"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 3 giugno 2020

Leggereperché. 13 «La nostra psiche ospita un inconscio tecnologico, che sfugge all'interpretazione psicoanalitica».


Tratto da “Ormai anche il lavoro a impatto sociale obbedisce a regole di produttività” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 3 di giugno dell’anno 2017: Il "pensiero interessato" è diventato l'unico in circolazione, e ha messo fuori gioco la capacità di offrire gratuitamente.
La razionalità tecnica, il modo cioè di organizzare gli apparati secondo i criteri di efficienza e produttività che sono tipici di quella razionalità, non lascia immune neanche le opere umanitarie, semplicemente perché nell'età della tecnica l'umanesimo è finito. Permane solo come residuato storico in alcuni settori di qualche struttura religiosa, ma anche queste strutture vanno scomparendo per mancanza di vocazioni, e presto anche loro chiuderanno i loro portoni un tempo accoglienti. Le ragioni sono dovute al fatto che le società sono diventate complesse, e le persone non si conoscono più, come una volta, per nome, ma unicamente per la funzione che svolgono nei loro sistemi professionali. E siccome l'apparato lavorativo è divenuto anche l'unico luogo di socializzazione, è ovvio che la logica razionale che presiede l'organizzazione finisce col regolare anche i rapporti tra gli uomini. Se si incontrano seduti a un tavolo è per una colazione di lavoro, se sono invitati a una festa vanno per conoscere e farsi conoscere, coltivano le amicizie per i vantaggi che ne possono derivare e non è escluso che anche gli amori siano privi di calcolo. Il pensiero calcolante (Denken als rechnen, come lo chiamava Heidegger) è diventato l'unico in circolazione, e ha messo fuori gioco quel pensiero capace di ringraziare e offrire gratuitamente (Denken als danken). E forse questo è l'argomento più persuasivo per far capire (a quanti ancora ritengono che la tecnica sia un mezzo nelle mani dell'uomo, dal cui discernimento dipende il suo buon o cattivo impiego) che la tecnica è diventata non solo il nostro ambiente, ma la sua razionalità è subentrata nel nostro modo di regolare i rapporti, dove a convocarci non sono più i nostri nomi, ma solo le nostre funzioni. Persino la nostra psiche ospita un inconscio tecnologico, che sfugge all'interpretazione psicoanalitica promossa da quella lettura a sfondo umanistico che aveva i suoi referenti nello scenario familiare dove decisivi erano mamma e papà. Oggi la sofferenza ha come sua tematica quell'ansia generalizzata dovuta a un'identità che ha le sue conferme e le sue disconferme sul posto di lavoro, dove ognuno viene giudicato a partire dalla sua capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati dall'apparato, il quale ogni anno alza l'asticella; dove vicino a noi non ci sono più compagni o colleghi, ma potenziali concorrenti su efficienza e produttività; e dove non ci si può mai staccare né dal telefonino né dal computer per essere sempre preparati a ogni richiesta dell'apparato di appartenenza. In questo scenario, dove nel rapporto tra uomo e macchina (e macchine sono anche gli apparati a cui apparteniamo) la guida è già da tempo passata alla macchina, che ne è dell'uomo, della sua aspirazione alla felicità, dalla sua disponibilità ad accogliere il dolore, della sua capacità di percepire la bellezza di quel che resta di una natura non ancora ridotta completamente a materia prima? Che ne è del Discorso della Montagna dove si parla di beatitudini che nascono dall'incontro tra gli umani, dopo 2000 anni che non si predica più quel Vangelo? (…). …neppure un'indicazione su dove ancora sia possibile trovare qualche traccia dell'umano. Anche se Nietzsche ci invita a non disperare, là dove scrive che "l'uomo è un animale non ancora stabilizzato".

1 commento:

  1. Carissimo Aldo, veramente straordinario e illuminante questo post! L'ambiente digitale ha assorbito e trasformato tutti gli ambienti umani tradizionali, dalla società all'economia, dalle relazioni ai mercati, dalla scuola alla fabbrica o all'ufficio, dalla cultura alla produzione di conoscenza. Perfino la stessa natura umana è stata sottomessa dalla tecnologia... Ormai non si può fare a meno di concordare con il Professor Galimberti che parla di "inconscio tecnologico", un inconscio calibrato sulle categorie dell'efficienza, della produttività e più attento a come si fanno le cose che alle persone. Tutti i comportamenti, tutte le relazioni, tutte le conversazioni risultano disumanizzati. Ognuno si adegua, per non essere tagliato fuori. La tecnologia influenza il nostro pensiero, la nostra memoria, la nostra immaginazione e sta imponendo regole, logiche, comportamenti e modelli che non sono, almeno per alcuni di noi, forse pochi, quelli che veramente desideriamo. La tecnologia procederà incontrastata la sua inarrestabile corsa, se la scienza, che in genere promuove un agire in vista di scopi, non porrà un limite. Proprio la scienza dovrebbe diventare il luogo etico della tecnica. È auspicabile che l'umanità prenda coscienza e segua una nuova filosofia dell'azione, quella che scaturisce dal pensiero del Professor Galimberti, che mira, se non a dominare la tecnica, almeno ad evitare agli esseri umani di essere da questa dominati. Questa via forse ci permetterà di riaccendere la speranza di poter riscoprire "un'indicazione su dove ancora sia possibile trovare qualche traccia dell'umano". Grazie e buona continuazione. Agnese A.

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