"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 19 giugno 2020

Cosedaleggere. 48 «“Altro che saremo migliori dopo, il dopo è già peggio del prima”».


Ha scritto Michele Serra in “La crescita infelice” del 18 di giugno 2020, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”: Forse per l'euforia della ripartenza, sembra passata in secondissimo piano l'idea che almeno alcuni dei paradigmi sui quali si reggeva la nostra società potessero mutare, e magari mutare per il meglio. Si è di nuovo tutti aggrappati alla stessa coperta troppo corta, in un incrocio di rivendicazioni e lamentele che è perfettamente comprensibile, data la grave crisi, ma non assomiglia per nulla a quel cartello - "non torniamo alla normalità, perché la normalità è il problema" - che campeggiò in alcune città durante la pandemia. Alla normalità, invece, stiamo tornando a grandi passi. Finito il tempo delle ironie sulla decrescita infelice alla quale ci aveva costretto il virus, a reclamare nuovamente la scena è la solita vecchia crescita infelice, è lo "sviluppo scorsoio" di cui scrisse Zanzotto, è zero dubbi sull'unità di misura (il Pil! Il Pil!) con la quale misurare il benessere delle persone e dell'ambiente, è soprattutto l'assenza quasi totale di spinte politiche e grumi di pensiero abbastanza sostanziosi da costituire un serio impiccio, men che meno un percorso alternativo. Aveva probabilmente ragione, a conti fatti, chi pensava che niente, o ben poco, sarebbe cambiato. Almeno in questo senso si è data troppa importanza alla paura come vettore di cambiamento. La paura non basta, ci vorrebbe la ragione, che in un certo senso è il suo esatto contrario. Ma di un'epidemia di ragione non si vede traccia, per il momento. Sarà ancora il Pil a dirigere l'orchestra, per giunta con ottime recensioni e molti applausi del pubblico. Ci vuole ben altro che la “paura” a raddrizzar l’uomo donde quel Saggio ebbe a scrivere che “da un legno così storto com'è quello di cui è fatto l'uomo non si può ricavare nulla di perfettamente dritto”. La “paura non basta”, non è bastata prima e non basterà in avvenire, come non sono bastate le atrocità compiute, le miserie vissute, opere tremende dell’uomo, il più delle volte compiute in nome di un qualcosa o di un qualcuno non identificabile. Ed in quel qualcosa non è mai comparsa la “ragione”, così come essa viene sollecitata che sopravvenga a raddrizzar quel “legno storto” che è l’uomo. Figuriamoci che riuscisse la pandemia a portare quel “legno storto” verso orizzonti diversi, orizzonti più ragionevoli. Scacciata la paura è un ritorno al “prima” – forse al peggior “prima” - che è stato causa ed effetto della pandemia stessa. Ha scritto il filosofo Leonardo Caffo in “Dopo il Covid-19”: «Avevamo un mondo fatto di comodità e certezze? Certo, ma era anche un mondo pieno di guerre, violenze, uccisioni, massacri della biodiversità… non certo il “mondo normale” a cui pensiamo di poter tornare. Non che per alcuni di noi non fosse un mondo comodo, ma capire che non era “normale” sarebbe già un buon inizio». E così, finita la “paura” che spingeva ad imbandierare i balconi con pensieri beneaguranti per il vicino di balcone e, con un afflato inaspettato, per tutto il genere umano, ciascuno poi per la propria strada; quale strada? Quella del disinteresse verso quelle cause che hanno portato alla pandemia e che inevitabilmente porteranno ben maggiori guai in un futuro prossimo non molto lontano. Ha scritto Maurizio Viroli il 29 di maggio - “Post-Covid? Torneremo gli stessi italiani di prima” – su “il Fatto Quotidiano”: Finita la pandemia, saremo un popolo migliore di uomini e donne più responsabili verso gli altri, più rispettosi della legalità, sinceramente grati ai nostri concittadini che si sacrificano per difendere la vita e la salute di tutti, più caritatevoli verso i deboli e gli indifesi; o saremo un popolo peggiore di uomini e donne chiusi al sentimento di civile fratellanza, felici di affermare la propria individualità violando le leggi, abili a declamare parole di ammirazione per chi assolve i doveri mentre dentro di noi li derideremo come poveri fessi, indifferenti nei confronti delle vittime della condizione umana e delle ingiustizie? Per tentare di rispondere alle domande importanti e difficili è sempre consigliabile consultare i maestri del passato. Ci soccorre il buon Machiavelli che, per una volta, offre una considerazione rassicurante. Dopo le pestilenze, le carestie e le alluvioni, scrive nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, II.5, “gli uomini sendo divenuti pochi e battuti”, vivono “più comodamente”, e diventano “migliori”. Diventano migliori perché riscoprono i principi del vivere civile: si riconoscono, ovvero ritrovano il loro vero essere, e quindi rinascono come popolo. Sarebbe bello se, superata per il momento la fase più nera della pandemia, avessimo riscoperto i principi del vivere civile e fossimo diventati migliori. Purtroppo, non è così. Siamo lo stesso popolo che eravamo prima del coronavirus. Da una parte medici, infermieri, forze dell’ordine, volontari, amministratori pubblici che per senso del dovere affrontano fatiche enormi, e in molti casi sacrificano le loro vite, e tanti cittadini che rispettano le regole necessarie per combattere il virus.
Dall’altra migliaia d’irresponsabili e di arroganti che si riversano nelle vie, nelle piazze, nelle spiagge senza mascherine e senza osservare la distanza prescritta. Si legga l’ottimo articolo di Leonardo Coen sul Fatto (25.05). I titolari di un pub milanese, che hanno chiuso di fronte all’arroganza degli avventori, si sono sentiti dire frasi del tipo: “Non metto la mascherina perché il Covid non esiste”, “fammi vedere dove c’è scritto che devo mettermi la mascherina”. “Altro che ‘saremo migliori dopo’ commenta Coen, il dopo è già peggio del prima”. Confermo per esperienza diretta. Dalla finestra di casa nostra in piazza Santo Spirito a Firenze vedo tante persone le une appiccicate alle altre, senza mascherine, e agenti di polizia e vigili urbani assistere immobili alla palese violazione delle norme. Vedo l’arroganza di chi passa davanti agli agenti ostentando di non avere la mascherina, e l’astuzia di chi la mette quando gli agenti si avvicinano e la toglie appena si allontanano. A chi crede nel dovere di osservare le leggi queste scene fanno male. Dovrebbero fare male anche a chi ha a cuore la dignità delle forze dell’ordine. Leggo che in altre città italiane i trasgressori incorrono nelle sanzioni previste dalla legge. Mi chiedo perché a Firenze non avvenga. Non sono un epidemiologo e quindi non sentenzio sugli effetti degli assembramenti di centinaia di persone senza mascherine. Mi fido di chi è competente in materia e sostiene che sono pericolosi e quindi vanno proibiti o seriamente regolati. Da studioso di teoria politica ritengo che quando lo Stato emana norme, deve farle rispettare. Se non lo fa, non è più uno Stato, ma una finzione di Stato. Temo non sia ancora chiaro: questa epidemia non porta solo morte, sofferenze e povertà; può portare anche alla resa dello Stato repubblicano, se chi governa non lo sa difendere con saggezza e determinazione. Non è la prima volta che noi Italiani ci troviamo di fronte al bivio fra rinascita o declino civile. Non sarà neppure l’ultima. Anche se i segni del declino sono più forti di quelli della rinascita, non è ancora finita. Gli Italiani consapevoli dei doveri civili potrebbero ancora vincere contro gli arroganti che vogliono vivere in spregio delle leggi. Molto dipenderà dalla determinazione dello Stato, in tutte le sue componenti. Ma molto dipenderà anche dalle autorità morali che possono insegnare con la parola e con l’esempio. Il “riconoscersi” che Machiavelli indicava come chiave della rinascita civile è riscoperta interiore di valori nuovi o dimenticati. Proprio perché esige il cambiamento radicale di modi di vivere consolidati, la rinascita civile è più difficile della decadenza. Eppure dobbiamo tentare, non fosse altro per debito di gratitudine nei confronti di chi ha dimostrato con l’esempio che vivere da cittadini vuol dire assolvere i doveri, soprattutto quando costa fatica e sacrificio.

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