Da ragazzo quelli dell’Olimpo mi furono subito simpatici assai. È che somigliavano
tanto a noi umani, miseri mortali. E poi erano sempre indaffarati come i comuni
mortali. C’era chi si intendeva della caccia, e chi dell’agricoltura, e chi
della pratica vitivinicola. E chi della medicina a curare i corpi. Non poteva
mancare tra di essi anche il cultore delle arti guerriere. E qualcun altro
ancora soleva atteggiarsi molto umanamente ad universale amatore. Sembra che
proprio il padre di tutti quelli dell’Olimpo fosse un infaticabile struggitore
di bellezze femminili. In fondo un mondo di dei a misura d’umano. Un paradosso
quasi. È che essi, ovvero quelli dell’Olimpo, essendo talmente vicini agli
umani nelle loro passioni e pulsioni, erano dagli stessi mortali considerati
benevolmente, come componenti più fortunati della famiglia; in fondo non
incutevano timore alcuno in virtù di un comune destino condiviso seppur a
livelli differenti. Immortali e beoni quelli, mortali nonostante tutto gli
umani. Non si era allora pervenuti ad un dio unico e solo, magari ad un “dio degli eserciti” di rabbinica e
cristiana memoria; la qualcosa avrebbe suscitato ben altro atteggiamento degli
umani nei confronti di quei beoni dell’Olimpo. Mi sentirei gratificato e come
se stessi sull’Olimpo sol se potessi consultare tutti gli incunaboli polverosi
dispersi per l’universo mondo; solo per poter accertare, in quegli incunaboli
ed in altri tomi diversi e ponderosi, frutto dell’umano ingegno, della non
registrata memoria in essi di guerre di religione tra gli umani per conto di
quelli dell’Olimpo. Ben altra cosa accade da quando quei buontemponi hanno
traslocato chissà dove lasciando il loro monte indifeso all’assalto del dio
cosiddetto unico e solo. Bel vantaggio ne è derivato per gli umani tutti. È dalla
scomparsa di quelli e dall’avvento del dio unico e solo che la terra si bagna
abbondantemente del sangue dei combattenti benedetti sotto i labari ed i
vessilli sventolanti in nome di un dio occhiuto e feroce spesso anche.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 13 febbraio 2020
mercoledì 12 febbraio 2020
Ifattinprima. 44 «Un Paese più diseguale, meno sostenibile e più prigioniero dell’intolleranza razziale».
Tratto da “Le
ricette economiche populiste puniscono i più deboli”, intervista di Enrico
Franceschini a Mariana Mazzucato – docente allo “University College” di Londra –
pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 12 di agosto dell’anno 2019: (…). Che
rischi corre l’Italia, se Salvini diventa primo ministro, professoressa
Mazzucato? «Rischia di diventare un Paese più diseguale, meno sostenibile e più
prigioniero dell’intolleranza razziale».
Perché più diseguale? «Le misure proposte
dalla Lega sono tutte regressive: flat tax, riforma pensioni, condoni fiscali,
favoriscono chi ha già privilegi e puniscono i ceti deboli. Anche le iniziative
in difesa delle piccole imprese sono sbagliate: andrebbero piuttosto aiutate a
crescere. Salvini ha una filosofia economica populista, che crea consenso solo
in certe classi, senza strategia a lungo termine».
E perché meno sostenibile? «Salvini si è
sempre schierato contro la politica ambientale. Da questo punto di vista i 5
Stelle almeno all’inizio ci hanno provato, ma senza risultati concreti neanche
loro».
E poi c’è l’euroscetticismo, la minaccia di
Salvini di lasciare l’euro «Non avrebbe senso. L’Italia può crescere solo
stando dentro la Ue, se vuole competere con Cina e Stati Uniti. Da sola ha un
peso insignificante. Il disastro della Brexit in Gran Bretagna dovrebbe servire
da lezione».
martedì 11 febbraio 2020
Dell’essere. 21 Pascal: «L'uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura».
“E se cambiassimo punto di vista?” è il titolo di una riflessione del
professor Umberto Galimberti pubblicata su di un supplemento del quotidiano “la
Repubblica” (luglio 2009?). La riporto di seguito nella sua interezza,
lasciando, all’occasionale smarrito lettore della rete, di farne un buon uso
speculativo per trarne una ancor pur “semplice” - ma non semplicistica - indicazione
di vita. A parer mio, affinché si possa o si debba cambiare il cosiddetto “punto di vista”, necessiterebbe l’insorgere
di sconvolgimenti tali e per i quali tutto ciò che si è vissuto venisse a
perdere il suo significato, od ancor più, il suo più intrinseco valore.
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