"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

domenica 29 novembre 2015

Oltrelenews. 71 “È più pericoloso il clima o un incidente stradale?”.



Da “È più pericoloso il clima o un incidente stradale?” di Anthony  Giddens, su “il Fatto Quotidiano” del 25 di giugno 2015: (…). Abbiamo compreso più a fondo i fattori che provocano il riscaldamento globale e le probabili conseguenze di quest’ultimo. Gli ultimi studi della Nasa, l’agenzia spaziale americana, che monitorano il livello di biossido di carbonio e di altri gas serra nell’atmosfera, dimostrano che il 2014 è stato l’anno più caldo a livello globale dal 1880, quando ebbero inizio le misurazioni. A parte il 1998, i dieci anni più caldi finora documentati si sono registrati tutti dal 2000 in poi. Con ogni probabilità il riscaldamento globale provocherà un numero crescente di eventi atmosferici estremi in tutto il mondo, tra cui il peggioramento della siccità in alcune zone e inondazioni e tempeste in altre. Gli scettici del cambiamento climatico (quelli che dubitano persino che il fenomeno sia in atto o che reputano minime le sue conseguenze) credono che la Terra sia resistente e inattaccabile. Niente di ciò che possono fare gli esseri umani è in grado di influenzarla più di tanto. Gli ambientalisti tendono a considerare gli ecosistemi terrestri intrinsecamente fragili e ritengono che le attività umane li danneggino. Tuttavia, in merito a ciò che stiamo facendo alla Terra esiste una terza ipotesi, ancora più allarmante, sostenuta da alcuni scienziati, secondo i quali la natura è come un animale selvaggio. Noi esseri umani continuiamo a pungolarlo con il bastone e il risultato è che alla fine reagirà in modo violento. Eppure sembra che la maggioranza dei cittadini si preoccupi dei pericoli legati al cambiamento climatico meno di quanto facesse qualche anno fa. Come mai?

sabato 28 novembre 2015

Sfogliature. 48 “L’Italia vincente che non ci piace”.



Il sabato 6 di giugno dell’anno 2009 compariva su questo blog – per la sezione “Zeitgeist” - il post n° 49 che portava per titolo “L’Italia vincente che non ci piace”. Queste incursioni ripetute nel passato mirano a vivificare una “memoria” che gli accadimenti degli anni successivi sembra abbiano ammorbato nel senso di una corruzione del pensiero che miri a svuotare di ogni significato le parole ed i termini e le realtà sociali per come si sono andate configurando nei processi storici, realtà che storicamente sono state sempre contrapposte ma dalle quali, svuotandone pensieri ed idealità, si prefigge il traguardo di pervenire alla creazione di una “melassa sociale” che dall’indistinto ideologico tragga il suo essere. In quegli anni il processo di ammorbamento della dialettica sociale muoveva speditamente i suoi passi stante il fatto che il quadro politico offriva scenari di governo di una destra al tempo vincente. E sin da quel tempo il tentativo di dare corso ad un indistinto trovava in quello specifico schieramento politico la fonte ispiratrice e la necessaria forte spinta affinché il processo intrapreso avesse rapido sbocco ed un buon fine. Trascorso un lustro e più da quei giorni ci si ritrova in un condizione politica – partiticamente parlando – che dovrebbe essere all’antitesi rispetto a quel tempo, per ritrovarsi invece con gli attuali protagonisti della politica che, pur professando una diversa matrice storica ed ideologica, realizzano in pieno quel progetto di snaturamento sociale. Poiché nel progetto politico in corso si ha la sensazione che l’obiettivo primo sia il superamento delle contrapposizioni storiche che inevitabilmente la dialettica sociale concorre a stabilire. Risulta essere pertanto salutare questa nuova incursione nella “memoria” con la rilettura di un Autore autorevole quale è il linguista e sociologo Raffaele Simone. Ri-sfogliamo quel post del 6 di giugno dell’anno 2009:

venerdì 27 novembre 2015

Sfogliature. 47 “Il fantasma necessario del disfattismo”.



Tenevo su questo blog una rubrichetta di poco conto che aveva per titolo “Zeitgeist”, ovvero “lo spirito del tempo”. Al lunedì 15 di giugno dell’anno 2009 registravo il numero cinquantesimo della predetta rubrichetta col titolo “Del  disfattismo e dintorni”. Ora si sa bene che col termine “disfattista” si compie un salto indietro di lustri e lustri, all’altro secolo, quando per la patria in armi l’“aratro solca la terra e la spada la difende”. Ovvero quando soleva dirsi “credere, combattere ed obbedire”, ovvero “taci, il nemico ti ascolta” ed altre ancora simili facezie ed amenità. Sarebbe pertanto una grossissima forzatura rinverdire quel termine tanto caro a quel sinistro tempo andato, quando si soleva bollare con quel termine il dissenziente di turno, il “trinariciuto” che “ipso facto” diveniva il nemico da abbattere. Oggigiorno la retorica si è affinata tirando in ballo “gufi” e “rosiconi” come temibili nemici della patria non più in armi. È l’assenza di una figura politica credibile lo scotto da pagare, ovvero l’assenza di quelli che un tempo venivano definiti i “capi” e per i quali Marco Travaglio ne ha tratteggiato il profilo nel Suo editoriale di ieri 26 di novembre – “AAA leader cercasi” – su “il Fatto Quotidiano”:

mercoledì 25 novembre 2015

Oltrelenews. 70 “I media ed il califfato”.



Da “Il Califfo se la ride” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 25 di novembre 2015: (…). …le vittime del terrorismo islamista sono quasi tutte di religione islamica (24.517 su 32 mila) e gli attentati colpiscono prevalentemente paesi a maggioranza musulmana. Nel solo 2014 sono morte ammazzate 9929 persone in Iraq, 7512 in Nigeria, 4505 in Afghanistan, 1760 in Pakistan, 1698 in Siria, 654 nello Yemen, 429 in Libia. I paesi occidentali (Europa e America del Nord) sono buoni ultimi con il 2,6% delle vittime. Nel 2015 i morti islamici per mano dei terroristi islamisti sono 23 mila, contro i 148 europei (Parigi, Copenaghen e di nuovo Parigi), i 224 russi (sull’aereo in volo sul Sinai) e i 59 trucidati in Tunisia fra il museo del Bardo e la spiaggia di Sousse. Pochi capiscono che il terrorismo jihadista – da al Qaeda all’Isis – usa il pretesto della religione per perseguire strategie e obiettivi politici. Il Califfo, intanto, se la ride. Dicono che le stragi di Parigi sono il punto di non ritorno, ma a Parigi sono morte molte meno persone che nel mercato di Beirut o sull’aereo russo nel Sinai, due attentati che non hanno destato la stessa reazione in Occidente. Delle vittime di Parigi conosciamo tutto, volti, storie, parenti, funerali, mentre delle 44 vittime di Beirut –anche lì bambini, studentesse, padri di famiglia – non sappiamo nulla: eppure sono morte ammazzate solo il giorno prima di quelle di Parigi, uccise da kamikaze armati nello stesso identico modo di quelli di Parigi. Nulla sappiamo neppure dei sette Hazara sciiti decapitati dall’Isis il 30 settembre scorso in Afghanistan, compresa una bambina di 9 anni. Né dei 145 fra studenti e bambini trucidati a Peshawar, in Pakistan, nel dicembre scorso. Ci sono dunque morti di serie A (i “nostri”) e di serie B (i “loro”), e molti islamici nelle nostre periferie-ghetto penseranno che i valori della civiltà occidentale non valgono per tutti, e i foreign fighters che corrono ad arruolarsi nell’Isis aumenteranno. Il Califfo, intanto, se la ride. Dicono che l’Occidente è compattamente schierato contro l’Isis, ma pochissimi paesi occidentali accolgono i profughi siriani che fuggono dalle mattanze dell’Isis, accomunati a noi dallo stesso nemico. Anzi, i politici e i commentatori di destra che paiono i più intransigenti contro l’Isis lo sono poi altrettanto contro i profughi che fuggono dall’Isis: li accusano di nascondere o di appoggiare terroristi, o di non dissociarsi da essi, creando un cortocircuito che regala altri adepti e simpatizzanti all’Isis. Il Califfo, intanto, se la ride.

martedì 24 novembre 2015

Paginatre. 11 “La guerra ai profughi”.



Da “La marcia in pace del popolo esiliato” di Paolo Rumiz, sul quotidiano la Repubblica del 24 di novembre 2015: (…). …i carnefici hanno davvero bisogno di camminare coi profughi? Hanno modi più spicci per arrivare. Abitano in casa nostra. Sono frutto del nostro mondo. Ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo loro. Usano Twitter e Facebook. Ci fanno credere quello che vogliono. Vogliono sollevare odio verso gli inermi e creare un clima da pogrom. E le nostre destre populiste, dalla Francia alla Polonia fanno da docili agenti dei loro veleni. Essi vogliono che l’Europa si riempia di reticolati e sbatta la porta in faccia agli esiliati, la cui fuga incarna la sconfitta totale della loro cultura di morte. Se succederà, avranno vinto loro. Essi vogliono che noi ci si chiuda, invece di intervenire sul campo a difesa degli inermi in Medio Oriente. Ci illudono di poter rispondere ancora con i missili, perché sanno che i missili fanno vittime civili (distruzione della base di Médecins sans frontières) e alimentano altri rancori. (…).

lunedì 23 novembre 2015

Paginatre. 10 “Siamo con le spalle al muro, cantando la Marsigliese”.



Da “Cercando una religione di pace” di Furio Colombo, su “il Fatto Quotidiano” del 22 di novembre 2015: (…). Il punto che voglio proporre è : smettiamo di far finta che tutte le religioni sono buone e umane. Il mondo che adesso è sotto attacco non ha, anche nelle sue religioni, una storia esemplare. Per questo non mi sono mai soffermato,prima,sul dibattito intorno alla ferocia esclusiva dell’islamismo. Ogni religione monoteista è assoluta e ha avuto lunghe stagioni di ferocia e di morte. La storia dei massacri del cristianesimo ci dice che Dio, la croce, il Vangelo, sono diventati presto il grande strumento del potere per indurre grandi masse ad agire contro se stesse, ovvero contro altri esseri umani, visti come pericolo intollerabile. (…). Sto dicendo che, crollate frontiere e radici di appartenenza a questo o quel territorio o nazione , gente come i manovratori di Isis, stanno usando la religione come nazione che non esiste, così come hanno inventato lo Stato come luogo di una residenza che fisicamente non c’è.Lo fanno per creare una appartenenza e, attraverso la ferocia spettacolare, una rivincita (e dunque una speranza) contro infelicità e frustrazione. Nel mondo di Isis che ci lasciano intravedere si sovrappongono due strati di vite umane: coloro che erano soldati-servi nei regimi crollati e, una volta “liberati”, sono diventati lavoratori-servi dove credevano di trovare modernità e civiltà.E coloro che, nel venir meno dei precedenti padroni coloniali, si sono trovati in mano immense ricchezze. Le usano per un tremendo doppio gioco: compiacere (tutti gli investimenti negli Usa e in Europa, fino al punto di comprarsi intere parti delle maggiori città,come a New York e Milano, e da farci volare con linee aeree da Mille e una Notte) e terrorizzare, in modo che il vecchio potere bianco non abbia mai più la persuasione del dominio assoluto. Siamo presi, tutti, nel grande inganno dello Stato fiction e della morte vera, senza la “intelligenza” per districarci. In questo gioco terribile in cui si muore a turno, la religione è spinta a un massimo di fede (noi diciamo “fanatismo”) che è quasi ascetismo,e vissuta in un clima di rivoluzione che suggerisce libertà (mentre è obbedienza assoluta), ed è ravvivata dall’orrore. C’è un doppio risultato: rendere più forti ma anche più sudditi, i nuovi credenti (del resto anche lo spettacolo del bruciare vivo Savonarola, mostrandone bene la lenta morte, aveva questo scopo)e spargere in noi la paura (che alcuni travestono da combattentismo). Noi, il nemico. Poiché siamo stati, finora, abbastanza crudeli e indifferenti con i loro immigrati, i nostri aggressori contano sul fatto che, adesso, dopo gli ultimi eventi, lo saremmo di più, per paura, risentimento, vendetta. E ci danno il compito di fabbricare i nostri nuovi nemici. Ci stanno imponendo le regole, anche morali e psicologiche, del gioco, spingendoci con abilità verso una uguale ferocia. Quel gioco non è la presa di una fortezza, e non la puoi distruggere con gli strumenti di guerra che noi produciamo, per quanto nuovi e potenti. E non serve contrapporre religione a religione, o tentare di sottrarre tutti al richiamo fanatico che può insediarsi in tutte le religioni monoteiste (…). Sono due progetti impossibili. Vedete? Non siamo amati. Ma il vero problema è che non amiamo, e non abbiamo progetti e ideali. Siamo qui con le spalle al muro, cantando la Marsigliese.

domenica 22 novembre 2015

Lalinguabatte. 6 “Un privilegio che sta scadendo”.



È che si vive in un mondo costruito a cerchi concentrici. Ed al centro della predetta configurazione, come ombelico del creato, ci stiamo noi, come esseri umani, come persone portatrici di diritti e di doveri. Noi come singoli, intendo dire. Oggigiorno, mutuando il peggior linguaggio proprio della “cattiva politica” di questi tempi oscuri, potremmo definirci, singolarmente, come occupanti quel “cerchio magico” del creato. Ed al di fuori del predetto “cerchio magico”, nella migliore tradizione familistica, ci sta il secondo cerchio, occupato stabilmente dai familiari più stretti, e poi il cerchio di quelli del quartiere, qualora l’agglomerato urbano ne comprenda più di uno, e poi ancora il cerchio della nostra città, e poi ancora il cerchio della nazione o paese che dir si voglia, ma non esiste ancora un cerchio che comprenda quelli del continente al quale apparteniamo pure, e figurarsi un cerchio nel quale ci stiano quelli dei continenti altri. Un mondo a cerchi concentrici, cerchi sempre più soggetti a quella forza centrifuga esistente in natura per la qual cosa i diritti scemano man mano che ci si allontana dal  nostro personalissimo “cerchio magico”. Ha sostenuto Adriano Sofri sul quotidiano la Repubblica del 20 di novembre – “Le misure del dolore” –, con il realismo che contraddistingue sempre il Suo scrivere, che man mano che ci si allontani dal nostro personale “cerchio magico” la “misura del dolore” tende a cambiare ovvero a diminuire sempre di più risalendo per i cerchi concentrici nei quali proviamo ad immaginare il mondo che il tempo nostro ci ha dato da vivere. E nulla ci turba di quel che accade nei cerchi concentrici più esterni, poiché per quelli che li occupano stabilmente la “misura del dolore” tocca i livelli più bassi immaginabili. Ma questa rappresentazione di una “misura del dolore” che tenda a diminuire andando su su per i cerchi concentrici più esterni non rende appieno della realtà umana nel suo complesso, qualora si pensi che tutti gli esseri umani abitano e convivono su di una “navicella” comune, angusta sempre di più, quale è il pianeta chiamato Terra, “navicella” lanciata nella immensità dello spazio indifferente alla sua sorte e che accomuna tutti in un destino che difficilmente potrà essere parcellizzato se non a scapito e detrimento dei più deboli, degli  esseri umani emarginati. Sarei curioso di conoscere sino a quale dei cerchi concentrici esterni al nostro “cerchio magico” la nostra “misura del dolore” si mantenga su livelli umanamente accettabili, ovvero abbia la sensibilità d’includere anche quelli a noi sconosciuti in forza di quel destino comune che ci lega in quanto abitatori e passeggeri della “navicella” Terra. Sarebbe un dato interessante sul quale poi la “buona politica” dovrebbe costruire le sue strategie per creare un mondo un po' più umano. Ché la politica, oggigiorno, non ha strumenti validi e strategie urgenti ossequiosa com’è ai dettami della ricchezza e del potere. Ha scritto Pino Corrias su “il Fatto Quotidiano” del 20 di novembre ultimo scorso – “I nostri privilegi stanno scadendo” -:

sabato 21 novembre 2015

Paginatre. 9 “Chi ha paura di Andrea C. ?”.



Da “Vedi alla voce Camilleri” di Andrea Camilleri, su “il Fatto Quotidiano” del 10 di giugno dell’anno 2010: Desiderio è una parola bellissima. Io credo che il desiderio sia una delle forze motrici dell’uomo e non è detto che sia sempre una mera soddisfazione del senso. Nel cinquanta percento dei casi ciò che desideri è soddisfare quel desiderio, attraverso il tatto, il palato… Ma io preferisco i desideri spirituali, i desideri dell’anima, i desideri del pensiero. Cercherò di spiegarmi meglio. Il desiderio carnale, dei sensi, si soddisfa con poco. Se desideri un buon odore, prendi una rosa, la odori e per un po’ il desiderio è soddisfatto; quando ti torna la riodori. Se hai desiderio di un pezzo di pane appena sfornato, con quel suo croccante, vai da un fornaio, te lo compri e l’hai soddisfatto di nuovo. Diverso è il desiderio che ti nasce dentro di qualcosa che ti manca, un qualcosa che ti manca che è difficile da spiegare. Io per esempio ho il desiderio di cose che dentro di me non ho. Desidero – e non ci arriverò mai – una sorta di appagamento del mio chiedere continuamente qualcosa a me stesso. Non c’è giorno che io non desideri – non di essere altro, perché sto benissimo come sono – di avere una più larga capacità del mio cervello, per fare un esempio, di capire le cose. (…). …ecco, vorrei tanto avere la possibilità di capire di più, è un desiderio intensissimo. Stendhal una volta scrisse i dieci desideri che voleva… poverino, ma sono terra terra quei suoi desideri. Devo dire che l’unica cosa che forse avrei voluto è un cervello capace anche di capire fenomeni che mi sfuggono. Cercherò di essere ancora più chiaro: desidererei avere dentro di me, per esempio, il cervello di un santone indiano. La capacità del controllo del proprio corpo, il desiderio del controllo dei propri desideri. E questo è molto difficile. È una sconfitta sicura. Come diceva Picasso, resterà sempre un desiderio che cerchi di acchiappare per la coda, ma quello è andato avanti e non lo raggiungerai mai.

giovedì 19 novembre 2015

Cronachebarbare. 36 “Ho il mio scoop”.



Ho lo “scoop”. Sì, proprio uno “scoop”. Ma andiamo con ordine. Leggo su il Sabatini-Coletti che “scoop” - s. ingl. (pl. scoops); in it. s.m. inv. (o pl. orig.), più freq. pr. adatt. - sta per “clamoroso colpo giornalistico”.  Si dia il caso che non sia giornalista e che non aspiri ad esserlo. Che sia di quelli che, per amore del leggere, si sia sobbarcato della fatica di tenere in vita questo “diario” in rete al fine di socializzare letture godute ed opinioni diverse lette ed apprezzate. Lo “scoop” del quale a momenti parlerò e del quale non voglio minimamente ammantarmi pensava di averlo fatto Marco Travaglio - “Siate seri, se potete” – su “il Fatto Quotidiano” del 17 ultimo scorso. Il quel Suo quotidiano “pezzo” editoriale posto come di consueto sulla destra della prima pagina, quindi in grande mostra,  andava scrivendo: (…). Serietà significa dire la verità. A chi pensa che il terrorismo sia tutt’uno con l’Islam e il bersaglio unico sia la civiltà giudaico-cristiana, segnaliamo che l’addetto alla sicurezza dello Stade de France che ha fermato e messo in fuga il kamikaze che tentava di farsi esplodere in mezzo a 80 mila tifosi,si chiama Zouheir ed è un francese di religione musulmana. Non sappiamo se sia moderato: sappiamo ha salvato migliaia di vite. Anche Safer, cameriere in un ristorante colpito, è musulmano: le due donne ferite che ha salvato non gli han chiesto il permesso di soggiorno, né il suo grado di moderazione. (…).

mercoledì 18 novembre 2015

Paginatre. 8 “La paura”.



Da “La fabbrica della paura” di Clotilde Masina Buraggi, breve “saggio” pubblicato giovedì 19 di giugno dell’anno 2008. Clotilde Buraggi Masina ha sposato il giornalista e scrittore Ettore Masina. Figura eminente della “Società di Psicoterapia Psicoanalitica Italiana”. Ha affrontato il problema della pedofilia. Tra i suoi scritti da ricordare: “Psicogenesi della pedofilia”, in “L’innocenza tradita", a cura di Salvino Leone, ed. Città Nuova (2006): Straniero, rom, clandestino, pericolo, paura: queste parole si rincorrono, (…) insieme a quell’altra - “sicurezza” – (…) come se esse fossero le più adatte a liberarci da ogni minaccia. (…). …in molti sentiamo, più o meno chiaramente, che la paura è un’emozione che può essere incrementata artificialmente nell’opinione pubblica; (…). Vale allora la pena di domandarsi che cosa sia la paura, come si presenti nello sviluppo psichico delle persone, e se davvero possa essere influenzata da chi si presenta poi come detentore di poteri salvifici.

martedì 17 novembre 2015

Oltrelenews. 69 “La risposta è la guerra?”.



Da “Tocca a noi dire a chi governa come si può battere la paura” di Edwy Plenel – giornalista francese, già capo redattore del quotidiano “Le Monde”, fondatore del quotidiano on-line “Mediapart” -, riportato su “il Fatto Quotidiano” del 16 di novembre 2015: (…). …ognuno di noi, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri amici, i nostri vicini, noi stessi, eravamo tutti nel mirino degli assassini. (…). Armati di un’ideologia totalitaria, che usa la religione come pretesto per uccidere ogni forma di pluralità, cancellare ogni diversità, negare l’individualità, avevano una missione: spaventare una società che incarna l’ambizione opposta. È questa società aperta che i terroristi vogliono chiudere. (…). …il loro obiettivo era l’ideale democratico di una società libera, perché fondata sul diritto. Il diritto di avere diritti; la parità di diritti, senza distinzione di origine, aspetto, credo; il diritto di farsi strada nella vita senza essere inchiodati alla propria nascita o appartenenza. Una società di individui, in cui il “noi” è fatto di infiniti “io” in relazione tra di loro. Una società di libertà individuali e diritti collettivi. È questa società aperta che i terroristi vogliono chiudere. Il loro obiettivo è che la società si chiuda, si ripieghi su se stessa, si divida, si rannicchi, si abbassi e si perda. È il nostro vivere insieme che vogliono trasformare in una guerra intestina, una guerra contro noi stessi. Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica. Quali che siano le epoche o le latitudini il terrorismo scommette sempre sulla paura.

domenica 15 novembre 2015

Paginatre. 7 “È tempo di massacri”.


Da “È tempo di massacri” di Giovanni Torres La Torre. Dal sito dell’Autore:  Giovanni Torres La Torre è nato a San Piero Patti(ME) nel 1937. Vive a Capo d'Orlando dove, oltre che per l' attività artistica in campo figurativo - pittura e scultura -, si distingue come operatore culturale. Ha esordito nel 1963 con  “Il Gioco si corregge” edito da Guanda.  Altre opere: “Per i bambini uccisi nel Vietnam”, Tip. Progresso, 1966; “Bandiere di fili di paglia”, Arci- Sicilia, 1978; “Sicilianze”, Il Vertice/Libri, 1981; “Fanfara di silenzio”, Il Vertice/Libri, 1986; “Girotondo di farfalle”, Prova d'Autore, 1989; “Carta randagia”, Prova d'Autore, 1991;“Il bosco della memoria”, Prova d'Autore, 2005; “Con patir di cuore”, Pungitopo, 2008; “Teatro viaggiante”, Pungitopo, 2009; “Luna visionaria”, Prova d'Autore, 2015.

sabato 14 novembre 2015

Lalinguabatte. 5 “I Gavroche della globalizzazione”.



Mi rintronano negli orecchi e mi stordiscono le accorate cronache delle televisioni e negli occhi si susseguono le immagini del terribile ultimo accadimento di Parigi. La mente naviga, stordita, cercando d’ancorarsi a qualsivoglia cosa che la faccia smettere di fluttuare. Avvenne anche per un 11 di settembre. Su di un’altra sponda dell’Atlantico. Ed ecco allora, come ciambella raccolta dal naufrago prima che l’ennesimo flutto lo inabissi per sempre, andare con il pensiero e la affannosa fantasia agli adolescenti di quella stupenda, straordinaria città – “la ville lumiere” - immaginati dal grande Victor Hugo all’interno di quello straordinario affresco d’epoca che mirabilmente ci ha reso con “I Miserabili”; come non riandare, dicevo, a quelle vite romanzate rileggendo proprio oggi, nel mezzo di quella violenta, mortale tempesta di fuoco e di morte, una pagina che risale al 20 di settembre dell’anno 2011 - che ha per titolo “I passages” –, pagina tratta da quella rubrica che Giacomo Papi ha tenuto magistralmente per anni ed anni sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”, pagina che di seguito trascrivo in parte. Che certamente i Gavroche di Hugo sono giunti immortali sino a noi, anch’essi uomini del secolo ventunesimo, asserragliati nel degrado delle periferie parigine o dell’altrove, a covare risentimenti e rabbia per quel mondo che sta fuori e che erge le sue invisibili barriere affinché tutti non abbiano a godere del progresso, della fraternità e dell’uguaglianza in nome dei quali quella straordinaria città visse il suo anno terribile e memorabile illuminando il cammino al resto della umanità. Ricordo ancora la grande commozione di me giovinetto alla lettura di quelle pagine stupende dell’Hugo. E la simpatia subito nata per quel Gavroche, straordinaria figura di giovine uomo. E come la mia immaginazione rendesse visivamente viva la sua salita, alla notte, all’interno della enorme pancia dell’elefante eretto nella piazza a monumento e divenuto la sua dimora. Molto più tardi ho saputo che quella statua a forma di elefante è esistita all'epoca dei fatti che ci narra il grande Victor. L’imponente statua era stata voluta dall’imperatore Napoleone Bonaparte e la sua progettazione era stata affidata all'architetto Jean-Antoine Alavoine. L’enorme elefante, collocato nella  “Place de la Bastille”, fu successivamente abbattuto nell’anno 1846. Gavroche è il monello di strada, che vive la sua vita nei bassifondi parigini. Nato nella famiglia Thénardier che non lo ama e che se ne sbarazza presto, vive per le strade e sotto di esse in quella Parigi che ha conosciuto i moti rivoluzionari del 1789 che avrebbero sconvolto la storia di tanti popoli. Nella narrazione dell’Hugo Gavroche ha potuto conoscere le due sorelle più grandi, Éponine e Azelma, ma non i due fratelli minori, che i genitori avevano dato in adozione in cambio di denaro. La storia, come sempre in questi casi, volge al dramma; i due fratellini si ritrovano sulla strada, incontrano il fratello maggiore ma ignorano, gli uni e l’altro, d’essere legati dal solido vincolo della fratellanza. Gavroche li aiuta a sfamarsi e li inizia alla vita dura della strada prima che i fermenti politici e sociali della Parigi del tempo li inghiotta definitivamente nel suo enorme ventre. Victor Hugo, da abile costruttore di storie, non ha voluto che il lettore sapesse del loro destino. Immaginabile del resto. Gavroche muore, come tutti i giovani eroi dei romanzi, poco tempo dopo la sorella maggiore Éponine, e muore presso la stessa barricata di rue de la Chanvrerie, durante i moti di protesta popolare del 5 di giugno dell’anno 1832, mentre tenta di recuperare delle cartucce inesplose per i suoi compagni insorti. Sangue che scorre nelle superbe strade della “ville lumiere”, allora come in questo ultimo tragico 14 di novembre parigino. Ho, tanto tempo dopo, saputo che l’idea del giovane Gavroche sia stata ispirata a Victor Hugo dalla immagine del ragazzo che appare alla guida dei rivoltosi nel celebre quadro “La libertà che guida il popolo” di Eugene Delacroix. Perché Gavroche? Perché il ricordo di quella giovanile lettura? Vi è più di una risposta semplice: che quella storia in fondo si è intessuta con la storia molto più recente delle periferie parigine incendiate e messe a soqquadro dai moderni Gavroche, genere umano relegato ai margini che non si è estinto giammai ma è sopravvissuto al grande Hugo; e che Giacomo Papi ci fa sapere che nel secolo ventunesimo i “Gavroche” non sono tornati ma vivono ai margini della società invisibili tra di noi. Vengono da lontano, non lottano per una rivoluzione che sia, vengono al seguito dell’onda lunga della finanziarizzazione selvaggia e della globalizzazione delle economie del pianeta chiamato Terra, per raccogliere le briciole di quella grande impostura che sembra sia divenuta la “globalizzazione”, madre arcigna e generatrice di nuove disuguaglianze, planetarie, e di vite grame senza sogni di libertà e di riscossa. Ha scritto Giacomo Papi:

venerdì 13 novembre 2015

Lalinguabatte. 4 “Ommini, omminicchi e piritolli”.



In un mio “post scriptum” al “pezzo” – di già passato nel layout - di Pietrangelo Buttafuoco che ha per titolo “L’Italia, l’italiano e i sentimenti al tempo nefasto del piritollo”, “pezzo” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di ottobre ultimo scorso, riportavo una precisazione filologica, fortunosamente reperita sul quotidiano “La Sicilia” del 10 di novembre 2014, a proposito dell’inconsueto, poco diffuso e quindi poco conosciuto lemma “piritollo”. Da quella dotta precisazione filologica sono venuto a conoscenza dell’esaustivo significato di “piritollo” che trascrivo: (…). «Vorrei smentire tutte le piritollate che circolano sulla parola piritollo. La parola piritollo è una cosa seria: (…) deriva addirittura dal greco “piritòllomai” che significava “camminare con i gomiti”, proprio dei bambini che gattonano. Quindi in senso esteso, come la filologia ci suggerisce, potremmo dire che “piritòllomai” significa sgomitare. Nel corso dei secoli questa parola ha trovato nuove accezioni e oggi, volendo fare una sintesi, significa che il piritollo è quello col ditino alzato, l’uomo di sinistra che cerca uno sfondamento sia a destra che a sinistra. Quello che si vuole far notare. Quindi, se vogliamo usare i canoni della retorica, è quello col ditino alzato con scappellamento sia a destra, sia a sinistra... Tutto chiaro?». (…). È questa l’insperata precisazione filologica che mi dischiude orizzonti lessicali nuovi ed imprevisti. E sì che leggendo Buttafuoco avevo prontamente fatto ricorso a persona di madre lingua di quella meravigliosa, quanto sfortunatissima terra, che è la Sicilia. Poiché, essendo le mie frequentazioni di quella assolata terra risalenti oramai ad un buon quarantennio ed oltre, non mi ero mai imbattuto nel termine “piritollo” magistralmente riportato alla luce dalla sagace scrittura del Buttafuoco, anch’egli fortunato figlio di quella antica madre lingua. A dire della persona da me prontamente interrogata “piritollo” veniva abitualmente utilizzato per indicare l’infante simpatico e svelto assai nonché il preadolescente furbo di sguardo e di azione e dallo sguardo sprizzante quell’intelligenza propria e pronta degli indigeni di quella solatia terra. Dopodiché mi sono imbattuto ieri nella lettura di “Leccare è un istinto primordiale” di Nanni Delbecchi pubblicato su “il Fatto Quotidiano” alla stessa data. Non volendo fare una impropria forzatura lessicale mi pare che quel “piritollo” del Buttafuoco possa avere una estensione del significato che ne includa anche di quel “leccare” così argutamente e dottamente rappresentato dal Delbecchi. E questa estensione del significato di “piritollo” viene ad essere giustificata dalla storia patria e suffragata da ben importanti scrittori ed opinionisti di tutte le epoche e di tutti gli orientamenti. Tanto per citare ed avere un riferimento a noi contemporaneo, mi soccorre nell’impresa quanto Michele Serra ha scritto sui “piritollesi” (?) del bel paese in quell’avvincente Suo scritto che ha per titolo “Confessioni” pubblicato sul quotidiano la Repubblica di immemorabile data:

giovedì 12 novembre 2015

Paginatre. 6 “Le parole”.



Dal volume “L’ora di lezione” di Massimo Recalcati, - Einaudi Editore (2014), pagg. 160 – cap. quarto pagg. 90-91: (…). Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia: possono essere pietre o bolle di sapone, foglie miracolose. Possono fare innamorare o ferire. Le parole non sono solo mezzi per comunicare, le parole non sono solo il veicolo dell’informazione, (…), ma sono corpo, carne vita, desiderio. Noi non usiamo semplicemente le parole, ma siamo fatti di parole, viviamo e respiriamo nelle parole. (…). …la parola non si limita a uscire dal corpo, ma ha un corpo. Cos’è, allora, un’ora do lezione? È un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento. (…). Accade ogni volta che la parola di chi insegna apre nuovi mondi. Ogni volta è un risveglio. Ogni volta sorge un nuovo mondo. Accade anche nell’incontro amoroso. L’impatto con il corpo della parola, quando avviene, è sempre un incontro erotico. (…).

martedì 10 novembre 2015

Oltrelenews. 68 “Luciano Gallino. Piccola antologia”.



Da “La differenza visibile tra destra e sinistra” di Luciano Gallino, sul quotidiano la Repubblica del 29 di ottobre dell’anno 2014: (…). Vi sono due condizioni che fanno, oggi come ieri, la differenza tra destra e sinistra. Una è la scelta della parte sociale da cui stare: in politica, nell’economia, nella cultura. Il che significa o sostenere che le disuguaglianze non hanno alcun peso nei rapporti sociali, o magari negare che esistano; oppure darvi il peso che moralmente e politicamente meritano, e adoperarsi per ridurle. L’altra condizione è la capacità di capire in che direzione si sta evolvendo la situazione economica e sociale del momento. Perché se non lo capisce uno sta uscendo, senza rendersene conto, dal corso della storia. (…). Alla manifestazione di Roma (una manifestazione politica a piazza San Giovanni che si contrapponeva alla “Leopolda” di Firenze n.d.r.) non c’erano (o erano poche) le persone che dovevano scegliere se stare o no dalla parte dei deboli, degli svantaggiati, delle classi inferiori di reddito, di quelli il cui destino dipende sempre da qualcun altro. Erano loro stessi, la massa dei partecipanti, a essere deboli, svantaggiati, poveri, perennemente in balia del parere e della volontà di qualcun altro. Collocati, in altre parole, al fondo delle classifiche delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di potere politico ed economico; disuguaglianze il cui scandaloso aumento negli ultimi vent’anni, nel nostro paese come in altri, accompagnato dalla scomparsa del tema stesso nel discorso delle socialdemocrazie, ha fatto parlare più di uno studioso di nuovo feudalesimo. Invece nel garage semibuio di Firenze c’erano soprattutto persone a cui l’idea di stare dalla parte dei più deboli e magari di dichiararlo appariva semplicemente repellente, o quanto meno fastidiosa, non meno che mettersi a parlare “in un mondo che è cambiato” di lotta alle disuguaglianze. Al massimo i più deboli si possono aiutare a soffrire di meno, non certo a diventare meno deboli, o a salire un gradino nella scala delle disuguaglianze, grazie a un sindacato o un partito. Per non dire che la parola “partito” significa appunto “aver preso parte” — idea demolita a Firenze dall’idea di un partito-nazione (ma l’ha detto qualcuno a Renzi che la parola “nazione” o “nazionale” figuravano tempo addietro nel nome di un paio di partiti che molti guai procurarono all’Italia e all’Europa?). (…). Per i primi era evidente che quello che sta succedendo da parecchi anni è una “guerra dell’austerità”, per usare la dizione di un noto economista americano. Una guerra di classe in cui la destra si prefigge di distruggere le conquiste sociali degli anni 60 e 70, che furono un tentativo riuscito di sottoporre il capitalismo a una ragionevole dose di controllo democratico. Le misure imposte da Bruxelles, di cui il governo Renzi, a parte qualche battuta, è fedele esecutore, sono precisamente espressione di tale guerra o conflitto di classe, nella quale le classi dominanti hanno negli ultimi decenni conseguito una grande vittoria. Equivalente a una dolorosa sconfitta per i manifestanti romani. A Firenze l’interpretazione predominante della crisi è stata quella canonica delle destre europee: lo stato ha un debito troppo alto, dovuto all’eccesso di spesa; il problema è il costo eccessivo del lavoro; per rilanciare la crescita bisogna ridurre le tasse alle imprese; i dettati di Bruxelles sono onerosi, ma bisogna pur mantenere gli impegni, ecc. Ciascuno di questi slogan è falso quanto dannoso — e si noti che a dirlo sono ormai dozzine di economisti, compresi perfino alcuni esponenti delle dottrine neoliberali. A parte l’interpretazione ortodossa della crisi, che non sta in piedi, chi vi aderisce non si rende conto che ci si avvicina a un momento in cui o si modificano i trattati europei e si adottano politiche economiche opposte a quelle del governo Renzi (che sono poi quelle degli ultimi tre o quattro governi, prescritte dalla Troika e da noi passivamente messe in atto), o ci si avvia ad un lungo periodo di grave recessione e di rapporti intereuropei sempre più difficili, nonché dagli esiti imprevedibili. (…).

lunedì 9 novembre 2015

Sfogliature. 46 “Che male c’è?”.



Scrivevo la “sfogliatura” che di seguito ripropongo il 6 di luglio dell’anno 2011. Il bel tempo andato. Ma nel lasso di tempo intercorso da quella scrittura, seppur siano cambiati i protagonisti della vicenda pubblica, i risultati e gli effetti sono sempre gli stessi. Scriveva nel suo diario il conte Henry d’Ideville alla data del 26 di aprile dell’anno 1865: (…). … l’Italia è davvero la terra dei morti. (…). Dove trovare un popolo più vecchio, più usato, più corrotto, meno ingenuo? (…). Prima di tutto è sottile, scettico, astuto e interessato. Molto più intelligente di noi, sa calcolare, aspettare, lusingare e dissimulare, cosa a cui noi non arriveremo mai. Rifate le divisioni del paese, trasformatelo in uno solo Stato, sconvolgete governi e frontiere, dategli tutte le costituzioni che vorrete, non cambierete mai la razza e il temperamento del popolo. Per quanto facciate, non lo renderete mai giovane. Conserverà coi suoi difetti tutte le  sue preziose qualità. Una “terra dei morti” scriveva quel nobil uomo, ché come tali permangono nei lustri e poi nei lustri, in quella condizione  caratteristica denominata del “rigor mortis”, che conferisce anche e soprattutto alle pubbliche istituzioni quella rigidità, quella immodificabilità che neppure gli auto-denominatisi riformatori riescono a scalfire, tanto ne sono essi stessi impregnati nelle più sottili fibrille del loro essere. Scrivevo allora: 

sabato 7 novembre 2015

Oltrelenews. 67 “Una crisi infinita”.



Da “Cari nipoti vi racconto la nostra crisi” di Luciano Gallino, sul quotidiano la Repubblica del 16 di ottobre 2015: (…). Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l'idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità. L'idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la Rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipen-denti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno. La marcia di tale idea è stata per oltre due secoli faticosa e incerta, ma nell'insieme ha avuto esiti straordinari. La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento; la formazione di sindacati liberi; la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini; la tassazione progressiva; l'ingresso del diritto nei luoghi di lavoro; l'istruzione libera e gratuita per tutti sino all'università; la realizzazione dello stato sociale; i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare vita quotidiana per l'intera popolazione.

venerdì 6 novembre 2015

Paginatre. 5 “Dei diversamente onesti”.



Da “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti” di Italo Calvino, sul quotidiano “la Repubblica” del 15 di marzo dell’anno 1980: C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua armonia. Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune: l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale.

giovedì 5 novembre 2015

Paginatre. 4 “Dialogo sulla democrazia”.



Da “Dialogo sulla democrazia” di Sebastiano Vassalli, pubblicato sul quotidiano “Corriere della Sera” del 6 di febbraio dell’anno 2006:
Parla il cittadino che andrà a votare (in sigla: CV) - Domani, in questo paese, ci saranno le elezioni politiche. Non so per chi lei voterà e non mi interessa saperlo; ma sono sicuro che essendo una persona civile e un uomo libero, anche lei, come me, farà il suo dovere di elettore. Viva la democrazia!
Parla il cittadino che non andrà a votare (CNV) – (…). Effettivamente, nessuno più di me ama la libertà; e mi auguro di non deluderla troppo, dicendole che non andrò a votare. Ho riflettuto a fondo su ciò che chiamiamo democrazia e sui suoi rituali: e credo che le elezioni, come si fanno ora, siano un inutile spreco di suole e di tempo.
CV (stupefatto) - Ma il voto è la base della libertà! Tutte le persone per bene credono nel voto e credono nella democrazia (…).
CNV - Spero di non essere il solo. E la prego di spiegarmi cos'è, per lei, la democrazia, in modo da essere sicuri che stiamo parlando della stessa cosa.
CV (stupefatto) - La democrazia... è la democrazia! È il popolo che governa: lo dice la parola stessa! È la miglior forma di partecipazione alla vita di una società, che sia mai stata inventata.(…).  
CNV - Se per democrazia lei intende il governo del popolo la avverto che sta prendendo un abbaglio. Quel governo non esiste né qui né in altre parti del mondo. È una finzione, basata sulla furbizia di pochi e sull' ingenuità dei più.
CV (stupefatto) - Questa, poi!

martedì 3 novembre 2015

Sfogliature. 45 “W l’Italia”.



La “sfogliatura” che oggi propongo è ben datata. Essa risale al giovedì 27 di luglio dell’anno 2006. Ben nove anni addietro. Ma prima che possiate leggerla mi preme contestualizzare il “problema”. Ha scritto Fabio Bogo sul settimanale “Affari&Finanza” del 26 di ottobre ultimo scorso, una data ben recente, un pezzo che ha per titolo “La tassa che frena le riforme del Paese”: (…). Secondo i calcoli di Unimpresa tra il 2001 e il 2011 la corruzione ha divorato 10 miliardi l'anno di Pil, facendo diminuire gli investimenti esteri del 16 per cento e facendo aumentare del 20 per cento il costo finale degli appalti, che rimangono - secondo la relazione dell'Autorità nazionale Anticorruzione (Anc) - il comparto di maggiore rilevanza nel fenomeno criminale. L'esame delle condanne inflitte rivela che il 62 per cento dei casi ha riguardato i dipendenti di amministrazioni statali, di gran lunga superiore a quelli che hanno visto coinvolti rispettivamente impiegati dei comuni, quelli di Asl e Aziende Ospedaliere, o di enti di previdenza e assistenza (il 12 per cento ciascuno). La mazzetta, poi, è davvero elastica. Sempre l'Anc in base alle condanne inflitte ha calcolato che nel 5 per cento dei casi l'utilità ottenuta dal corrotto era inferiore a 1.000 euro e nel 27 per cento oscillava tra 1.000 e 10.000. La più diffusa è la bustarella che varia tra tra 10.000 e 100.000 euro (44 per cento dei casi), ma frequente (20 per cento) anche quella tra 100.000 e un milione. Il 4 per cento dei casi riguarda tangenti superiori a un milione. Il valore medio è di 153mila euro. Non è difficile capire quindi perché Standard& Poor's, nell'ultimo rapporto sulle imprese italiane, abbia giudicato a il rischio Paese ancora "moderatamente alto". Perché le riforme avanzano. Ma la corruzione pure. Ora leggete pure quanto andavo postando il quel lontanissimo giovedì del 27 di luglio dell’anno 2006 e converrete con me che a qualsivoglia governo la lotta seria, dura e determinata allo sfregio imposto al bel paese non conviene proprio in termini elettorali. Meglio lasciar perdere e ciarlare, ciarlare…

domenica 1 novembre 2015

Paginatre. 3 “P.P.P. In morte di un Poeta”.



Dal volume “I Professori” di Aldo Ettore Quagliozzi – AndreaOppureEditore (2006), pagg. 194, ISBN 978-88-89149-79-9 –, capitolo 18° “Ove si discorre di emozioni tanto necessarie nell’arte dell’educare”: La magica prosa di  Pier Paolo Pasolini, tratta da una antologia curata da N. Naldini dal titolo “Un paese di temporali e di primule”, ci rappresenta una iniziazione alla magica “arte dell’educare”. E forse vale anche per il Pasolini maestro quanto ha scritto Paola Mastrocola nel suo incredibile, bellissimo e già citato volume “La gallina Volante”: (…). Non di tutto possiamo essere felici. Non di tutte le cose che facciamo nella vita. Basterebbe esserlo di una, perché quell’una poi rischiara tutte le altre e siamo salvi. (…). E “quell’una” di Pier Paolo Pisolini è descritta di certo in queste sue meravigliose pagine piene di amore e di un grande e profondo senso dell’umanità, del divenire speranzoso delle giovani generazioni.