«Tajani, il manga di FI: dallo streaming di B. alla “gomma più lunga”» di Pino Corrias, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, sabato 26 di settembre 2026: Non ci crederete, ma tutte le muffe che seguono sono farina del suo sacco: “Sceglietevi una donna affidabile, poco appariscente, con le gonne lunghe, e che non vi metta i cornetti”; “Se arrivano i droni, non affacciatevi alla finestra”; “Se la discoteca brucia, uscite”; “Il diritto internazionale conta, ma solo fino a un certo punto”; “Basta missili, basta droni, basta bomba atomica”; “Alla guerra preferisco la pace”; “Berlusconi ci sta guardando da lassù, in streaming”; “L’utero non è un forno per le patate arrosto”. Alè! Transitando dalla banalità solenne all’idiozia conclamata, Tajani Antonio, ministro degli Esteri della Repubblica, si consegna agli storici non come testimone di un’epoca, ma come uno dei suoi migliori passatempo. A cominciare dal volto trasognato con cui quelle banalità pronuncia con gravità di tono e lentezza di dizione, dimostrandosi perfettamente inconsapevole della sciocchezza che ci consegna. Così come quando si esibisce sul palco, credendo di ballare e invece ballonzola, ma il suo occhio socchiuso dalla soddisfazione ci dice che neanche lo sospetta. La sua carriera politica incredibilmente lunga – quarant’anni passati a nostre spese – costituisce un primato e la sua aggravante. Dove l’abbiamo trovato uno così? E come mai nessuno dei reverendi corpi istituzionali che lo hanno avuto in custodia è mai riuscito a disattivarlo, risparmiando a lui il pubblico ludibrio e a noi le sue fanfaluche? E perché il Tg2 lo intervista ogni giorno? E come mai altrettanto fanno i giornali di carta e di cartone, senza mai scoppiargli a ridere in faccia? È reale Tajani? È un manga? A onor del vero sappiamo dove e quando nacque: romano, classe 1953, babbo soldato, mamma insegnante, monarchico al liceo Tasso, tanto unico da prendere botte dai rossi e dai neri. Giornalista parlamentare di scarso rendimento. Berlusconiano dall’apparizione di Silvio B. che lo ingaggia come suo personale porta soprabito nei comizi del 1994. Al primo giro lo candida sindaco di Roma. Antonio va così male che Berlusconi lo spedisce a Bruxelles, garantendogli uno stipendio e insieme provando a dimenticarsene. Lì resta per la bellezza di una ventina d’anni, dove cresce nell’ombra, come fanno le piante sui pianerottoli. Ogni tanto s’affaccia nelle cronache, pronunciando frasi che non possono essere contraddette, tipo: “La nostra Europa non è quella dei burocrati”. Oppure: “La nostra Europa non è quella del razzismo”. O ancora: “In Medio Oriente la situazione è complicata” e “con la Russia dobbiamo evitare l’escalation”. Bene, bravo. Peccato per quelle volte che invece di starsene quieto al banco, ci mette del suo, spiegandoci che l’Europa nasce alle Termopili, “dove i Greci respinsero i Persiani”, ignaro che accadde l’esatto opposto. E si inventa, in pura sollecitazione lisergica, che la bandiera d’Europa è azzurra in omaggio al manto della Madonna, mentre le dodici stelle sono le dodici tribù di Israele. A proposito delle quali, ci informò d’aver incontrato non re Salomone, ma Netanyahu in persona che gli fece fare una scoperta sensazionale: “Ho parlato alcuni minuti con Netanyahu del problema dell’immigrazione e lui mi ha fatto notare che l’Italia è circondata da tre mari”. Lasciata Bruxelles, torna a fare capolino nella bella politica romana. Combina talmente niente che Berlusconi, nel suo declino finale, lo impone ministro degli Esteri per fare un dispetto alla detestata Giorgia Meloni. L’Underdog abbozza, tanto gli esteri li fa lei. Le iene del corpo diplomatico commentano la nomina: “Da merluzzo è diventato delfino”. Lui fa spallucce, incaricandosi di coadiuvare l’incarico con perle di geopolitica: “In Medio Oriente la situazione è complicata – dice –, ma noi non dobbiamo demordere”. “Noi lavoriamo per la pace”. “Il generale Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”. Qualche ora prima della “Guerra dei dodici giorni”, Antonio prevede calma piatta in Medio Oriente. E aggiunge che l’America di Trump mai avrebbe bombardato i siti nucleari degli ayatollah. Tranquilli, diceva. E Israele? “Non ci risulta che Israele abbia intenzione di attaccare Teheran”. Dopo la dipartita del Capo, anno 2023, Tajani affida le proprie briglie alle mani smaltate della Marescialla di Arcore che ha ereditato dal babbo la Mondadori prelevata con Previti, l’argenteria di casa e in ultimo il partito che ha proprio Tajani segretario. Marina lo regge e non lo regge. Per umiliarlo, ogni tanto lo convoca in azienda, a Cologno Monzese, per impartirgli l’ordine di cambiare i capigruppo di Camera e Senato, candidare il sindaco di Reggio Calabria, meglio se uno degli avvocati di famiglia, difendere le banche dalle sovrattasse, specie se le banche si chiamano Mediolanum. Tajani accorre. Obbedisce. Bimbo era, bimbo rimane, anche se oggi ha compiuto 73 anni, abita l’aria rarefatta della Farnesina, frequenta la giostra dei summit in grisaglia e ha persino una scorta d’alti guerrieri che ce lo conserva intatto. Non sapendo che fare, qualche volta si avventura tra i numeri dell’Economia. Lo scorso luglio ha annunciato che voleva tagliare l’Irpef al ceto medio “dal 35 al 33 per cento”, ignorando che il suo governo lo aveva già fatto a gennaio: “È stato un lapsus”, s’è scusato. Mentre l’anno prima aveva dichiarato che era imminente una manovra correttiva di bilancio, apriti cielo, uno tsunami evocato come fosse un bicchier d’acqua, con Palazzo Chigi per qualche ora nel panico, mentre inondava di smentite le agenzie. Il mejo finimondo, Antonio lo scatena quando parla di donne. È o non è il peggiore allievo del Figantropo? E dunque davanti ai militanti di Forza Italia, si impanca da patriarca mediterraneo, pronunciando consigli matrimoniali buoni per i tempi dei Savoia: “A mio figlio direi di scegliersi una donna che non abbia avuto molti fidanzati”. “Con le gonne non troppo corte”. “Seria, affidabile”. “Che preserva la famiglia” e “non ti mette i cornetti”. Una prolusione “da cavernicolo”, come direbbe la Marescialla. Che ha fatto imbufalire le donne, vergognare gli uomini, spiazzare gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, che neanche prevedevano di ridere così tanto davanti alla Stupidità Naturale.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 27 settembre 2026
MaldItalia. 10 Antonio Tajani, ministro: «Il generale Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”».
Se vivessimo nel famoso “paese normale”, nessuno si chiederebbe
dove è nato il ragazzino che ha accoltellato la prof a Roma, e di che colore è
la sua pelle. E nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che l’ha
soccorsa, e di che colore è la sua pelle. Staremmo discutendo di ragazzini e
basta; della loro fragilità e della loro esposizione alla violenza, che i
social trasmettono come i ratti e le pulci la peste; e della loro capacità di
empatia, per aiutare una vittima e neutralizzare un aggressore. Invece ci tocca
la classificazione etnica dei protagonisti, è il bianco indigeno che ha offeso,
è il nero importato che ha difeso; e in aggiunta ci tocca la mesta analisi
delle idee della prof, che ama Almirante e di conseguenza “difende la razza”, è
a favore della remigrazione che è un poco come essere a favore del ritorno del
dentifricio nel tubetto, ma si sa che tra l’ideologia e l’intelligenza non
sempre c’è un nesso. Cosa che non la rende meno vittima, quella prof, e meno
degna di soccorso e di solidarietà: ma oramai il quadro è avvelenato, niente è
più leggibile per come la realtà lo ha scritto, anni e anni di schifoso
razzismo e di disperato, affannato antirazzismo hanno trasfigurato le parole e
gli sguardi. A parti invertite (il nero che assale, il bianco che difende) la
storia sarebbe diventata una bandiera per l’oscena propaganda razzista, che ha
piantato le tende, da anni, nelle prime pagine dei giornali di destra. La sola
risposta intelligente e civile sarebbe ignorare totalmente quel criterio di
giudizio. Non invertirlo: proprio ignorarlo. Non approfittare del fatto che è
stato il bianco a violare e il nero a proteggere. Mi chiedo se ci siano ancora
margini per farlo, e temo di no. La lettura cromatica degli episodi di cronaca
è di per sé stessa una vittoria del razzismo. (Tratto da “I colori
della cronaca” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del
20 di settembre 2026).
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