"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 25 giugno 2020

Leggereperché. 16 «Andy Warol: "In futuro ognuno sarà famoso in tutto il mondo per 15 minuti"».


Tratto da “Il pubblico” di Giacomo Papi, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 25 di giugno dell’anno 2011: (…). Il primo a intuirlo fu Luciano Bianciardi che il 28 luglio 1959 sull'Avanti!, riferendosi a Mike Bongiorno e ai suoi concorrenti, scrisse: "Anche loro hanno saputo, da buoni italiani degli anni Cinquanta, aspettare il quarto d'ora di celebrità e di fortuna". La definizione, non si sa seguendo quali strade, se per coincidenza o scopiazzatura, ritornò nel 1968 nel catalogo di una mostra di Andy Warhol al Modern Museet di Stoccolma doveva l'artista scriveva: "In futuro ognuno sarà famoso in tutto il mondo per 15 minuti". Nel 1979 Warhol proclamò che la profezia si era avverata, ma poi per noia iniziò a contraffarla: "In futuro saranno famose 15 persone" o anche "Ognuno sarà famoso in 15 minuti". È che la definizione della fama girava a vuoto. Occorreva un ribaltamento di prospettiva.
Arrivò nel 1991, grazie al musicista scozzese Momus che pubblicò sulla fanzine svedese Grimsby Fishmarket il saggio Pop Stars? Nein Danke! Il sottotitolo recitava: "In futuro ognuno sarà famoso per 15 persone" (per inciso: ho scritto quest'articolo partendo proprio da questa frase. Mi illudevo di averla concepita per primo, invece arrivavo con vent'anni di ritardo). Momus concludeva il suo saggio con queste parole: "Il re è morto. Lunga vita alla gente!". Era il manifesto di una sorta di comunismo della fama che annunciava l'avvento di un'epoca in cui sarebbero diventati artisti. È andata davvero così? Quella della fama universale è una lunga marcia che inizia con radio e cinema, sfocia nella tv che capisce via via di poter rendere spettacolare la gente normale - il concorrente di Rischiatutto che eccelleva in una materia è stato sostituito da quello del reality show a cui è sufficiente esistere - e irrompe poi nella rete, forum, blog, social network, dove ognuno può condividere foto musica pensieri, anche di altri, per farsi ammirare da tutti. È arrivato un bastimento carico di spettatori, molti più di 15 per ognuno, ma stanno guardando davvero? Esiste un lato oscuro della condivisione? È che pur di farsi guardare ognuno è disposto a fare da pubblico agli altri, anche a costo di fingere. L'attenzione diventa cioè una merce di scambio. La fama è l'ultima metamorfosi del denaro. Il postmoderno esplode in un esibizionismo frammentario e planetario, un montaggio di segnalazioni di frasi, film e canzoni, e i gusti individuali diventano di per sé uno spettacolo. Alla base c'è - ed è forse la nostra ultima ideologia - il bisogno un po' infantile, disperato, ma fiducioso di credere che quello che facciamo possa interessare gli altri. Una convinzione suscitata, per esempio, da Facebook quando ti chiede "A che cosa stai pensando?" come se gliene fregasse davvero qualcosa. Viene in mente Macbeth: "La vita non è che un'ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e dimena per la sua ora sulla scena, di cui non si sentirà più nulla. È una storia raccontata da un idiota, piena di strepito e furia, che non significa niente". Viene in mente la nota a margine dell'anarchico Gafyn Llawloch: "Se uno strepita e sculetta qualcuno disposto a guardarlo lo troverà sempre". La mia impressione è che cresca ogni giorno il numero di chi si agita sul palco e che cali quello di chi è disposto a guardare davvero. Nascerà presto una nuova figura professionale, sempre più preziosa, richiesta e pagata. Quella del grande lettore/spettatore/ascoltatore, un professionista capace di consumare quantità esorbitanti di cultura per appagare l'ego di tutti. Sarà lui l'eroe del futuro.

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