"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 13 febbraio 2020

Uominiedio. 27 «Nietzsche: “E gli dèi morirono dal gran ridere quando udirono che un dio voleva essere il solo”».


Da ragazzo quelli dell’Olimpo mi furono subito simpatici assai. È che somigliavano tanto a noi umani, miseri mortali. E poi erano sempre indaffarati come i comuni mortali. C’era chi si intendeva della caccia, e chi dell’agricoltura, e chi della pratica vitivinicola. E chi della medicina a curare i corpi. Non poteva mancare tra di essi anche il cultore delle arti guerriere. E qualcun altro ancora soleva atteggiarsi molto umanamente ad universale amatore. Sembra che proprio il padre di tutti quelli dell’Olimpo fosse un infaticabile struggitore di bellezze femminili. In fondo un mondo di dei a misura d’umano. Un paradosso quasi. È che essi, ovvero quelli dell’Olimpo, essendo talmente vicini agli umani nelle loro passioni e pulsioni, erano dagli stessi mortali considerati benevolmente, come componenti più fortunati della famiglia; in fondo non incutevano timore alcuno in virtù di un comune destino condiviso seppur a livelli differenti. Immortali e beoni quelli, mortali nonostante tutto gli umani. Non si era allora pervenuti ad un dio unico e solo, magari ad un “dio degli eserciti” di rabbinica e cristiana memoria; la qualcosa avrebbe suscitato ben altro atteggiamento degli umani nei confronti di quei beoni dell’Olimpo. Mi sentirei gratificato e come se stessi sull’Olimpo sol se potessi consultare tutti gli incunaboli polverosi dispersi per l’universo mondo; solo per poter accertare, in quegli incunaboli ed in altri tomi diversi e ponderosi, frutto dell’umano ingegno, della non registrata memoria in essi di guerre di religione tra gli umani per conto di quelli dell’Olimpo. Ben altra cosa accade da quando quei buontemponi hanno traslocato chissà dove lasciando il loro monte indifeso all’assalto del dio cosiddetto unico e solo. Bel vantaggio ne è derivato per gli umani tutti. È dalla scomparsa di quelli e dall’avvento del dio unico e solo che la terra si bagna abbondantemente del sangue dei combattenti benedetti sotto i labari ed i vessilli sventolanti in nome di un dio occhiuto e feroce spesso anche.

mercoledì 12 febbraio 2020

Ifattinprima. 44 «Un Paese più diseguale, meno sostenibile e più prigioniero dell’intolleranza razziale».


Tratto da “Le ricette economiche populiste puniscono i più deboli”, intervista di Enrico Franceschini a Mariana Mazzucato – docente allo “University College” di Londra – pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 12 di agosto dell’anno 2019: (…). Che rischi corre l’Italia, se Salvini diventa primo ministro, professoressa Mazzucato? «Rischia di diventare un Paese più diseguale, meno sostenibile e più prigioniero dell’intolleranza razziale».
Perché più diseguale? «Le misure proposte dalla Lega sono tutte regressive: flat tax, riforma pensioni, condoni fiscali, favoriscono chi ha già privilegi e puniscono i ceti deboli. Anche le iniziative in difesa delle piccole imprese sono sbagliate: andrebbero piuttosto aiutate a crescere. Salvini ha una filosofia economica populista, che crea consenso solo in certe classi, senza strategia a lungo termine».
E perché meno sostenibile? «Salvini si è sempre schierato contro la politica ambientale. Da questo punto di vista i 5 Stelle almeno all’inizio ci hanno provato, ma senza risultati concreti neanche loro».
E poi c’è l’euroscetticismo, la minaccia di Salvini di lasciare l’euro «Non avrebbe senso. L’Italia può crescere solo stando dentro la Ue, se vuole competere con Cina e Stati Uniti. Da sola ha un peso insignificante. Il disastro della Brexit in Gran Bretagna dovrebbe servire da lezione».

martedì 11 febbraio 2020

Dell’essere. 21 Pascal: «L'uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura».


“E se cambiassimo punto di vista?” è il titolo di una riflessione del professor Umberto Galimberti pubblicata su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” (luglio 2009?). La riporto di seguito nella sua interezza, lasciando, all’occasionale smarrito lettore della rete, di farne un buon uso speculativo per trarne una ancor pur “semplice” - ma non semplicistica - indicazione di vita. A parer mio, affinché si possa o si debba cambiare il cosiddetto “punto di vista”, necessiterebbe l’insorgere di sconvolgimenti tali e per i quali tutto ciò che si è vissuto venisse a perdere il suo significato, od ancor più, il suo più intrinseco valore.