Ora che il fiume alluvionale della
cronaca, non ancora divenuta Storia, sembra avere preso un andamento carsico sottraendosi
alla morbosità della comunicazione, torna utile una riflessione su quell’immane
sciagura che il “terrorismo” sembra rappresentare per l’intero globo
terracqueo. Mi soccorre nell’occasione un mio post che risale al 20 di novembre
dell’anno 2003 e che si trova raccolto in una abbondante “miscellanea” di interessanti
letture e pensieri. Scrivevo a quel tempo: Afferma
Susan Sontag (letto su “la Repubblica” del 20 di novembre 2003): (…). …la parola “terrorista” è più duttile
di “comunista”. Può accomunare un maggior numero di lotte e interessi diversi.
Ciò probabilmente significa che la guerra sarà infinita, perché esisterà sempre
qualche forma di terrorismo (così come esisteranno sempre povertà e cancro);
vale a dire, conflitti asimmetrici in cui la parte più debole utilizza una
forma di violenza che di solito prende di mira i civili. La retorica politica
americana, che non coincide necessariamente con l’opinione pubblica del paese,
è pronta a sostenere questa infausta prospettiva, poiché la lotta contro il
male non ha mai fine. (…).
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 16 marzo 2015
sabato 14 marzo 2015
Oltrelenews. 28 “3%”.
Da “La
chiarezza che manca sul pasticcio del 3%” di Stefano Passigli, su il
“Corriere della sera” del 15 di gennaio 2015: Caro direttore, per meglio
valutare la decisione del governo di depenalizzare qualsiasi evasione fiscale
che resti nei limiti del 3% del reddito imponibile è opportuno considerare
innanzitutto due aspetti. In primo luogo, occorre ricordare che la normativa
vigente già configura l’esistenza di un reato solo se le imposte evase superano
i 50 mila euro. La non rilevanza penale di evasioni fino al 3% dell’imponibile
potrebbe invece coprire redditi ben più elevati dell’attuale soglia di
1.667.000 euro ed evasioni ben superiori a 50 mila euro. Depenalizzare in
questo modo l’evasione non avrebbe l’effetto di tutelare chi fosse
involontariamente caduto in errori o di rendere più «umano» il Fisco nei
confronti dei piccoli evasori, ma quello di impedire il ricorso alla sanzione
penale in molti casi di evasione da parte di contribuenti con redditi anche
elevati o di ingenti violazioni Iva da parte delle imprese. Una decisione che
va in direzione opposta a quella adottata dal Fisco degli Usa o dei maggiori
Paesi europei. L’obiettivo del governo di rendere più agile il rapporto tra
cittadini e Fisco è giusto, ma la misura adottata è inadeguata. Non deve dunque
sorprendere che sia il presidente della Commissione cui il governo aveva
affidato la formulazione dei provvedimenti attuativi della delega (il professor
Gallo, già presidente della Corte costituzionale e ministro delle Finanze del
governo Ciampi), sia i dirigenti del ministero direttamente competente in
materia, abbiano dichiarato di non essere stati all’origine del provvedimento.
Una misura errata può essere introdotta in un provvedimento normativo per
errore. E non mancano gli esempi in proposito. Ma nel caso in questione è
difficile crederlo. La massima parte dei cittadini ignora che in base ai
regolamenti vigenti le riunioni del Consiglio dei ministri sono precedute da un
pre Consiglio ove i vari uffici legislativi dei ministeri esaminano, sotto la
supervisione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e del capo del
dipartimento Affari giuridici e legislativi, i provvedimenti all’ordine del
giorno del Consiglio dei ministri. I partecipanti rappresentano il meglio
dell’esperienza e della cultura giuridica presenti nella nostra Pubblica
amministrazione, e provengono in larga parte dal Consiglio di Stato o dalla
Corte dei conti. È impensabile che essi possano non aver compreso il reale
portato dell’art. 19 bis del Decreto se il testo della misura fosse stato
effettivamente sottoposto al loro esame. Purtroppo, troppo spesso anche il
Consiglio dei ministri approva solo le linee generali di provvedimenti ancora
in fieri , che vengono poi formulati puntualmente in un secondo tempo. È
presumibile che questo sia ciò che è avvenuto. Ma se così è, è opportuno che il
presidente Renzi non si limiti ad annunciare che la misura sarà rivista e che
nel frattempo non entrerà in vigore, ma assicuri che essa verrà ritirata o
radicalmente modificata. È insomma necessario e politicamente auspicabile —
specie alla vigilia delle delicate scadenze istituzionali e legislative che
attendono le Camere — che l’errore venga non solo riconosciuto ma eliminato, e
che non si cerchi di difendere la misura con argomenti speciosi, come qualcuno
ha tentato di fare danneggiando il governo anziché aiutarlo. Non si deve essere
più realisti del re; e il re, nella persona del capo del governo, si è già
pronunciato indicando che gli effetti negativi saranno rimossi. I problemi del
sistema fiscale italiano non si risolvono varando misure errate che possono
tradursi in un vantaggio per i grandi evasori, ma rendendo più equa la
distribuzione del carico fiscale. Deve essere quest’ultimo il vero obiettivo
dell’attuazione della delega.
venerdì 13 marzo 2015
Oltrelenews. 27 “80 €”.
Da “Filosofia
80 euro: se vuoi l’uovo oggi uccidi la gallina domani” di Alessandro
Robecchi, pubblicato su “il Fatto
Quotidiano” del 22 di ottobre 2014: Sfugge il perché della cifra, ma sono sempre
ottanta. Silvio preferiva i multipli di dieci: un milione di posti di lavoro,
mille euro a chi fa un bambino, eccetera eccetera. Matteo si concentra sulla
tabellina dell’otto: ottanta euro di qui, ottanta euro di là, e pare che il
ministro Padoan si adegui (ottocentomila posti di lavoro). Probabile che sia
una di quelle trovate dei guru della comunicazione: “ottanta euro” è ormai
entrato nelle orecchie, nelle menti, nei cuori e in parecchi bilanci famigliari
e tanto vale farne un brand. Avvertenza importante, qui non si fa facile
snobismo: 80 euro sono 80 euro, in un anno fanno 960, che non bastano certo per
invogliare a fare un bambino, ma che possono alleggerire un po’ la vita a chi
già lo sta facendo. Questo per dire che non metteremo qui in dubbio la
contadinissima e saggia teoria delle nostre nonne: se qualcuno ti regala dei
soldi, tu prendili. Ora si tratta di capire cosa si cede in cambio di ottanta
euro, siano quelli della “più grande riduzione fiscale” nella storia della
galassia, siano quelli del bonus bebé, siano quelli prossimi venturi (ottanta
euro a chi non si tinge i capelli, a chi smette di fumare, a chi sa cambiare
una gomma alla macchina, eccetera). La sensazione è che si richieda, in cambio
di quei soldi, una soddisfatta rinuncia a soluzioni strutturali. Per dire: in
un paese dove ci sono un milione e 400 mila bambini in situazione di povertà
assoluta, consegnare dei soldi a chi fa un bambino, anche se ha un reddito che
sfiora i 90.000 euro annui, fa un po’ impressione. Così come avrebbe dovuto
fare un po’ impressione il regalo di altri soldi (80 euro) a chi guadagna dagli
otto ai venticinque mila euro l’anno, senza darli a chi ne guadagna addirittura
meno. Ma questo è un punto economico. C’è invece anche un punto politico che
vale la pena di esplorare. Se diventa una prassi quella di sganciare un po’ di
soldi “a tema” anziché affrontare seriamente le carenze strutturali del
welfare, la strada che si segue è quella di un potere lievemente medievale. Il
signore dà al contado, se e quando gli va, se e quando ne ha voglia. Il contado
applaude. Il signore decide chi premiare, con un occhio di riguardo per il suo
elettorato o quello che potrebbe diventarlo. (…). Lo scambio di un diritto
(contratto, stipendio decente, assistenza, welfare) per un po’ di contante è
reso affascinante dalla crisi corrente e da una certa – abilmente costruita –
diffidenza nei confronti dei diritti. Cioè: se si fa strada l’impressione che i
diritti acquisiti si possono cancellare con un decreto legge, una delega in
bianco, un voto di fiducia, significa che non sono così granitici e sicuri.
Meglio ottanta euro subito piuttosto di certe garanzie che possono sparire da
un momento all’altro. Si tratta, diciamo così, di un welfare-beneficienza al
posto di un welfare-equità. La differenza è piuttosto evidente, ma mai evidente
come mettersi in tasca 80 euro. Il che stravolge alcuni famosi proverbi. Sarà
che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma qui si va oltre. Si uccide
la gallina oggi per avere un uovo oggi. E domani? Si vedrà: al buon cuore di
chi lascia la mancia.
Iscriviti a:
Post (Atom)

