Non siamo liberi di avere o non avere un telefonino o un computer perché, se oggi la comunicazione passa attraverso questi strumenti, chi non li possiede subisce un'esclusione sociale. Questa semplice constatazione ci consente di dire che la rete non è un "mezzo" a nostra disposizione, ma un "mondo" che non possiamo fare a meno di abitare. In questo mondo accadono alcune cose che val la pena di sorvegliare. La rete cambia il nostro modo di pensare, perché è regolata dal codice binario 1/0 che ci censente di dire "mi piace" o "non mi piace", sì o no, al massimo non so. Abituando il pensiero al codice binario, tipico dei sondaggi o dei referendum ci troviamo a disporre di un pensiero insufficiente per muoverci in una società complessa come la nostra, per cui chi ci offre una soluzione semplificata dei problemi complessi ci troviamo a vivere ottiene subito il nostro consenso. Di qui il successo del populismo. ~ La rete ci abitua a vivere più spesso nel mondo virtuale che nel mondo reale inducendoci a simulare azioni che di fatto non facciamo, come immergerci nelle profondità del mare senza neppure bagnarci, facendoci così smarrire le coordinate spazio-temporali della realtà che la virtualità abolisce. La rete accentua la distanza sociale perché, prima ancora che arrivasse il virus, eravamo già abituati a parlare con uno schermo per intrattenerci con un amico, a lavorare e studiare davanti a uno schermo invece che uno di fronte all'altro o con l'altro. Cosa questa che influisce negativamente sulla socializzazione, accentuando quella solitudine di massa che sempre più caratterizza la nostra società. Per non parlare dell'accentuazione di determinate patologie indotte dal cellulare che crea un'intolleranza della distanza, per esempio se la persona che ci sta a cuore non risponde subito alla nostra chiamata. È un'illusione di onnipotenza che ci dà l'impressione di poter controllare la realtà a distanza, fino ad attivare una sorta di controllo paranoico sulla vita delle persone, sui luoghi che frequentano, sulle cose che fanno in nostra assenza, trasformandoci in investigatori privati. Terrorizzati dall'angoscia dell'anonimato frequentiamo assiduamente i social per contare quanti consensi abbiamo, affidando così la nostra identità e la nostra autostima al numero di like che riceviamo. Se siamo in conversazione con amici al bar o al ristorante sospendiamo immediatamente la conversazione appena arriva uno squillo del cellulare, e così perdiamo il mondo circostante e il clima che si era creato, per non parlare della perdita della libertà, perché se il cellulare è acceso non possiamo fare a meno di rispondere, se è spento dobbiamo scusarci, e non possiamo dire ogni volta che eravamo sotto una galleria o che non c'era campo. Caro Ruben anche se ti considerano un po' strano, hai fatto bene a sottrarti alla tirannia del cellulare prendendo un telefonino dalle limitate possibilità. Così hai salvaguardato, oltre alla tua libertà, anche la tua privacy, perché quei tipi di telefonini non sono intercettabili. Infine, se hai solo 15 anni, permettimi di congratularmi per la qualità della tua scrittura e delle tue considerazioni. (Tratto da “La tirannia dello smartphone” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 6 di agosto dell’anno 2022).
“Il fantasma della libertà continua a illuderci”, testo di Umberto Galimberti – dal volume “L’illusione della libertà”, Feltrinelli editore, pagg. 160, euro 13 – pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 20 di ottobre 2026: La libertà non esiste, ma esiste l’idea di libertà, e molte volte le idee fanno più storia di quanta ne facciano gli eventi che si crede le determinino. Lo stesso può dirsi a proposito di Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, ma l’idea di Dio ha fatto sì che tutti i popoli, a qualsiasi latitudine e fin dall’origine dei tempi, abbiano creduto nell’esistenza degli dèi o di Dio, e non c’è popolo nella storia che da questa idea non si sia fatto guidare. L’idea di libertà è utile alla religione, alla morale e al diritto, perché dalla libertà discende la responsabilità, e dalla responsabilità la punibilità. Eppure la nostra vita è decisa dalla nostra identità, frutto della genetica e dell’ambiente in cui siamo cresciuti. Quelle che appaiono come nostre scelte sono in realtà manifestazioni del nostro patrimonio genetico e del nostro condizionamento ambientale che sono alla base della nostra intera vita. A deciderle, infatti, sono il luogo in cui siamo nati, la famiglia in cui siamo cresciuti, le condizioni economiche e culturali di questa famiglia, i rapporti affettivi che la caratterizzavano, le opportunità che ci sono state offerte, le scuole che abbiamo frequentato, gli insegnanti che abbiamo incontrato, le nevrosi che abbiamo acquisito a partire dall’ambiente in cui siamo cresciuti, i riconoscimenti e i misconoscimenti che hanno accompagnato la nostra crescita, le amicizie che abbiamo frequentato. Tutti fattori, questi, che – insieme al nostro patrimonio genetico – costruiscono la nostra identità che, dunque, non è il frutto di una nostra scelta, ma il risultato dei due fattori condizionanti: la genetica e l’ambiente. Nasce da qui l’insolubile conflitto tra identità e libertà. O io sono quello che sono (identità) e quindi non posso mettere in atto comportamenti diversi da quelli che scaturiscono dalla mia identità, oppure mi ritengo “libero” di mettere in atto comportamenti diversi, ma allora la mia identità, e con essa la fiducia sociale che poggia sulla mia identità, vanno in frantumi e io non sono più riconoscibile per quello che sono. E infatti, salvo i casi patologici di sdoppiamento della personalità, dalle persone che conosciamo, a partire dalla loro riconosciuta identità, ci attendiamo certi comportamenti e non altri. Nascono da qui l’affidabilità e la fiducia reciproche che sono il fondamento della coesione sociale, la quale sarebbe impossibile se le scelte delle persone fossero del tutto sganciate dalla loro identità e quindi imprevedibili. Giusto per fare un esempio: abbiamo scelto noi di comunicare con un cellulare o di lavorare con un computer? No! Perché, se oggi volessimo prescindere da questi strumenti, subiremmo una sorta di esclusione sociale. Allora la tecnica è già diventata sociologia, ma potrei anche aggiungere psicologia e addirittura psicopatologia, se è vero che, ad esempio, la depressione, che nell’età della disciplina aveva come tematica il senso di colpa, oggi – nell’età dell’efficienza, della funzionalità, della produttività e della velocizzazione del tempo – ha come sua tematica il senso di insufficienza o di inadeguatezza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese dell’apparato di appartenenza, a partire dalle quali ciascuno misura il valore di se stesso. Nonostante queste constatazioni, è diffusa la persuasione che nell’età della tecnica si sia ampliato lo spazio della libertà, perché si è passati dal semplice “diritto di obbedire o disobbedire”, tipico delle società pre-tecnologiche, al “diritto di scegliere”. Ma qui passa inosservato il fatto che la nostra scelta è circoscritta non al tipo di personalità da esprimere, ma al tipo di prestazione a cui si è vincolati. Infatti, se l’identità personale è data dalle prestazioni svolte all’interno dell’apparato di appartenenza, nell’età della tecnica non si dà libertà se non come libertà di ruolo. È diffusa la persuasione che oggi, a differenza delle epoche trascorse, almeno l’amore sia una “libera scelta”. A smentire questa persuasione è una semplice riflessione. Se io ti dico «Ti amo», chi parla: la mia passione, il mio desiderio, la mia idealizzazione, la mia immaginazione, la mia angoscia di solitudine, la mia voglia di emancipazione, il mio bisogno di realizzazione? La domanda non è retorica. Segna piuttosto un ribaltamento radicale circa il modo di considerare l’amore, quasi sempre pensato come qualcosa in possesso dell’Io, qualcosa di cui l’Io può disporre con le sue scelte. Ma Amore non è una faccenda dell’Io. Per questo nessuno crede fino in fondo all’altro quando dice: «Io ti amo».

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