica si svolge tra i personalismi
più sfrenati, è ingenuità sperare in una virata che rimetta al centro quei
stramaledetti problemi. Conviene tornare al pezzo di Barbara Spinelli per decifrare
il tempo che ci è dato da vivere. Scrive infatti: Seguendo alla lettera Tietmeyer (già
governatore della Bundesbank n.d.r.), (i politici-tecnici, nuova specie
zoologica della politica del bel paese n.d.r.) prediligono di fatto il
permanente plebiscito dei mercati (…). Ma i primi responsabili del male non
sono i mercati. Essi constatano il vuoto di politica, e lo riempiono con loro
ansie, esigenze. Responsabili della diserzione sono i partiti, i politici che
antepongono la sete di potere alla competenza. E responsabile è il popolo
italiano, che a questo andazzo ventennale s’è assuefatto se non affezionato.
L’abdicazione dei partiti è ricorrente, palese. Se davvero volessero governare,
se non fossero anch’essi attratti dalla passività, riconoscerebbero che i
poteri dei mercati tendono a espandersi naturalmente (vale anche per i mercati
quel che dice Montesquieu: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli
arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere
occorre che il potere arresti il potere”. Solo il politico può frenare l’abuso,
correggere la vista corta di chi giudica solo il minuto, e contrapporre un
potere legittimato democraticamente che duri un po’ più a lungo di una seduta
di borsa). Ma i partiti vogliono veramente governare? Vogliono essere
protagonisti, o preferiscono assegnare il compito a esperti e tecnici, pur di
evitare il difficile o l’impopolare? Tutto fa pensare che un potere così
rischioso non lo desiderino, né a destra né a sinistra. Se davvero ambissero a
governare, e non solo a espugnare un ben remunerato spazietto, predisporrebbero
alleanze durature. (…). Ogni partito ha lo sguardo fisso su sé stesso, pur
sapendo perfettamente che da soli si naufraga. (…). Anche il popolo elettore
tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte
rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri
rappresentanti, nello Stato. (…). A tal punto inaffidabili si sono rivelati i
partiti e la politica italiana, inviluppata non nel mistero soltanto ma nella
corruzione. (…). In Italia (…), tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia
si continua a implorare un Cesare postcostituzionale. È così da quando è finita
la prima Repubblica. La seconda non è mai cominciata. Tutti questi anni sono passati
nell’inane, fallito tentativo di uscire dalla prima. Sta tutta qui
l’italica “singolarità”. Bene a sapersi; cosa resta allora da sperare? Torna
comodo all’antipolitica al potere latitare sui veri, assillanti problemi del
bel paese. Tutto il resto sono le chiacchiere dei latitanti al potere.
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