Cronache barbare. Poiché i
barbari sono stati tra di noi. Anzi, ci sono ancora. Defilati. Rinchiusi nei
loro sotterranei. Ma pronti ad un nuovo attacco al bene comune. Che è divenuto
il loro bene proprietario. Da quando i barbari hanno attraversato il deserto,
di soppiatto. E di soppiatto sono penetrati nella cittadella turrita ed
indifesa della Costituzione. Non c’è stato nessun “tenente Drogo” a dare
l’allarme. Tutti girati a scrutare altrove dall’alto di quelle mura, come una
novella della “fortezza Bastiani”. Intanto i barbari, assalite le mura,
espugnavano l’indifesa novella “fortezza Bastiani”. Nessun “tenente
Drogo” a dare l’allarme. Nessuno. L’antipolitica al potere rafforzava
così le sue posizioni. Ed anche le sue ricchezze. Con azioni fraudolente.
Autorizzate da procedure e leggi approvate da tutti. Da tutti. E nessun “tenente
Drogo” a dare l’allarme. Oggi si scopre come d’incanto la “questione
sociale”. Ma i barbari sono di già all’interno delle mura sbrecciate
della cittadella della Costituzione. Difficile allontanarli spegnendone i
bivacchi che hanno acceso a difesa delle loro conquiste. Scrive Michele Serra
nella Sua rubrica quotidiana “L’amaca” – la Repubblica del 3 di gennaio
dell’anno 2013 -: La quasi totale rimozione della questione sociale è stato il tratto
politico più forte, e più sconvolgente, degli ultimi anni. Soprattutto in
Italia, dove questa rimozione ha indossato la maschera tragicomica del
berlusconismo, poveri o semipoveri che venerano il più ricco, come se le sue
promesse bugiarde fossero l’oppio indispensabile per dimenticare per sempre di
essere svantaggiati, subalterni, umiliati. (…). I manipoli dei barbari
dell’antipolitica, compatti, hanno lasciato che l’occultamento di una “questione
sociale” venisse a prendere il posto nell’agenda della politica del bel
paese. Ciò è avvenuto. A dispetto degli inequivocabili segnali che la “crisi”
ha disseminato negli anni. Continua Michele Serra: Sostenere – (…) – che il compito
prioritario della politica è combattere la povertà non solo non è una banalità;
è, nei fatti, una rarità (giornalistica così come politica). Ma nello
sgretolarsi del welfare, nella contrazione paurosa del lavoro, quale altro
obiettivo può essere più importante, e al tempo stesso più innovativo,
dell’organizzazione di un argine sociale alla miseria e alla solitudine? “Una
nuova società più conviviale nella quale ritrovare il modo di aiutarci”, (…).
Mi sembra, con buona approssimazione, l’eccellente sintesi del programma elettorale
di qualunque sinistra. La “banalità” dell’essere della
politica è stata smarrita. Ad essa si è sostituita l’arroganza
dell’antipolitica che, conquistato il potere scacciando la buona politica, ha
ignorato qualsivoglia istanza di giustizia e di equità. I barbari sono tra di
noi. E le cronache non possono che essere “cronache barbare”. Nessun “tenente
Drogo” a dare l’allarme nel tempo giusto. Poiché i manipoli dei barbari
hanno osato ancor di più. Hanno inciso in profondità nella viva carne del tessuto
sociale del bel paese. Hanno creato un “deserto dei diritti” per come ne ha
scritto lucidamente Stefano Rodotà - la Repubblica del 3 di gennaio 2013 “Il grande deserto dei diritti” -: (…).
…bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il
filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda
regressione culturale e politica. (…). Abbiamo assistito ad una serie di
attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla
procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di
droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia,
di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo
della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e
internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi
grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua
vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza. (…).
Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum,
il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un
solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale,
culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore
di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà
provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale,
sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti
delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro;
sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di
famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei
suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza,
l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti
attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile. Non fu un
miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare
delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e
consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare
steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è
avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato
l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è
arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile,
razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro.
Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è
riflettuto abbastanza. (…). Queste (…) osservazioni non ci dicono soltanto che
una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior
respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica
ad una dimensione, quella dell’economia. Serve un ritorno alla politica
“costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici. Ecco
il punto dirimente: “Un ritorno alla politica “costituzionale”, prima che i barbari
diano fuoco alle ultime casematte che resistono alle illegalità ed allo
strapotere dell’antipolitica che è al potere.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 7 gennaio 2013
giovedì 3 gennaio 2013
Cronachebarbare. 1 Cronache barbare.
E poi ci sarebbe la Costituzione.
La Costituzione irrealizzata che, per dirla col grande Roberto, sarà più bella
quando sarà realizzata. Poiché la Costituzione non è stata realizzata. È un
dato di fatto. Perché il suo spirito di equità non ha guidato nei decenni
trascorsi l’opera dei protagonisti della politica? Ed oggi, chi di essi può
sottrarsi alla responsabilità grande per non aver realizzato il dettato
costituzionale? Ha riportato Barbara Spinelli - la Repubblica del 2 di gennaio
dell’anno nuovo, “Quando arrivano i
guidatori” – una dichiarazione del magistrato Ingroia: «Quando giurai la mia fedeltà
alla Costituzione pensavo di doverla servire solo nelle aule di giustizia. Ma
non siamo in un Paese normale e in una situazione normale. Siamo in una
emergenza democratica dovuta allo strapotere della criminalità organizzata e
all’inadeguatezza della politica. E allora (…) è venuto il momento della
responsabilità istituzionale e politica». Il punto è questo: “l’inadeguatezza
della politica”. È con questo incontrovertibile dato
che si misura oggi la drammaticità del vivere associato nel bel paese. E poi ci
sarebbe una “questione sociale”. È la scoperta dell’anno nuovo. Il suo
beneaugurante messaggio. Che la politica scopre con colpevole ritardo. Ed
allora c’è da dire che l’irrealizzata Costituzione e la “questione sociale” denunciata
dall’inquilino dell’irto colle sono aspetti di uno stesso problema:
dell’antipolitica che al potere ha scacciato la politica buona, la politica dell’equità,
della giustizia e dell’onestà. Sta tutto qui il problema. Ed è un grosso
problema. Scrive magistralmente Barbara Spinelli nel Suo primo straordinario
pezzo dell’anno nuovo: (…). Dici riforma, e intendi tagli allo
Stato sociale, discesa nella povertà. Dici crisi, e non è momento di
trasformazione e opportunità di vivere in modo diverso ma, come disse Ivan
Illich già nel ’78: «il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici
sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà.
Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in
tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a
significare: ‘Guidatore, dacci dentro!’». È la responsabilità prima
dell’antipolitica che ha conquistato il potere: d’aver giocherellato con le
parole, illudendo, tradendo la polis, tramando a suo danno e tutto
a proprio vantaggio. E le parole - riforma – ripetute e promesse hanno
condotto nel “cul-de-sac” dell’iniquità somma che mortifica la vita
associata del bel paese che non si sanerà mai senza una riparatrice azione di
bonifica politica. Ed ancora un po’ oltre: (…). Se il linguaggio si è tanto rarefatto,
vuol dire che a guastarsi, qui da noi, sono abitudini e regole più stremate che
in altre democrazie. Scardinato non è il contrapporsi fra destra e sinistra, (…),
ma l’idea stessa del conflitto, dell’alternativa che i cambi di governo possono
ingenerare. Il dominio dei tecnici, aggiunge Illich, ci riduce a minorenni.
È quest’ultima stupenda intuizione dell’illustre opinionista la vera, grande,
imperdonabile colpa dell’antipolitica al potere: avere ridotto la gente del bel
paese “a minorenni”. Se non a minorati. Minorati, che han perso l’uso
corretto della bussola preziosa che avrebbe dovuto guidarli nel proclamare e
pretendere i propri diritti di cittadinanza e ad esercitare i propri doveri che
quella cittadinanza impone. Prosegue Barbara Spinelli: (…). È perché siamo a questo
punto che i politici vagano nelle loro trincee come soldati mutilati, e si
fanno avanti i Guidatori: banchieri, tecnici, e poteri terzi come i magistrati,
e ecclesiastici che da tempo non dovrebbero neanche sfiorare il potere. Al
posto della politica, dunque del dividersi costitutivo della democrazia,
s’installa la clinica: la tecnica che ci sdraia tutti quanti sul klìne, a
letto. Da quella minorità ricercata e dispensata colpevolmente a piene
mani dall’antipolitica che è al potere ne è derivata una situazione non nuova
ma sempre più avvilente che Barbara Spinelli così descrive: (…). La
convinzione di partenza è che il ceto politico soffra di vizi congeniti, che il
conflitto di idee non sia che rissa letale, e che il grande unico rimedio sia
la Repubblica dei Sapienti: competenti economici, o custodi della legalità come
i magistrati, o cultori dell’ordine morale e dei propri privilegi come chi
serve la Chiesa. Anche la parola laicità scompare dai bollettini medici. Grazie
alla loro speciale esperienza, o divina illuminazione, i Sapienti sono i soli
ad afferrare, come in Platone, la vera essenza dello Stato. E l’Essenza è per
definizione Una: il Sapiente moderno non ama contare fino a due né tantomeno
fino a tre, che consente la tripartizione fra potere legislativo, esecutivo e
giudiziario. Ut Unum Sint, perché siano una cosa sola. Fa impressione, perché
la teologia politica rifà capolino: i messianesimi totalitari del ’900 si
proponevano proprio l’apocalittico unanimistico approdo cui oggi mirano tanti
inviati della società civile, stufi di intralci politici o giudiziari. E
così è potuto accadere che i responsabili della mancata attuazione della Carta
si propongano oggigiorno come nuovi rivoltosi e capipopolo capaci di mettere a
posto le cose: (…) Non a caso i Guidatori annunciano Rivoluzioni guardandosi l’un
l’altro di sbieco. (…). Lo straripare della parola rivoluzione vuol dire che
c’è, diffusa, ansia di piazza pulita. Di una sorta di immacolata rigenerazione,
che azzeri la storia dimenticandola. C’è voglia di mandare in cantina partiti e
politici inadempienti: che reimparino, nell’aiuola dell’antipurgatorio
riservata da Dante ai Re Negligenti, il governare disappreso. Da anni si evita
perfino il nome Italia. Provate ad ascoltare i politici o i nuovi Guidatori. In
genere dicono «questo paese», o «questi paesi qui»: quasi dissociandosi,
altezzosi, da uno Stato italiano cui sono estranei e che sta lì per terra. Lo
spettacolo è avvilente ed incute timore poiché dai nuovi che si propongono alla
guida del bel paese giunge un messaggio che nuovo non è, poiché è il messaggio
alla filosofia del quale l’antipolitica al potere ha ispirato il suo agire,
l’agire che non ha posto al primo punto della sua “agenda” l’equità che
dovrebbe soccorrere la dirompente “questione sociale”. Scrive, a quasi
chiusura del Suo straordinario pezzo, Barbara Spinelli: (…). Ai comandi, in assenza
dell’Europa politica: un potere che rende conto ai mercati più che ai cittadini
(la regale immunizzazione della Presidenza della repubblica – il segreto sempre
più ampio che essa può invocare – è stato il segno precursore della
Rivoluzione, nel 2012). La democrazia è in mutazione, e in fondo siamo grati a
chi, cancellandola dai dizionari, ce lo rivela. (…). Che sia questo il
messaggio che il novello anno ci ha voluto consegnare? È la prima cronaca
barbara dell’anno nuovo. Auguri ancora.
martedì 1 gennaio 2013
Cosecosì. 37 Buon Anno (a chi?).
Ricevo dalla carissima Carolina
Benincasa, e posto di seguito, una lirica. Non sfuggirà ai più la
superficialità che oggigiorno connota i rapporti umani. Le cause di essa? Le
sue origini? È una superficialità propria dei tempi, ché gli altri tempi ne
abbiano avuta una ben diversa, viene quasi spontaneo da chiedersi. Fatico a
dare una risposta. E mi vien difficile rifugiarmi nel sempre frequente ed
avvilente dire “ai miei tempi”, che non dice nulla, ignora il problema e glissa
che è una meraviglia. È la superficialità del vivere, forse. E la risposta la
si potrebbe trovare – forse - nella “fatica” che è il vivere stesso. E
la spaventevole superficialità della “fatica” del vivere è il tema della
lirica che segue; ne affiora prepotente ad ogni passo, ne è tema di denuncia, denuncia che si rinnova e
si reitera senza che da essa possa scaturirne la speranza per un diverso modo
di “essere”.
A coloro che puntualmente
sprecano denaro pubblico in luminarie buttate giù dal noto “zefiro”,
restituendo alla lux dei lampioni ferruginosi un centro che attende di
diventare umano?
Ai rivenditori che,
incamerati introiti extra “rivestono”
del solito grigiore le
vetrine?
Agli ideali di umanità azzerati
alle 0,00 del primo gennaio come un contachilometri di una utilitaria sgangherata e d’occasione?
A chi lascia l’asfalto con i
“soliti” rattoppi, gli intonaci cadenti e sbocconcellati per sottolineare
eterne indifferenze?
A quel manipolo di gaudenti e
pasciuti per le abboffate festaiole e doverose, che ridiventano - deposte le
toilette – i soliti monsieur e madamin travet – anche per retaggi genetici – al
servizio del solito padrone a testa bassa e senza dignità?
A coloro che brontolano
su tutto, senza trovare
il coraggio di modificare
alcunché?
Agli inamovibili nuclei familiari
che - giganti dai piedi di argilla – stanno su
per prosaici motivi
economici, illudendosi che nessuno sa di una disarmonia nota a tutti?
Agli incantesimi infranti di una
favola vissuta con epidermico entusiasmo?
Ai sorrisi stirati con le
mollette, ai baci umidi e mollicci dati in tandem al “verso”: Auguri, Felicità?
Alla mediocrità endemica che,
prepotente, emerge dal luccichio di strass con il “Bla Bla” formale ed
allegrotto riesumati ed entrambi destinati allo sfoggio di sentimenti mai esistiti ?
A chi degli animali fa oggetto di
sadica violenza o crudele indifferenza, abbandonandoli per non variare il “profumo” degli ambienti (in inverno) o di noiose appendici
(in estate)?
A coloro che gestiscono il
trascendentale (i Preti) circondandosi di politici dalle estrazioni diverse, nella speranza di aver favori ma
negando gesti umanitari che non gratificano il
protagonismo ?
Ad una società che – come in
passato - presenterà le tare di sempre?
O Buon
Anno
A coloro che, dicendo no ai falsi
doverismi ed alla ipocrisia, buttan giù giganti dai piedi di argilla?
A chi sa donare la vera amicizia
senza imporre la parvenza di essa, per chetare una coscienza pregna di torti, soffocati per non impazzire?
A chi non cerca affetti
pro-tempore per soddisfare futili desideri di affermazioni del proprio ego?
A quei rarissimi genitori che, in
nome di una sensibilità vissuta, arricchisce il quotidiano donando esempi di rispetto
verso se stessi e del prossimo, ai propri rampolli?
A coloro che, per dovere o scelta
umanitaria, trascorrono il periodo
festaiolo, fra ammalati, anziani
o persone sole, ma, donando affetto?
A chi avanti negli anni, intuisce
che, forse, sarà l’ultimo?
A
coloro che vivono
l’esigenza di realizzare
attività sociali senza
trionfalismi, nel credo di lenire ferite inferte dall’indifferenza
altrui?
A chi crede nel proprio impegno
culturale e politico, sinonimo di altruismo e maturità interiore e, con costanza continua - indefesso
- l’inevitabile lotta di sempre?
A chi, giorno dopo giorno, spera di accrescere la propria spiritualità -
in verità - senza etichette o credi occasionali o - peggio - senza imporre
sofferenze gratuite ed inutili a coloro che conoscono solitudini ben più gravi e più profonde?
Buon anno a chi svolge il proprio lavoro – day after day
– senza servilismo o viscida umiltà ma
con dignità?
Buon Anno
a chi ingoia
ogni mattina un
caffè sempre più
amaro?
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