"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 2 ottobre 2019

Cosedaleggere. 06 «Fanatici? Sì, ma fanatici che sapevano fare politica».


«Qualcuno era comunista» di Giorgio Gaber:

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà
La mamma no
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa
La Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un'educazione troppo cattolica
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva
La pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto
Qualcuno era comunista perché prima, prima, prima, era fascista
Qualcuno era…


Quel “Qualcuno era comunista” di Siegmund Ginzberg è stato pubblicato sul quotidiano la Repubblica di oggi 2 di ottobre 2019: Ma esisteva davvero una “diversità antropologica” dei militanti, dei leader, degli intellettuali comunisti? Nella seconda metà del Novecento l’idea si protrasse a lungo. E continuò ad essere un mito fondante, e al tempo stesso pietra al collo, anche per il Pci. Ciò non toglie che ce ne fossero, eccome, di personalità di tempra particolare. (…). Alcuni li ho conosciuti. E pure da vicino. Sereni mi aveva chiamato da Milano a lavorare con lui alle Botteghe oscure che non avevo neanche vent’anni. Ero affascinato dalla sua cultura sterminata ed enciclopedica. Dalla sua figura di dirigente del Pci e del Comitato di Liberazione dell’Alta Italia. Avevo letto la biografia scritta dalla sua compagna, Marina. Andai a trovarlo a casa sua a Roma, a Monteverde nuovo. Mi impressionò quanto fosse stracolma di libri, e di cassette su cui registrava musica classica, nella stessa maniera ossessiva e sistematica con cui faceva ritagli e compilava milioni di schede di lettura, su sottilissimi rettangolini di carta velina. Ma più ancora rimasi colpito dal tenerissimo affetto verso una delle figliolette, che giocava in una stanza anch’essa piena di libri, tutti sulla Cina. Aveva anche molto humour. Mi attraeva, e al tempo stesso però mi allarmava la sicurezza, un po’ eccessiva, in tutto quel che faceva e diceva. Ho conosciuto anche Vidali. Anche lui amava definirsi, come Sereni, un «rivoluzionario di professione». Anzi era stato un professionista dell’azione, prima ancora che della politica, un agente operativo al servizio di Stalin. Nella guerra civile spagnola, da commissario politico del Quinto reggimento, il “comandante Carlos” era stato spietato con la cosiddetta Quinta colonna, i “nemici interni” della Repubblica, gli anarchici e i trotskisti, accusati di fare il gioco di Francisco Franco. Si diceva che gli era venuto un callo tra pollice e indice a forza di giustiziare i “traditori”. Paolo Franchi, autore de Il tramonto dell’avvenire (Marsilio), un giorno gli chiese se fosse stato lui a organizzare in Messico il primo attentato fallito contro Trotski. Lui si alzò di scatto e batté il pugno sul tavolo: «Se quell’attentato lo avesse organizzato il compagno Vidali, non sarebbe fallito!».
Aldo Natoli era anche lui un duro e puro. Aveva fatto la Resistenza, poi da segretario della Federazione romana del Pci aveva organizzato, contravvenendo alle indicazioni della Direzione, azioni armate dopo l’attentato a Togliatti nel luglio 1948. Ma dice di non aver mai avuto un’arma «né in mano né in tasca». Nemmeno Sereni, credo. Ma quando un giorno gli chiesi chi era responsabile dell’uccisione di Giovanni Gentile, mi rispose: «Non preoccuparti: sono stato io a dare l’ordine, da vicepresidente del Comitato di Liberazione». Tutti e tre erano stalinisti convinti. Compreso Natoli, che al momento della sua espulsione con il gruppo del Manifesto era sì critico dell’Unione sovietica di Breznev, ma era innamorato di qualcosa di forse anche peggiore: della Cina e della Rivoluzione culturale di Mao. Erano uomini di altri tempi, tempi tremendi. Uomini di parte. Che credevano profondamente, forse troppo, in quel che facevano. Anteponevano la “causa” (del socialismo, dei lavoratori, del progresso, del futuro, del partito come strumento per arrivarci) a qualsiasi altra cosa. La fede di Sereni e di Vidali non fu scalfita dal fatto che erano stati entrambi a un pelo dall’essere ammazzati da Stalin. Erano fatti così, gente che non si lasciava andare a confidenze. Qualche anno fa Clara, la figlia di Sereni divenuta scrittrice, e purtroppo recentemente scomparsa, mi raccontò che suo padre rimproverava Giorgio Amendola per essersi lasciato andare a raccontare troppo, e cose troppo intime, nei suoi libri. Eppure Amendola era il suo grande amico. Sereni aveva un legame particolare con il gruppo dei “napoletani”, la città della sua formazione. Fanatici? Sì, ma fanatici che sapevano fare politica. Gente che viveva per il proprio partito, ma sapeva anche pensarla in modo diverso, persino dal Capo, e anche rispettare chi la pensava in modo diverso. Faticate a crederci? Sereni passò una vita a studiare e difendere la piccola proprietà contadina, mentre Stalin i suoi kulaki li aveva sterminati. Nostalgia di quel tipo di partito? Certo che no. Ma forse un po’ sì. Con una cautela. La convinzione di essere geneticamente, moralmente superiori agli altri può essere una risorsa. Ma è anche un autoinganno. Rischia di alimentare fanatismi. E, soprattutto, rende più difficile fare politica, cioè interagire con gli altri.

Nessun commento:

Posta un commento