"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 8 dicembre 2021

Notiziedalbelpaese. 43 Morti “ammazzati” d’Italia.

 

A lato. "Burano", acquerello (2021) di Anna Fiore.

“L’11 luglio del 1979, verso le undici di sera…”, tratto da “Quei morti a orologeria” di Carlo Lucarelli pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 19 di novembre 2021:

La mattina del 19 febbraio 1984 William Joseph Aricò vola giù da una finestra e si schianta sul selciato dopo una caduta di quindici metri. La finestra è quella del nono piano del Metropolitan Correctional Centre di New York, dove era rinchiuso da qualche mese. Stava cercando di scappare, dicono, assieme a un narcotrafficante colombiano, Miguel Sepulveda. Aricò voleva scavalcare la finestra, dicono, non ce l’ha fatta ed è caduto giù. Del resto, era il nono piano, dove credeva di andare? Comunque, Aricò era in galera per una serie di reati che spaziavano dalla rapina al coinvolgimento in alcuni omicidi, dal momento che era sospettato di essere un killer di Cosa Nostra americana. Aveva anche un soprannome, Bill lo Sterminatore. In quei giorni Aricò stava parlando con il procuratore Rose, e gli stava raccontando un po’ di cose che aveva fatto in Italia, qualche anno prima. Il procuratore voleva sapere anche quello che aveva combinato negli Stati Uniti, Aricò ci stava riflettendo su quando ha deciso di scappare ed è volato di sotto. Fatalità. Tra le cose che aveva fatto in Italia ce n’è una, in particolare. L’11 luglio del 1979, verso le undici di sera, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, incaricato dalla Banca d’Italia e dalla magistratura di fare luce su un pasticcio finanziario che ha a che fare con tante cose tra cui la mafia, sta tornando a casa quando si trova un tizio davanti, sul marciapiede. È Aricò, che gli spara addosso tre colpi di 357 magnum. Glielo dice anche: mi scusi, signor Ambrosoli, niente di personale. È il suo mestiere. A incaricarlo dell’omicidio è stato l’autore del pasticcio bancario, Michele Sindona, che attraverso un intermediario ha pagato Aricò con 25 mila dollari di anticipo e altri 90 mila sul conto di una banca svizzera. A sua volta Michele Sindona, rinchiuso nel carcere di Voghera dopo essere stato condannato per il pasticcio e per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, muore il 22 marzo del 1986 dopo aver bevuto un caffè al cianuro. Era molto arrabbiato perché era sicuro che dentro non ci sarebbe finito, tanto che quando glielo aveva chiesto un giornalista: «e se sarà condannato?», lui aveva risposto, livido: «Non sarò condannato», e sembrava quasi una minaccia. Si è suicidato. Dicono. Ecco, ci sono morti che sembrano i dentini delle rotelle di un ingranaggio. Alcuni eroici, alcuni innocenti, alcuni meno, ma l’ingranaggio, spesso, è molto visibile. Come quello di un orologio aperto.

“Poi, nella notte tra il 14 e il 15 marzo…”, tratto da “Ombretta che amava troppo” di Carlo Lucarelli pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 3 di dicembre 2021: Ombretta non sta bene. Non dorme più, non mangia più, ha i nervi a pezzi. Sempre triste, nessuno si ricorda più l'ultima volta che l'abbiano vista sorridere. Ha sposato un dottore che viene da una famiglia di luminari della medicina, vive in un appartamento sopra la loro clinica, una delle più note di Bologna, farsi visitare è un attimo, e infatti il medico di famiglia conclude che è depressa, ma niente di grave. Basta un calmante, allora si chiamavano così, siamo agli inizi degli anni Sessanta, nel febbraio del 1963. Il marito, però, non è d'accordo. È medico anche lui e pensa che la situazione sia più grave, ci vuole qualcosa di più forte, un sedativo in fiale, una iniezione al giorno, ci pensa lui, è medico, no? Famiglia di luminari, eccetera eccetera. Poi, nella notte tra il 14 e il 15 marzo, Ombretta si sente male davvero. Non respira più, e per quanto sia già in una clinica, i medici di turno non riescono a salvarla. Accanto, sul comodino, ha la siringa e la fiala di tutti i giorni, ma dentro non c'è il sedativo, c'è un'altra cosa che si chiama sincurarina, e che è a base di curaro, uno dei veleni più potenti. Si è suicidata, dice il marito dottore, era depressa, non stava bene, ma non ci crede nessuno. Ombretta era depressa perché il marito la tradiva. La tradiva da sempre, e lei lo sapeva, ma da un po' di tempo si era innamorato di una ragazza bella come un'attrice del cinema, che aveva la metà dei suoi anni e lo faceva impazzire. Ombretta sapeva anche questo, anzi, era andata a parlarle, perché la ragazza aveva deciso di troncare la relazione, e lei l'aveva supplicata di non farlo, perché lui sarebbe stato troppo male e lei non sopportava di vederlo soffrire. Lo amava troppo, diceva, e troppo, a questo punto, diventa un termine in grado di suggerire una dolorosa e tormentata complessità. O lei o la moglie, insiste la ragazza col medico, e la situazione si fa così tesa che gli amici di Ombretta le suggeriscono di andarsene, ma lei non vuole. Lo ama troppo. Poi, siringa, sincurarina e Ombretta muore. Il processo a carico del dottor Carlo Nigrisoli si apre nel 1964, e dopo una serie di indizi e di testimonianze, tra cui quella del suo stesso padre, che lo indicano come l'assassino della moglie, il medico viene condannato prima all'ergastolo e poi, in appello a ventiquattro anni di carcere. Da quando lo hanno arrestato fino al giorno della sua morte, nel 2005, ha continuato a proclamarsi innocente.

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