"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 6 novembre 2026

MaldItalia. 13 Sandro Pertini: «I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo».


Lo definisce “il nostro morbo” il caro nostro Autore Raffaele Simone dalla cui opera ultima “Il paese del pressappoco” di recentissima pubblicazione si continua ad attingere con dovizia per questa rubrichetta. Ed infatti giunti al capitolo ventiduesimo dell’opera Sua, titolato per l’appunto “Il Mal d’Italia”, si intravvedono i contorni precisi di un ritratto antropologicamente ben distinto ed i cui connotati ed effetti sono ben presenti e mirabilmente riscontrabili nella vita quotidiana dagli abitatori del bel paese. E’ la quotidiana dannazione di un paese ridotto a “lontana provincia” ed alle prese con le eterne sue contraddizioni, allorquando tenta disperatamente si sottrarsi ad ataviche abitudini da terzo mondo e nel contempo rinnova e rinforza le sue esasperanti, pessime abitudini. E da paese eternamente emergente non trova lo slancio per liberarsi dalle contraddizioni che hanno contribuito anche a fare emergere un ceto politico che su quelle stesse contraddizioni ha cementato il suo potere che nessuna riforma, se non illusoria, riuscirà mai e poi mai a porre in forse. Caro***, il Mal d’Italia… L’espressione è calcata sul modello del Mal Francese, detto anche “Morbo Gallico”, cioè la sifilide, che nei secoli antichi si riteneva proveniente dalla Francia. La negligenza dei diritti terra terra, il furbismo, l’anarco-servilismo e il disprezzo delle leggi e dei confini sono i sintomi più vistosi del Mal d’Italia, il nostro morbo, una lue civica dall’eziologia misteriosa ma evidente a tutti, che infetta il paese, gli impedisce di diventare normale e minaccia pericolosamente, a guisa del Mal Francese, di debordare e diffondersi altrove… (…). L’abitudine al servaggio priva (…)  del vigore civico. Per noi, l’emblema più evidente è il burocrate: inattivo, privo di speranza, edonista e cinico. Il posto giusto per un popolo siffatto è la “poltrona”, una delle icone più espressive del Pensiero Italiano. Ma se ne hanno anche altre manifestazioni importanti, come il bisogno di un “posto”, di un “impiego statale”, di un “fisso” (termine tecnico: si chiama così uno stipendio magari basso ma quoad vitam, meglio se a carico dello stato) che permetta di fare un secondo lavoro, o la tendenza a “imboscarsi” (termine tecnico) in un ministero, o “nel pubblico” dove cioè nessuno può disturbarti o cacciarti. Alla base di queste propensioni si nasconde il bisogno di sottrarsi a ogni assunzione di responsabilità, a ogni rischio, a ogni orgoglio della cosa ben fatta e lavorata fino in fondo: insomma, l’ostilità verso il cambiamento e il dinamismo, (…), tutte cose che richiedono doti che il Pensiero Italiano avversa. (…).

Postato al tempo, il 19 di gennaio dell’anno 2006, su di “un altrove” che non c’è più.

Guardala lì: beata, corteggiata, venerata, atteggiata a gran guru quando poco o nulla sa. Non fa che zompare di qua e di là, protagonista su infinite scene, sempre più famigerata, idolo e panacea delle masse anestetizzate dal doomscroll. Capitalizza sine fine, negli ambiti più diversi. Non ha vergogna. Tutti la cercano e tutti la vogliono, ma non si capisce bene il perché dal momento che non vale nulla. Sarà il caso di indagare meglio? Certo la sua prossemica non è delle più cordiali o delle più invitanti al dialogo, ma visto che è qui a portata di voce perché non provare? Altezzosa signora, buongiorno. Le spiace fermare il suo incedere spedito per raccontarci un po' di lei? «Io? Sia piuttosto lei a raccontare di me, illustre e un po' villano sconosciuto, che a occhio e croce direi essere un pennivendolo. Lei sa benissimo chi sono e dovrebbe anzi dedicarmi un panegirico, perché io valgo e me lo merito».

Vede giusto, purtroppo: svendo parole per cercar di navigare il presente. Certo che la conosco: lei è l'Incompetenza, gran regina del contemporaneo ovunque ci si giri, dalla cucina all'arte, dalla politica alla filosofia, Meno sa e più pontifica: le basta avere il tono giusto per acchiappare i citrulli, e che sia suadente o imperativo non importa. «Sono io, certamente. Non mi sorprende che mi abbia riconosciuto: imperverso per ogni dove e la faccio da padrona, soprattutto nel mondo social che, le ricordo, non è virtuale come vorrebbero alcuni, ma la nuova, solida realtà».

Impossibile darle torto, o Somma Incompetenza. «Mi aggrada questo aggettivo. In effetti, meglio di me non c'è nessuno, e parlo senza falsa modestia, anche perché di modestia e senso del limite sono del tutto sprovvista, per fortuna».

Invece dovrebbe ogni tanto fare un po' di sana autocritica, conoscere se e praticare il contegno al posto dello sbraco autocelebrativo. La aiuterebbe a crescere, ad apparire meno sfacciata, o vincente per tutte le ragioni sbagliate. «E perché dovrei? Sono la dimostrazione conclamata che oggi non serve alcun tipo di formazione per fare certi lavori, che non ci vogliono cultura e conoscenze per divulgare, che basta credersela per farla credere a tutti. Io e le mie parenti strette, Approssimazione e Supponenza, abbiamo preso il controllo dello scibile, e nulla è più come prima. Dalla pasta cotta nella salsa ai complottismi terrapiattisti, dalle discettazioni sgangherate sullo stile alle elucubrazioni esistenziali, abbiamo sempre qualcosa di assurdamente plausibile da dire o fare, senza nemmeno le nozioni di base. Sappiamo solo farci notare, sicché l'altra parente stretta, Viralità - la più inattingibile e desiderata della stirpe - subito si materializza. Perché spendere anni ad acquisire competenze quando una bella faccia e modi convinti danno agli altri la medesima sensazione di professionismo, e ci fanno anche guadagnare di più? Il sapere vero richiede troppo tempo, che davvero non abbiamo».

Non le sembra una farsa bella buona, ma anche un'offesa ai competenti, ai loro sforzi? «Lei non capisce nulla. Mi deve immaginare come un'artista concettuale. Sono eterea ed elevata. Predico la supremazia dell'idea sulla capacità manuale».

Ma un'idea senza esecuzione è un'allucinazione. «Taccia, e mi lasci incedere e creare. Ho nuove assurde idee da rendere virali».

(Tratto da “Divina Incompetenza” di Angelo Flaccavento, pubblicato sul periodico “U” del quotidiano “la Repubblica” del mese di novembre 2026).

“I giovani d’oggi Pertini li capiva meglio di noi”, testo di Loredana Lipperini pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 30 di ottobre 2026: Il 1978 fu l'anno del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro e dell'assassinio di Peppino Impastato: eppure nella sera del 31 dicembre l'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini si rivolse all'Italia dicendo di credere nella gioventù. E aggiunse: «I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo». Naturalmente erano altri tempi, anche se sarebbe bello andare a rileggere la trascrizione integrale di quel discorso, dove Pertini ricordò l'enorme spesa per il riarmo paragonandola ai milioni di «creature umane che quando io parlo stanno lottando contro la fame». Per concludere: «Si svuotino gli arsenali di guerra sorgenti di morte, si colmino i granai sorgente di vita». A riprendere quelle parole, oggi, sono proprio i giovani che da ultimo sono stati vivisezionati in centinaia di editoriali da un'impressionante varietà di esperti: psicologi, psicoanalisti, sociologi, storici, massmediologi, e naturalmente da coloro che hanno preso la palla al balzo per varare l'ennesimo decreto sicurezza, per auspicare più carceri minorili e magari per cercare un po' di audience rendendo identificabile, nei fatti, un bambino di undici anni (esisteva una faccenduola a tutela dei minori a nome Carta di Treviso, ma supponiamo che sia stata scambiata per un'affascinante produzione di tappezzeria). Eppure Pertini fu chiarissimo nell'indicare gli «esempi di onestà, di coerenza e di altruismo». Andiamoli a vedere: le ragazze e i ragazzi, specie quelli che risiedono nei territori colpiti dal terremoto dieci anni fa, hanno oggi davanti a sé alcuni adulti non esattamente esemplari. Parliamo di otto arresti, 51 indagati per illeciti sulla ricostruzione post-sisma, truffa aggravata e subappalti alla criminalità organizzata calabrese e campana. Siamo nelle Marche. Stiamo parlando di architetti, avvocati, politici, commercialisti, imprenditori, tecnici, coinvolti in un sistema di commesse sorprendente. Fra gli arrestati c'è l'ex capo di Gabinetto del presidente della giunta regionale delle Marche, Fabio Pistarelli, già Alleanza Nazionale, poi Fratelli d'Italia. La narrazione sulla lentezza della ricostruzione, fin qui, si era centrata sui cavilli e sulla burocrazia che avrebbero rallentato tutto almeno fino all'arrivo del Nuovo Commissario, con la maiuscola, di Fratelli d'Italia, con le maiuscole. Il presidente della Regione Marche Acquaroli, stesso partito, si è dichiarato stupito e ha ammesso di aver sentito "voci" su Pistarelli, mentre il commissario Castelli ha detto, meditabondo, di aver ricevuto segnalazioni sulla lentezza dei lavori. Va detto che la notizia non ha ottenuto che scarsa attenzione, se paragonata alla disamina delle manifestazioni di questi giorni: dimenticando però che onestà, coerenza e altruismo è quanto chiedono i ragazzi e le ragazze che scendono in piazza anche contro la corruzione, il malaffare, i grassi conti bancari di chi lucra su chi ha perso case e beni. (…).

Nessun commento:

Posta un commento