"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 13 ottobre 2019

Letturedeigiornipassati. 55 «La vita dei forzati del talk show».


Chissà se da lassù l’indimenticato Alberto Statera, dando uno sguardo a quanto avviene nel bel paese in fatto di televisioni, internet e quant’altro attiene ed avvinghia la politica, tornerebbe a scrivere, o ne disconoscerebbe la paternità, quel “pezzo che ha per titolo “Talk show e guru apocalittici un’era sul viale del tramonto”, “pezzo” pubblicato sul settimanale A&F del 13 di ottobre dell’anno 2014, “pezzo” che all’epoca fece rumore assai:
Dura la vita dei forzati del talk show, quella compagnia di giro narcisista di politici, giornalisti, professori senza cattedra, manager di scarse doti, tuttologi, ciarlatani, spesso di inquisiti, che infestano le televisioni nazionali a dispensare quasi sempre pillole di banalità e/o trivialità a un pubblico che per anni ha bevuto di tutto, ma che ora evidentemente non ne può più. La corvée per i più «gettonati» - in genere quelli più sgangherati, o bisbetici, o fisicamente difettosi, quelli che «bucano» - comincia all’alba e talvolta finisce a notte fonda perché negli studi c’è la caccia dei conduttori all’»ospite» che è già lì. È gratis e non tocca pagargli neanche il taxi. Il talkforzato è disponibile perché il benzinaio, oltre al pizzicagnolo, gli dirà non che ha ragione sull’articolo 18 - figurarsi chi ascolta quel che dice - ma dirà al Narciso che c’è in lui: «Dottore, l’ho visto in televisione!». O qualche sprovveduto darà una consulenza ben pagata al «volto noto». Adesso capita che i talk show televisivi, dopo l’overdose - solo per limitarsi ai politici - di Gasparri, Formigoni, Gentiloni, Cicchitto, Tosi, Picierno, Santanché e così via cantando, fatichino a trovare video-clienti, ormai ammazzati dalla noia, dallo sciocchezzaio e dall’inanità dei tele-dibattiti, nonostante la ricerca indefessa dell’ormai abusata rissa-spettacolo. Per la serie dei luoghi comuni, si dice ormai da tempo che la televisione e Internet ammazzeranno la carta stampata. Ed è un fatto che i giornali sono in una crisi nera, con una perdita rilevante di copie cartacee vendute. Ma confortano il cuore i risultati di una ricerca su un campione rappresentativo della popolazione di 3888 persone condotta da Community Media Research e Intesa San Paolo, anticipata su «La Stampa» dal sociologo dell’Università di Padova Daniele Marini. Se ne ricava che gli italiani, anche quelli incollati alla tivù e al pc, hanno una discreta percezione del peso reale dei media. Solo il 12,6 per cento dichiara di formare le proprie opinioni sulla tivù. Ammettiamo pure che una parte degli intervistati si vergogni di dichiarare la propria videodipendenza, ma la percentuale è veramente bassa, meno della metà di quel 27,7 per cento che dichiara di formarsi un’opinione su Internet e social network. E gli altri? Il 57,6 per cento - udite udite - trova nella lettura dei quotidiani e riviste lo strumento di gran lunga prevalente per formarsi un’opinione. Magari non leggono abbastanza, ma sanno che lo strumento carta stampata è più attendibile e utile degli altri. «La fine dei giornali è una delle cose più prevedibili del nostro futuro, gli unici che non lo sanno sono i giornalisti; si tratta solo di stabilire la data del decesso», ha scritto sul blog di Beppe Grillo il venerabile Gianroberto Casaleggio. Il personaggio, naturalmente, deve difendere la sua creatura, il suo partito nato con inseminazione innaturale nel caos delle opinioni. Ma se è intelligente, come fa di tutto per far credere, sa che la quantità di informazioni di cui disponiamo con televisione e web più che aiutare a comprendere, quasi sempre disorienta. Per comprendere, scegliere e decidere occorre selezionare, creare le connessioni, ordinare le nozioni, se l’obiettivo non è semplicemente quello di affatturare un popolo bombardato di messaggi. Per cui «una delle cose più prevedibili del nostro futuro», è che la fine di Casaleggio e del suo movimento, come quella dei talk show delle parole al vento, precederà e di molto - quella della carta stampata.

Nessun commento:

Posta un commento