“Ho imparato a non mettermi ne’ tumulti”, diceva a se stesso
Renzo Tramaglino, ne I promessi sposi, un maranza gentile che veniva da fuori,
un proletario, anche lui senza ascensore sociale, che dopotutto voleva solo
sposarsi, poveretto. Perché i tumulti, guarda un po’, c’erano già nel Seicento
ottocentesco del Manzoni, il più grande tra i milanesi, il quale diceva cose
come: “I poveri, ci vuol poco a farli apparir birboni”, una frase che oggi gli
assicurerebbe la nomea di “cattivo maestro”, di “fiancheggiatore dei violenti”,
di “giustificazionista” di quelli che spaccano le vetrine. Buono o cattivo, ci
perdonerete se come maestro preferiamo Manzoni a Piantedosi. Ma visto che siamo
ai classici (sempre, rileggere i classici) ci sarebbe anche quella frasetta di
nonno Marx: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di
classi”, una riga soltanto, ma difficile da smentire. Ora che tutti si
esercitano nell’esercizio sociologico di leggere, interpretare, spiegare la due
giorni milanese di assalto ai forni – nella loro moderna versione di negozi del
centro – i sacri testi ci vengono in soccorso, e ne aggiungo un altro che non
appartiene alla letteratura, ma al sapere popolare. Un proverbio brasiliano che
dice: “Apro la televisione (variante: Instagram, TikTok…) e c’è tutto; apro il
frigorifero e non c’è niente”. Che brutta cosa. Per una volta, la frasetta
paracula “né di destra né di sinistra” ha un senso: i ragazzini che sono andati
in centro col metrò e sono tornati a casa (sempre col metrò) con un paio di
sneakers prese da uno scaffale senza passare alla cassa, non sono
effettivamente né di destra né di sinistra, sono solo incazzati neri, stufi
marci di parecchie cose. Tra cui, per esempio, i controlli costanti di
profilazione razziale che subiscono (da anni, non dall’altro ieri) ogni volta
che scendono dalle loro banlieue nella vetrina bella della città. Molti
commentatori, bontà loro, ci dicono che c’è una questione di rabbia, e qualcuno
si spinge a dire che quella rabbia ha delle radici, dei motivi, e insomma, dei
perché, che non sono una sorpresa, ma anzi sono sotto gli occhi di tutti da
parecchio tempo. Se ne parla, si dice nella canzoni, nei video, nell’estetica
maranzo-proletaria dei ribelli senza causa (Gioventù bruciata, Nichalas Ray,
James Dean, 1955, altro classico) La pentola a pressione, insomma, produce
vapore, il vapore preme, e prima o poi la valvola salta, una cosa che si poteva
prevedere e che nessuno, pare, ha previsto. Tanto meno, ahimé, quella
“sinistra” che per tradizione storica e culturale dovrebbe essere più attenta
alle differenze sociali, alle diseguaglianze e insomma, alla lezione dei vecchi
classici (Marx, non Manzoni). E’ probabile che quel che prova oggi un
sottoproletario sedicenne – la cui prospettiva, se va bene, è di diventare un
sottoproletario cinquantenne – possa dirlo solo lui, e tutto il resto (compreso
questo che state leggendo) sia solo un esercizio di edificante trombonismo. Ed
è forse l’unica cosa da augurarsi seriamente: che il racconto di quel che
succede vanga da lì, dalla rabbia da chi vede l’ascensore sociale funzionare
solo per le élite, le garanzie funzionare solo per i già garantiti, il futuro
assicurato a chi già lo vede per successione dinastica o di classe. La faccenda
sarà anche nuova, ma come si vede le parole valide sono antiche, come sono
antiche le soluzioni: pene più dure! Militari! Repressione! Spoiler: non
funzionerà, finché non si spegne il fuoco sotto la pentola a pressione. (Tratto
da «Milano, oh cara! I “maranza” a Milano: quelli di Manzoni e quelli visti
da Marx» di Alessandro Robecchi).
“Reprimono per fuggire da ogni responsabilità” di Pino Corrias: (…).
I soldati sono addestrati a fronteggiare un nemico. I cittadini non sono
nemici. Una manifestazione, anche violenta, non è un campo di battaglia. E
militarizzare l’ordine pubblico non significa renderlo più sicuro. Ma
esattamente il contrario, come l’orrenda America di Trump insegna. Tanto più
che la prima domanda alla quale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi
dovrebbe rispondere è perché le sue strutture, i suoi investigatori, non siano
riusciti a prevenire disordini annunciati da giorni sui social. Il sindaco Sala
ha sollevato il problema. Il ministro gli ha risposto dandogli del radical
chic. Milano devastata, agenti feriti, ragazzi arrestati. Ma Piantedosi trova
il tempo (e l’umore) per una battuta da maranza. Il punto è che nessuno sembra
sapere davvero chi siano questi ragazzi. Il 4 ottobre compare su Instagram
l’account “Italia in Piazza”. Tredici giorni dopo migliaia di giovani si
ritrovano nelle strade. A Milano il preavviso alla Questura lo firma un
diciassettenne accompagnato dalla madre. A Roma due universitarie raccontano di
essersi incontrate nei commenti di TikTok. Ma nelle piazze arriva di tutto.
Studenti, minorenni delle periferie, antagonisti, reduci no vax, professionisti
della tensione. Qualcuno protesta contro il carovita, altri contro il governo,
altri sono soltanto a caccia di uno scontro e di un saccheggio. Nelle stesse
chat convivono richieste di salari decenti, scuole abitabili, ma anche
istruzioni su quali negozi assaltare. La Rete non seleziona. Somma, confonde,
amplifica. Basta un messaggio, una convocazione. E una rabbia sufficientemente
diffusa perché migliaia di sconosciuti decidano di incontrarsi. La moltitudine
scesa in piazza non è un movimento politico. Non ha un programma o un capo. È
rabbia sociale. Una miscela di esclusione, frustrazione, desiderio di consumo,
bisogno di appartenenza. Molti sono figli dell’immigrazione, cresciuti in un
paese che li considera stranieri. Desiderano quello che vedono sui loro
schermi. Reclamano merci. Vogliono quelle scarpe, quella felpa, quel telefono
connesso con un po’ di autostima. Non vogliono distruggere il mondo che li
esclude. Vogliono entrarci, sfondando la porta. Non sanno, o fanno finta, che
chi saccheggia commette un furto. Chi lancia una pietra contro un poliziotto
può ucciderlo. Credono che la moltitudine cancelli le responsabilità
individuali. In ogni caso se ne fregano. Il loro è un nodo scorsoio anche
culturale. Ma tagliarlo solo per punire non è abbastanza. E non significa
rimediare al danno. Dopo quattro anni e cinque decreti sicurezza, il governo
scopre che qualche centinaio di ragazzi può assediare Milano. E propone altre
uniformi, altre manette, altre pene. È la formula di Meloni e Piantedosi: trasformare
la questione sociale in una penale. Ignorare sempre le proprie responsabilità,
che precedono quelle dei manifestanti, da mettere puntualmente in capo alla
sinistra. La quale trova a malapena il tempo di replicare con parole sensate,
per poi rituffarsi dentro al proprio ombelico dove discutere di leadership,
primarie, campi larghi, programmi. Mentre fuori dalle sue sedi cresce una
rabbia che non conosce il suo linguaggio, non aspetta le sue decisioni. Sempre
che quella rabbia vada a sinistra e non anche a destra, come accade in mezza
Europa. O verso il nulla di nulla autoreferenziale. Non saranno i 500 soldati a
cambiare questo paesaggio. Potranno presidiare le piazze, sorvegliare le
vetrine. Non potranno restituire una prospettiva di vita a chi non ne vede
nessuna. Ma Mattarella ha fermato i poteri speciali, non la logica che li aveva
concepiti. Il rischio resta la reciproca spirale: il governo che addita
soltanto delinquenti e aumenta la repressione. I ragazzi che accerchiati dalle
divise, raddoppiano la sfida. La politica scompare, resta lo scontro tra gli
adulti che distribuiscono disprezzo e i giovani che restituiscono vendetta.
Siamo dentro la guerra sociale delle diseguaglianze. Dentro al frastuono di un
mondo che perde pezzi e a un governo che usa un altro po’ di fil di ferro
elettorale per vincere la gara del comando. E poi vantarsene.
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati su “il Fatto Quotidiano” di oggi, mercoledì 21 di ottobre 2026).

Nessun commento:
Posta un commento