"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 16 marzo 2015

Sfogliature. 37 “Charlie Hebdo, terrorismo e mestiere delle armi”.



Ora che il fiume alluvionale della cronaca, non ancora divenuta Storia, sembra avere preso un andamento carsico sottraendosi alla morbosità della comunicazione, torna utile una riflessione su quell’immane sciagura che il “terrorismo” sembra rappresentare per l’intero globo terracqueo. Mi soccorre nell’occasione un mio post che risale al 20 di novembre dell’anno 2003 e che si trova raccolto in una abbondante “miscellanea” di interessanti letture e pensieri. Scrivevo a quel tempo: Afferma Susan Sontag (letto su “la Repubblica” del 20 di novembre 2003): (…). …la parola “terrorista” è più duttile di “comunista”. Può accomunare un maggior numero di lotte e interessi diversi. Ciò probabilmente significa che la guerra sarà infinita, perché esisterà sempre qualche forma di terrorismo (così come esisteranno sempre povertà e cancro); vale a dire, conflitti asimmetrici in cui la parte più debole utilizza una forma di violenza che di solito prende di mira i civili. La retorica politica americana, che non coincide necessariamente con l’opinione pubblica del paese, è pronta a sostenere questa infausta prospettiva, poiché la lotta contro il male non ha mai fine. (…).

sabato 14 marzo 2015

Oltrelenews. 28 “3%”.




Da “La chiarezza che manca sul pasticcio del 3%” di Stefano Passigli, su il “Corriere della sera” del 15 di gennaio 2015: Caro direttore, per meglio valutare la decisione del governo di depenalizzare qualsiasi evasione fiscale che resti nei limiti del 3% del reddito imponibile è opportuno considerare innanzitutto due aspetti. In primo luogo, occorre ricordare che la normativa vigente già configura l’esistenza di un reato solo se le imposte evase superano i 50 mila euro. La non rilevanza penale di evasioni fino al 3% dell’imponibile potrebbe invece coprire redditi ben più elevati dell’attuale soglia di 1.667.000 euro ed evasioni ben superiori a 50 mila euro. Depenalizzare in questo modo l’evasione non avrebbe l’effetto di tutelare chi fosse involontariamente caduto in errori o di rendere più «umano» il Fisco nei confronti dei piccoli evasori, ma quello di impedire il ricorso alla sanzione penale in molti casi di evasione da parte di contribuenti con redditi anche elevati o di ingenti violazioni Iva da parte delle imprese. Una decisione che va in direzione opposta a quella adottata dal Fisco degli Usa o dei maggiori Paesi europei. L’obiettivo del governo di rendere più agile il rapporto tra cittadini e Fisco è giusto, ma la misura adottata è inadeguata. Non deve dunque sorprendere che sia il presidente della Commissione cui il governo aveva affidato la formulazione dei provvedimenti attuativi della delega (il professor Gallo, già presidente della Corte costituzionale e ministro delle Finanze del governo Ciampi), sia i dirigenti del ministero direttamente competente in materia, abbiano dichiarato di non essere stati all’origine del provvedimento. Una misura errata può essere introdotta in un provvedimento normativo per errore. E non mancano gli esempi in proposito. Ma nel caso in questione è difficile crederlo. La massima parte dei cittadini ignora che in base ai regolamenti vigenti le riunioni del Consiglio dei ministri sono precedute da un pre Consiglio ove i vari uffici legislativi dei ministeri esaminano, sotto la supervisione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e del capo del dipartimento Affari giuridici e legislativi, i provvedimenti all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. I partecipanti rappresentano il meglio dell’esperienza e della cultura giuridica presenti nella nostra Pubblica amministrazione, e provengono in larga parte dal Consiglio di Stato o dalla Corte dei conti. È impensabile che essi possano non aver compreso il reale portato dell’art. 19 bis del Decreto se il testo della misura fosse stato effettivamente sottoposto al loro esame. Purtroppo, troppo spesso anche il Consiglio dei ministri approva solo le linee generali di provvedimenti ancora in fieri , che vengono poi formulati puntualmente in un secondo tempo. È presumibile che questo sia ciò che è avvenuto. Ma se così è, è opportuno che il presidente Renzi non si limiti ad annunciare che la misura sarà rivista e che nel frattempo non entrerà in vigore, ma assicuri che essa verrà ritirata o radicalmente modificata. È insomma necessario e politicamente auspicabile — specie alla vigilia delle delicate scadenze istituzionali e legislative che attendono le Camere — che l’errore venga non solo riconosciuto ma eliminato, e che non si cerchi di difendere la misura con argomenti speciosi, come qualcuno ha tentato di fare danneggiando il governo anziché aiutarlo. Non si deve essere più realisti del re; e il re, nella persona del capo del governo, si è già pronunciato indicando che gli effetti negativi saranno rimossi. I problemi del sistema fiscale italiano non si risolvono varando misure errate che possono tradursi in un vantaggio per i grandi evasori, ma rendendo più equa la distribuzione del carico fiscale. Deve essere quest’ultimo il vero obiettivo dell’attuazione della delega.

venerdì 13 marzo 2015

Oltrelenews. 27 “80 €”.



Da “Filosofia 80 euro: se vuoi l’uovo oggi uccidi la gallina domani” di Alessandro Robecchi,  pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 22 di ottobre 2014: Sfugge il perché della cifra, ma sono sempre ottanta. Silvio preferiva i multipli di dieci: un milione di posti di lavoro, mille euro a chi fa un bambino, eccetera eccetera. Matteo si concentra sulla tabellina dell’otto: ottanta euro di qui, ottanta euro di là, e pare che il ministro Padoan si adegui (ottocentomila posti di lavoro). Probabile che sia una di quelle trovate dei guru della comunicazione: “ottanta euro” è ormai entrato nelle orecchie, nelle menti, nei cuori e in parecchi bilanci famigliari e tanto vale farne un brand. Avvertenza importante, qui non si fa facile snobismo: 80 euro sono 80 euro, in un anno fanno 960, che non bastano certo per invogliare a fare un bambino, ma che possono alleggerire un po’ la vita a chi già lo sta facendo. Questo per dire che non metteremo qui in dubbio la contadinissima e saggia teoria delle nostre nonne: se qualcuno ti regala dei soldi, tu prendili. Ora si tratta di capire cosa si cede in cambio di ottanta euro, siano quelli della “più grande riduzione fiscale” nella storia della galassia, siano quelli del bonus bebé, siano quelli prossimi venturi (ottanta euro a chi non si tinge i capelli, a chi smette di fumare, a chi sa cambiare una gomma alla macchina, eccetera). La sensazione è che si richieda, in cambio di quei soldi, una soddisfatta rinuncia a soluzioni strutturali. Per dire: in un paese dove ci sono un milione e 400 mila bambini in situazione di povertà assoluta, consegnare dei soldi a chi fa un bambino, anche se ha un reddito che sfiora i 90.000 euro annui, fa un po’ impressione. Così come avrebbe dovuto fare un po’ impressione il regalo di altri soldi (80 euro) a chi guadagna dagli otto ai venticinque mila euro l’anno, senza darli a chi ne guadagna addirittura meno. Ma questo è un punto economico. C’è invece anche un punto politico che vale la pena di esplorare. Se diventa una prassi quella di sganciare un po’ di soldi “a tema” anziché affrontare seriamente le carenze strutturali del welfare, la strada che si segue è quella di un potere lievemente medievale. Il signore dà al contado, se e quando gli va, se e quando ne ha voglia. Il contado applaude. Il signore decide chi premiare, con un occhio di riguardo per il suo elettorato o quello che potrebbe diventarlo. (…). Lo scambio di un diritto (contratto, stipendio decente, assistenza, welfare) per un po’ di contante è reso affascinante dalla crisi corrente e da una certa – abilmente costruita – diffidenza nei confronti dei diritti. Cioè: se si fa strada l’impressione che i diritti acquisiti si possono cancellare con un decreto legge, una delega in bianco, un voto di fiducia, significa che non sono così granitici e sicuri. Meglio ottanta euro subito piuttosto di certe garanzie che possono sparire da un momento all’altro. Si tratta, diciamo così, di un welfare-beneficienza al posto di un welfare-equità. La differenza è piuttosto evidente, ma mai evidente come mettersi in tasca 80 euro. Il che stravolge alcuni famosi proverbi. Sarà che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma qui si va oltre. Si uccide la gallina oggi per avere un uovo oggi. E domani? Si vedrà: al buon cuore di chi lascia la mancia.